Il latino che studi a scuola è una fotografia: la lingua di Cicerone e Virgilio, fissata in una norma precisa nel I secolo a.C. Ma il latino ha avuto una storia lunghissima, dalle prime iscrizioni del VII-VI secolo a.C. fino alle lingue romanze che ne derivano, passando per il latino parlato di soldati e mercanti, quello dei cristiani, quello delle cancellerie medievali e degli umanisti. La storia della lingua latina studia questa evoluzione: i suoni, le forme, la sintassi, il lessico, e i rapporti tra lingua scritta e lingua parlata.
L’esame si trova nei corsi di Lettere classiche e moderne e di Scienze dell’antichità, e vale di solito tra 6 e 12 crediti. Il programma comprende in genere un manuale, una raccolta di testi commentati (iscrizioni arcaiche, passi di Plauto, testimonianze di grammatici, testi tardi) e talvolta una parte di fonetica storica. All’orale ti chiedono di spiegare i fenomeni, di collocarli nel tempo e di riconoscerli in un testo.
| Esame | Storia della lingua latina |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere classiche, Lettere moderne, Filologia e Scienze dell’antichità |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | LATI-01/A (ex L-FIL-LET/04, Lingua e letteratura latina) |
| Prova | orale, con lettura e commento linguistico di testi |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
L’ordine è cronologico, ma ogni fase è descritta per livelli: fonetica, morfologia, sintassi, lessico. Così puoi seguire un fenomeno attraverso i secoli, per esempio il dittongo ae, che nel latino arcaico era ancora ai, nel latino classico si scriveva ae e nel latino parlato tardo si pronunciava già e, da cui l’italiano cielo da caelum.
Un consiglio: costruisci una tabella con i principali fenomeni e tre colonne (latino arcaico, classico, tardo o volgare), con un esempio per ciascuno. All’orale gli esempi contano più delle definizioni. E tieni sempre presente la distinzione fondamentale di questo esame: il latino scritto e letterario è una norma, relativamente stabile; il latino parlato cambia continuamente, e lo conosciamo solo indirettamente.
Le origini
Il latino tra le lingue indoeuropee
Il latino appartiene alla famiglia delle lingue indoeuropee, insieme al greco, al sanscrito, alle lingue germaniche, celtiche, slave, all’iranico, all’armeno e ad altre. La parentela si dimostra con corrispondenze regolari: il latino pater, il greco patḗr, il sanscrito pitár-, il gotico fadar derivano da una stessa forma ricostruita. Il metodo comparativo, nato nell’Ottocento con Franz Bopp e perfezionato dai neogrammatici, permette di ricostruire la lingua madre (l’indoeuropeo) e di spiegare le evoluzioni delle singole lingue con leggi fonetiche.
All’interno dell’indoeuropeo il latino fa parte del gruppo italico, che comprende anche il falisco (molto vicino al latino), l’osco e l’umbro (il gruppo sabellico). La parentela tra latino e osco-umbro è discussa: alcuni studiosi pensano a un’unità italica originaria, altri a una convergenza dovuta al contatto. Sono differenze visibili: dove il latino ha qu (quis), l’osco e l’umbro hanno p (pis); dove il latino ha -b- e -d- interni da antiche aspirate, l’osco-umbro ha -f-.
Il Lazio e i contatti
Il latino era in origine la lingua di una piccola regione, il Latium vetus, intorno a Roma. Era circondato da lingue diverse: l’etrusco a nord, lingua non indoeuropea; il sabino, l’osco, l’umbro; il greco delle colonie meridionali. Questi contatti hanno lasciato tracce. Dall’etrusco il latino ha ricevuto parole come persona (forse dall’etrusco phersu, la maschera) e probabilmente l’alfabeto, mediato dal greco. Dal sabino o da altri dialetti italici vengono parole con f interna, come bufalus o rufus accanto al latino ruber. Dal greco, molto presto, termini di commercio, di artigianato, di religione.
L’alfabeto
L’alfabeto latino deriva da un alfabeto greco occidentale, probabilmente attraverso la mediazione etrusca. Lo dimostra l’uso della lettera C per il suono /k/: gli Etruschi non distinguevano tra /k/ e /g/ e usavano il gamma greco per /k/. Per questo i Romani scrissero a lungo C anche per /g/, e ne restano tracce nelle abbreviazioni dei prenomi: C. per Gaius, Cn. per Gnaeus. La lettera G fu creata nel III secolo a.C., secondo la tradizione da Spurio Carvilio, aggiungendo un tratto alla C. Le lettere Y e Z furono aggiunte nel I secolo a.C. per trascrivere parole greche.
