Glottologia è il nome che in Italia, dalla tradizione di Graziadio Isaia Ascoli, si dà alla linguistica storica e comparativa. In molti atenei l’esame coincide di fatto con un corso di linguistica indoeuropea: come si dimostra che il latino, il greco, il sanscrito e l’inglese sono parenti, come si ricostruisce una lingua mai scritta, perché le lingue cambiano e con quali regolarità. È un esame che spaventa per i simboli e gli asterischi, ma che, una volta capito il metodo, ha una logica quasi matematica.
La teoria generale del linguaggio, da Saussure alla sintassi e alla pragmatica, è negli appunti di Linguistica generale; qui ci concentriamo sulla dimensione storica. Se vieni da un percorso classico, troverai continui collegamenti con il latino e il greco che hai già studiato.
| Esame | Glottologia |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere (L-10), Lingue (L-11), Scienze del linguaggio; magistrali LM-14, LM-15, LM-39 |
| Crediti | in genere 6-12 CFU |
| SSD | GLOT-01/A (ex L-LIN/01) |
| Prova | orale, a volte con esercizi scritti di ricostruzione e di analisi etimologica |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Che cosa studia la glottologia
Lingue che cambiano
Ogni lingua cambia nel tempo: i suoni, le forme, le parole, la sintassi. Il latino è diventato l’italiano, il francese, lo spagnolo, il rumeno, senza che nessuno abbia mai deciso di cambiarlo. La linguistica storica studia questi mutamenti e cerca le loro regolarità. Il suo strumento principale è il confronto: confrontando lingue imparentate si possono ricostruire le fasi più antiche, anche quando non ne abbiamo documenti.
Parentela linguistica
Due lingue sono imparentate quando derivano da una stessa lingua più antica. La parentela non si dimostra con somiglianze casuali di singole parole, che possono dipendere dal caso, dal prestito o dall’onomatopea, ma con corrispondenze sistematiche fra i suoni e con la condivisione di strutture grammaticali, soprattutto della morfologia, che si presta poco al prestito.
Un esempio classico: al latino pater, piscis, pēs corrispondono in inglese father, fish, foot. Alla p latina corrisponde regolarmente una f germanica. Non si tratta di una somiglianza isolata, ma di una corrispondenza che si ripete in decine di parole: è questo che dimostra la parentela.
La nascita della linguistica comparativa
William Jones e il sanscrito
Nel 1786 William Jones, giudice britannico a Calcutta, osservò in un discorso alla Asiatic Society del Bengala che il sanscrito mostrava, con il greco e il latino, un’affinità nelle radici dei verbi e nelle forme grammaticali troppo forte per essere casuale, tanto che nessun filologo avrebbe potuto esaminarli tutti e tre senza credere che fossero nati da una fonte comune, forse non più esistente. Aggiunse che probabilmente anche il gotico, il celtico e l’antico persiano appartenevano alla stessa famiglia. Non fu il primo a notare queste somiglianze, ma la sua formulazione è diventata il simbolo della nascita della comparazione. Nello stesso passo Jones definiva il sanscrito più perfetto del greco, più ricco del latino e più raffinato di entrambi: un giudizio di valore tipico del suo tempo, che la linguistica moderna non condivide, perché non esistono lingue più o meno perfette, ma solo sistemi diversi.
Bopp, Rask, Grimm
Nel 1816 Franz Bopp pubblicò un’opera sul sistema di coniugazione del sanscrito confrontato con quello del greco, del latino, del persiano e del germanico: è considerata l’atto di fondazione della grammatica comparata. Il danese Rasmus Rask, in un lavoro scritto pochi anni prima e pubblicato nel 1818, aveva già individuato le corrispondenze fra le consonanti germaniche e quelle delle altre lingue. Jacob Grimm, nella seconda edizione della sua Deutsche Grammatik del 1822, le sistematizzò in quella che fu poi chiamata legge di Grimm.
Schleicher e l’albero genealogico
August Schleicher, a metà Ottocento, rappresentò le relazioni fra le lingue indoeuropee con un albero genealogico, in cui una lingua madre si divide in rami successivi. Fu anche il primo a scrivere un breve testo nella lingua ricostruita, la favola della pecora e dei cavalli (1868). Il modello ad albero fu criticato nel 1872 da Johannes Schmidt con la teoria delle onde: le innovazioni si diffondono da un centro come onde nell’acqua, e lingue vicine possono condividere tratti senza derivare da un antenato comune esclusivo. I due modelli non si escludono: il primo descrive la discendenza, il secondo il contatto e la diffusione.
Cosa ti chiedono all’orale (nascita della comparazione)
Come si dimostra la parentela fra due lingue? Con corrispondenze sistematiche e regolari fra i suoni in un gran numero di parole, e con la condivisione di strutture morfologiche. Somiglianze isolate non bastano, perché possono dipendere dal caso o dal prestito.
Qual è il contributo di Bopp? Nel 1816 confrontò in modo sistematico la coniugazione verbale del sanscrito con quella di greco, latino, persiano e germanico, fondando la grammatica comparata indoeuropea.
