A scuola hai imparato il greco e il latino come due lingue separate, ciascuna con le sue declinazioni da memorizzare e le sue eccezioni da ricordare. Un esame di Grammatica greca e latina (detta anche grammatica comparata o storica delle lingue classiche) ti chiede di fare un passo in più: capire perché le forme sono come sono. Perché il genitivo di genus è generis? Perché il greco dice heptá e il latino septem? Perché fero ha il perfetto tuli? Le risposte vengono dalla storia delle due lingue e dal loro confronto con le altre lingue indoeuropee. Molte irregolarità che a scuola sembravano arbitrarie diventano regole.
L’esame si trova nei corsi di Lettere classiche, Scienze dell’antichità e Linguistica, e vale di solito tra 6 e 12 crediti. Il programma comprende in genere un manuale di grammatica storica o comparata, una parte di fonetica (i suoni e le loro trasformazioni), una di morfologia (nome e verbo) e talvolta una di sintassi. All’orale ti chiedono di spiegare fenomeni, di ricostruire la storia di una forma e di confrontare greco, latino e altre lingue.
| Esame | Grammatica greca e latina |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere classiche, Filologia e Scienze dell’antichità, Linguistica |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | di solito GLOT-01/A (ex L-LIN/01, Glottologia e linguistica) o FICP-01/A (ex L-FIL-LET/05, Filologia classica) |
| Prova | orale, spesso con esercizi di ricostruzione e analisi di forme |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
Gli appunti seguono l’ordine tipico dei manuali: prima la storia della disciplina e il metodo comparativo, poi la fonetica (vocali, consonanti, sonanti, laringali), poi la morfologia del nome, del pronome e del verbo, infine alcuni cenni di sintassi e di lessico. In ogni sezione trovi esempi greci e latini affiancati, e spesso il confronto con il sanscrito, la lingua che ha conservato meglio molti tratti antichi.
Un consiglio: costruisci un quaderno di “corrispondenze”. Per ogni fenomeno annota la forma indoeuropea ricostruita (preceduta da un asterisco, che indica una forma non attestata), l’esito greco, l’esito latino e, se ti è utile, quello sanscrito o germanico. Gli esempi sono il cuore dell’esame: chi interroga ti chiederà quasi sempre “mi fai un esempio?”. E impara a usare con precisione i simboli di base: la lineetta per le vocali lunghe, il cerchietto sotto una consonante per le sonanti, gli indici numerati per le laringali.
La grammatica nell’antichità
I grammatici greci
La grammatica come disciplina nasce in Grecia. I sofisti discutono della correttezza dei nomi, Platone nel Cratilo si chiede se i nomi siano legati alle cose per natura o per convenzione, Aristotele distingue le parti del discorso e i casi. Gli stoici elaborano la teoria dei casi, dei tempi e dei modi. Ad Alessandria i filologi che curano i testi di Omero sviluppano la grammatica come strumento per comprendere e correggere i poeti. Il manuale più antico che ci sia giunto, attribuito a Dionisio Trace (II-I secolo a.C.), si apre con una definizione celebre:
Γραμματική ἐστιν ἐμπειρία τῶν παρὰ ποιηταῖς τε καὶ συγγραφεῦσιν ὡς ἐπὶ τὸ πολὺ λεγομένων
La grammatica è conoscenza pratica di ciò che si dice per lo più presso i poeti e i prosatori. La grammatica antica è quindi legata ai testi letterari, non alla lingua parlata. Il manuale elenca otto parti del discorso (nome, verbo, participio, articolo, pronome, preposizione, avverbio, congiunzione) e definisce le categorie del nome e del verbo che usiamo ancora oggi. La sua autenticità, almeno per la parte centrale, è stata discussa dagli studiosi moderni. Nel II secolo d.C. Apollonio Discolo scrive la prima trattazione sistematica della sintassi greca.
I grammatici latini
I Romani riprendono la grammatica greca adattandola al latino. Varrone, nel De lingua Latina (I secolo a.C.), discute l’etimologia, la flessione, il dibattito tra analogia e anomalia. Quintiliano, nell’Institutio oratoria, dedica alla grammatica una parte del primo libro e fissa il criterio dell’uso colto:
consuetudinem sermonis vocabo consensum eruditorum (Quint. I 6, 45)
Cioè: chiamerò uso della lingua il consenso delle persone istruite. Nel IV secolo Elio Donato scrive un’Ars minor e un’Ars maior che saranno i manuali di latino di tutto il medioevo, al punto che “donato” diventò sinonimo di grammatica elementare. All’inizio del VI secolo Prisciano, a Costantinopoli, compone le Institutiones grammaticae in diciotto libri, la grammatica latina più ampia dell’antichità, costruita sul modello di Apollonio Discolo. Questa tradizione descrive la lingua e ne fissa le norme, ma non ne spiega la storia: per una grammatica storica bisogna aspettare l’Ottocento.