Il latino arcaico
Le prime iscrizioni
Il latino arcaico ci è noto da poche iscrizioni. La fibula Prenestina, una spilla d’oro con la scritta Manios med fhefhaked Numasioi (“Manio mi fece per Numerio”), è stata a lungo considerata la più antica iscrizione latina (VII secolo a.C.); la sua autenticità è stata discussa, e oggi prevale l’opinione che sia autentica. Il lapis Niger, un cippo trovato nel Foro, contiene un testo bustrofedico, molto frammentario, forse una legge sacra, con la parola recei (dativo di rex). Il vaso di Dueno, del VI secolo, porta un’iscrizione difficile da interpretare. Il lapis Satricanus, scoperto nel 1977, nomina i sodales di un Publio Valerio, forse il console dei primi anni della repubblica.
Caratteri del latino arcaico
Dalle iscrizioni e dalle testimonianze successive ricaviamo alcuni tratti del latino arcaico:
- i dittonghi antichi conservati: ai (poi ae), oi (poi oe e ū), ei (poi ī), ou (poi ū): arcaico oinos, classico unus; arcaico deicere, classico dicere;
- la -d finale dell’ablativo: Gnaivod, praidad;
- la -s non ancora passata a -r- tra vocali: Lases, poi Lares; Valesius, poi Valerius;
- le desinenze in -os e -om della seconda declinazione, poi -us e -um;
- la grafia incerta, con raddoppiamento delle consonanti non ancora segnato.
Il rotacismo
Il rotacismo è il passaggio di s sonora tra vocali a r, avvenuto nel IV secolo a.C. Spiega alternanze come genus/generis (da *genesis), flos/floris, es-se/er-am. Cicerone, nelle Epistulae ad familiares (IX 21), ricorda che Lucio Papirio Crasso fu il primo a smettere di chiamarsi Papisius. Le parole con s intervocalica in età classica (come causa o rosa) sono successive, prestiti o forme in cui la s derivava da una doppia.
L’apofonia
L’apofonia latina (o indebolimento delle vocali interne) è legata a un antico accento intensivo sulla prima sillaba, attivo nel latino preistorico. Le vocali brevi in sillaba interna si indeboliscono: facio ma conficio, capio ma accipio, factus ma confectus. Il fenomeno spiega molte irregolarità apparenti dei composti, ed è un argomento classico di fonetica storica.
I testi letterari arcaici
I primi testi letterari arrivano nel III secolo a.C. con Livio Andronico, Nevio, Ennio, Plauto. Plauto è una fonte preziosa per il latino parlato del suo tempo: usa forme arcaiche (siem per sim, l’infinito passivo in -ier), espressioni colloquiali, diminutivi, interiezioni, e molte parole che poi scompaiono dalla lingua letteraria ma riappaiono nelle lingue romanze. Anche Catone il Censore, nel De agri cultura, mostra una prosa ancora poco elaborata, con periodi brevi e paratattici. Per i testi giuridici arcaici, come le Leggi delle XII Tavole (metà del V secolo), dobbiamo affidarci a citazioni di autori posteriori, spesso ammodernate.
Il Senatoconsulto sui Baccanali
Un documento fondamentale è il Senatus consultum de Bacchanalibus del 186 a.C., una tavola di bronzo trovata in Calabria che riporta il decreto con cui il senato limitò i culti bacchici. Il testo mostra una lingua ufficiale con tratti arcaizzanti: dittonghi oi e ei, ablativi in -d, consonanti scempie, forme come arvorsum per adversum. È un buon esempio da portare all’orale per mostrare come la cancelleria conservasse forme già superate nel parlato. Anche gli elogia degli Scipioni, iscrizioni funerarie in versi saturni, sono testi chiave per il latino del III-II secolo.
Cosa ti chiedono all’orale (le origini e il latino arcaico)
Come si dimostra che il latino è una lingua indoeuropea? Con corrispondenze fonetiche regolari con il greco, il sanscrito, le lingue germaniche: pater, patḗr, pitár-, fadar.
Perché le abbreviazioni C. e Cn. indicano Gaius e Gnaeus? Perché l’alfabeto latino, di mediazione etrusca, usava in origine C sia per /k/ sia per /g/; la G fu creata solo nel III secolo a.C.
Che cos’è il rotacismo? Il passaggio di s intervocalica a r nel IV secolo a.C.: genus/generis, Papisius/Papirius.
Che cos’è l’apofonia latina? L’indebolimento delle vocali brevi interne dovuto a un antico accento iniziale: facio/conficio, capio/accipio.
Quali tratti arcaici trovi nel Senatoconsulto sui Baccanali? Dittonghi oi ed ei, ablativi in -d, consonanti scempie, grafie come arvorsum.
Il latino classico
La formazione di una norma
Tra il II e il I secolo a.C. il latino letterario si stabilizza. È un processo consapevole, che coinvolge scrittori, grammatici e oratori. La conquista del Mediterraneo porta a Roma la cultura greca, la retorica, la grammatica alessandrina; nasce l’idea di una lingua corretta, la latinitas, distinta dalla lingua rustica delle campagne e da quella dei provinciali. Cicerone parla di urbanitas, l’eleganza della lingua di Roma, che si riconosce perfino nel suono della voce.
