Perché diciamo “piede” ma “petto”, “famiglia” ma il latino aveva FAMILIA? E perché l’italiano che parli oggi assomiglia così tanto a quello che scriveva Boccaccio, mentre un inglese fa fatica a leggere Chaucer? Storia della lingua italiana risponde a domande come queste. Ed è un esame che, se lo prepari bene, ti cambia il modo di leggere qualsiasi testo.
Lo trovi nella triennale in Lettere, a volte obbligatorio per il curriculum moderno, e ritorna spesso nella magistrale con un taglio monografico. Il programma tipico ha tre parti: un manuale che racconta le vicende della lingua dalle origini a oggi, un’antologia di testi da leggere e commentare (i primi documenti del volgare, pagine di Dante, Bembo, Manzoni), e a volte un approfondimento su un periodo o un autore. All’orale il docente ti mette davanti un testo e ti chiede di riconoscere i fenomeni: lì si vede chi ha studiato davvero.
Qui trovi gli appunti in ordine cronologico, con i fenomeni linguistici spiegati sugli esempi. Le basi di fonetica e grammatica le trovi negli appunti di Linguistica italiana: ti conviene averle fresche.
| Esame | Storia della lingua italiana |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere (L-10); Filologia moderna (LM-14) |
| Crediti | in genere 6-12 CFU |
| SSD | LIFI-01/A (ex L-FIL-LET/12) |
| Prova | orale, spesso con lettura e commento linguistico di testi antichi |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Dal latino al volgare
Latino classico e latino volgare
Il punto di partenza non è il latino di Cicerone. È il latino parlato, quello che gli studiosi chiamano “latino volgare”: una lingua viva, varia nello spazio e nel tempo, che conosciamo solo in modo indiretto. Le fonti sono le iscrizioni scritte da persone poco colte (i graffiti di Pompei sono le più famose), gli errori nei testi tardi, le osservazioni dei grammatici, le commedie di Plauto, e soprattutto il confronto fra le lingue romanze, che permette di ricostruire le forme comuni da cui derivano.
Un documento che devi conoscere è l’Appendix Probi, una lista di parole tramandata in un manoscritto tardo, in cui un maestro corregge forme sbagliate secondo lo schema “A non B”. Qualche esempio: “speculum non speclum”, “calida non calda”, “auris non oricla”, “vetulus non veclus”. Le forme condannate sono proprio quelle che sono sopravvissute: “specchio”, “calda”, “orecchio”, “vecchio”. Il maestro perdeva la sua battaglia, e per noi è una fortuna, perché ci ha lasciato la fotografia di come si parlava davvero.
I grandi mutamenti
Ti basta conoscere i principali, perché tornano in ogni domanda di grammatica storica.
Nel vocalismo, il latino distingueva le vocali per quantità (lunghe e brevi). Nel latino parlato la quantità si perde e diventa differenza di timbro. Il sistema che ne deriva per l’italiano (e per gran parte della Romània) è questo: Ī > i; Ĭ ed Ē > é chiusa; Ĕ > è aperta; A > a; Ŏ > ò aperta; Ō e Ŭ > ó chiusa; Ū > u. Ecco perché da PĬLUM viene “pelo” e da VĒRUM “vero”, tutte e due con e chiusa, mentre da CRŬCEM viene “croce” con o chiusa.
Nel consonantismo cadono le consonanti finali (-M dell’accusativo già in età antica, poi -S e -T in area italiana), e i nessi consonantici si assimilano: FACTUM > “fatto”, SEPTEM > “sette”, SOMNUM > “sonno”. Le velari davanti a e, i si palatalizzano: CENTUM, che in latino si pronunciava con [k], diventa “cento” con [tʃ].
Nella morfologia il cambiamento più vistoso è la caduta dei casi. La funzione delle desinenze passa alle preposizioni e all’ordine delle parole. I sostantivi italiani derivano per lo più dall’accusativo (MONTEM > “monte”), con qualche eccezione che viene dal nominativo (“uomo” da HOMO, “moglie” da MULIER). Nascono gli articoli, dai dimostrativi ILLE e ILLA. Il neutro scompare, ma lascia tracce nei plurali in -a come “le uova”, “le braccia”, “le dita”. Nel verbo si formano tempi composti con HABERE (“ho mangiato”) e un futuro nuovo, costruito con l’infinito più HABEO: CANTARE HABEO > “canterò”.
Perché proprio il fiorentino
L’italiano standard nasce dal fiorentino letterario del Trecento. Non per una superiorità intrinseca, ma per una combinazione di fattori: il prestigio di tre autori (Dante, Petrarca, Boccaccio), la forza economica di Firenze, e il fatto che il toscano era, fra i dialetti italiani, uno dei più vicini al latino, quindi facilmente comprensibile e “nobile” agli occhi dei letterati.
