Letteratura latina medievale: appunti per l’esame

Appunti di Letteratura latina medievale: lingua, Boezio, Isidoro, rinascita carolingia, XII secolo, inni e sequenze, Carmina Burana. Con domande d’orale.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Per mille anni, in Europa, chi scriveva qualcosa di importante lo scriveva in latino. Un monaco irlandese e un vescovo spagnolo, un cancelliere di Carlo Magno e un maestro di Parigi potevano leggersi a vicenda senza tradurre nulla. È questo l’oggetto del corso: non un latino “decaduto” dopo Cicerone, ma la lingua viva della cultura europea tra la fine del mondo antico e l’Umanesimo.

Letteratura latina medievale (o Letteratura mediolatina) si sostiene nei corsi di Lettere, Filologia moderna e Filologia classica, e vale in genere tra 6 e 12 crediti. Il programma combina una storia letteraria dal VI al XIV-XV secolo, nozioni di lingua latina medievale e la lettura di testi in originale, spesso un’antologia e un’opera monografica. All’orale ti chiedono di tradurre e commentare.

Esame Letteratura latina medievale
Corsi di laurea Lettere, Filologia moderna, Filologia classica
Crediti di solito 6-12 CFU
SSD LATI-02/A (ex L-FIL-LET/08)
Prova orale, con lettura, traduzione e commento di testi

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Ho seguito l’ordine dei manuali: prima la lingua, poi i secoli. Per ogni periodo trovi gli autori e le opere che compaiono quasi sempre nei programmi, con le citazioni latine da saper riconoscere. Le date di molti autori altomedievali sono approssimative, e lo segnalo; quelle delle opere spesso sono discusse.

Ti do un consiglio pratico. Il latino medievale si legge meglio di quanto temi: la sintassi è spesso più lineare di quella classica. Prendi un’antologia e leggi un testo breve ogni giorno, con il dizionario. Dopo tre settimane vedrai che le “stranezze” grafiche e lessicali non ti fermano più.

Che cos’è la letteratura latina medievale

Una disciplina giovane

Lo studio del latino medievale come disciplina autonoma nasce tra Otto e Novecento, soprattutto in Germania. Il primo a tenere una cattedra dedicata fu Ludwig Traube, a Monaco, alla fine dell’Ottocento. La grande storia di riferimento dei primi decenni è quella di Max Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, in tre volumi (1911-1931).

Il libro che ha cambiato lo sguardo di tutti è però Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino (1948). La tesi è che la letteratura europea abbia una continuità profonda, garantita dal latino medievale, e che le letterature nazionali non si capiscano senza questa tradizione comune. Curtius studia i topoi, i luoghi comuni retorici che passano dall’antichità al medioevo e oltre: il topos della modestia affettata, il “mondo alla rovescia”, il locus amoenus, il libro come metafora. Lo trovi in tutte le bibliografie, e conviene saperlo citare.

I confini

Quando comincia il medioevo latino? I manuali italiani, a partire da quello curato da Claudio Leonardi, partono di solito dal VI secolo, con Boezio e Cassiodoro, lasciando alla letteratura latina tardoantica autori come Agostino e Girolamo. Altri manuali li includono. Quando finisce? Convenzionalmente con l’Umanesimo, ma il latino resta lingua della scienza, della filosofia e della chiesa ben oltre. Non sono confini rigidi, ed è legittimo dirlo all’esame.

Cosa ti chiedono all’orale (la disciplina)

Qual è la tesi di Curtius in Letteratura europea e Medio Evo latino? Che la letteratura europea costituisca un’unità, la cui continuità dall’antichità all’età moderna è garantita dal latino medievale. Curtius dimostra questa continuità studiando i topoi retorici, come il locus amoenus o il topos della modestia, che passano dai classici agli autori medievali e alle letterature volgari. Il libro, del 1948, nasce anche come risposta ai nazionalismi che avevano diviso l’Europa.

Perché i confini della letteratura latina medievale sono discussi? Perché il passaggio dall’antichità al medioevo è graduale. Autori come Agostino o Boezio appartengono sia alla tarda antichità sia alla storia del medioevo, e i manuali li collocano in modo diverso. Anche la fine è sfumata, perché il latino resta lingua della cultura dotta per secoli dopo l’Umanesimo. In Italia il manuale curato da Leonardi adotta l’arco dal VI al XV secolo.

La lingua: il latino del medioevo

Né classico né volgare

Il latino medievale non è una lingua parlata da madrelingua: si impara a scuola, sui grammatici (Donato, Prisciano), e convive con le lingue volgari. Proprio per questo è una lingua molto variabile. Il manuale di riferimento è quello di Dag Norberg, Manuale di latino medievale, che descrive i principali fenomeni.

Grafia e pronuncia

  • I dittonghi ae e oe si riducono a e: “celum” per caelum, “pena” per poena. A volte si scrive una e con un segno sotto, la cosiddetta e caudata.
  • ti davanti a vocale si scambia con ci: “gracia” per gratia, “nacio” per natio.
  • La h cade o compare dove non dovrebbe: “abere”, “mihi” scritto “michi”, “nichil” per nihil.
  • Scambi tra consonanti semplici e doppie, e tra b e v.