Che differenza c’è fra modello ad albero e teoria delle onde? L’albero di Schleicher rappresenta la discendenza delle lingue da un antenato comune per successive divisioni; la teoria delle onde di Schmidt spiega la diffusione di innovazioni fra lingue vicine, indipendentemente dalla genealogia.
Le leggi fonetiche
La legge di Grimm
La legge di Grimm descrive una serie di mutamenti che distinguono le lingue germaniche dalle altre lingue indoeuropee, detta prima rotazione consonantica. In sintesi:
- le occlusive sorde indoeuropee *p, *t, *k diventano fricative: f, þ (th), h. Latino pater, inglese father; latino trēs, inglese three; latino centum, inglese hundred.
- le occlusive sonore *b, *d, *g diventano sorde: p, t, k. Latino decem, inglese ten; latino genu, inglese knee.
- le sonore aspirate *bʰ, *dʰ, *gʰ diventano sonore semplici: b, d, g. Sanscrito bhárāmi, “porto”, inglese bear.
Il latino non mantiene sempre il suono originario: per le sonore aspirate, per esempio, il latino ha spesso f in posizione iniziale, come in ferō, che corrisponde a bear. Per questo nella comparazione si guarda sempre al sanscrito e al greco, che conservano meglio alcuni tratti.
Le eccezioni e la legge di Verner
La legge di Grimm aveva alcune eccezioni. Il caso più famoso è quello del gotico fadar, “padre”, dove ci aspetteremmo una fricativa sorda þ dal *t indoeuropeo, come in broþar, “fratello”. Nel 1875 il danese Karl Verner spiegò l’eccezione: la fricativa diventava sonora quando l’accento indoeuropeo, conservato dal sanscrito e in parte dal greco, non cadeva sulla vocale immediatamente precedente. Il sanscrito ha infatti pitā́, con l’accento sulla seconda sillaba, ma bhrā́tā, con l’accento sulla prima.
La scoperta ebbe un enorme valore teorico: un’eccezione apparente si rivelava regolare, una volta individuato il fattore che la condizionava.
I neogrammatici
Proprio sulla base di risultati come quello di Verner, un gruppo di giovani linguisti di Lipsia, detti neogrammatici, formulò nel 1878 il principio dell’ineccepibilità delle leggi fonetiche. Nella prefazione al primo volume delle loro Morphologische Untersuchungen, Hermann Osthoff e Karl Brugmann sostennero che ogni mutamento fonetico, in quanto procede meccanicamente, avviene secondo leggi senza eccezioni, all’interno di una stessa lingua, in uno stesso periodo, per tutte le parole in cui si presentano le stesse condizioni.
Le apparenti eccezioni si spiegano allora in due modi: o con una legge ancora da scoprire, come nel caso di Verner, o con l’analogia, cioè l’influsso di una forma su un’altra. Il latino honor, per esempio, sostituisce l’antico honōs per analogia con il genitivo honōris, dove la s intervocalica era diventata r per rotacismo.
Altre leggi da conoscere
La legge di Grassmann, formulata nel 1863, riguarda il sanscrito e il greco: quando due sillabe vicine iniziano con un’aspirata, la prima perde l’aspirazione. In greco il perfetto di thýō, “sacrifico”, è téthyka, non *théthyka; e il nominativo thríx, “capello”, ha il genitivo trichós, perché la seconda aspirata fa perdere l’aspirazione alla prima. La legge di Grassmann mostra anche che la legge di Grimm e le altre corrispondenze devono essere applicate tenendo conto della cronologia dei mutamenti.
Cosa ti chiedono all’orale (leggi fonetiche)
Che cosa dice la legge di Grimm? Che nel passaggio al germanico le occlusive sorde indoeuropee diventano fricative, le sonore diventano sorde e le sonore aspirate diventano sonore semplici. Esempi: pater/father, decem/ten, bhárāmi/bear.
Come spiegò Verner le eccezioni alla legge di Grimm? Mostrando che le fricative sorde germaniche diventavano sonore quando l’accento indoeuropeo non cadeva sulla sillaba immediatamente precedente, come in gotico fadar rispetto a broþar, in corrispondenza con il sanscrito pitā́ e bhrā́tā.
Che cosa sostenevano i neogrammatici? Che le leggi fonetiche operano senza eccezioni in una data lingua e in un dato periodo, e che le eccezioni apparenti si spiegano con altre leggi o con l’analogia.
Il metodo comparativo e la ricostruzione
Come si ricostruisce una parola
Il metodo comparativo procede in tre passi. Si raccolgono parole di significato simile in lingue diverse, i cosiddetti cognati. Si stabiliscono le corrispondenze regolari fra i loro suoni. Si ricostruisce la forma originaria che, applicando le leggi fonetiche di ciascuna lingua, spiega tutte le forme attestate.
L’asterisco davanti a una forma, come in *ph₂tḗr, indica che è ricostruita e non attestata. È un’ipotesi, una formula che riassume le corrispondenze, non una parola che possiamo dare per pronunciata esattamente così.