Alcuni tratti distinguono il fiorentino dagli altri volgari, anche toscani. Li devi saper riconoscere in un testo:
- dittongamento spontaneo: Ĕ e Ŏ toniche in sillaba libera diventano “ie” e “uo”: PĔDEM > “piede”, NŎVUM > “nuovo”. In sillaba chiusa niente dittongo: PĔCTUS > “petto”. Ecco la risposta alla domanda iniziale;
- anafonesi: é chiusa davanti a certi nessi (laterale palatale, nasale palatale, nasale + velare) diventa i, e ó chiusa diventa u. FAMĬLIA > “famiglia” (non “fameglia”), LĬNGUA > “lingua” (non “lengua”, che trovi in altri dialetti toscani), FŬNGUM > “fungo”;
- chiusura di e protonica in i: DE > “di”, *MEŌRUM > “miei”, e poi forme come “nipote”, “signore”;
- passaggio di -ar- atono a -er-: “comperare”, e soprattutto nel futuro e nel condizionale della prima coniugazione: “amerò” invece di “amarò”;
- assenza della metafonesi, molto diffusa invece nei dialetti settentrionali e meridionali.
L’anafonesi è il tratto più “fiorentino” di tutti, perché manca in parte della Toscana (Siena, Arezzo, Lucca e Pisa hanno a lungo “lengua”, “fameglia”). Ricordalo, perché all’orale capita spesso.
Cosa ti chiedono all’orale (dal latino al volgare)
Che cos’è l’anafonesi e perché è importante? È un fenomeno del fiorentino per cui é chiusa tonica diventa i, e ó chiusa diventa u, davanti a laterale palatale, nasale palatale o nasale seguita da velare: FAMĬLIA dà “famiglia”, LĬNGUA dà “lingua”, FŬNGUM dà “fungo”. È importante perché non si trova in altre zone della Toscana, come Siena o Arezzo, dove si aveva “lengua”, e quindi è uno dei tratti che permettono di riconoscere un testo fiorentino e di spiegare la base dello standard.
Che cos’è l’Appendix Probi? È una lista di correzioni tramandata in un manoscritto tardo, attribuita a un maestro che indica la forma corretta e quella da evitare, secondo lo schema “speculum non speclum”. Le forme condannate testimoniano il latino effettivamente parlato e sono spesso quelle da cui derivano le parole italiane, come “specchio”, “vecchio”, “orecchio”.
I primi documenti del volgare
Quando un testo è “volgare”
Per secoli in Italia si parlava volgare e si scriveva latino. La consapevolezza che le due lingue erano diverse si afferma lentamente; un momento simbolico è il Concilio di Tours dell’813, che invita i predicatori a tradurre le omelie nella “rustica romana lingua” perché i fedeli capiscano. Per la Francia il primo testo in volgare sono i Giuramenti di Strasburgo dell’842. In Italia i primi documenti arrivano un po’ più tardi e sono quasi sempre scritture pratiche: atti notarili, iscrizioni, formule.
L’Indovinello veronese
Scritto fra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo sul margine di un codice liturgico conservato a Verona, dice:
Se pareba boves, alba pratalia araba / et albo versorio teneba, et negro semen seminaba
È un indovinello sulla scrittura: i buoi sono le dita, il prato bianco è la pagina, l’aratro bianco la penna d’oca, il seme nero l’inchiostro. Se sia già volgare o un latino molto scorretto è un problema discusso. Le forme “pareba”, “araba”, “teneba”, senza -t finale, e “versorio” sono tratti volgari, ma il resto è latineggiante. Molti manuali lo presentano come un testo di confine, e conviene che tu lo descriva così.
I Placiti cassinesi
Qui non ci sono dubbi. Nel 960 a Capua un giudice risolve una lite fra il monastero di Montecassino e un privato su alcune terre. Il verbale è in latino, ma la formula pronunciata dai testimoni è riportata in volgare:
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.
Cioè: “So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, le ha possedute per trent’anni la parte di San Benedetto”. Il Placito capuano è considerato il primo documento ufficiale del volgare italiano, perché il volgare vi è usato in modo consapevole, in un contesto giuridico, e in forma fissa. Ci sono poi altri tre placiti simili, di Sessa Aurunca e di Teano, del 963. Nota i tratti: “sao” per “so” (forma meridionale), “ko” per “che”, “kelle” da ECCU ILLAS, “possette” passato remoto.
L’iscrizione di San Clemente
Nella basilica inferiore di San Clemente a Roma, un affresco della fine dell’XI secolo mostra il patrizio Sisinnio che ordina ai servi di trascinare una colonna, credendo di portare via il santo. I servi parlano in volgare, con didascalie che sembrano un fumetto: “Fili de le pute, traite!” (Figli di puttana, tirate!). Il santo invece parla in latino. Questo contrasto è interessante: il volgare è la lingua del quotidiano e del comico, il latino quella del sacro.
Altri testi da ricordare
Tra XI e XII secolo i documenti si moltiplicano: la Postilla amiatina (1087), una nota di un notaio in un atto dell’abbazia di San Salvatore sul Monte Amiata; la Carta fabrianese (1186); il Ritmo laurenziano, uno dei primi testi poetici, di area toscana. Nell’Italia mediana c’è la Formula di confessione umbra. Non serve imparare tutto a memoria, ma ti conviene sapere collocare un testo per area e secolo.