Analogia e anomalia
Un grande dibattito della grammatica antica, ereditato dai Greci, oppone analogia e anomalia. Gli analogisti, sulla scia dei grammatici alessandrini, vogliono una lingua regolare, in cui le forme seguano modelli coerenti; gli anomalisti, come i grammatici di Pergamo, accettano l’uso, anche quando è irregolare. Cesare scrisse un trattato De analogia, oggi perduto, dedicato a Cicerone, in cui raccomandava di evitare la parola insolita come uno scoglio. Varrone, nel De lingua Latina, discute a lungo le due posizioni. Il risultato è una norma che combina regolarità e rispetto dell’uso colto.
L’uso dei dotti
Quintiliano, nell’Institutio oratoria, alla fine del I secolo d.C., definisce con precisione il criterio dell’uso: non l’uso della maggioranza, che sarebbe pericoloso, ma quello delle persone colte.
consuetudinem sermonis vocabo consensum eruditorum (Quint. I 6, 45)
Cioè: chiamerò uso della lingua il consenso delle persone istruite. La frase riassume l’ideale del latino classico: una lingua sorvegliata, fondata sulla pratica degli scrittori e degli oratori, non sul parlato quotidiano. Proprio per questo il latino classico è una lingua in parte artificiale, che si allontana progressivamente da quella parlata.
Caratteri del latino classico
- Un sistema di cinque declinazioni e sei casi, con una sintassi dei casi molto articolata.
- Quattro coniugazioni verbali, con il perfetto e il piuccheperfetto sintetici (amavi, amaveram) e il passivo sintetico (amor, amatur).
- Un ordine delle parole libero, ma con tendenza al verbo in fine di frase.
- Una sintassi del periodo fondata sulla subordinazione (ablativo assoluto, consecutio temporum, discorso indiretto, infinitiva).
- Una distinzione di quantità vocalica (vocali lunghe e brevi) che ha valore fonologico: mālum “mela” e malum “male”.
- Un accento musicale o, secondo altri studiosi, intensivo, regolato dalla legge della penultima: cade sulla penultima sillaba se lunga, altrimenti sulla terzultima.
La pronuncia
Come si pronunciava il latino classico? Lo ricostruiamo dalle testimonianze dei grammatici, dalle trascrizioni in greco, dai giochi di parole, dalle iscrizioni e dagli esiti romanzi. Secondo la cosiddetta pronuncia restituta, c e g erano sempre velari (Cicero come “Kikero”), v era una semivocale (/w/), ae un dittongo, la h era aspirata ma tendeva a cadere già nel parlato. La pronuncia scolastica italiana, detta ecclesiastica, riflette invece l’evoluzione successiva: palatalizzazione di c e g davanti a e e i, monottongazione di ae. Cicerone e Catullo testimoniano già la caduta della h e la sua ipercorrezione: il carme 84 di Catullo prende in giro Arrio, che metteva l’aspirazione dappertutto per sembrare raffinato.
I registri
Anche nel latino classico esistono registri diversi. Le lettere di Cicerone ad Attico usano un latino familiare, pieno di parole greche, diminutivi, ellissi, molto diverso da quello delle orazioni. Petronio, nel Satyricon, fa parlare i liberti della cena di Trimalchione in un latino popolare, con errori di genere, costruzioni analitiche, parole volgari. Sono testi preziosi per capire che il latino classico non era la lingua di tutti, ma una delle varietà di una comunità di parlanti molto ampia.
Il latino volgare
Che cosa intendiamo
L’espressione latino volgare indica l’insieme delle varietà parlate del latino, in tutte le epoche e in tutte le regioni. Non è una lingua diversa dal latino, né una lingua solo dei ceti bassi: è il latino parlato, con le sue variazioni sociali, regionali e temporali. Il termine è stato criticato perché suggerisce un’opposizione rigida tra latino “colto” e latino “volgare”; molti studiosi preferiscono parlare di latino parlato o di latino tardo, ma l’espressione resta nei manuali.
Le fonti
Il latino volgare non lo conosciamo direttamente. Lo ricostruiamo da:
- le iscrizioni non ufficiali, soprattutto i graffiti di Pompei (anteriori al 79 d.C.) e le iscrizioni funerarie popolari;
- i testi letterari che imitano il parlato (Plauto, Petronio, le lettere di Cicerone);
- i testi tecnici: trattati di agricoltura, veterinaria, cucina (l’Apicio), medicina;
- i testi cristiani, scritti spesso in un latino vicino al parlato per raggiungere un pubblico ampio;
- le testimonianze dei grammatici, che correggono gli errori e quindi ce li documentano;
- le tavolette di scrittura (come quelle di Vindolanda in Britannia) e le lettere private su papiro;
- infine le lingue romanze, il cui confronto permette di ricostruire forme latine non attestate.