Prendiamo la parola per “dieci”: sanscrito dáśa, greco déka, latino decem, gotico taíhun, armeno tasn. Le corrispondenze iniziali d/d/d/t rientrano nella legge di Grimm per il gotico. La vocale finale del greco, del sanscrito e del latino rimanda a una nasale sonante, cioè una n o una m in funzione di vocale, che si sviluppa in a in greco e in sanscrito e in em in latino. La ricostruzione corrente è *déḱm̥(t).
Centum e satem
Un esempio utile per capire come si classificano le lingue riguarda la parola per “cento”: latino centum, greco he-katón, ma avestico satəm e sanscrito śatám. Le lingue indoeuropee si dividono tradizionalmente in due gruppi secondo il trattamento delle occlusive palatali ricostruite: nelle lingue dette centum, come latino, greco, celtico, germanico, sono diventate velari, cioè suoni k; nelle lingue dette satem, come indo-iranico, balto-slavo, armeno, albanese, sono diventate sibilanti o affricate.
Per molto tempo si è pensato che questa divisione rispecchiasse una frattura geografica originaria fra Occidente e Oriente. La scoperta del tocario, parlato nell’attuale Xinjiang cinese, e dell’ittita, in Anatolia, entrambe lingue di tipo centum ma collocate a est, ha mostrato che la divisione non corrisponde a due rami geografici, ma probabilmente a un’innovazione satem diffusa in un’area centrale.
L’apofonia
Uno dei fenomeni più importanti della morfologia indoeuropea è l’apofonia, o alternanza vocalica: nella stessa radice la vocale può comparire come e, come o o mancare del tutto. Il greco lo mostra bene: leípō, “lascio”, léloipa, “ho lasciato”, élipon, “lasciai”. Si parla di grado normale e, grado o e grado zero. In latino lo trovi in tegō, “copro”, e toga, oppure in sedeō e sōlium. L’apofonia è antichissima e aveva una funzione grammaticale, legata forse in origine all’accento.
Cosa ti chiedono all’orale (metodo comparativo)
Che cosa significa l’asterisco? Indica una forma ricostruita, non attestata in nessun documento, che rappresenta l’ipotesi del linguista sulla forma originaria da cui derivano le forme attestate.
Che cosa sono le lingue centum e satem? Due gruppi di lingue indoeuropee che si distinguono per il trattamento delle occlusive palatali ricostruite: velari nelle lingue centum, sibilanti nelle lingue satem. La distinzione non corrisponde a una divisione geografica originaria, come mostrano tocario e ittita.
Che cos’è l’apofonia? L’alternanza vocalica e/o/zero all’interno di una stessa radice, che in indoeuropeo aveva valore morfologico. Esempio: greco leípō, léloipa, élipon.
La teoria delle laringali
L’intuizione di Saussure
Nel 1879 Ferdinand de Saussure, appena ventunenne, pubblicò il Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes. Studiando l’apofonia, notò che alcune radici sembravano avere un comportamento irregolare: le vocali lunghe del greco e del latino non si lasciavano spiegare con lo schema e/o/zero. Saussure propose allora che l’indoeuropeo avesse avuto alcuni elementi, che chiamò “coefficienti sonantici”, scomparsi in tutte le lingue conosciute, ma capaci di modificare la vocale vicina e di allungarla.
Era un’ipotesi puramente interna, ricavata dalla coerenza del sistema, senza alcuna prova diretta. Per decenni fu accolta con scetticismo.
La conferma dell’ittita
Nel 1915 il ceco Bedřich Hrozný annunciò la decifrazione dell’ittita, la lingua dell’impero che dominò l’Anatolia nel II millennio a.C., scritta in cuneiforme su tavolette trovate a Boğazköy, l’antica Hattuša. Dimostrò che si trattava di una lingua indoeuropea, la più antica attestata in modo ampio. Nel 1927 il polacco Jerzy Kuryłowicz mostrò che l’ittita conservava, in alcune parole, una consonante scritta ḫ proprio nelle posizioni dove Saussure aveva postulato i suoi coefficienti. L’ittita paḫḫur, “fuoco”, corrisponde al greco pŷr; ḫant-, “fronte”, al latino ante e al greco antí.
È uno dei casi più celebri di previsione scientifica nella storia della linguistica: un elemento ricostruito per ragioni di sistema trova conferma in una lingua scoperta decenni dopo.
Le tre laringali
Oggi si ricostruiscono di solito tre laringali, indicate con h₁, h₂, h₃. La prima non cambiava il timbro della vocale e vicina, la seconda la colorava in a, la terza in o. Davanti a consonante, la vocale precedente si allungava. Così *dʰeh₁-, “porre”, spiega il greco tí-thē-mi; *steh₂-, “stare”, il greco dorico hí-stā-mi e il latino stāre; *deh₃-, “dare”, il greco dí-dō-mi e il latino dōnum. Il modo esatto in cui le laringali si pronunciavano resta discusso.