Cosa ti chiedono all’orale (i primi documenti)
Perché il Placito capuano è considerato il primo documento del volgare italiano? Perché, a differenza dell’Indovinello veronese, il volgare vi è usato in modo consapevole e distinto dal latino. Il verbale del processo del 960 è in latino, ma la testimonianza è riportata nella forma volgare, ripetuta identica da tre testimoni. Il contesto ufficiale e giuridico mostra che il volgare era riconosciuto come una lingua diversa, con una funzione precisa: garantire che il contenuto fosse compreso da tutti.
Che cosa ci dice l’iscrizione di San Clemente? Che alla fine dell’XI secolo, a Roma, il volgare poteva comparire in un contesto artistico e religioso, ma con una distribuzione di ruoli: i servi e il loro padrone parlano un volgare colorito e anche volgare nel senso moderno, mentre San Clemente si esprime in latino. È una testimonianza della diglossia del tempo.
Il Duecento e il Trecento: nasce una lingua letteraria
La Scuola siciliana e la toscanizzazione
La prima poesia d’arte in volgare italiano nasce alla corte di Federico II di Svevia, nella prima metà del Duecento. I poeti della Scuola siciliana (Giacomo da Lentini, Pier della Vigna, Guido delle Colonne, Stefano Protonotaro) scrivono in un siciliano illustre, depurato dei tratti più locali e ricco di latinismi e provenzalismi. Ma noi leggiamo quasi tutti questi testi in una veste toscana, perché ci sono arrivati attraverso copisti toscani che li hanno adattati alla loro lingua.
Una conseguenza curiosa riguarda la rima. Il siciliano ha cinque vocali toniche (i, e, a, o, u, senza distinzione fra aperte e chiuse), e dove il toscano ha é chiusa il siciliano ha i, dove ha ó chiusa il siciliano ha u. Così due parole che in siciliano rimavano perfettamente, come “taciri” e “diri”, diventate in toscano “tacere” e “dire”, sembrano rimare in modo imperfetto. I poeti toscani successivi hanno preso queste rime come un modello legittimo: è la cosiddetta “rima siciliana”, che troverai ancora in Dante e oltre.
Un testo che invece è arrivato in siciliano originale c’è: la canzone Pir meu cori alligrari di Stefano Protonotaro, conservata grazie a una trascrizione cinquecentesca di Giovanni Maria Barbieri. È la prova di come suonava davvero quella lingua.
Dante e il De vulgari eloquentia
Dante è centrale due volte: come teorico e come autore. Nel De vulgari eloquentia, trattato latino scritto all’inizio del Trecento durante l’esilio e rimasto incompiuto, cerca un “volgare illustre” adatto alla poesia alta. Passa in rassegna i volgari d’Italia (ne conta quattordici principali) e li scarta tutti, compreso il fiorentino, perché troppo municipali. Il volgare illustre per lui non coincide con nessun dialetto: è “illustre, cardinale, aulico e curiale”, presente in ogni città e in nessuna.
Il paradosso è che la Commedia, scritta in un fiorentino molto aperto a latinismi, a forme di altre zone e a ogni registro, dal sublime al plebeo, fa del fiorentino il modello. È un plurilinguismo straordinario: nello stesso poema trovi “trasumanar”, “mamma”, “babbo”, “puzza”. Gianfranco Contini ha contrapposto il plurilinguismo di Dante al monolinguismo di Petrarca, e la contrapposizione è diventata un luogo classico degli studi.
Nel Convivio, scritto in volgare negli stessi anni, Dante difende il volgare come “sole nuovo” che sorgerà dove il latino tramonta.
Petrarca e Boccaccio
Petrarca scrive il Canzoniere in una lingua selettiva: poche parole, scelte e ripetute, lontane dal basso e dal quotidiano. Proprio questa selettività ne farà il modello della lirica per secoli. Boccaccio, nel Decameron, offre il modello della prosa: un periodo ampio, costruito sul latino, con il verbo spesso in fondo, e accanto a questo una mimesi vivace del parlato nei dialoghi.
Dopo la grande stagione trecentesca, il Quattrocento è il secolo dell’Umanesimo, e il latino torna in primo piano come lingua di cultura. Gli studiosi parlano a volte di una “crisi del volgare” nella prima metà del secolo, superata poi con il Certame coronario promosso da Leon Battista Alberti a Firenze nel 1441, una gara di poesia in volgare, e con la produzione della cerchia di Lorenzo il Magnifico, con Poliziano e Pulci. Alberti scrisse anche la prima grammatica del volgare, la cosiddetta Grammatichetta vaticana, rimasta manoscritta.
Cosa ti chiedono all’orale (Duecento e Trecento)
Che cos’è la rima siciliana? È una rima che nel testo toscanizzato appare imperfetta, per esempio fra é chiusa e i, ma che nell’originale siciliano era perfetta, perché il vocalismo siciliano ha i e u dove il toscano ha é e ó chiuse. I poeti toscani, che leggevano i siciliani già toscanizzati, la accolsero come rima legittima, e così è entrata nella tradizione.