Sono fenomeni che riflettono la pronuncia delle lingue romanze e che variano da regione a regione. Ricordati che la riforma carolingia riportò in parte la grafia verso la norma classica.

Morfologia e sintassi

La sintassi è in genere più vicina all’ordine delle lingue moderne. Alcuni tratti frequenti:

  • l’uso di quod, quia, quoniam con l’indicativo o il congiuntivo per introdurre proposizioni dichiarative, al posto dell’accusativo con l’infinito: “dico quod…” invece di “dico eum…”;
  • il pronome ille che tende ad assumere valore di articolo, e unus di articolo indeterminato;
  • l’estensione delle preposizioni al posto dei casi semplici;
  • forme perifrastiche come habeo più participio o infinito, da cui verranno il passato prossimo e il futuro romanzi.

Lessico

Il lessico si arricchisce di parole cristiane (molte di origine greca: ecclesia, baptismus, episcopus), di prestiti germanici, di neologismi tecnici della teologia e della filosofia scolastica (quidditas, haecceitas), del diritto e dell’amministrazione. Molte parole classiche cambiano senso: miles, il soldato, diventa il cavaliere; comes, il compagno, diventa il conte; saeculum indica il mondo profano opposto alla vita religiosa.

La metrica: quantità e ritmo

Questa è la parte che all’esame non si può sbagliare. Il latino classico conosceva la poesia quantitativa, fondata sull’alternanza di sillabe lunghe e brevi. Nella tarda antichità la percezione della quantità vocalica si perde nella lingua parlata, e nasce la poesia ritmica, fondata sul numero delle sillabe e sulla posizione degli accenti, spesso con la rima. Nel medioevo le due forme convivono: i dotti continuano a scrivere esametri e distici quantitativi, ma la poesia liturgica e quella goliardica sono in gran parte ritmiche. È da questa poesia ritmica, con il suo conteggio di sillabe e le sue rime, che nasce la metrica delle lingue romanze.

Cosa ti chiedono all’orale (lingua)

Quali sono i principali fenomeni grafici del latino medievale? La riduzione dei dittonghi ae e oe a e (“celum”, “pena”), lo scambio tra ti e ci davanti a vocale (“gracia”), l’instabilità della h, con cadute e aggiunte (“michi”, “nichil”), lo scambio tra consonanti semplici e doppie e tra b e v. Riflettono la pronuncia del latino nelle diverse aree romanze. La riforma carolingia cercò di riportare la scrittura verso la norma classica.

Che differenza c’è tra poesia quantitativa e poesia ritmica? La poesia quantitativa, propria della metrica classica, si basa sulla successione di sillabe lunghe e brevi. La poesia ritmica, che si afferma nella tarda antichità e nel medioevo con la perdita della percezione della quantità, si basa sul numero delle sillabe e sulla posizione degli accenti, e spesso usa la rima. Nel medioevo convivono: i dotti scrivono anche esametri, ma inni e poesia goliardica sono spesso ritmici. La metrica romanza deriva da quella ritmica.

La tarda antichità: le basi del medioevo latino

Anche se il tuo manuale comincia dal VI secolo, alcuni autori della tarda antichità li devi conoscere, perché il medioevo li leggeva come classici.

Ambrogio, vescovo di Milano (morto nel 397), è considerato il fondatore dell’innografia latina. I suoi inni sono in strofe di quattro dimetri giambici, una forma semplice e cantabile, che diventerà il modello di tutta l’innografia liturgica. Il più noto comincia “Aeterne rerum conditor”, l’inno del canto del gallo. Gli inni “ambrosiani” sicuramente suoi sono pochi; molti altri gli furono attribuiti per tradizione.

Agostino (354-430) con le Confessioni (scritte intorno al 397-400) crea il modello dell’autobiografia interiore. Il libro I si apre con la frase da sapere: “inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te”, il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te. Il De civitate Dei, scritto dopo il sacco di Roma del 410, oppone la città terrena e la città di Dio ed è uno dei testi più letti di tutto il medioevo. Il De doctrina christiana fonda l’uso cristiano della retorica e della cultura classica.

Girolamo (morto nel 419 o 420) traduce la Bibbia in latino: la sua versione, chiamata poi Vulgata, diventa il testo biblico della chiesa occidentale. La lingua della Vulgata, con le sue costruzioni ebraizzanti e greche, influenzerà profondamente tutto il latino medievale.

Prudenzio (IV-V secolo) scrive la Psychomachia, la battaglia tra vizi e virtù personificati. È il primo poema allegorico interamente costruito sulla personificazione, e il suo modello si ritrova in tutta l’allegoria medievale.