Il metodo comparativo
La scoperta della parentela
Alla fine del Settecento William Jones, giudice britannico a Calcutta, osservò in un discorso del 1786 che il sanscrito, il greco e il latino mostrano somiglianze nelle radici dei verbi e nelle forme grammaticali troppo forti per essere casuali, e che dovevano derivare da una fonte comune, forse non più esistente. Non era il primo a notarlo, ma la sua formulazione ebbe grande eco. Nel 1816 Franz Bopp pubblicò uno studio sul sistema di coniugazione del sanscrito confrontato con quello greco, latino, persiano e germanico: è l’atto di nascita della grammatica comparata. Nello stesso periodo il danese Rasmus Rask e il tedesco Jacob Grimm studiano le corrispondenze consonantiche tra germanico e altre lingue (la cosiddetta legge di Grimm: latino pater, gotico fadar; latino piscis, inglese fish).
La famiglia indoeuropea
La famiglia indoeuropea comprende, tra le altre, le lingue indiane (sanscrito) e iraniche (avestico, antico persiano), l’anatolico (ittita, scoperto e decifrato all’inizio del Novecento), il greco, le lingue italiche (latino, osco, umbro), il celtico, il germanico, il baltico, lo slavo, l’armeno, l’albanese e il tocario, attestato in Asia centrale. La lingua madre comune, l’indoeuropeo, non è attestata: è ricostruita confrontando le lingue figlie. Dove e quando fosse parlata è discusso: l’ipotesi più diffusa colloca i suoi parlanti nelle steppe a nord del Mar Nero tra il V e il IV millennio a.C., ma esistono ipotesi alternative.
I neogrammatici e le leggi fonetiche
Negli anni Settanta dell’Ottocento un gruppo di linguisti di Lipsia, i neogrammatici (Karl Brugmann, Hermann Osthoff, August Leskien, Berthold Delbrück), formula il principio dell’ineccepibilità delle leggi fonetiche: un mutamento fonetico, in una data lingua e in un dato periodo, colpisce tutte le parole che presentano le stesse condizioni, senza eccezioni. Le apparenti eccezioni si spiegano con l’analogia (una forma rifatta sul modello di altre) o con il prestito. Il manuale di Brugmann e Delbrück, il Grundriss, diventa il testo di riferimento della grammatica comparata. Questo principio è ciò che rende scientifica la ricostruzione: se le corrispondenze fossero casuali, non si potrebbe ricostruire nulla.
Come si ricostruisce
Il metodo comparativo procede così: si raccolgono parole di significato simile in più lingue; si individuano corrispondenze regolari tra i suoni (per esempio, a una p iniziale greca e latina corrisponde una f germanica); si ricostruisce il suono originario che spiega tutte le corrispondenze nel modo più economico; si verifica la ricostruzione su altre parole. Così dal confronto di sanscrito pitár-, greco patḗr, latino pater, gotico fadar si ricostruisce una forma indoeuropea con p iniziale. La forma ricostruita non è una parola “vera”, ma una formula che riassume le corrispondenze.
Cosa ti chiedono all’orale (storia e metodo)
Come definisce la grammatica Dionisio Trace? Come conoscenza pratica di ciò che si dice per lo più presso poeti e prosatori: una grammatica legata ai testi letterari.
Chi fondò la grammatica comparata? Franz Bopp, con lo studio del 1816 sul sistema di coniugazione del sanscrito confrontato con greco, latino, persiano e germanico; prima di lui William Jones aveva intuito la parentela nel 1786.
Che cosa sostenevano i neogrammatici? Che le leggi fonetiche non hanno eccezioni; le eccezioni apparenti si spiegano con l’analogia o con il prestito.
Che cosa indica l’asterisco davanti a una forma? Che la forma è ricostruita e non attestata.
Perché la ricostruzione non dà parole “vere”? Perché la forma ricostruita è una formula che riassume le corrispondenze regolari tra lingue attestate.
La fonetica
Le vocali
L’indoeuropeo aveva un sistema vocalico in cui le vocali più frequenti erano e e o, brevi e lunghe; a era più rara, e molte a delle lingue storiche derivano da altre fonti (in particolare dalle laringali, di cui parleremo). Il greco conserva bene il timbro delle vocali brevi: distingue e, o, a, come il latino, mentre il sanscrito le ha confuse tutte in a. Proprio questo fatto mostrò agli studiosi dell’Ottocento che il sanscrito non era la lingua più antica in tutti gli aspetti: il greco e il latino, su questo punto, sono più conservativi.