I graffiti di Pompei
Tra le fonti del latino parlato, i graffiti di Pompei hanno un valore particolare, perché sono datati con certezza: sono tutti anteriori all’eruzione del 79 d.C. Sui muri della città si leggono messaggi d’amore, insulti, annunci elettorali, conti, versi di Virgilio citati a memoria e spesso storpiati. Vi trovi la caduta della -m e della -t finali, la confusione tra e ed i, la caduta della h, grafie come Fileros per Philerus, forme sintetiche già alterate. Non mancano gli ipercorrettismi, che rivelano l’incertezza degli scriventi davanti alla norma. Questi testi mostrano che molti mutamenti considerati “tardi” erano già vivi nel I secolo, almeno in alcuni ambienti. Accanto a Pompei, le tavolette di Vindolanda, un forte romano vicino al vallo di Adriano, e le lettere su papiro dei soldati in Egitto ci fanno sentire la voce di militari, ufficiali e delle loro famiglie, con un latino corretto ma informale, ricco di formule epistolari e di tratti colloquiali.
Le tavolette di maledizione
Un’altra fonte interessante sono le defixiones, tavolette di piombo con maledizioni rivolte agli dèi contro rivali, ladri, avversari in tribunale o nelle corse dei carri. Scritte da persone di ogni ceto, spesso con formule ripetute e grafie fonetiche, documentano un latino lontano dalla norma letteraria. Quelle trovate nelle terme di Bath, in Britannia, sono state studiate a fondo proprio per la loro lingua.
L’Appendix Probi
Il documento più famoso è l’Appendix Probi, un elenco di 227 coppie di parole tramandato in un manoscritto dell’VIII secolo, in appendice a un testo grammaticale attribuito a Probo. Viene datato di solito tra il III e il V secolo. Ogni coppia contrappone la forma corretta a quella sbagliata, nella formula “A non B”. Per esempio:
speculum non speclum; vetulus non veclus; calida non calda; auris non oricla
Sono quattro fenomeni fondamentali: la sincope delle vocali atone (speculum > speclum, da cui l’italiano specchio; calida > calda); il nesso -tl- trattato come -cl- (vetulus > veclus, italiano vecchio); la monottongazione di au in o e il diminutivo che sostituisce la forma semplice (auris > oricla, italiano orecchio). L’Appendix è per lo storico della lingua una miniera: ogni errore condannato è un fenomeno vivo nel parlato.
I mutamenti fonetici
I principali mutamenti del latino parlato, che portano alle lingue romanze, sono:
- la perdita della quantità vocalica, sostituita da una distinzione di timbro: ĭ breve e ē lunga confluiscono in una e chiusa (pĭlum > pelo, tēla > tela); ŭ breve e ō lunga in una o chiusa;
- la monottongazione di ae in e aperta e di oe in e chiusa; au resiste più a lungo, ma passa a o in molte aree (aurum > oro);
- la palatalizzazione di c e g davanti a e e i, e dei nessi con i semivocalica (-ti-, -di-, -li-): centum > cento, palea > paglia;
- la caduta della -m finale, già debole in età classica (lo mostra la metrica, con l’elisione delle sillabe in -m), e in molte aree della -s finale;
- la sincope delle vocali atone interne;
- la sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche nelle aree occidentali (lacum > spagnolo lago, toscano lago ma fuoco);
- la perdita della h e il passaggio di b intervocalica a una fricativa, che si confonde con v (betacismo).
I mutamenti morfologici e sintattici
Il sistema dei casi si riduce. La caduta delle consonanti finali e la perdita della quantità rendono indistinguibili molte desinenze: rosa, rosam, rosā diventano tutte rosa. Il latino parlato compensa con le preposizioni (de per il genitivo, ad per il dativo) e con un ordine delle parole più rigido, soggetto-verbo-oggetto. Il neutro si riduce e confluisce nel maschile o nel femminile; alcuni plurali neutri in -a diventano femminili singolari (folia > foglia).
Nel verbo, il passivo sintetico è sostituito da forme perifrastiche (amatus sum nel senso di “sono amato”); nascono il perfetto con habeo (habeo scriptum > ho scritto) e il futuro perifrastico (cantare habeo > canterò), che sostituisce il futuro sintetico, divenuto ambiguo. Il dimostrativo ille diventa articolo determinativo e il numerale unus articolo indeterminativo. Nella sintassi del periodo, l’infinitiva cede alle subordinate con quod e quia (dico quod, da cui dico che).
Il lessico
Il lessico parlato preferisce parole espressive, popolari, spesso diminutivi o metafore. Al posto di caput si usa testa (“vaso di terracotta”); al posto di equus, caballus (“ronzino”); al posto di edere, manducare (“masticare”) o comedere; al posto di loqui, fabulare o parabolare; al posto di ignis, focus (“focolare”); al posto di domus, casa (“capanna”). Alcune parole classiche sopravvivono in un’area e scompaiono in un’altra: lo spagnolo comer continua comedere, l’italiano mangiare e il francese manger continuano manducare. Il confronto tra le aree romanze mostra quali parole del latino parlato erano diffuse ovunque e quali solo regionalmente.