Cosa ti chiedono all’orale (laringali)
Che cosa sono le laringali? Consonanti ricostruite per l’indoeuropeo, scomparse quasi ovunque, che coloravano e allungavano le vocali vicine. Saussure le postulò nel 1879 su basi interne; l’ittita, con la sua ḫ, ne confermò l’esistenza.
Perché la conferma ittita è così importante? Perché un’ipotesi ricostruita per coerenza del sistema fu verificata da dati nuovi e indipendenti: è la prova che il metodo comparativo ha valore predittivo.
Le famiglie della lingua indoeuropea
I rami
La famiglia indoeuropea comprende, secondo la classificazione corrente, una decina di rami principali, alcuni estinti. Conoscerli con le loro lingue più antiche è indispensabile.
- Anatolico: ittita, luvio, licio, lidio. Estinto. L’ittita è attestato dal XVII-XVI secolo a.C.
- Indo-iranico: sanscrito vedico e classico, con le lingue moderne dell’India settentrionale; avestico, antico persiano, persiano moderno, curdo, pashto.
- Greco: dal miceneo in Lineare B, ai dialetti antichi, al greco moderno.
- Italico: latino e falisco, osco e umbro; dal latino le lingue romanze.
- Celtico: gallico, celtiberico, poi irlandese, gallese, bretone, gaelico scozzese.
- Germanico: gotico, nordico antico, antico inglese, antico alto tedesco; oggi tedesco, inglese, olandese, lingue scandinave.
- Balto-slavo: lituano, lettone; antico slavo ecclesiastico, russo, polacco, ceco, serbo-croato, bulgaro.
- Armeno, attestato dal V secolo d.C.
- Albanese, attestato solo dal XV-XVI secolo.
- Tocario, due varietà, A e B, documentate in manoscritti del Turkestan cinese della seconda metà del I millennio d.C. Estinto.
Accanto a questi ci sono lingue frammentarie, come il frigio, il messapico, il venetico, il trace.
Lingue non indoeuropee in Europa
Non tutte le lingue d’Europa sono indoeuropee. Il basco è una lingua isolata, senza parentele dimostrate. Il finlandese, l’estone e l’ungherese appartengono alla famiglia uralica. Il turco alla famiglia turca. Nell’antichità, l’etrusco era una lingua non indoeuropea, di cui conosciamo l’alfabeto e molte iscrizioni, ma solo in parte il lessico. Tenerne conto ti aiuta a non confondere la geografia con la genealogia.
La patria originaria
Dove e quando si parlava l’indoeuropeo comune? È una delle domande più dibattute. Marija Gimbutas, dagli anni Cinquanta, propose l’ipotesi kurgan, dal nome dei tumuli funerari delle steppe a nord del Mar Nero e del Caspio: popolazioni di pastori nomadi del V-IV millennio a.C. si sarebbero diffuse in Europa e in Asia. Colin Renfrew, nel libro Archeologia e linguaggio (1987), propose invece l’Anatolia e la diffusione dell’agricoltura nel VII millennio. Gli studi di DNA antico pubblicati dal 2015 hanno mostrato una consistente migrazione dalle steppe verso l’Europa centrale nel III millennio a.C., e molti linguisti li considerano un sostegno all’ipotesi delle steppe, almeno per i rami europei; restano aperte le questioni dell’anatolico e dell’origine ultima.
Cosa ti chiedono all’orale (famiglie)
Quali sono le lingue indoeuropee attestate più anticamente? L’ittita e le altre lingue anatoliche, dal II millennio a.C.; poi il miceneo e il sanscrito vedico, la cui composizione orale è antica ma fissata per scritto più tardi.
Quali ipotesi esistono sulla patria indoeuropea? Quella delle steppe (Gimbutas), con una diffusione da popolazioni pastorali del IV-III millennio, e quella anatolica (Renfrew), legata alla diffusione dell’agricoltura. I dati genetici recenti hanno rafforzato la prima per l’Europa.
Come cambiano le lingue
I tipi di mutamento fonetico
I mutamenti fonetici hanno spesso una spiegazione articolatoria: rendono più facile la pronuncia, o più chiara la distinzione fra suoni. All’esame ti chiedono di riconoscerli con esempi.
- Assimilazione: un suono diventa simile a un suono vicino. Latino noctem diventa italiano notte; factum, fatto.
- Dissimilazione: un suono si differenzia da un suono simile vicino. Latino peregrinus dà italiano pellegrino; latino arbor dà spagnolo árbol.
- Metatesi: due suoni si scambiano di posto. In spagnolo il latino parabola dà palabra, e il latino miraculum dà milagro.
- Palatalizzazione: una consonante velare diventa palatale davanti a vocale anteriore. Latino centum, pronunciato con k, diventa italiano cento, con affricata palatale.
- Sincope: caduta di una vocale interna. Latino calidus, latino volgare caldus, italiano caldo.
- Lenizione: indebolimento delle consonanti fra vocali, frequente nelle lingue romanze occidentali. Latino vita dà spagnolo vida.