Il latino ha poi trasformato profondamente le vocali delle sillabe interne, per effetto di un antico accento intensivo sulla prima sillaba: è l’apofonia latina (o indebolimento vocalico). Le vocali brevi in sillaba interna aperta diventano i (facio ma conficio; capio ma accipio), in sillaba chiusa e (factus ma confectus; annus ma perennis). Questo fenomeno, specifico del latino, va distinto dall’apofonia indoeuropea.
L’apofonia indoeuropea
L’apofonia indoeuropea (in tedesco Ablaut) è l’alternanza della vocale di una radice o di un suffisso secondo la forma grammaticale. Si distinguono:
- un’alternanza di timbro (apofonia qualitativa) tra e e o: greco légō “dico” e lógos “parola”; phérō “porto” e phóros “tributo”; latino tego “copro” e toga;
- un’alternanza di quantità (apofonia quantitativa) tra grado normale, grado allungato e grado zero (assenza di vocale): greco patér-a (accusativo, grado normale), patḗr (nominativo, grado allungato), patr-ós (genitivo, grado zero).
L’apofonia spiega moltissime alternanze. In latino, per esempio, sedeo “siedo” (grado normale e), sēdi “sedetti” (grado allungato) e nīdus “nido”, da *ni-sd-o-, con la radice al grado zero. In greco leípō “lascio”, léloipa “ho lasciato”, élipon “lasciai” mostrano i tre gradi ei, oi, i. All’orale l’apofonia è una delle domande più frequenti: prepara almeno tre esempi greci e tre latini.
Le sonanti
L’indoeuropeo aveva quattro consonanti che potevano funzionare anche come vocali, al centro di una sillaba: le sonanti m, n, r, l, che si scrivono con un cerchietto sotto. Quando una radice era al grado zero e la sonante si trovava tra due consonanti, diventava vocalica, e ogni lingua l’ha sviluppata in modo diverso:
- *n̥ e *m̥ danno in greco a e in latino en ed em: il numerale “dieci”, *dekm̥, dà il greco déka e il latino decem; il prefisso negativo *n̥- dà il greco a- (á-gnōstos) e il latino in- (in-notus, ignotus);
- *r̥ e *l̥ danno in greco ar/ra e al/la, in latino or e ol: *kr̥d- “cuore” dà il latino cor, cordis; il greco kardía.
La scoperta delle sonanti vocaliche, dovuta a Brugmann nel 1876, permise di spiegare molte alternanze che sembravano irregolari.
Le laringali
Nel 1879 il giovane Ferdinand de Saussure, nel Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes, propose per ragioni puramente sistematiche l’esistenza di “coefficienti sonantici”, elementi scomparsi che spiegavano certe vocali lunghe e certe alternanze. L’ipotesi rimase a lungo controversa, finché nel 1927 il polacco Jerzy Kuryłowicz notò che l’ittita, decifrato da Bedřich Hrozný nel 1915, conservava in alcune parole una consonante scritta ḫ proprio nelle posizioni previste da Saussure. Oggi questi elementi si chiamano laringali e si indicano con h₁, h₂, h₃.
Le laringali spiegano molti fatti. Accanto a una e, h₁ la lasciava e, h₂ la colorava in a, h₃ in o; dopo una vocale, la allungavano. Tra consonanti, in greco danno tre vocali diverse (e, a, o), mentre in latino e in sanscrito si confondono. Per esempio, i participi greci thetós “posto”, statós “stante”, dotós “dato” mostrano tre vocali diverse (e, a, o), mentre il latino ha a sia in status sia in datus e il sanscrito ha i in tutti e tre i casi (hitá-, sthitá-, ditá-): il greco ha conservato una distinzione che le altre lingue hanno perso. La teoria delle laringali è uno dei grandi successi del metodo comparativo: una ricostruzione teorica confermata da una lingua scoperta dopo.
Le consonanti occlusive
L’indoeuropeo ricostruito tradizionalmente aveva tre serie di occlusive: sorde (p, t, k), sonore (b, d, g) e sonore aspirate (bh, dh, gh). Inoltre distingueva tre serie di gutturali: palatali, velari e labiovelari (kʷ, gʷ, gʷh). Gli esiti nelle lingue classiche sono:
- le sonore aspirate diventano in greco sorde aspirate (*bh > ph, *dh > th, *gh > kh) e in latino, all’inizio di parola, fricative (f, f, h): *bher- “portare” dà il greco phérō e il latino fero; *dhūmo- dà il greco thymós e il latino fumus; *ghostis dà il latino hostis (e il gotico gasts). All’interno di parola il latino ha esiti diversi (b, d): *rudh- dà ruber “rosso”, greco erythrós;
- le labiovelari si conservano in latino come qu e gu/v (quis, venio da *gʷem-), mentre in greco si trasformano secondo la vocale seguente: in labiali davanti ad a e o, in dentali davanti a e e i, in velari accanto a u. Così *kʷis dà il greco tís e il latino quis; *kʷetwores “quattro” dà il greco téttares e il latino quattuor; *gʷou- “bue” dà il greco boûs e il latino bos (quest’ultimo probabilmente un prestito da un dialetto osco-umbro, dove le labiovelari diventavano labiali).