Cosa ti chiedono all’orale (latino classico e volgare)
Che cosa significa consensus eruditorum? È il criterio dell’uso formulato da Quintiliano (I 6, 45): la norma è l’uso delle persone colte, non quello della maggioranza.
Che cosa sono analogia e anomalia? Due posizioni della grammatica antica: l’analogia vuole forme regolari secondo modelli, l’anomalia accetta l’uso anche se irregolare. Cesare scrisse un De analogia.
Che cos’è l’Appendix Probi? Un elenco tardoantico di 227 coppie “forma corretta non forma errata”, che documenta fenomeni del parlato come la sincope (speculum non speclum).
Come si forma il futuro romanzo? Da una perifrasi infinito più habeo: cantare habeo > canterò, che sostituisce il futuro sintetico latino.
Perché l’italiano dice testa e non capo? Perché il latino parlato usava testa, “vaso di terracotta”, come metafora espressiva; caput sopravvive in capo con altri significati.
Il latino tardo
Il latino dei cristiani
Il cristianesimo ha un ruolo decisivo nella storia del latino. Le prime traduzioni latine della Bibbia, dette nel loro insieme Vetus Latina, nate in Africa e in Italia tra il II e il III secolo, sono letterali, piene di grecismi e di costruzioni popolari. Alla fine del IV secolo Girolamo rivede e ritraduce il testo biblico: la sua versione, la Vulgata, diventerà la Bibbia dell’Occidente. Il latino cristiano introduce prestiti dal greco e dall’ebraico (ecclesia, baptizare, angelus, episcopus, amen, pascha), dà nuovi significati a parole antiche (fides, gratia, salus, pietas, caritas) e crea neologismi (salvator, carnalis, incarnatio).
Agostino riflette sul rapporto tra stile e comunicazione: nelle Confessioni racconta che da giovane disprezzava la Bibbia perché gli sembrava rozza rispetto a Cicerone, e nel De doctrina christiana ammette che è meglio essere ripresi dai grammatici che non essere capiti dal popolo. Questa scelta, il sermo humilis studiato da Erich Auerbach, apre la strada a un latino meno distante dal parlato.
L’Itinerarium Egeriae
Un testo chiave è l’Itinerarium Egeriae (o Peregrinatio Aetheriae), il racconto del pellegrinaggio in Terra Santa di una donna, probabilmente originaria della Galizia o della Gallia, tra il 381 e il 384. Egeria scrive alle sue “sorelle” in un latino colto ma pieno di tratti del parlato: uso frequente di preposizioni al posto dei casi, ille e ipse con valore quasi di articolo, costruzioni con quod invece dell’infinitiva, lessico tecnico della liturgia. È un testo molto usato negli esami per mostrare come il latino stesse cambiando.
La crisi dell’impero e la frammentazione
Con la fine dell’impero d’Occidente (476) e la nascita dei regni romano-germanici, la scuola e l’amministrazione si indeboliscono. Le varietà regionali del latino parlato, che esistevano già, si allontanano sempre di più. Contribuiscono il sostrato, cioè le lingue parlate prima della romanizzazione (gallico, iberico, osco, etrusco), che influenzano pronuncia e lessico; il superstrato, cioè le lingue dei nuovi dominatori germanici (franco, longobardo, gotico), che lasciano parole come guerra (da werra), bianco, elmo, giardino; e la cronologia della romanizzazione, perché ogni regione ha ricevuto il latino in un momento diverso. In Oriente il latino resta lingua dell’amministrazione e del diritto fino a Giustiniano, ma la lingua parlata è il greco.
Gregorio di Tours
Nel VI secolo Gregorio di Tours, vescovo e storico dei Franchi, si scusa nella prefazione delle sue Historiae per la propria lingua rozza, ammettendo di confondere i generi e i casi. Il suo latino mostra in effetti un uso incerto delle desinenze, frequenti scambi tra accusativo e ablativo, preposizioni con casi irregolari. Gregorio è un testimone della crisi della norma classica nella Gallia merovingia.
Dal latino alle lingue romanze
Quando nasce una nuova lingua
Per secoli i parlanti di Gallia, Spagna e Italia hanno pensato di parlare latino, anche se la loro lingua era ormai molto diversa da quella dei libri. La consapevolezza della differenza nasce solo quando la norma scritta viene restaurata. È il paradosso descritto dal filologo Roger Wright: le lingue romanze diventano “altre” rispetto al latino nel momento in cui il latino torna a essere pronunciato e scritto correttamente.
La riforma carolingia
Alla fine dell’VIII secolo Carlo Magno chiama alla sua corte dotti da tutta Europa, tra cui l’anglosassone Alcuino di York. La riforma carolingia restaura il latino classico nella scrittura e nella pronuncia, corregge i testi liturgici, diffonde una nuova scrittura, la minuscola carolina. Il risultato è che il latino corretto diventa incomprensibile al popolo. Nell’813 il concilio di Tours stabilisce che i vescovi traducano le omelie in rusticam Romanam linguam aut Thiotiscam, cioè nella lingua romanza rustica o in tedesco, perché tutti possano capirle. È il primo riconoscimento ufficiale dell’esistenza di una lingua romanza distinta dal latino.