L’analogia
L’analogia è il secondo grande motore del mutamento. Quando un paradigma diventa irregolare per effetto dei mutamenti fonetici, i parlanti tendono a regolarizzarlo, estendendo la forma più frequente o più trasparente. Il latino antico honōs, honōris diventa honor, honōris. In inglese il plurale in -s si è esteso a molti nomi che avevano plurali diversi: book, antico inglese plurale bēc, oggi books. Nei bambini l’analogia è evidente: forme come “io sapo” o “aprito” nascono dall’estensione del modello regolare di “io amo” e “finito”.
Il mutamento semantico
Anche i significati cambiano. Si distinguono di solito l’estensione, quando il significato si allarga, come nel latino adripare, “giungere a riva”, che diventa “arrivare” in generale; la restrizione, quando si restringe, come l’inglese deer, che in antico inglese indicava qualsiasi animale e oggi solo il cervo; il peggioramento e il miglioramento, quando una parola acquista valore negativo o positivo. Il latino captivus, “prigioniero”, diventa l’italiano cattivo, attraverso la locuzione cristiana captivus diaboli, “prigioniero del diavolo”. Il latino caballus, “cavallo da lavoro”, diventa la parola normale per cavallo nelle lingue romanze, sostituendo equus.
Il contatto fra lingue
Le lingue cambiano anche per contatto. Il prestito è il fenomeno più evidente: l’italiano ha preso parole dal germanico, come guerra, dall’arabo, come zucchero, algebra, ammiraglio, dal francese, dallo spagnolo, oggi dall’inglese. Graziadio Isaia Ascoli sviluppò la teoria del sostrato: la lingua di una popolazione conquistata, abbandonata a favore di quella dei conquistatori, lascia tracce nella pronuncia e nel lessico della nuova lingua. Nei Saggi ladini, che aprirono nel 1873 il primo volume dell’Archivio glottologico italiano, Ascoli descrisse l’unità delle parlate ladine, e in altri studi attribuì al sostrato celtico alcuni tratti dei dialetti settentrionali, come le vocali turbate ü e ö. L’ipotesi del sostrato è suggestiva ma difficile da dimostrare, e va usata con prudenza.
Cosa ti chiedono all’orale (mutamento)
Che cos’è l’analogia? La tendenza a regolarizzare le forme di un paradigma sul modello di altre forme, che spesso cancella le irregolarità prodotte dai mutamenti fonetici. Esempio: honōs che diventa honor per influsso di honōris.
Che cos’è il sostrato? L’influsso che una lingua abbandonata da una popolazione esercita sulla lingua che la sostituisce. Ascoli lo applicò ai dialetti italiani settentrionali, ipotizzando un sostrato celtico.
Fai un esempio di mutamento semantico. Il latino captivus, “prigioniero”, diventa l’italiano cattivo con un peggioramento di significato, passando per l’espressione captivus diaboli.
La grammatica dell’indoeuropeo ricostruito
Il nome
Il nome indoeuropeo aveva, secondo la ricostruzione più diffusa, otto casi: nominativo, vocativo, accusativo, genitivo, dativo, ablativo, locativo, strumentale. Il sanscrito li conserva tutti; il latino ne ha sei, con tracce del locativo in forme come Romae, “a Roma”, e domi, “a casa”; il greco ne ha cinque. I numeri erano tre: singolare, duale e plurale, e il duale sopravvive in greco antico e in sanscrito. Quanto al genere, l’ittita distingue solo un genere animato e uno inanimato, e molti studiosi pensano che il femminile si sia sviluppato in una fase successiva, dopo la separazione dell’anatolico.
Il verbo
Il verbo indoeuropeo era organizzato più sull’aspetto che sul tempo. Il tema del presente indicava l’azione in corso, quello dell’aoristo l’azione puntuale, quello del perfetto uno stato risultante. Il greco conserva molto bene questo sistema, come sa chi ha studiato la differenza fra imperfetto e aoristo. Il latino ha invece riorganizzato il sistema verso il tempo, fondendo aoristo e perfetto nel perfetto latino: dīxī, per esempio, continua un aoristo sigmatico. Fra i modi, oltre all’indicativo e all’imperativo, c’erano il congiuntivo e l’ottativo, che il latino ha fuso in un unico congiuntivo.
La legge di Wackernagel
Nel 1892 Jacob Wackernagel osservò che nelle lingue indoeuropee antiche le parole enclitiche, cioè prive di accento proprio, tendevano a collocarsi in seconda posizione nella frase, dopo la prima parola accentata. In greco lo vedi con le particelle come gár, dé, te; in sanscrito, in ittita, in latino arcaico con i pronomi e le particelle. È uno dei pochi principi di sintassi ricostruita che abbia trovato largo consenso.
Cosa ti chiedono all’orale (grammatica ricostruita)
Quanti casi aveva l’indoeuropeo? Otto secondo la ricostruzione tradizionale: nominativo, vocativo, accusativo, genitivo, dativo, ablativo, locativo, strumentale. Il sanscrito li conserva tutti, il latino sei con tracce del locativo.
Che cosa dice la legge di Wackernagel? Che nelle lingue indoeuropee antiche le enclitiche tendono a occupare la seconda posizione della frase.