La legge di Grassmann
In greco e in sanscrito vale la legge di Grassmann (1863): in una parola con due aspirate in sillabe successive, la prima perde l’aspirazione. Per questo il raddoppiamento di thýō “sacrifico” è té-thyka e non *thé-thyka; per questo thríx “capello” ha il genitivo trikhós (da *thrikhós), mentre al nominativo, dove la seconda aspirata scompare nel gruppo -ks, la prima si conserva. È un esempio perfetto di “irregolarità” che diventa regola.
Le sibilanti e le semivocali
La sibilante *s ha esiti caratteristici. In greco, all’inizio di parola davanti a vocale, diventa aspirazione: *septm̥ dà il greco heptá e il latino septem; *sed- “sedere” dà il greco hézomai e il latino sedeo. Tra vocali, in greco cade (*genes-os > géneos > attico génous), in latino diventa r per rotacismo (*genes-es > generis). Così lo stesso tema in -es- dà forme apparentemente lontanissime: greco génos, génous; latino genus, generis.
La semivocale *y (la i consonantica) in greco cade tra vocali o si trasforma in molti modi, dando gruppi come -ss-/-tt- e -zd-; all’inizio di parola dà aspirazione o z. La semivocale *w, conservata in latino come v (video, vinum), in greco è il digamma, che scompare presto nello ionico-attico ma è attestato in miceneo e in altri dialetti: il greco oîkos “casa” corrisponde al latino vicus “villaggio”, con il digamma iniziale perduto (*woikos).
Cosa ti chiedono all’orale (fonetica)
Che cos’è l’apofonia indoeuropea? L’alternanza della vocale di radici e suffissi: di timbro (e/o, come légō/lógos) e di quantità (grado normale, allungato, zero, come patéra/patḗr/patrós).
Che differenza c’è tra apofonia indoeuropea e apofonia latina? La prima è un’alternanza morfologica ereditata; la seconda è l’indebolimento delle vocali interne del latino dovuto a un antico accento iniziale (facio/conficio).
Che cosa sono le laringali? Consonanti indoeuropee scomparse, ipotizzate da Saussure nel 1879 e confermate dall’ittita, che coloravano e allungavano le vocali vicine.
Come si trasformano le labiovelari in greco? Diventano labiali, dentali o velari secondo la vocale vicina: *kʷis dà tís, mentre il latino conserva quis.
Perché génos fa génous e genus fa generis? Perché la s intervocalica del tema in -es- cade in greco (con contrazione) e passa a r in latino per rotacismo.
La morfologia del nome
La struttura della parola
Una parola flessa indoeuropea si analizza di solito in tre parti: la radice, che porta il significato di base; il suffisso, che forma il tema e ne determina la categoria; la desinenza, che indica la funzione grammaticale (caso, numero, persona). Nel latino ped-, pedis, la radice è ped- e le desinenze -s (nominativo) e -is (genitivo); in dom-i-nus si individuano radice, suffisso e desinenza. Il tema è la parte della parola a cui si aggiungono le desinenze. Le declinazioni che studi a scuola sono in realtà raggruppamenti di temi: in -a (prima declinazione), in -o (seconda), in consonante e in -i (terza), in -u (quarta), in -ē (quinta, propria del latino).
I casi
L’indoeuropeo aveva otto casi: nominativo, vocativo, accusativo, genitivo, dativo, ablativo, strumentale, locativo. Il sanscrito li conserva tutti. Il greco ne ha cinque: il genitivo ha assorbito le funzioni dell’ablativo, il dativo quelle dello strumentale e del locativo. Il latino ne ha sei: l’ablativo ha assorbito strumentale e locativo, ma restano tracce del locativo in forme come Romae “a Roma”, domi “a casa”, ruri “in campagna”, humi “a terra”. Questo fenomeno di riduzione si chiama sincretismo dei casi, ed è la chiave per capire perché l’ablativo latino e il dativo greco abbiano funzioni così diverse e apparentemente eterogenee: sono casi “misti”, eredi di più casi antichi.
I numeri e i generi
L’indoeuropeo aveva tre numeri: singolare, duale e plurale. Il greco conserva il duale (vivo in Omero e in attico fino al IV secolo a.C.), il latino lo ha perso, lasciandone tracce in duo e ambo. I generi sono tre: maschile, femminile, neutro. Il neutro ha la stessa forma per nominativo e accusativo, e un plurale in -a che era forse in origine un collettivo singolare: per questo in greco un soggetto neutro plurale vuole il verbo al singolare (tà zôia tréchei, “gli animali corrono”, letteralmente “corre”), una regola che a scuola sembra strana e che invece è un fossile antichissimo.