I primi documenti
I primi testi romanzi arrivano poco dopo. I Giuramenti di Strasburgo (842), con cui Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico si alleano contro il fratello Lotario, sono riportati dallo storico Nitardo in antico francese e in antico tedesco, perché i soldati dei due eserciti potessero capirli. In Italia, l’Indovinello veronese (VIII-IX secolo) è una frase in una lingua a metà tra latino e volgare, che descrive in metafora la scrittura; i Placiti cassinesi (960-963) sono formule testimoniali in volgare campano inserite in documenti giudiziari latini: Sao ko kelle terre… Sono il primo documento ufficiale dell’italiano.
Le lingue romanze
Dal latino derivano le lingue romanze: portoghese, galiziano, spagnolo, catalano, occitano, francese, franco-provenzale, italiano con i suoi dialetti, sardo, ladino, romancio, friulano, rumeno, e il dalmatico, estinto nel 1898 con la morte del suo ultimo parlante. Il confronto tra queste lingue è lo strumento per ricostruire il latino parlato. Per esempio, l’accordo tra italiano cavallo, francese cheval, spagnolo caballo, rumeno cal dimostra che caballus aveva sostituito equus in tutto l’impero. Il sardo è la lingua romanza più conservativa per alcuni tratti (mantiene il suono velare in kentu, da centum); il rumeno, isolato dal resto della Romània, conserva un sistema di casi ridotto e l’articolo posposto.
Il latino medievale
Una lingua senza parlanti nativi
Dopo la nascita delle lingue romanze il latino diventa una lingua seconda, appresa a scuola, usata dalla Chiesa, dalle università, dalle cancellerie, dalla scienza e dal diritto. Non è una lingua morta: si scrive, si parla nelle aule e nei concili, produce letteratura (dagli inni ai poemi, dalle cronache ai trattati filosofici), crea parole nuove. Ma non ha più parlanti nativi, e quindi la sua evoluzione dipende dalle scelte culturali di chi la usa.
Caratteri
Il latino medievale ha alcuni tratti ricorrenti:
- grafie influenzate dalla pronuncia: e per ae (celum), ci per ti (gracia), h aggiunta o caduta (michi per mihi, nichil per nihil);
- un lessico arricchito da termini tecnici della filosofia scolastica (quidditas, haecceitas, entitas), del diritto, della teologia, dell’amministrazione feudale (feudum, vassallus);
- una sintassi influenzata dalle lingue volgari: subordinate con quod, uso frequente delle preposizioni, ordine delle parole più lineare;
- nella poesia, il passaggio dalla metrica quantitativa a quella accentuativa e ritmica, con la rima, come nei Carmina Burana o nello Stabat Mater.
Le varietà
Il latino medievale non è uniforme. C’è il latino delle cancellerie, formulare e conservativo; quello delle università, preciso e tecnico; quello dei predicatori, vicino al parlato; quello dei poeti, che imitano Ovidio e Virgilio. In Inghilterra e in Irlanda, dove il latino era una lingua straniera appresa sui libri, si sviluppa un latino molto corretto ma talvolta erudito fino all’oscurità, come gli Hisperica famina. Puoi approfondire la letteratura di questo periodo negli appunti di Letteratura latina medievale.
Umanesimo ed età moderna
Il ritorno all’antico
Gli umanisti, da Petrarca in poi, considerano il latino medievale una lingua barbara e vogliono tornare alla lingua di Cicerone. Lorenzo Valla, nelle Elegantiae linguae Latinae (1449 circa), descrive l’uso classico parola per parola, e nella Declamatio sulla Donazione di Costantino usa argomenti linguistici per dimostrare che il documento è un falso medievale: la storia della lingua diventa strumento di critica storica. Nel Cinquecento la disputa sul ciceronianismo oppone chi vuole usare solo parole e costruzioni di Cicerone (come Pietro Bembo) a chi difende un latino più libero (come Erasmo, che nel Ciceronianus del 1528 ironizza sui puristi).
Il paradosso è che, riportando il latino alla norma classica, gli umanisti lo rendono ancora più distante dall’uso vivo, e contribuiscono indirettamente al successo delle lingue nazionali. Lo stesso Bembo, ciceroniano in latino, sarà il teorico del volgare letterario italiano nelle Prose della volgar lingua (1525).
Il latino della scienza
Dal Cinquecento al Settecento il latino resta la lingua internazionale della scienza: Copernico, Vesalio, Galileo nel Sidereus nuncius, Newton nei Principia, Linneo nella nomenclatura binomiale scrivono in latino. La nomenclatura scientifica di botanica, zoologia e anatomia è ancora oggi latina o latinizzata. Il latino della scienza crea molti neologismi, spesso con radici greche, che passano poi nelle lingue moderne.