Che cosa intende Dante per volgare illustre? Nel De vulgari eloquentia Dante cerca una lingua degna della poesia più alta. Esamina i volgari d’Italia e conclude che nessuno, nemmeno il fiorentino, è adatto da solo, perché tutti hanno tratti municipali. Il volgare illustre è definito illustre, cardinale, aulico e curiale: una lingua ideale, comune ai migliori poeti, che si trova in parte in ogni città ma non appartiene a nessuna.
Il Cinquecento: la questione della lingua
Il problema
Nel Cinquecento la stampa cambia tutto. Un libro può essere letto in tutta Italia, e chi stampa deve scegliere una norma: quale grafia, quali forme, quale lessico? In un’Italia senza unità politica, la scelta non può venire da una capitale. Ne nasce un dibattito che gli storici chiamano “questione della lingua”, e che in forme diverse durerà fino all’Ottocento.
Nel 1501 Pietro Bembo cura per Aldo Manuzio un’edizione del Canzoniere di Petrarca, e l’anno dopo una della Commedia. Nel 1516 esce a Ancona la prima grammatica a stampa dell’italiano, le Regole grammaticali della volgar lingua di Giovan Francesco Fortunio, basata sull’uso delle Tre Corone.
Le tre posizioni
Ti conviene ragionare su tre risposte principali:
- la tesi arcaizzante (Bembo). Nelle Prose della volgar lingua (1525) Bembo propone di imitare il fiorentino letterario del Trecento: Petrarca per la poesia, Boccaccio per la prosa. Dante è considerato meno adatto, proprio per il suo plurilinguismo. La lingua dei grandi scrittori è stabile e prestigiosa, quella parlata cambia e decade. È la stessa logica con cui gli umanisti imitavano Cicerone e Virgilio;
- la tesi cortigiana. Una lingua comune basata sull’uso delle corti italiane, soprattutto quella di Roma, un misto colto e sovraregionale. La sostengono, con sfumature diverse, Vincenzo Colli detto il Calmeta e Mario Equicola; ne parla anche Baldassarre Castiglione nel Cortegiano. Gian Giorgio Trissino, con il Castellano e la riscoperta del De vulgari eloquentia, sostiene una “lingua italiana” comune, appoggiandosi alla teoria dantesca;
- la tesi fiorentinista o toscanista. Il modello deve essere il fiorentino vivo, parlato. La sostengono letterati fiorentini come Giovan Battista Gelli e Pier Francesco Giambullari. Collegato a questo dibattito è il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, attribuito a Machiavelli (l’attribuzione è stata discussa), che rivendica il carattere fiorentino della lingua di Dante.
Vince Bembo. La sua proposta aveva un vantaggio pratico enorme: un modello chiuso, già scritto, che si poteva imparare dai libri anche senza essere toscani. Per un letterato veneto, lombardo o napoletano era la soluzione più accessibile. Ludovico Ariosto rivede l’Orlando furioso nell’edizione del 1532 secondo le norme bembiane, eliminando molti tratti padani: è l’esempio più citato della forza del modello.
Conseguenze
Il successo del bembismo ha due facce. Da una parte dà all’Italia una lingua letteraria unitaria, molto prima dell’unità politica. Dall’altra separa la lingua scritta da quella parlata: l’italiano diventa una lingua di libri, che pochi parlano. Le conseguenze di questa scelta arrivano fino all’Ottocento e oltre, e sono la chiave della “questione” di Manzoni.
Cosa ti chiedono all’orale (la questione della lingua)
Qual è la proposta di Bembo nelle Prose della volgar lingua? Bembo propone di scrivere imitando il fiorentino letterario del Trecento, con Petrarca come modello della poesia e Boccaccio della prosa. Il criterio è quello dell’imitazione dei classici, lo stesso usato dagli umanisti per il latino: la lingua dei grandi autori è stabile e nobile, l’uso parlato è mutevole. Dante è considerato un modello meno sicuro, a causa del suo plurilinguismo.
Perché vince la proposta di Bembo? Perché offriva un modello già fissato in testi prestigiosi, imparabile sui libri da chiunque, anche da chi non era toscano, ed era coerente con la cultura umanistica dominante. Inoltre fu rafforzata dalla stampa e dall’adozione da parte di autori importanti, come Ariosto nella revisione del Furioso del 1532.
Dalla Crusca al Settecento
L’Accademia della Crusca e il Vocabolario
L’Accademia della Crusca nasce a Firenze negli anni Ottanta del Cinquecento, da un gruppo di amici che si riunivano per conversazioni scherzose (le “cruscate”). Il nome gioca con l’idea di separare la farina dalla crusca, cioè la lingua buona da quella cattiva. Sotto l’impulso di Lionardo Salviati l’Accademia si dà un obiettivo serio: un vocabolario.