La prima e la seconda declinazione
La prima declinazione (temi in -ā, in origine da *-eh₂) è in gran parte femminile. In latino il nominativo rosa ha la a breve, per un’abbreviazione secondaria; il genitivo antico era -ās, conservato in pater familias, poi sostituito da -ai, -ae sul modello della seconda declinazione. Il greco ha forme in -ā e in -ē secondo il dialetto e il contesto fonetico. La seconda declinazione (temi in -o/-e, con apofonia della vocale tematica) è maschile e neutra. Il nominativo latino arcaico -os diventa -us; il vocativo -e (domine) conserva il grado e della vocale tematica; il genitivo -ī è un’innovazione italo-celtica, mentre il greco ha -oio (Omero) e -ou. Il genitivo plurale latino -ōrum è rifatto sul modello di -ārum, che a sua volta viene dal pronome (*-āsōm con rotacismo).
La terza declinazione
La terza declinazione raccoglie i temi in consonante e in -i, e conserva meglio le desinenze antiche. Al nominativo si aggiunge spesso una -s che si fonde con la consonante finale del tema: latino rex da *reg-s, greco phýlax da *phylak-s; nei temi in -t- e -d- la dentale cade (pes da *ped-s; greco elpís, elpídos). Nei temi in nasale e in liquida spesso il nominativo è senza desinenza, con vocale allungata: latino homo, hominis; greco daímōn, daímonos; patḗr, patrós. Molte “irregolarità” dei nomi di parentela (pater, mater, frater; patḗr, mḗtēr, thygátēr) si spiegano con l’apofonia del suffisso -ter-. I temi in -i e quelli in consonante si sono mescolati in latino, producendo le alternanze che a scuola si imparano come “parisillabi” e “imparisillabi”.
I gradi dell’aggettivo
Il comparativo indoeuropeo si formava con suffissi diversi. Il latino usa *-yos-, che con il rotacismo dà -ior, -ioris (altior; il neutro altius conserva la s perché finale). Il greco ha -teros (sophṓteros) e, per alcuni aggettivi, -iōn (hēdíōn, “più dolce”), corrispondente al tipo latino. Il superlativo greco -tatos e quello latino -issimus (con varianti come -errimus e -illimus per assimilazione) sono formazioni distinte. I comparativi suppletivi (bonus, melior, optimus; agathós, ameínōn, áristos) usano radici diverse, come in molte lingue moderne (inglese good, better, best).
Il pronome
I pronomi hanno una flessione propria, con desinenze diverse da quelle dei nomi. Il pronome personale di prima persona ha temi diversi per il nominativo e per gli altri casi: latino ego ma mē, greco egṓ ma me, emé; il plurale usa un’altra radice ancora (nos, hēmeîs). I dimostrativi e i relativi hanno desinenze “pronominali” che talvolta passano ai nomi: il genitivo plurale latino -ārum, -ōrum e il nominativo plurale greco -oi, -ai vengono dal pronome. In latino i genitivi in -īus (illius, eius, cuius) e i dativi in -ī (illi, ei) sono tipicamente pronominali, e si estendono a un piccolo gruppo di aggettivi (unus, solus, totus, alius). Il pronome interrogativo e indefinito *kʷi-/*kʷo- dà il latino quis, quod e il greco tís, pôs, poû: la differenza tra t e p greche dipende dalla vocale seguente, secondo le regole delle labiovelari.
Cosa ti chiedono all’orale (nome e pronome)
Perché il latino ha un locativo in Romae e domi? Perché sono residui dell’antico caso locativo indoeuropeo, assorbito per il resto dall’ablativo.
Che cos’è il sincretismo dei casi? La fusione di più casi antichi in uno solo: in greco il dativo assorbe strumentale e locativo, il genitivo l’ablativo; in latino l’ablativo assorbe strumentale e locativo.
Perché in greco il neutro plurale vuole il verbo al singolare? Perché il plurale neutro in -a era in origine un collettivo, sentito come singolare.
Da dove viene il genitivo plurale -ārum? Dalla flessione pronominale, con rotacismo di *-āsōm; da qui si è esteso anche a -ōrum.
Perché pes fa pedis? Perché il nominativo *ped-s perde la dentale davanti alla -s, mentre negli altri casi la dentale resta.