Il latino oggi
Il latino è stato la lingua ufficiale della Chiesa cattolica fino al concilio Vaticano II (1962-1965), che ha introdotto le lingue nazionali nella liturgia; resta la lingua dei documenti ufficiali della Santa Sede, e un ufficio vaticano si occupa di creare parole latine per concetti moderni. Esistono riviste, trasmissioni radiofoniche e comunità che usano il latino come lingua viva. Ma soprattutto il latino vive nelle lingue romanze e nel lessico intellettuale di quasi tutte le lingue europee, inglese compreso.
Temi trasversali
Latino e greco
Il rapporto con il greco attraversa tutta la storia del latino. Nel periodo arcaico arrivano prestiti popolari, spesso deformati (amurca da amórgē, gubernare da kybernân); in età classica l’élite romana è bilingue e il greco è la lingua della cultura, della filosofia, della medicina. Cicerone crea calchi per tradurre la terminologia filosofica greca: qualitas da poiótēs, essentia (la parola è attribuita da Seneca a Cicerone) da ousía, moralis da ēthikós. Orazio raccomanda di usare con misura le parole nuove derivate dal greco. Nella tarda antichità il bilinguismo si riduce in Occidente: Agostino confessa di leggere il greco con fatica. La conoscenza del greco tornerà in Occidente solo con l’Umanesimo.
Il latino delle province
Il latino si diffonde con la conquista: in Spagna dal III secolo a.C., nella Gallia meridionale dal II, nella Gallia del nord dopo Cesare, in Dacia dopo Traiano. Si è discusso a lungo se il latino delle province avesse tratti regionali riconoscibili. Le testimonianze antiche ne parlano: Cicerone ironizza sui poeti di Cordova che hanno un accento “grasso e straniero”; l’imperatore Adriano, di famiglia spagnola, fu deriso in senato per la sua pronuncia; Girolamo osserva che il latino cambia secondo le regioni e i tempi. Gli studi recenti, in particolare quelli di James N. Adams su The Regional Diversification of Latin, mostrano che la variazione regionale esisteva fin dall’età repubblicana, anche se le iscrizioni la nascondono in parte sotto la norma scritta.
Lingua scritta e lingua parlata
È il filo rosso dell’esame. Il latino classico è una lingua scritta che si allontana gradualmente dal parlato; il latino volgare è il parlato che si trasforma; il latino medievale è una lingua scritta senza parlanti nativi; le lingue romanze nascono quando la distanza tra le due varietà diventa percepita. Se all’orale ti chiedono una sintesi, costruiscila intorno a questa tensione, con un esempio per ogni fase: Plauto, Quintiliano, l’Appendix Probi, il concilio di Tours, i Placiti cassinesi, Valla.
Gli studi
Dai neogrammatici a oggi
Lo studio scientifico della storia del latino nasce con la linguistica comparativa dell’Ottocento. I neogrammatici (Brugmann, Osthoff, Leskien) sostengono che le leggi fonetiche non hanno eccezioni; le apparenti eccezioni si spiegano con l’analogia o con il prestito. Hugo Schuchardt, con Der Vokalismus des Vulgärlateins (1866-1868), fonda lo studio sistematico del latino volgare. Nel Novecento i lavori di Einar Löfstedt sul latino tardo, di Veikko Väänänen (il suo Introduzione al latino volgare è ancora un classico) e di Giacomo Devoto (Storia della lingua di Roma, 1940) definiscono il campo. Gli studi più recenti, da József Herman a James N. Adams, hanno mostrato quanto la variazione sociale e regionale fosse presente anche nei testi che sembrano più normativi, e hanno sfumato l’opposizione rigida tra latino classico e volgare.
Gli strumenti
Per studiare la storia del latino ti servono alcuni strumenti: il Thesaurus linguae Latinae, il grande dizionario storico in corso di pubblicazione a Monaco dal 1900; il Dictionnaire étymologique de la langue latine di Ernout e Meillet; il Corpus Inscriptionum Latinarum per le iscrizioni; e, per le lingue romanze, il Romanisches etymologisches Wörterbuch di Meyer-Lübke. Molte di queste risorse sono oggi consultabili online.
Come preparare l’esame
Il programma tipo
Di solito il programma comprende un manuale di storia della lingua latina, un’antologia di testi con commento linguistico (iscrizioni arcaiche, Plauto, Petronio, Egeria, testi cristiani, documenti tardi) e una parte di grammatica storica, che spiega le forme del latino classico alla luce della loro origine. Nei corsi di Lettere moderne si insiste di più sul passaggio alle lingue romanze; in quelli di Lettere classiche sulla fonetica e la morfologia storica.
Un piano in sei settimane
- Settimana 1: indoeuropeo e italico, alfabeto, prime iscrizioni.
- Settimana 2: latino arcaico, rotacismo, apofonia, dittonghi; Senatoconsulto sui Baccanali ed elogia degli Scipioni.