Il Vocabolario degli Accademici della Crusca esce a Venezia nel 1612. È il primo grande vocabolario di una lingua europea moderna costruito su un corpus di autori, citati come esempi d’uso. L’impostazione è bembiana ma con una differenza: accanto alle Tre Corone accoglie molti autori fiorentini minori del Trecento, e anche parole dell’uso fiorentino vivo, purché documentate. Seguono altre edizioni: 1623, 1691, 1729-1738 in sei volumi; la quinta, iniziata nel 1863, si interrompe nel 1923 alla lettera O.
Il Vocabolario dà all’italiano una norma lessicale, ma viene presto contestato. Il caso più noto riguarda Paolo Beni, che nel 1612 attacca il modello trecentesco con l’Anticrusca, e poi, nel Settecento, gli illuministi.
La lingua della scienza
Galileo Galilei sceglie il volgare per le sue opere maggiori: il Saggiatore (1623) e il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632). La scelta è anche strategica: vuole essere letto da un pubblico ampio, non solo dai dotti. Il suo contributo alla lingua è notevole: usa parole comuni con un significato tecnico preciso, invece di inventare termini dotti. La prosa di Galileo è limpida, argomentativa, ironica, e resta un modello di prosa scientifica.
Il Seicento e l’Arcadia
Nel Seicento barocco la lingua poetica cerca la meraviglia: metafore ardite, giochi di parole, accumulazioni (Giovan Battista Marino ne è il campione). Alla fine del secolo l’Arcadia, fondata a Roma nel 1690, reagisce con un ritorno alla semplicità e al classicismo, anche linguistico. Intanto il melodramma, con i libretti di Metastasio nel Settecento, diffonde in Europa un italiano poetico cantabile e facile da memorizzare: per molti stranieri l’italiano era prima di tutto la lingua dell’opera.
Il Settecento: illuministi e Francia
Nel Settecento il francese è la lingua di cultura internazionale, e la sua influenza sull’italiano è forte nel lessico (politica, moda, cucina, filosofia) e in parte nella sintassi, con periodi più brevi e un ordine delle parole più lineare. I puristi gridano alla corruzione, gli illuministi difendono la libertà di innovare.
Il testo da ricordare è la Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca, pubblicata da Alessandro Verri nel 1764 sul periodico milanese Il Caffè. Con tono ironico Verri e i suoi amici dichiarano di rinunciare alla purezza toscana: preferiscono le idee alle parole, e accetteranno qualunque termine, anche straniero, purché utile. È uno dei testi più citati all’orale, perché condensa la posizione illuminista.
Più equilibrata è la posizione di Melchiorre Cesarotti nel Saggio sulla filosofia delle lingue (prima versione 1785). Cesarotti sostiene che una lingua è un organismo che cambia, che nessuna autorità può fissarla, ma distingue fra innovazioni necessarie e capricci. Il suo concetto di “genio della lingua” serve a giudicare se un prestito o una costruzione nuova si adatta alla struttura dell’italiano.
Il purismo dell’Ottocento
All’inizio dell’Ottocento si ha una reazione contro il francese. Antonio Cesari, sacerdote veronese, propone di tornare alla lingua del Trecento in modo ancora più rigido di Bembo, e cura una ristampa accresciuta del Vocabolario della Crusca (1806-1811). Contro di lui si schiera Vincenzo Monti con la Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca (1817-1826), che critica il fiorentinismo e difende una lingua letteraria italiana comune, in linea con la tradizione classicista.
Cosa ti chiedono all’orale (Crusca e Settecento)
Che importanza ha il Vocabolario della Crusca del 1612? È il primo grande vocabolario di una lingua moderna costruito citando gli autori come esempi d’uso. Fissa una norma lessicale basata sul fiorentino del Trecento, in linea con Bembo, ma più aperta perché include anche autori minori e voci dell’uso fiorentino documentate. Diventa un modello anche per i vocabolari di altre lingue europee e, allo stesso tempo, il bersaglio di chi contesta il purismo.
Che cosa sostiene la Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca? È un testo ironico di Alessandro Verri pubblicato sul Caffè nel 1764. Gli autori dichiarano di rinunciare alla purezza della lingua toscana a favore della chiarezza delle idee, e rivendicano il diritto di usare parole nuove o straniere, se utili. È il manifesto della posizione illuminista contro il purismo cruscante.
Manzoni, Ascoli e l’Unità
Il problema di Manzoni
Quando Alessandro Manzoni scrive il suo romanzo si scontra con il problema lasciato da Bembo: in Italia manca una lingua viva comune per la prosa. Un lombardo come lui parlava milanese in famiglia, scriveva in francese con gli amici, e aveva nell’italiano una lingua imparata sui libri.
La prima stesura, Fermo e Lucia (1821-1823), è scritta in una lingua composita, che lo stesso Manzoni giudicava un miscuglio di lombardo, toscano, francese e latino. La seconda versione, I promessi sposi del 1827 (la “Ventisettana”), è più vicina al toscano letterario. Dopo un soggiorno a Firenze, dove secondo l’espressione che lui stesso usò in una lettera va a “risciacquare i panni in Arno”, Manzoni riscrive di nuovo il romanzo sul modello del fiorentino colto parlato. L’edizione definitiva esce a dispense fra il 1840 e il 1842 (la “Quarantana”).