Il verbo
L’aspetto
Il sistema verbale indoeuropeo era fondato sull’aspetto, cioè sul modo in cui l’azione è considerata, più che sul tempo. Ogni verbo aveva tre temi fondamentali:
- il tema del presente, che indicava un’azione in corso, durativa (aspetto imperfettivo);
- il tema dell’aoristo, che indicava un’azione considerata nel suo complesso, puntuale (aspetto perfettivo);
- il tema del perfetto, che indicava lo stato risultante da un’azione (aspetto resultativo).
Il greco conserva bene questo sistema: leípō “lascio” (presente), élipon “lasciai” (aoristo), léloipa “ho lasciato, sono nella condizione di chi ha lasciato” (perfetto). Per questo nei modi diversi dall’indicativo l’aoristo greco non indica il passato, ma solo l’aspetto: un imperativo aoristo comanda un’azione puntuale, un imperativo presente un’azione continuata. Il latino ha invece ristrutturato il sistema intorno al tempo: il suo perfetto (feci, dixi, amavi) unisce le funzioni dell’aoristo e del perfetto indoeuropei, e infatti morfologicamente deriva in parte dall’uno e in parte dall’altro. Dixi, con la -s-, continua un aoristo sigmatico (come il greco édeixa); cecini e tetigi, con il raddoppiamento, continuano antichi perfetti; amavi e monui sono formazioni nuove del latino.
Il presente e i suoi suffissi
I temi del presente si formavano in molti modi, e questo spiega la varietà dei presenti greci e latini. Accanto ai verbi tematici (con vocale tematica -e/-o- tra radice e desinenza: phér-o-men, leg-i-mus) c’erano i verbi atematici, con le desinenze direttamente sulla radice: in greco i verbi in -mi (eimí “sono”, títhēmi “pongo”, dídōmi “do”), in latino pochi residui (sum, es, est; volo; edo “mangio” nelle forme antiche es, est). Altri presenti avevano suffissi: con infisso nasale (latino vinco accanto a vici; iungo accanto a iugum; greco lambánō accanto all’aoristo élabon), con il suffisso -ske/o- (greco gignṓskō, latino (g)nosco, con valore spesso incoativo, come in senesco “invecchio”), con raddoppiamento (greco dídōmi, latino sisto, gigno). Tutte queste “irregolarità” sono tracce di formazioni antiche.
L’aumento e il raddoppiamento
Nel greco i tempi storici dell’indicativo (imperfetto, aoristo, piuccheperfetto) hanno l’aumento, una e- prefissa (é-lyon, é-lysa), che si trova anche in sanscrito, armeno e frigio; in Omero è ancora facoltativo. Il latino non ha l’aumento. Il raddoppiamento della consonante iniziale con una vocale caratterizza il perfetto (greco lé-lyka, latino ce-cini, pe-pigi, te-tigi) e alcuni presenti. Nei composti latini il raddoppiamento spesso scompare (tetigi ma attigi), un dettaglio che puoi citare come esempio.
Le desinenze e le diatesi
L’indoeuropeo aveva due serie di desinenze: attive e medie. Il medio indicava un’azione che riguarda il soggetto stesso, nel suo interesse o su di lui: greco loúō “lavo”, loúomai “mi lavo”. Il passivo non era una diatesi autonoma: in greco si sviluppa dal medio e ha forme proprie solo nell’aoristo e nel futuro (elýthēn). In latino il medio-passivo ha preso forme con la caratteristica -r (amor, amatur), che si ritrovano in celtico, in ittita e in tocario: un’isoglossa che un tempo si riteneva periferica e arcaica. I verbi deponenti latini (sequor, loquor, nascor), con forma passiva e significato attivo, sono eredi del medio indoeuropeo: sequor corrisponde al greco hépomai, anch’esso medio.
I modi
Accanto all’indicativo e all’imperativo, l’indoeuropeo aveva il congiuntivo (formato con una vocale tematica, valore di volontà o di eventualità) e l’ottativo (con il suffisso -yeh₁-/-ih₁-, valore di desiderio o possibilità). Il greco li conserva entrambi; il latino li ha fusi in un unico congiuntivo, che ha forme derivate sia dal congiuntivo antico (legam, leges) sia dall’ottativo (sim, antico siem, corrispondente al greco eíēn; velim). Il futuro latino in -am, -es della terza coniugazione (legam, leges) è un antico congiuntivo, mentre il futuro in -bo (amabo) è un’innovazione italica.
Le forme nominali
Infiniti e participi sono forme nominali del verbo. Gli infiniti greci e latini derivano da antichi casi di nomi verbali: il latino esse e agere (da *age-se con rotacismo) sono antichi locativi o dativi di sostantivi; il greco ha infiniti in -ein, -nai, -sthai, -menai secondo il dialetto e la diatesi. I participi attivi in -nt- (latino ferens, ferentis; greco phérōn, phérontos) sono ereditati; il participio passato in -to- (latino factus, greco -tós, aggettivo verbale) anche. Il gerundio e il gerundivo latini in -nd- sono invece formazioni italiche, la cui origine è discussa.