Cosa ti chiedono all’orale (tarda antichità)

Perché Ambrogio è importante per la poesia medievale? Perché fonda l’innografia latina con una forma metrica destinata a durare: strofe di quattro dimetri giambici, semplici e adatte al canto collettivo. Gli inni sicuramente autentici sono pochi, come “Aeterne rerum conditor”, ma il modello “ambrosiano” si diffonde in tutta la liturgia occidentale. Con il tempo la stessa forma sarà usata anche in versione ritmica.

Che cos’è la Psychomachia di Prudenzio? È un poema in esametri del IV-V secolo che rappresenta come una serie di duelli epici lo scontro tra vizi e virtù personificati: la Fede contro l’Idolatria, la Pudicizia contro la Libidine, e così via. È il primo poema allegorico costruito interamente sulla personificazione, e diventa il modello della lunga tradizione allegorica medievale, fino al Roman de la Rose e alle allegorie della Commedia.

Il VI secolo: Boezio, Cassiodoro, Benedetto

Boezio

Severino Boezio, senatore romano al servizio del re ostrogoto Teodorico, fu accusato di tradimento e giustiziato, probabilmente nel 524 o 525. In carcere scrisse la Consolatio philosophiae, in cinque libri, nella forma del prosimetro, cioè alternando prosa e versi, sul modello della satira menippea. La Filosofia appare al prigioniero come una donna maestosa, scaccia le Muse della poesia elegiaca e lo conduce a capire che la fortuna è mutevole, che la vera felicità è il sommo bene, cioè Dio, e che la provvidenza e il libero arbitrio sono compatibili.

La fortuna della Consolatio è enorme. Fu tradotta in inglese antico, secondo la tradizione da re Alfredo, in tedesco antico da Notker di San Gallo, in francese da Jean de Meun, in inglese da Chaucer. Dante la ricorda come una delle sue letture di conforto dopo la morte di Beatrice, nel Convivio (II, 12). L’immagine della ruota della Fortuna, che la Consolatio contribuisce a diffondere, diventa un motivo iconografico ovunque.

Boezio è importante anche per altri motivi: progettò di tradurre in latino tutto Aristotele e Platone, e le sue traduzioni dei testi logici aristotelici (la cosiddetta logica vetus) furono la base della logica medievale fino al XII secolo. I suoi trattati sulla musica e sull’aritmetica furono manuali per secoli.

Cassiodoro e Benedetto

Cassiodoro, anche lui funzionario di Teodorico (le sue lettere ufficiali sono raccolte nelle Variae), si ritirò nel monastero di Vivarium, in Calabria, dove organizzò la copiatura sistematica dei testi sacri e profani. Le sue Institutiones sono un programma di studi per i monaci, che unisce cultura religiosa e arti liberali. È all’origine dell’idea del monastero come luogo di conservazione dei libri.

Benedetto da Norcia (morto verso la metà del VI secolo) scrisse la Regula per i monaci di Montecassino, che prescrive la lettura (lectio divina) come parte della giornata. Diffusa in tutta Europa, la regola benedettina fece dei monasteri i grandi centri di copiatura del medioevo. Il motto “ora et labora” non si trova nella Regola: è una formula successiva che ne riassume lo spirito.

Cosa ti chiedono all’orale (VI secolo)

Qual è la struttura della Consolatio philosophiae? È un prosimetro in cinque libri, in cui si alternano prose e componimenti poetici in metri diversi. Boezio, in carcere, riceve la visita della Filosofia, che lo conduce dalla disperazione alla consapevolezza: la fortuna è instabile, i beni terreni sono falsi beni, la vera felicità è Dio, e la provvidenza divina non annulla la libertà umana. L’opera non contiene riferimenti espliciti al cristianesimo, ed è stata letta come sintesi di filosofia antica e fede.

Che ruolo hanno Cassiodoro e Benedetto nella conservazione della cultura? Cassiodoro, ritiratosi a Vivarium, organizzò la copiatura di testi sacri e profani e con le Institutiones diede ai monaci un programma di studio che includeva le arti liberali. Benedetto, con la Regola, prescrisse la lettura come parte della vita monastica. La diffusione della regola benedettina fece dei monasteri i principali luoghi di produzione e conservazione dei manoscritti nell’alto medioevo.

VII e VIII secolo: Isidoro, Gregorio, Beda e l’Irlanda

Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, scrisse i Dialogi, racconti di miracoli di santi italiani, il cui libro II è la vita di san Benedetto, e i Moralia in Iob, un immenso commento morale al libro di Giobbe. I Dialogi furono letti ovunque e fornirono un repertorio di visioni dell’aldilà.

Isidoro di Siviglia (morto nel 636) scrisse le Etymologiae (o Origines), in venti libri, un’enciclopedia di tutto il sapere ordinata per argomenti, dalla grammatica alla medicina, dalla teologia agli animali, agli abiti, agli strumenti. Il metodo è l’etimologia: conoscere l’origine di una parola significa conoscere la natura della cosa. Molte etimologie isidoriane sono fantasiose, ma l’opera fu per secoli il grande libro di riferimento del medioevo. Dante colloca Isidoro tra gli spiriti sapienti del cielo del Sole (Paradiso X).