Dall’indoeuropeo al latino e al greco
Il latino
Il latino ha una storia fonetica propria, che chi studia glottologia in un corso di Lettere deve conoscere bene.
Il rotacismo: la s fra vocali diventa r, probabilmente nel IV secolo a.C. Per questo il latino ha genus, generis, dal tema *genes-, e flōs, flōris. La tradizione antica attribuiva ad Appio Claudio Cieco, censore nel 312 a.C., l’eliminazione della s intervocalica nella grafia di alcuni nomi, come Valesius divenuto Valerius: la forma con la s è proprio quella che compare sul Lapis Satricanus.
L’indebolimento delle vocali interne: in latino arcaico l’accento cadeva probabilmente sulla prima sillaba, e le vocali brevi delle sillabe successive si indebolivano. Da qui alternanze come faciō e cōnficiō, capiō e accipiō, factus e cōnfectus. La vocale a del verbo semplice diventa i in sillaba aperta e e in sillaba chiusa nei composti.
Le sonore aspirate: in posizione iniziale il latino le trasforma in fricative, per lo più f: *bʰer- dà ferō, *dʰuh₂mós dà fūmus, accanto al greco thȳmós. All’interno di parola gli esiti sono diversi, come in medius da *medʰyo-.
Il greco
Anche il greco ha caratteri propri. La s iniziale davanti a vocale diventa un’aspirazione, lo spirito aspro: latino septem, greco heptá; latino sāl, greco háls. La w indoeuropea, il digamma, scompare nella maggior parte dei dialetti, ma è ancora presente in miceneo e in alcuni dialetti, e la sua assenza spiega molti iati apparenti nei versi omerici: oînos, “vino”, corrisponde al latino vīnum. Le sonore aspirate diventano sorde aspirate: *bʰer- dà phérō. Le labiovelari, come *kʷ, hanno esiti diversi a seconda della vocale vicina: tís, “chi?”, corrisponde al latino quis, mentre poû, “dove?”, conserva una labiale.
Il sanscrito e Pāṇini
Il sanscrito ha un ruolo particolare nella storia della disciplina, non solo per la sua antichità. I grammatici indiani avevano sviluppato una riflessione linguistica raffinatissima, culminata nella grammatica di Pāṇini, composta probabilmente nel IV secolo a.C., che descrive la lingua con quasi quattromila regole brevissime. Quando i linguisti europei dell’Ottocento la conobbero, ne ricavarono concetti fondamentali come quello di radice e l’analisi della parola in morfemi. Il nome stesso del fenomeno dell’apofonia nella terminologia indiana, con i gradi detti guṇa e vṛddhi, è ancora usato.
Cosa ti chiedono all’orale (latino e greco)
Che cos’è il rotacismo latino? Il passaggio della s intervocalica a r, avvenuto nel IV secolo a.C., che spiega alternanze come genus/generis e flōs/flōris.
Perché faciō ha come composto cōnficiō? Per l’indebolimento delle vocali brevi in sillaba non iniziale, dovuto probabilmente all’accento intensivo iniziale del latino arcaico.
Perché al latino septem corrisponde il greco heptá? Perché in greco la s iniziale davanti a vocale si è trasformata in un’aspirazione.
Le lingue del mondo e le famiglie oltre l’indoeuropeo
L’indoeuropeo è solo una delle molte famiglie linguistiche. Nel mondo si parlano oggi circa settemila lingue, secondo i cataloghi più usati come Ethnologue e Glottolog, e una gran parte rischia di scomparire entro questo secolo. Le famiglie più grandi per numero di lingue sono la niger-congo in Africa e l’austronesiana, che va dal Madagascar all’isola di Pasqua; per numero di parlanti, l’indoeuropea e la sino-tibetana. La famiglia afroasiatica comprende le lingue semitiche, come arabo ed ebraico, l’antico egiziano, il berbero.
Il metodo comparativo è stato applicato con successo a molte di queste famiglie, a dimostrazione che non è una peculiarità delle lingue europee. Restano invece molto controverse le ipotesi di macrofamiglie, come il nostratico, che vorrebbe unire indoeuropeo, uralico, altaico e altre famiglie: più si risale nel tempo, più le somiglianze diventano difficili da distinguere dal caso.
Un banco di prova del metodo è proprio la famiglia romanza. Se ricostruiamo il proto-romanzo confrontando italiano, francese, spagnolo, rumeno e altre lingue, otteniamo una forma di latino parlato che possiamo confrontare con i testi latini reali. Il risultato è in larga parte coincidente, e dove non coincide ci mostra tratti del latino parlato che la lingua scritta non registrava: è una conferma indiretta che il metodo funziona anche dove non abbiamo documenti.
Lessico e cultura: la paleontologia linguistica
Se possiamo ricostruire le parole, possiamo chiederci che cosa indicavano, e quindi come vivevano i parlanti. È l’idea della paleontologia linguistica. Il caso più noto è il nome del dio del cielo: *dyéus ph₂tḗr, “cielo padre”, da cui il vedico Dyáuṣ pitā́, il greco Zeû páter al vocativo e il latino Iuppiter. Altre parole ricostruite riguardano la parentela, con una terminologia molto sviluppata per i parenti del marito, che fa pensare a una società patrilocale; gli animali domestici, come la pecora, la vacca, il cavallo; la ruota e il carro.