Il suppletivismo
Alcuni verbi usano radici diverse per tempi diversi: è il suppletivismo. In latino fero, tuli, latum uniscono tre radici (*bher-, *tel-/tol-, e *tl-h₂- al grado zero in latum da *tlātos); sum e fui uniscono *h₁es- e *bhuh₂- (la stessa radice del greco phýō, “nasco, cresco”). In greco horáō “vedo”, eîdon “vidi”, ópsomai “vedrò” usano tre radici diverse; eîdon corrisponde al latino video (*weid-, con il digamma caduto). Il suppletivismo colpisce soprattutto i verbi più frequenti, come in italiano vado, andiamo.
Cosa ti chiedono all’orale (verbo)
Che cos’è l’aspetto verbale? Il modo in cui l’azione è considerata: in corso (presente), nel suo complesso (aoristo), come stato risultante (perfetto). Il greco lo conserva, il latino ha riorganizzato il sistema intorno al tempo.
Perché il perfetto latino ha forme così diverse? Perché unisce antichi aoristi (dixi, sigmatico), antichi perfetti con raddoppiamento (cecini) e formazioni nuove (amavi, monui).
Che cosa sono i deponenti? Verbi latini con forma passiva e significato attivo, eredi del medio indoeuropeo (sequor come il greco hépomai).
Da dove viene il congiuntivo sim? Da un antico ottativo (siem), corrispondente al greco eíēn.
Che cos’è il suppletivismo? L’uso di radici diverse nella flessione di uno stesso verbo, come fero, tuli, latum o horáō, eîdon, ópsomai.
Sintassi e lessico
La sintassi dei casi
La grammatica comparata aiuta a capire la sintassi. Molti usi dell’ablativo latino si dividono in tre gruppi secondo l’origine: ablativo propriamente detto (separazione, origine, paragone: Roma venit, maior patre), strumentale (mezzo, compagnia, modo: gladio, cum amicis), locativo (luogo e tempo: hoc tempore). Lo stesso vale per il dativo greco, che unisce dativo vero, strumentale e locativo, e per il genitivo greco, che unisce genitivo e ablativo (il genitivo di paragone e di separazione corrispondono all’ablativo latino). Questa chiave di lettura, sviluppata da Berthold Delbrück, rende più comprensibili gli elenchi di complementi che a scuola si studiano a memoria.
L’ordine delle parole
L’indoeuropeo aveva probabilmente un ordine con il verbo alla fine (soggetto, oggetto, verbo), che il latino classico conserva come tendenza. Le particelle e i pronomi atoni si collocavano in seconda posizione nella frase: è la legge di Wackernagel (1892), formulata dal linguista svizzero Jacob Wackernagel, che spiega la posizione di particelle greche come dé, gár, mén, e di enclitiche come -que in latino. In Omero le preposizioni sono ancora avverbi autonomi, separabili dal verbo (tmesi): una traccia di una fase in cui preposizioni e preverbi non erano ancora fissati.
Il lessico ereditato
Molte parole greche e latine risalgono a un patrimonio comune: i nomi di parentela (pater/patḗr, mater/mḗtēr, frater/phrátēr, quest’ultimo in greco passato a indicare il membro di una fratria), i numerali (duo/dýo, tres/treîs, septem/heptá, decem/déka, centum/hekatón), le parti del corpo (pes/poús, cor/kardía, genu/gónu), gli animali domestici (ovis/óis, bos/boûs, sus/hŷs), alcune parole religiose (deus e divus, connessi con Zeús, genitivo Diós, e con Iuppiter, da *dyew-pəter, “padre cielo”). Lo studio del lessico ricostruito permette, con prudenza, di dire qualcosa della cultura dei parlanti indoeuropei: è il campo della paleontologia linguistica, inaugurato da Adolphe Pictet e sviluppato, con ben altra cautela, da Émile Benveniste nel Vocabolario delle istituzioni indoeuropee.
Un esempio completo: “dieci” e “cento”
Prova a ricostruire la storia di due numerali. Il latino decem, il greco déka, il sanscrito dáśa e il gotico taíhun rimandano a una forma *dekm̥: la d iniziale è conservata in latino, greco e sanscrito e diventa t in germanico per la legge di Grimm; la sonante finale *m̥ dà em in latino e a in greco e in sanscrito. Il latino centum, il greco hekatón e il sanscrito śatám rimandano a *(d)km̥tóm, probabilmente “decina di decine”, con la stessa sonante che dà en in latino e a in greco. Il greco ha aggiunto una he- iniziale, forse per influsso di hén, “uno”. Proprio la parola “cento” ha dato il nome alla vecchia distinzione tra lingue centum (dove le palatali indoeuropee sono diventate velari, come in latino, greco, celtico, germanico) e lingue satəm (dove sono diventate sibilanti, come in sanscrito, iranico, slavo, baltico). La distinzione, un tempo considerata una divisione geografica originaria, è oggi vista come un’isoglossa tra le tante, anche perché il tocario e l’ittita, lingue orientali, sono di tipo centum. È un buon esempio di come un’ipotesi della linguistica dell’Ottocento sia stata corretta dalla scoperta di nuove lingue antiche nel corso del Novecento.