Mentre il continente è frammentato, una cultura latina straordinaria fiorisce in Irlanda e in Britannia. I monaci irlandesi, come Colombano (morto nel 615 a Bobbio), fondano monasteri in tutta Europa. In Inghilterra Beda il Venerabile (morto nel 735) scrive la Historia ecclesiastica gentis Anglorum, terminata nel 731, che racconta la conversione degli Angli. Beda contribuì a diffondere l’uso di datare gli anni dalla nascita di Cristo, l’era cristiana, introdotta nel VI secolo da Dionigi il Piccolo.

Il Seicento e il Settecento sono anche secoli di forte sperimentazione linguistica: le Hisperica famina, testi irlandesi dal lessico oscurissimo, pieni di neologismi e grecismi, sono un esempio estremo dello stile “isperico”.

Cosa ti chiedono all’orale (VII-VIII secolo)

Che cosa sono le Etymologiae di Isidoro? Sono un’enciclopedia in venti libri composta da Isidoro di Siviglia all’inizio del VII secolo. Raccoglie il sapere antico e cristiano ordinato per argomenti, spiegando le cose a partire dall’origine delle parole, perché per Isidoro il nome rivela la natura della cosa. Molte etimologie sono infondate, ma l’opera fu una delle più copiate e consultate del medioevo e un tramite fondamentale della cultura antica.

Perché l’Irlanda ha un ruolo speciale nella cultura altomedievale? Perché, non essendo stata toccata dalle invasioni che sconvolsero il continente, sviluppò una cultura monastica latina vivacissima, con forte interesse per la grammatica e lo studio dei testi. I monaci irlandesi fondarono monasteri sul continente, come Colombano a Luxeuil e Bobbio, e diffusero manoscritti e tecniche scrittorie. Dall’area insulare viene anche Beda, autore della Historia ecclesiastica.

La rinascita carolingia

Il progetto

Alla fine dell’VIII secolo Carlo Magno raccoglie alla sua corte dotti da tutta Europa e avvia un programma di riforma culturale e religiosa. L’Admonitio generalis (789) prescrive l’istituzione di scuole presso monasteri e chiese episcopali. Si corregge il testo della Bibbia, si uniforma la liturgia, si copiano i classici. Gran parte dei testi latini classici che leggiamo oggi è arrivata a noi attraverso copie carolinge. Si diffonde una nuova scrittura, chiara e regolare, la minuscola carolina, che gli umanisti riprenderanno credendola antica e da cui derivano i nostri caratteri tipografici.

Gli autori

  • Alcuino di York (morto nell’804), il grande organizzatore, maestro della scuola di corte e poi abate di Tours; scrisse trattati didattici, lettere e poesie.
  • Paolo Diacono, longobardo del Friuli (morto verso la fine dell’VIII secolo), autore della Historia Langobardorum, che racconta la storia del suo popolo fino alla morte di re Liutprando (744). A lui è attribuito l’inno a san Giovanni Battista Ut queant laxis, da cui Guido d’Arezzo trasse i nomi delle note (ut, re, mi, fa, sol, la); l’attribuzione è tradizionale e discussa.
  • Teodulfo d’Orléans, visigoto, poeta brillante.
  • Eginardo, autore della Vita Karoli, biografia di Carlo Magno modellata sulle Vite dei Cesari di Svetonio.
  • Rabano Mauro (morto nell’856), abate di Fulda, autore dei carmi figurati del De laudibus sanctae crucis, in cui le lettere disegnano figure dentro il testo.
  • Giovanni Scoto Eriugena, irlandese, traduttore dello Pseudo-Dionigi Areopagita e autore del Periphyseon, una delle opere filosofiche più ardite dell’alto medioevo.

Il secolo X

Il X secolo, un tempo chiamato “secolo di ferro”, ha autori di grande interesse. Rosvita di Gandersheim, canonichessa sassone, scrisse sei drammi in prosa ritmata che, come dichiara lei stessa, volevano sostituire le commedie di Terenzio con storie di vergini cristiane: è uno dei casi più sorprendenti di ricezione di un classico. Il Waltharius, poema epico in esametri di datazione e attribuzione discusse, racconta la fuga di Walter d’Aquitania dalla corte di Attila e il suo duello con i guerrieri di Gunther, una materia germanica in forma virgiliana. Liutprando di Cremona lascia nella Relatio de legatione Constantinopolitana un racconto velenoso e divertentissimo della sua ambasceria a Bisanzio nel 968.

Cosa ti chiedono all’orale (età carolingia)

Che cosa si intende per rinascita carolingia? Il programma di riforma culturale promosso da Carlo Magno e dai suoi successori tra fine VIII e IX secolo: fondazione di scuole presso monasteri e cattedrali, revisione dei testi biblici e liturgici, correzione del latino, copiatura sistematica di manoscritti, compresi i classici. Ne sono protagonisti dotti come Alcuino, Paolo Diacono, Teodulfo. Molti testi antichi sono sopravvissuti proprio grazie alle copie di quest’epoca, scritte nella minuscola carolina.