- Settimana 3: latino classico, norma, analogia e anomalia, pronuncia, registri.
- Settimana 4: latino volgare, fonti, Appendix Probi, mutamenti fonetici e morfologici, lessico.
- Settimana 5: latino cristiano e tardo, Egeria, Gregorio di Tours, riforma carolingia, primi documenti romanzi.
- Settimana 6: latino medievale e umanistico; ripasso con tabelle di fenomeni ed esempi.
Errori da evitare
Non dire che il latino volgare è “il latino sbagliato” o “la lingua dei poveri”: è il latino parlato, in tutte le sue varietà. Non dire che l’italiano deriva dal latino classico: deriva dal latino parlato, che il latino classico rappresenta solo in parte. Non confondere la Vetus Latina con la Vulgata. Non presentare la riforma carolingia come la causa della nascita delle lingue romanze: ne è piuttosto la rivelazione.
Commentare un testo
Davanti a un testo, procedi per livelli: grafia e fonetica (dittonghi, consonanti finali, scambi di vocali), morfologia (desinenze, uso dei casi), sintassi (preposizioni, subordinate, ordine delle parole), lessico (parole popolari, prestiti, neologismi). Per ogni fenomeno indica, se puoi, l’esito romanzo. Per esempio, in un graffito pompeiano che scrive quisquis ama valia per quisquis amat valeat puoi segnalare la caduta della -t finale e il passaggio di e in iato a i, con il suono semivocalico che porterà alle palatali romanze.
Cosa ti chiedono all’orale (latino tardo, medievale e umanistico)
Perché il concilio di Tours dell’813 è importante? Perché ordina di tradurre le omelie in rusticam Romanam linguam aut Thiotiscam: è il primo riconoscimento ufficiale di una lingua romanza distinta dal latino.
Che cos’è l’Itinerarium Egeriae? Il racconto di un pellegrinaggio in Terra Santa della fine del IV secolo, scritto da una donna in un latino ricco di tratti del parlato.
Che cosa sono sostrato e superstrato? Il sostrato è la lingua parlata prima della romanizzazione, che influenza il latino locale; il superstrato è la lingua dei dominatori successivi (per esempio germanici), che lascia prestiti senza imporsi.
Qual è il primo documento ufficiale dell’italiano? I Placiti cassinesi (960-963), formule testimoniali in volgare inserite in atti giudiziari latini.
Che cosa fece Lorenzo Valla per il latino? Descrisse l’uso classico nelle Elegantiae e usò argomenti linguistici per dimostrare la falsità della Donazione di Costantino.
Un’ultima osservazione utile per l’orale: quando parli di un fenomeno, cerca sempre di indicare tre cose, cioè la forma di partenza, la forma di arrivo e il documento che la attesta. Per esempio: auricula, con l’esito oricla nell’Appendix Probi, poi orecchia e orecchio in italiano, oreille in francese, oreja in spagnolo. Tre passaggi, una fonte, un confronto romanzo: è la struttura di risposta che i docenti di questa materia apprezzano di più.
Glossario rapido
- Rotacismo: passaggio di s intervocalica a r.
- Apofonia: indebolimento delle vocali brevi interne.
- Monottongazione: riduzione di un dittongo a vocale semplice (ae > e).
- Sincope: caduta di una vocale atona interna (calida > calda).
- Palatalizzazione: spostamento dell’articolazione verso il palato (centum > cento).
- Betacismo: confusione tra b e v.
- Sostrato, superstrato, adstrato: lingue che influenzano il latino prima, dopo o accanto alla romanizzazione.
- Latinitas: correttezza linguistica secondo la norma.
- Ipercorrettismo: errore commesso per eccesso di zelo nel correggersi, come l’h di Arrio in Catullo.
Fonti e approfondimenti
Manuali e studi
- Giacomo Devoto, Storia della lingua di Roma, Cappelli (ristampe successive).
- Veikko Väänänen, Introduzione al latino volgare, Pàtron.
- Alfonso Traina e Giorgio Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario, Pàtron.
- József Herman, Vulgar Latin, Pennsylvania State University Press.
- James N. Adams, The Regional Diversification of Latin, 200 BC – AD 600, Cambridge University Press.
- Peter Stotz, Handbuch zur lateinischen Sprache des Mittelalters, C.H. Beck.
Testi citati
Il passo di Quintiliano (I 6, 45) è controllato sul testo di The Latin Library; le coppie dell’Appendix Probi sul testo di Wikisource in latino; il canone 17 del concilio di Tours (813) sull’edizione riportata da Wikisource in latino. La notizia su Papirio Crasso si legge in Cicerone, Epistulae ad familiares IX 21. Gli altri passi sono resi in parafrasi.
Per approfondire trovi gli appunti di Grammatica greca e latina, Glottologia, Linguistica generale, Storia della lingua italiana, Letteratura latina medievale e Storia della lingua greca.