Émile Benveniste, nel Vocabolario delle istituzioni indoeuropee (1969), ha mostrato come l’analisi delle parole permetta di ricostruire concetti come l’ospitalità, lo scambio, il dono, la regalità. Il metodo però ha limiti: una parola può aver cambiato significato, può essere stata presa in prestito dopo la separazione, e l’assenza di una parola comune non dimostra l’assenza della cosa.
L’Italia linguistica antica
Per uno studente italiano, una parte dell’esame riguarda spesso le lingue dell’Italia antica. Accanto al latino si parlavano l’osco, nel Sannio e in Campania, documentato anche a Pompei; l’umbro, conosciuto soprattutto grazie alle Tavole di Gubbio, sette tavole di bronzo con testi rituali del III-I secolo a.C.; il venetico, il messapico in Puglia, il falisco, molto vicino al latino. L’etrusco, non indoeuropeo, ebbe un’influenza notevole sul latino, sia nel lessico, sia nell’alfabeto, trasmesso a Roma probabilmente attraverso l’Etruria.
Osco e umbro mostrano corrispondenze sistematiche con il latino: dove il latino ha qu, osco e umbro hanno spesso p. Il latino quis corrisponde all’osco pis; il latino quattuor all’osco petora. È lo stesso tipo di differenza che distingue, nel celtico, il gallese dall’irlandese.
Decifrare lingue perdute
La glottologia ha avuto un ruolo decisivo nelle grandi decifrazioni. Nel 1822 Jean-François Champollion annunciò, nella Lettre à M. Dacier, i principi della decifrazione dei geroglifici egiziani, lavorando anche sulla stele di Rosetta, che riporta lo stesso decreto in geroglifico, demotico e greco. La sua conoscenza del copto, l’ultima fase della lingua egiziana, fu essenziale per riconoscere le parole.
Nel 1952 Michael Ventris dimostrò che la Lineare B, la scrittura delle tavolette di Cnosso e di Pilo, notava una forma antica di greco. Non partì da un testo bilingue, ma da un’analisi statistica dei segni e delle loro combinazioni, e la prova decisiva venne quando parole ricostruite con i suoi valori fonetici, come i nomi di città cretesi, risultarono greche. La Lineare A, la scrittura minoica più antica, resta invece non decifrata, perché la lingua che nota è sconosciuta.
L’etrusco è un caso diverso: lo sappiamo leggere, perché usa un alfabeto di origine greca, ma ne capiamo solo una parte del lessico e della grammatica, perché non ha parenti noti a parte poche lingue affini attestate in Rezia e a Lemno. Decifrare la scrittura e comprendere la lingua sono due problemi distinti, e all’orale conviene saperlo dire con chiarezza.
Il mutamento osservato: la sociolinguistica storica
I neogrammatici studiavano il mutamento a posteriori, attraverso i suoi risultati. Nel Novecento si è cominciato a osservarlo mentre avviene. William Labov, in uno studio del 1963 sull’isola di Martha’s Vineyard, in Massachusetts, mostrò che la pronuncia centralizzata di alcuni dittonghi si diffondeva fra gli abitanti che volevano marcare la propria identità locale contro i turisti. Nel 1966, studiando New York, collegò la pronuncia della r dopo vocale alla classe sociale e allo stile del discorso.
Da questi lavori, e dall’articolo programmatico di Weinreich, Labov e Herzog del 1968 sui fondamenti empirici di una teoria del mutamento linguistico, è nata l’idea che il mutamento passi sempre attraverso una fase di variazione: per un certo tempo convivono due forme, e una si impone con significati sociali precisi. Il metodo del “tempo apparente” confronta parlanti di età diverse per osservare un cambiamento in corso. È un ponte prezioso fra la glottologia e la linguistica generale.
La tradizione italiana degli studi
L’Italia ha una tradizione importante di linguistica storica. Graziadio Isaia Ascoli, goriziano, fondò nel 1873 l’Archivio glottologico italiano e diede il nome alla disciplina. Matteo Bartoli, all’inizio del Novecento, elaborò la cosiddetta neolinguistica, o linguistica spaziale, con le sue “norme areali”: per esempio, le aree laterali e isolate tendono a conservare fasi più antiche rispetto alle aree centrali, dove le innovazioni si diffondono. Lo spagnolo e il rumeno, alle estremità della Romània, conservano parole latine antiche come formosus, spagnolo hermoso, rumeno frumos, mentre il centro, Italia e Francia, ha innovato con bellus. Giacomo Devoto scrisse sintesi molto lette sulla storia della lingua di Roma e sugli antichi Italici, e Vittore Pisani contribuì a una visione della comparazione attenta al contatto fra lingue.