Perché Rosvita di Gandersheim è un caso interessante? Perché, nel X secolo, scrive drammi in latino dichiarando di voler imitare la forma di Terenzio, molto letto per lo stile, sostituendo le sue storie d’amore profane con storie di santità e castità femminile. È un esempio di come il medioevo cristiano si appropri dei modelli classici trasformandone il contenuto. È anche una delle rare voci femminili della letteratura altomedievale.

Poesia liturgica: inni, sequenze, dramma

Inni

Accanto agli inni ambrosiani, l’alto medioevo produce inni celebri. Venanzio Fortunato (VI secolo), poeta italiano trasferitosi in Gallia e diventato vescovo di Poitiers, scrisse per l’arrivo di una reliquia della croce il Vexilla regis prodeunt e il Pange lingua gloriosi proelium certaminis. Dante ricorda il primo all’inizio dell’ultimo canto dell’Inferno, con una parodia: “Vexilla regis prodeunt inferni” (XXXIV, 1). Nel XIII secolo Tommaso d’Aquino riprende l’inizio di Venanzio nel suo Pange lingua gloriosi corporis mysterium, per la festa del Corpus Domini.

Sequenze e tropi

Nel IX secolo nasce la sequenza. Nella messa, il canto dell’Alleluia terminava con un lungo vocalizzo sull’ultima vocale; per ricordare la melodia si cominciò ad adattarvi un testo, una sillaba per nota. Il monaco Notker Balbulo di San Gallo, nel proemio al suo Liber hymnorum, racconta di aver appreso il metodo da un monaco arrivato da Jumièges. Le sequenze si diffusero in tutta Europa e divennero sempre più regolari, con versi ritmici e rime. Tra le più famose, il Victimae paschali laudes, il Dies irae (XIII secolo, tradizionalmente attribuito a Tommaso da Celano, attribuzione non sicura) e lo Stabat mater, attribuito per tradizione a Iacopone da Todi, anche questo con molti dubbi.

I tropi sono aggiunte testuali e musicali inserite nei canti della liturgia. Da un tropo pasquale nasce il primo dramma liturgico: il dialogo tra gli angeli e le donne al sepolcro, “Quem quaeritis in sepulchro, o christicolae?” (Chi cercate nel sepolcro, o seguaci di Cristo?). È considerato l’embrione del teatro medievale.

Cosa ti chiedono all’orale (poesia liturgica)

Come nasce la sequenza? Dall’abitudine di adattare un testo al lungo vocalizzo che chiudeva l’Alleluia nella messa, assegnando una sillaba a ogni nota per facilitare la memoria della melodia. Notker Balbulo di San Gallo, nel IX secolo, racconta di aver conosciuto il metodo da un monaco di Jumièges e ne compone una raccolta. La sequenza si regolarizza poi con versi ritmici e rime, fino a componimenti celebri come il Dies irae.

Che cos’è il Quem quaeritis? È un tropo della liturgia pasquale in forma di dialogo tra gli angeli e le pie donne al sepolcro vuoto di Cristo: “Chi cercate nel sepolcro?” “Gesù Nazareno”. “Non è qui, è risorto”. Recitato con distribuzione delle parti e semplici azioni, è considerato il primo nucleo del dramma liturgico, da cui si svilupperà il teatro religioso medievale.

Il XII secolo: rinascita, scuole, filosofia

Un nuovo secolo

Nel 1927 lo storico americano Charles Homer Haskins intitolò un libro The Renaissance of the Twelfth Century, e l’etichetta “rinascita del XII secolo” è rimasta. È il secolo delle scuole cattedrali (Chartres, Parigi, Laon), delle prime università che si formano tra fine XII e inizio XIII secolo, delle traduzioni dall’arabo e dal greco (a Toledo, in Sicilia), del diritto romano studiato a Bologna, di una nuova poesia profana.

Alla scuola di Chartres si attribuisce la frase più famosa sul rapporto con gli antichi. Giovanni di Salisbury, nel Metalogicon (III, 4), riferisce che Bernardo di Chartres diceva che siamo come nani sulle spalle dei giganti, e vediamo più lontano di loro non per l’acutezza della nostra vista, ma perché siamo sollevati dalla loro grandezza.

Abelardo ed Eloisa

Pietro Abelardo (1079-1142) è il grande logico e maestro parigino del secolo. Nel Sic et non raccoglie citazioni contraddittorie dei Padri della Chiesa su molte questioni, insegnando a risolverle con il ragionamento: è un passo verso il metodo scolastico. La Historia calamitatum è un’autobiografia in forma di lettera, in cui racconta la sua carriera, l’amore con la giovane Eloisa, la castrazione subita per vendetta dello zio di lei, le condanne. Le lettere tra Abelardo ed Eloisa, ormai monaca e badessa del Paracleto, sono tra i testi più intensi del medioevo; la loro autenticità è stata a lungo discussa, ma oggi la maggioranza degli studiosi le accetta.