Le correzioni sono un’ottima palestra per l’orale. Qualche esempio tipico del passaggio fra le due edizioni: “egli” in molte posizioni lascia il posto a “lui” soggetto; l’imperfetto in -a di prima persona (“io era”) diventa “io ero”; forme letterarie come “giuoco” diventano “gioco”; molti lombardismi spariscono.
La Relazione del 1868
Dopo l’Unità, il ministro Emilio Broglio nomina Manzoni presidente di una commissione per diffondere la lingua italiana. Manzoni presenta la relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla (1868). La proposta è radicale: adottare il fiorentino colto contemporaneo come lingua nazionale, diffonderlo con un vocabolario dell’uso fiorentino e mandando maestri toscani nelle scuole del regno. Dalla Relazione nasce il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze di Giorgini e Broglio (1870-1897).
L’obiezione di Ascoli
Nel 1873 il glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli risponde nel Proemio al primo volume dell’Archivio glottologico italiano. Ascoli contesta che una lingua si possa imporre per decreto. Il confronto che fa è con la Germania: lì una lingua comune si è formata grazie a una vita culturale diffusa, a scambi fra le diverse regioni, a una larga partecipazione. In Italia il problema non era scegliere un modello, ma la scarsa cultura e l’arretratezza civile. Solo con l’istruzione e la circolazione delle idee la lingua sarebbe diventata comune. La storia, in gran parte, gli ha dato ragione: l’italiano si è diffuso nel Novecento con la scuola, le migrazioni interne e i mezzi di comunicazione, non con l’imposizione del fiorentino.
Il dibattito Manzoni-Ascoli è il classico per eccellenza dell’orale. Preparati a esporre le due posizioni e a valutarle, riconoscendo anche il merito di Manzoni: la prosa dei Promessi sposi ha dato all’Italia un modello di lingua media, né aulica né dialettale, insegnato nelle scuole per oltre un secolo.
Cosa ti chiedono all’orale (Manzoni e Ascoli)
Qual è la differenza fra la Ventisettana e la Quarantana? La Ventisettana, del 1827, è scritta in una lingua ancora di base letteraria toscana, con molti residui lombardi e forme libresche. Per la Quarantana, uscita fra il 1840 e il 1842, Manzoni rivede il testo sul fiorentino colto parlato: elimina lombardismi e forme auliche, introduce forme dell’uso vivo come “lui” soggetto e “io ero” invece di “io era”. L’obiettivo è una lingua naturale e comune.
Su che cosa si scontrano Manzoni e Ascoli? Manzoni, nella Relazione del 1868, propone di adottare il fiorentino colto vivo come lingua nazionale e di diffonderlo tramite vocabolari e maestri toscani. Ascoli, nel Proemio all’Archivio glottologico italiano del 1873, obietta che una lingua non si impone dall’alto: si forma da una cultura diffusa e da una partecipazione sociale ampia, come in Germania. Per lui il vero problema italiano era la scarsa istruzione.
Dall’Unità all’italiano di oggi
Quanti parlavano italiano nel 1861?
È una domanda che all’esame arriva quasi sempre. Tullio De Mauro, nella Storia linguistica dell’Italia unita (1963), stimò che al momento dell’Unità gli italofoni fossero circa il 2,5% della popolazione: soprattutto toscani e romani, oltre ai pochi istruiti nelle altre regioni. Arrigo Castellani, in un articolo del 1982, ha corretto la stima verso l’alto, intorno al 10%, estendendo il criterio usato da De Mauro per Toscana e Roma ad altre zone dell’Italia mediana (Lazio, Umbria, Marche), includendo quasi tutti i toscani e aggiungendo i religiosi e chi aveva ricevuto un’istruzione in casa. Comunque la si metta, l’italiano era una lingua di minoranza. L’analfabetismo superava il 75% della popolazione, con forti differenze fra Nord e Sud.
I fattori di unificazione
De Mauro individua i fattori che nel secolo successivo hanno diffuso l’italiano. Conviene conoscerli e saperli spiegare uno per uno.
La scuola: la legge Casati (1859) e poi la legge Coppino (1877) introducono e rafforzano l’obbligo scolastico elementare, che però resta a lungo poco rispettato. L’effetto vero arriva con la scolarizzazione di massa del secondo dopoguerra e con la scuola media unica del 1962.
La burocrazia e l’esercito: il servizio militare obbligatorio mette in contatto giovani di regioni diverse, che devono capirsi; l’amministrazione dello Stato porta ovunque una lingua comune, sia pure burocratica.
Le migrazioni interne e l’urbanizzazione: chi si sposta dalla campagna alla città, o dal Sud al Nord, deve usare una lingua comune. Le città industriali diventano laboratori di italianizzazione. L’emigrazione all’estero ha agito invece in modo indiretto, con le rimesse e con le lettere da scrivere e far leggere.