Cosa ti chiedono all’orale (decifrazioni, variazione, tradizione italiana)
Che differenza c’è fra decifrare una scrittura e comprendere una lingua? Decifrare significa attribuire valori ai segni e saper leggere i testi; comprendere significa conoscere il lessico e la grammatica. L’etrusco si legge, ma si comprende solo in parte; la Lineare A non si legge con certezza e la sua lingua resta ignota.
Che cosa ha aggiunto Labov allo studio del mutamento? L’osservazione del mutamento in corso, attraverso la variazione sociale e stilistica e il confronto fra generazioni: il cambiamento non è solo un fatto meccanico, ma ha significati sociali.
Che cosa dice la norma delle aree laterali di Bartoli? Che le aree periferiche di un dominio linguistico conservano spesso fasi più antiche, mentre le aree centrali innovano. Esempio: hermoso e frumos contro bello e beau.
I nomi di luogo come documento
Una fonte preziosa per la glottologia sono i nomi di luogo, che spesso conservano tracce di lingue scomparse. In Lombardia e in Piemonte molti toponimi terminano in -ago o -ate: i primi continuano il suffisso celtico latinizzato -acum, che indicava un possesso o un luogo appartenente a qualcuno. Il nome stesso di Milano, Mediolanum, è di origine celtica, e viene di solito interpretato come “luogo in mezzo alla pianura” o “santuario centrale”, anche se il significato esatto è discusso. Nelle valli alpine e nell’Italia centrale sopravvivono nomi di fiumi e monti di origine prelatina, che la toponomastica cerca di attribuire ai diversi strati linguistici.
La toponomastica richiede grande prudenza: un nome si trasmette per secoli in bocca a parlanti di lingue diverse e può essere reinterpretato, con etimologie popolari che lo avvicinano a parole note. Per questo gli studiosi si basano sulle attestazioni più antiche nei documenti, non sulla forma moderna.
Esercizio: come affrontare una domanda di etimologia
All’orale capita spesso di dover spiegare l’etimologia di una parola. Prendiamo l’italiano fratello. Primo passo: individua la base latina, frater, con il suffisso diminutivo -ellus del latino volgare. Secondo passo: confronta con le altre lingue: sanscrito bhrā́tar-, greco phrā́tēr (che però indica il membro di una fratria, non il fratello di sangue), gotico broþar, inglese brother, russo brat. Terzo passo: ricostruisci la forma comune, *bʰréh₂tēr, con la sonora aspirata iniziale che spiega il ph greco, la f latina e la b germanica, e la laringale che spiega l’ā lunga. Quarto passo: commenta il significato. Il caso del greco mostra come una parola di parentela possa diventare un termine istituzionale.
Come prepararti
Studia con un manuale e un quaderno di esercizi. Le leggi fonetiche si capiscono solo applicandole: per ognuna, scrivi cinque esempi e verificali. Impara a usare la trascrizione corrente delle forme ricostruite, con i simboli per laringali, aspirate, sonanti. Prepara una tabella delle corrispondenze fra latino, greco, sanscrito e germanico per le occlusive: è la domanda più frequente.
Per la parte storica, fissa una cronologia degli studiosi: Jones 1786, Bopp 1816, Grimm 1822, Schleicher, Verner 1875, i neogrammatici 1878, Saussure 1879, Hrozný 1915, Kuryłowicz 1927.
Un ultimo consiglio: all’orale non limitarti a enunciare le leggi, ma spiega perché sono importanti per il metodo. La legge di Verner conta non solo per i fatti germanici che spiega, ma perché ha trasformato un’eccezione in una regola; le laringali contano perché mostrano il valore predittivo della ricostruzione; l’analogia conta perché ricorda che le lingue non cambiano solo per meccanica articolatoria, ma anche per l’attività dei parlanti, che organizzano e semplificano i paradigmi. Se riesci a collegare ogni fatto a una questione di metodo, il docente capirà che hai compreso la disciplina e non soltanto memorizzato un elenco di corrispondenze. Allo stesso modo, quando citi una forma ricostruita, ricordati di dire che è un’ipotesi: è un dettaglio che mostra consapevolezza, e che distingue chi ha capito il metodo da chi ha imparato soltanto a ripetere forme con l’asterisco.
Esami collegati
La teoria generale è negli appunti di Linguistica generale. Il passaggio dal latino alle lingue moderne è in Filologia e linguistica romanza e in Storia della lingua italiana. Per il greco e il latino antichi vedi Lingua e letteratura greca I e Lingua e letteratura latina I. Tutti gli altri esami sono nell’indice degli esami.
Fonti e approfondimenti
- Benjamin W. Fortson IV, Indo-European Language and Culture. An Introduction, Wiley-Blackwell (2ª ed. 2010).
- Michael Meier-Brügger, Indo-European Linguistics, de Gruyter.
- Romano Lazzeroni (a cura di), Linguistica storica, Carocci.
- Émile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi (ed. orig. 1969).
- Ferdinand de Saussure, Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes, Lipsia, 1879.
- Colin Renfrew, Archeologia e linguaggio, Laterza (ed. orig. 1987).
- Graziadio Isaia Ascoli, Saggi ladini, in Archivio glottologico italiano, I (1873).