Bernardo e la mistica

Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), abate cistercense, fu l’avversario di Abelardo, che fece condannare al concilio di Sens. Predicò la seconda crociata e scrisse i Sermones super Cantica canticorum, un commento mistico al Cantico dei cantici. Dante lo sceglie come ultimo accompagnatore nel Paradiso e gli affida la preghiera alla Vergine del canto XXXIII. Nello stesso secolo scrive Ildegarda di Bingen (1098-1179), badessa renana, autrice di visioni (lo Scivias), di opere di medicina e di musica.

La poesia filosofica

A Chartres e intorno nasce una poesia filosofica e allegorica. Bernardo Silvestre scrive la Cosmographia, prosimetro sulla creazione del mondo e dell’uomo. Alano di Lilla (morto nel 1202 o 1203) scrive il De planctu Naturae, in cui la Natura personificata si lamenta dei vizi degli uomini, e l’Anticlaudianus, poema allegorico sulla creazione dell’uomo perfetto. Sono testi in cui si sente Boezio e che preparano le grandi allegorie del Duecento.

Nello stesso secolo nasce un’epica latina di argomento classico: l’Alexandreis di Gualtiero di Châtillon, poema in dieci libri su Alessandro Magno, letto nelle scuole come un classico.

Cosa ti chiedono all’orale (XII secolo)

Che cosa significa l’immagine dei nani sulle spalle dei giganti? È attribuita a Bernardo di Chartres da Giovanni di Salisbury nel Metalogicon. I moderni sono nani rispetto agli antichi, ma, sollevati sulle loro spalle, possono vedere più lontano: non per merito proprio, ma grazie alla grandezza di chi li ha preceduti. L’immagine esprime l’atteggiamento della cultura del XII secolo verso i classici, insieme rispettoso e consapevole della possibilità di un progresso.

Perché la Historia calamitatum è un testo importante? Perché è un’autobiografia di straordinaria franchezza, scritta da Abelardo in forma di lettera consolatoria a un amico. Racconta la carriera di maestro, i conflitti con altri maestri, l’amore con Eloisa, la vendetta di Fulberto, la vita monastica e le condanne. Insieme alle lettere scambiate con Eloisa, offre un ritratto unico dell’individualità di un intellettuale del XII secolo. Il dibattito sull’autenticità del carteggio oggi tende a confermarla.

La poesia goliardica e i Carmina Burana

I goliardi

Nel XII e XIII secolo circola una poesia latina profana, satirica, amorosa, conviviale, attribuita ai clerici vagantes, studenti e chierici che si spostavano tra le scuole. Il nome di “goliardi” viene da un mitico Golia, capostipite immaginario. Questa poesia è in gran parte ritmica, con rime, ritornelli, una lingua chiara e vivace. Parodia la liturgia, attacca la corruzione della curia romana, celebra il vino, il gioco, la primavera e l’amore.

I due poeti più noti hanno dei soprannomi. Ugo Primate d’Orléans, maestro del XII secolo, poeta caustico. E l’Archipoeta, di cui non conosciamo il nome, legato alla cancelleria di Rainaldo di Dassel, cancelliere di Federico Barbarossa. La sua Confessio, scritta probabilmente a Pavia, è il manifesto della poesia goliardica: il poeta confessa i suoi vizi, il gioco, le donne, la taverna, con un’ironia irresistibile. La strofa più famosa dice: “Meum est propositum in taberna mori”, il mio proposito è morire in taverna, con il vino vicino alla bocca.

I Carmina Burana

Il manoscritto dei Carmina Burana fu scoperto nel 1803 nel monastero di Benediktbeuern, in Baviera, da cui il nome (Bura Sancti Benedicti). Oggi è conservato a Monaco. Fu compilato nel XIII secolo, probabilmente intorno al 1230, in area alpina. Contiene circa duecentocinquanta componimenti: satire morali, canti d’amore, canti di taverna e di gioco, drammi religiosi. Molti testi sono in latino, alcuni in tedesco medio, alcuni misti.

Il testo più famoso, grazie alla cantata scenica di Carl Orff (1937), è il “O Fortuna / velut luna / statu variabilis”, sulla ruota della fortuna. Nota il legame con Boezio: la fortuna che cambia come la luna è un tema che il medioevo aveva imparato dalla Consolatio.

Cosa ti chiedono all’orale (goliardi)

Chi erano i goliardi e che cosa scrivevano? Erano chierici e studenti, spesso itineranti tra le scuole del XII e XIII secolo, a cui si attribuisce una poesia latina profana: satire contro la corruzione ecclesiastica, parodie della liturgia, canti d’amore, di vino e di gioco. È una poesia in gran parte ritmica e rimata, di lingua scorrevole. Tra gli autori noti ci sono Ugo Primate e l’Archipoeta, la cui Confessio è il testo più rappresentativo.