La stampa e soprattutto i mezzi di comunicazione di massa: la radio (le trasmissioni regolari iniziano nel 1924), il cinema sonoro, e la televisione, dal 1954. Per molti italiani la televisione è stata il primo contatto quotidiano con l’italiano parlato. Un esempio famoso è la trasmissione Non è mai troppo tardi del maestro Alberto Manzi (1960-1968), che insegnava a leggere e scrivere agli adulti analfabeti.
Il Fascismo e la lingua
Il regime fascista attuò una politica linguistica autoritaria: lotta ai dialetti nella scuola, campagne contro i forestierismi (con proposte di sostituzione, alcune riuscite come “autista” per “chauffeur”, molte fallite), imposizione del “voi” al posto del “lei” (1938), italianizzazione forzata nelle zone alloglotte come l’Alto Adige. Fu una politica più rumorosa che efficace. Ma ti conviene saperla collocare, perché mostra bene il limite delle politiche dall’alto, nella linea dell’obiezione di Ascoli.
Il secondo Novecento
Nel dopoguerra l’italiano diventa davvero la lingua di tutti. Il dibattito si sposta: non più quale modello scegliere, ma che tipo di italiano si sta formando. Nel dicembre 1964 Pier Paolo Pasolini pubblica su Rinascita l’intervento “Nuove questioni linguistiche”, in cui sostiene che è nato un italiano nazionale, ma tecnologico, plasmato dai centri industriali del Nord e dalla lingua della produzione e dei consumi. L’intervento apre una polemica a cui partecipano scrittori e linguisti. Calvino, pochi mesi dopo, scrive “L’antilingua”, contro il burocratese.
Gli ultimi decenni vedono altri cambiamenti, di cui parli più in dettaglio con Linguistica italiana: l’affermarsi del neostandard (Sabatini lo chiamò “italiano dell’uso medio” nel 1985), il regresso dei dialetti come lingua esclusiva, l’influsso crescente dell’inglese nel lessico, la scrittura digitale. Secondo i dati Istat raccolti nel 2015, quasi la metà degli italiani parlava solo o prevalentemente italiano in famiglia, mentre l’uso esclusivo del dialetto era sceso a una piccola minoranza.
Una costante: la stabilità dell’italiano
C’è un aspetto che distingue l’italiano da molte altre lingue europee, e che ti conviene saper commentare. Proprio perché per secoli è stato una lingua soprattutto scritta, fissata su modelli trecenteschi, l’italiano è cambiato pochissimo nella sua struttura grammaticale. Gran parte del lessico fondamentale di oggi era già in uso nel Trecento, come mostrano gli studi di De Mauro sul vocabolario di base. Un lettore moderno può leggere Boccaccio con qualche nota; un inglese non può leggere Chaucer senza una vera preparazione. Questa stabilità è il risvolto positivo di quella separazione fra scritto e parlato che per secoli è stata il problema dell’italiano.
Cosa ti chiedono all’orale (l’Unità e il Novecento)
Quanti erano gli italofoni nel 1861? Secondo la stima di De Mauro nella Storia linguistica dell’Italia unita, circa il 2,5% della popolazione. Castellani, nel 1982, ha proposto una stima più alta, intorno al 10%, includendo tutti i toscani e i romani, il cui dialetto era molto vicino all’italiano. In ogni caso l’italiano era la lingua di una minoranza, in un paese con un analfabetismo altissimo.
Quali fattori hanno unificato linguisticamente l’Italia? Secondo De Mauro, la scuola, la burocrazia e il servizio militare, le migrazioni interne e l’urbanizzazione legata all’industrializzazione, la stampa e i mezzi di comunicazione di massa, prima la radio e poi soprattutto la televisione. Non una politica linguistica imposta dall’alto, ma trasformazioni sociali profonde, come aveva previsto Ascoli.
Che cosa sostiene Pasolini in “Nuove questioni linguistiche”? Che negli anni Sessanta è finalmente nato un italiano nazionale, ma non per merito della letteratura: è un italiano tecnologico, di origine settentrionale e industriale, legato alla produzione e ai consumi. Pasolini guardava a questo fenomeno con preoccupazione, perché vedeva sparire la ricchezza dei dialetti e delle culture popolari.
Come leggere un testo antico all’orale
Il momento più temuto dell’esame è il commento linguistico. Il docente apre l’antologia, indica un testo, per esempio un passo della Commedia o una pagina di un mercante trecentesco, e ti chiede: che cosa noti? Ecco un metodo che puoi seguire.
Prima colloca il testo: chi, quando, dove, che tipo di testo è. Una lettera privata non ha la stessa lingua di una canzone. Poi passa alla grafia: “ch” o “k” per la velare, “j” o “y”, “et” per “e”, la presenza di “h” etimologiche (“huomo”, “honore”), i nessi latineggianti (“facto” per “fatto”). Poi la fonetica: c’è dittongamento? C’è anafonesi? Ci sono tratti settentrionali come lo scempiamento delle doppie, o meridionali come la metafonesi? Poi la morfologia: articoli (“il” o “lo” davanti a consonante, “el”), pronomi, desinenze verbali (“avea”, “dicea”, “fue”). Infine sintassi e lessico: ordine delle parole, latinismi, gallicismi.