Prestiti tra greco e latino
Oltre al lessico ereditato, ci sono i prestiti. Il latino ha preso dal greco moltissime parole, in diverse ondate: prestiti antichi e popolari, entrati per via orale e adattati foneticamente (amurca, oliva da elaíwā, machina dal dorico machanā́, poena da poinḗ); prestiti colti, entrati per via letteraria e conservati nella forma greca (philosophia, rhetor, poeta). La forma del prestito permette di datarlo: i prestiti antichi subiscono l’apofonia latina e altre trasformazioni, quelli recenti no. Il greco, a sua volta, prende dal latino soprattutto termini militari e amministrativi in età romana.
Come preparare l’esame
Il programma tipo
Il programma prevede di solito un manuale di grammatica storica (del latino, del greco o comparata delle due lingue), una parte introduttiva di linguistica storica e talvolta letture di testi arcaici (iscrizioni latine arcaiche, passi omerici) da analizzare. Nei corsi di glottologia si allarga il confronto ad altre lingue indoeuropee, soprattutto sanscrito e gotico.
Un piano in sei settimane
- Settimana 1: storia della grammatica, metodo comparativo, famiglia indoeuropea, neogrammatici.
- Settimana 2: vocali, apofonia indoeuropea e latina, sonanti, laringali.
- Settimana 3: consonanti, aspirate, labiovelari, sibilanti, semivocali, legge di Grassmann.
- Settimana 4: morfologia del nome e del pronome.
- Settimana 5: morfologia del verbo.
- Settimana 6: sintassi, lessico, prestiti; ripasso con il quaderno delle corrispondenze.
Errori da evitare
Non confondere l’apofonia indoeuropea con quella latina. Non dire che il greco o il latino “derivano dal sanscrito”: sono lingue sorelle. Non presentare le forme ricostruite come parole attestate. Non dimenticare le eccezioni apparenti: spesso il docente chiede proprio quelle (perché bos e non *vos? perché tetigi ma attigi?), e saperle spiegare dimostra che hai capito il metodo.
Come rispondere
Per ogni fenomeno segui lo stesso schema: definizione, forma di partenza ricostruita, esiti nelle lingue, esempi, eventuali eccezioni e loro spiegazione. Per esempio, sul rotacismo: definizione (passaggio di s intervocalica a r in latino nel IV secolo a.C.), esempi (genus/generis, flos/floris, Valesius/Valerius), confronto (il greco fa cadere la s: génous), eccezioni (parole come rosa o causa, che hanno una s intervocalica perché entrate più tardi o derivate da una doppia s). Una risposta così è completa e ordinata.
Glossario rapido
- Radice / tema / desinenza: nucleo di significato / base flessiva / elemento finale con valore grammaticale.
- Apofonia: alternanza vocalica (indoeuropea o latina).
- Grado zero: forma della radice senza vocale.
- Sonanti: m, n, r, l con funzione vocalica.
- Laringali: consonanti indoeuropee scomparse, h₁, h₂, h₃.
- Labiovelari: velari con appendice labiale (kʷ).
- Sincretismo: fusione di più casi in uno.
- Aspetto: modo di considerare l’azione.
- Suppletivismo: uso di radici diverse nella stessa flessione.
- Analogia: rifacimento di una forma sul modello di altre.
Fonti e approfondimenti
Manuali e studi
- Michel Lejeune, Phonétique historique du mycénien et du grec ancien, Klincksieck.
- Pierre Monteil, Elementi di fonetica e morfologia del latino, Paideia.
- Andrew L. Sihler, New Comparative Grammar of Greek and Latin, Oxford University Press.
- Michael Meier-Brügger, Indo-European Linguistics, de Gruyter.
- Émile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi.
Testi citati
La definizione di Dionisio Trace è riportata secondo il testo della Téchnē grammatikḗ pubblicato su Wikisource in greco; il passo di Quintiliano (I 6, 45) secondo The Latin Library. Le forme greche e latine sono quelle dei manuali citati; le altre informazioni sono rese in parafrasi.
Per approfondire trovi gli appunti di Glottologia, Linguistica generale, Storia della lingua greca, Storia della lingua latina e Filologia classica.