Che cosa sono i Carmina Burana? È una raccolta di circa duecentocinquanta componimenti contenuta in un manoscritto del XIII secolo, scoperto nel 1803 nel monastero di Benediktbeuern e oggi conservato a Monaco. Comprende poesie morali e satiriche, amorose, conviviali e testi drammatici religiosi, per lo più in latino, alcuni in tedesco. È la principale testimonianza della lirica goliardica; la sua notorietà moderna deve molto alla cantata di Carl Orff del 1937.

Leggere un testo: la Confessio dell’Archipoeta

Facciamo insieme un esercizio di commento, del tipo che ti chiederanno all’orale. Prendiamo l’inizio della Confessio e una delle strofe più celebri.

Estuans intrinsecus ira vehementi / in amaritudine loquar mee menti: / factus de materia levis elementi / folio sum similis de quo ludunt venti.

Meum est propositum in taberna mori, / ut sint vina proxima morientis ori. / tunc cantabunt letius angelorum chori: / “Sit deus propitius huic potatori.”

Metrica

Il metro è la cosiddetta strofa goliardica: quattro versi monorimi, ciascuno formato da un settenario e da un senario, con l’accento che nel primo emistichio cade sulla terzultima sillaba (Éstuans intrínsecus) e nel secondo sulla penultima (íra veheménti). La chiamano anche “vagantenstrophe”. Nota che la metrica non è quantitativa: conta il numero delle sillabe e la posizione degli accenti, e la rima è piena e ripetuta (vehementi, menti, elementi, venti). È l’esempio perfetto di poesia ritmica.

Lingua

Guarda la grafia: Estuans per aestuans, mee per meae, letius per laetius. Sono le riduzioni del dittongo che hai studiato. Il lessico, invece, è quasi tutto classico, e la sintassi è semplice, con una frase per verso o quasi. Questo è uno dei motivi per cui la poesia goliardica si legge con piacere anche al primo anno.

Parodia e citazione

“In amaritudine” è un’espressione biblica: il poeta si appropria del linguaggio delle Scritture e lo applica alla sua condizione di vagabondo. L’immagine della foglia mossa dai venti viene anch’essa dalla Bibbia, dal libro di Giobbe. Tutta la Confessio è una parodia della confessione religiosa: il peccatore elenca i suoi vizi, ma invece di pentirsi li rivendica, e chiede agli angeli di pregare Dio di essere “propizio a questo beone”. La parodia funziona solo per chi conosce bene i testi sacri, e infatti il pubblico era quello dei chierici. Non è una poesia popolare, è una poesia di dotti che si divertono.

Contesto

La Confessio è indirizzata a Rainaldo di Dassel, cancelliere imperiale e arcivescovo di Colonia, protettore dell’Archipoeta. Dietro l’ironia c’è una richiesta di protezione e di benevolenza: è anche una poesia di corte. Saper dire questo, in chiusura di commento, mostra al docente che hai capito che la letteratura goliardica non è solo vino e taverna.

Cosa ti chiedono all’orale (commento)

Descrivi la strofa goliardica. È una strofa di quattro versi monorimi, ognuno composto da due emistichi: un settenario con accento sulla terzultima sillaba e un senario con accento sulla penultima. È un metro ritmico, basato sul conteggio delle sillabe e sugli accenti, non sulla quantità. La Confessio dell’Archipoeta ne è l’esempio più famoso.

In che senso la Confessio è una parodia? Perché riprende la forma della confessione cristiana dei peccati e il linguaggio biblico, ma li rovescia: il poeta non si pente delle sue passioni per il gioco, le donne e il vino, anzi le rivendica, e immagina che gli angeli preghino per lui proprio in quanto bevitore. L’effetto comico richiede un pubblico che conosca bene la Scrittura e la liturgia, cioè un pubblico di chierici.

Storiografia, agiografia, visioni, retorica

Storiografia

La storiografia medievale latina è ricchissima. Oltre a Beda e Paolo Diacono, da conoscere: Gregorio di Tours (VI secolo), con le Historiae (dette Historia Francorum), in un latino che lui stesso dichiara “rustico”; Ottone di Frisinga (XII secolo), zio di Federico Barbarossa, autore della Historia de duabus civitatibus, che rilegge la storia universale con la lente di Agostino, e dei Gesta Friderici; e, nel Duecento, la Cronica del francescano Salimbene de Adam da Parma, vivacissima e piena di ritratti.

Agiografia e visioni

Le vite dei santi sono il genere più diffuso del medioevo. La Legenda aurea di Iacopo da Varazze, domenicano e arcivescovo di Genova, compilata nel XIII secolo, raccoglie le vite dei santi secondo il calendario liturgico e fu uno dei libri più copiati, tradotti e poi stampati dell’Europa medievale. La pittura religiosa ne dipende in gran parte.