Un errore frequente è fare un elenco disordinato di fenomeni senza collegarli a una conclusione. Il commento deve rispondere a una domanda: questo testo è fiorentino o di un’altra zona? È colto o popolare? E se ti viene chiesto un fenomeno che non conosci, ragiona ad alta voce partendo dal latino: spesso ci arrivi da solo, e il docente se ne accorge. Un consiglio pratico: nelle settimane prima dell’esame prendi un testo dell’antologia al giorno e commentalo per iscritto in dieci righe. Dopo una quindicina di testi i fenomeni li riconosci a colpo d’occhio, e all’orale parli con molta più calma.
Cosa ti chiedono all’orale (commento linguistico)
Come riconosci un testo settentrionale antico? Da alcuni tratti ricorrenti: lo scempiamento delle consonanti doppie (o, per reazione, raddoppiamenti ipercorretti), la sonorizzazione delle consonanti intervocaliche, l’assenza del dittongamento toscano o un dittongamento in condizioni diverse, gli esiti in -s- o -z- delle palatali, alcune forme dell’articolo come “el”. Nessun tratto basta da solo: è la combinazione che conta, insieme alle informazioni sull’autore e sul manoscritto.
Lingue minoritarie e italiano fuori d’Italia
Un capitolo che molti manuali mettono in fondo, e che all’orale fa fare bella figura. L’Italia non è mai stata linguisticamente omogenea, nemmeno dopo l’affermazione dell’italiano. Accanto ai dialetti, che sono varietà romanze sorelle dell’italiano, nati dal latino come il fiorentino, esistono comunità che parlano lingue diverse.
La legge 482 del 1999 tutela dodici minoranze linguistiche storiche: albanese, catalano, germanico, greco, sloveno e croato, francese, franco-provenzale, friulano, ladino, occitano e sardo. Sono situazioni molto diverse fra loro. Le comunità albanesi (arbëreshë) del Sud derivano da migrazioni fra Quattrocento e Settecento; il catalano di Alghero risale alla conquista aragonese della città nel Trecento; il sardo e il friulano sono varietà romanze con una storia autonoma, che molti linguisti considerano lingue a sé. In Alto Adige il tedesco ha uno statuto speciale, frutto della storia novecentesca e degli accordi del dopoguerra.
L’italiano, d’altra parte, vive anche fuori dai confini. È lingua ufficiale in Svizzera, nel Canton Ticino e in parte dei Grigioni, a San Marino e nella Città del Vaticano, ed è tutelato come lingua minoritaria in Slovenia e Croazia, nelle comunità dell’Istria. In Corsica, il còrso è una varietà strettamente imparentata con il toscano, ma la lingua ufficiale è il francese dal Settecento. E poi ci sono le comunità degli emigrati, dall’Argentina agli Stati Uniti all’Australia, dove l’italiano e i dialetti si sono mescolati con le lingue locali in varietà di contatto. Il cocoliche di Buenos Aires, un misto di italiano e spagnolo, è l’esempio più noto.
Perché tutto questo conta per l’esame? Perché ti costringe a uscire dall’idea di una lingua nazionale identica allo Stato. La storia dell’italiano è la storia di una lingua letteraria che solo nel Novecento è diventata la lingua parlata dalla maggioranza, in uno spazio che è sempre stato plurilingue.
Esami collegati
Storia della lingua dialoga con molti altri esami. La base teorica e la descrizione dell’italiano di oggi le trovi negli appunti di Linguistica italiana. Il passaggio dal latino alle lingue romanze, visto in prospettiva comparata, è il cuore di Filologia e linguistica romanza. Per i testi antichi e la loro edizione critica servono gli appunti di Filologia italiana. Il latino di partenza lo ripassi con Letteratura latina, e gli autori che hanno fatto la lingua con gli appunti di Letteratura italiana. Tutti gli altri esami sono nell’indice degli esami.
Fonti e approfondimenti
- Bruno Migliorini, Storia della lingua italiana, Sansoni, 1960 (poi Bompiani): il classico, con introduzione di Ghino Ghinassi nelle ristampe.
- Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, 1963.
- Claudio Marazzini, La lingua italiana. Storia, testi, strumenti, il Mulino: uno dei manuali più adottati.
- Luca Serianni, Pietro Trifone (a cura di), Storia della lingua italiana, 3 voll., Einaudi, 1993-1994.
- Arrigo Castellani, Grammatica storica della lingua italiana, il Mulino, 2000.
- Pietro Trifone (a cura di), Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, Carocci.
- Giuseppe Patota, Lineamenti di grammatica storica dell’italiano, il Mulino: chiaro e compatto per la grammatica storica.
- Il sito dell’Accademia della Crusca (accademiadellacrusca.it) e l’Enciclopedia dell’italiano Treccani (treccani.it) per le voci sui singoli fenomeni.