Le visioni dell’aldilà sono un genere che interessa molto chi studia Dante. La Navigatio sancti Brendani racconta il viaggio per mare di un abate irlandese verso la terra promessa dei santi. La Visio Tnugdali (XII secolo) descrive il viaggio di un cavaliere irlandese attraverso le pene infernali. Gli studiosi le citano come precedenti, non come fonti dirette della Commedia.

Retorica e poetica

Il XII e il XIII secolo producono anche i manuali di scrittura. Le artes dictaminis insegnano a scrivere lettere secondo regole precise, con il cursus, cioè le cadenze ritmiche alla fine delle frasi; Bologna ne è un grande centro. Le artes poetriae insegnano a comporre in versi: la Poetria nova di Goffredo di Vinsauf (inizio XIII secolo) e l’Ars versificatoria di Matteo di Vendôme sono le più note. Definiscono le tecniche di amplificazione e abbreviazione, le descrizioni, gli ornamenti, e furono studiate anche dai poeti in volgare.

Cosa ti chiedono all’orale (generi)

Perché la Legenda aurea ha avuto tanta fortuna? Perché raccoglie in modo ordinato, seguendo l’anno liturgico, le vite dei santi e le spiegazioni delle feste, in uno stile semplice e narrativo, adatto alla predicazione. Compilata nel Duecento da Iacopo da Varazze, fu copiata in centinaia di manoscritti, tradotta nelle lingue volgari e stampata più volte. Fu anche una fonte essenziale per l’iconografia religiosa.

Che cos’è il cursus? È l’insieme delle clausole ritmiche usate alla fine delle frasi nella prosa latina medievale, basate sulla posizione degli accenti. Le forme principali sono il cursus planus, tardus e velox. È insegnato nelle artes dictaminis ed è caratteristico della prosa di cancelleria, come quella della curia papale. Il suo uso è un criterio utile anche per studiare testi in prosa latina come le epistole di Dante.

Il Trecento: Dante e Petrarca latini

Il medioevo latino si chiude, per i programmi italiani, con due autori che scrivono anche in latino.

Dante scrive in latino il De vulgari eloquentia (incompiuto, intorno al 1303-1305), trattato sulla lingua volgare, in cui cerca il “volgare illustre” e discute i dialetti italiani; la Monarchia, sul rapporto tra impero e papato, di datazione discussa; le Epistole, tra cui quella a Cangrande della Scala, la cui autenticità è a sua volta discussa; due egloghe in risposta a Giovanni del Virgilio, che lo invitava a scrivere un poema in latino; e la Questio de aqua et terra. È significativo che un trattato sulla dignità del volgare sia scritto in latino: il latino resta la lingua della teoria.

Francesco Petrarca considera il latino la lingua della sua vera opera. Il poema epico Africa, su Scipione l’Africano, il Secretum, dialogo con sant’Agostino, le raccolte epistolari (Familiares, Seniles), il De viris illustribus: con lui si apre l’Umanesimo, che cercherà di riportare il latino alla norma classica e guarderà al latino medievale come a qualcosa di barbaro da superare. Proprio questa svalutazione umanistica è all’origine dell’idea di “medio evo”, un tempo di mezzo.

Cosa ti chiedono all’orale (Trecento)

Perché Dante scrive il De vulgari eloquentia in latino? Perché il latino era la lingua della trattatistica e della teoria, destinata ai dotti di tutta Europa, mentre il volgare era ancora considerato una lingua senza regole stabili. Dante vuole dimostrare proprio ai dotti che il volgare può raggiungere una dignità letteraria, e per farlo deve parlare la loro lingua. Il trattato, rimasto incompiuto, discute l’origine delle lingue, i dialetti italiani e il volgare illustre.

Che rapporto c’è tra Umanesimo e idea di medioevo? Gli umanisti, a partire da Petrarca, vedono i secoli tra la fine di Roma e il loro tempo come un’età di decadenza della lingua e della cultura latina, e si propongono di ritornare alla purezza dei classici. Da questa visione nasce l’idea di un “tempo di mezzo” tra antichità e rinascita. La disciplina moderna del latino medievale ha mostrato quanto questa immagine fosse ingiusta, recuperando la vitalità e la varietà di quella letteratura.

Fonti e approfondimenti

Manuali e storie letterarie

  • Claudio Leonardi (a cura di), Letteratura latina medievale (secoli VI-XV). Un manuale, SISMEL – Edizioni del Galluzzo (nuova edizione aggiornata 2025).
  • Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, La Nuova Italia.
  • Max Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, Beck.

Lingua

  • Dag Norberg, Manuale di latino medievale, a cura di Massimo Oldoni (La Nuova Italia 1974; nuova ed. a cura di M. Oldoni e P. Garbini, Avagliano 1999).

Studi

  • Charles Homer Haskins, The Renaissance of the Twelfth Century, Harvard University Press.

Per il contesto storico trovi gli appunti di Storia medievale; per i testi e la loro trasmissione, quelli di Filologia dei testi mediolatini e Paleografia latina.

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Author

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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