Il teatro antico non era letteratura da leggere in silenzio. Era uno spettacolo, una festa religiosa e un evento civico: migliaia di cittadini seduti all’aperto, sulle gradinate scavate nella collina, a guardare attori mascherati e cori che cantavano e danzavano, in gara davanti a una giuria. I testi che leggiamo oggi, le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, le commedie di Aristofane, Menandro, Plauto e Terenzio, le tragedie di Seneca, sono i copioni sopravvissuti di quello spettacolo. La storia del teatro e della drammaturgia antica studia insieme i testi e la loro messa in scena: lo spazio, gli attori, il pubblico, le istituzioni, la musica.
L’esame si trova nei corsi di Lettere classiche, di Discipline dello spettacolo e di Scienze dell’antichità, e vale di solito tra 6 e 12 crediti. Il programma comprende in genere un manuale sul teatro antico, la lettura di alcune opere (spesso una tragedia greca, una commedia di Aristofane, una commedia latina) e saggi sulla messa in scena. All’orale ti chiedono di collocare autori e opere, di spiegare le convenzioni teatrali e di commentare un passo dal punto di vista drammaturgico.
| Esame | Storia del teatro e della drammaturgia antica |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere classiche, Discipline dello spettacolo (DAMS), Scienze dell’antichità |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | di solito FICP-01/A (ex L-FIL-LET/05, Filologia classica) o HELL-01/B (ex L-FIL-LET/02, Lingua e letteratura greca) |
| Prova | orale, con lettura e commento di testi drammatici |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
La materia ha due anime: la storia della letteratura drammatica (autori, opere, generi) e la storia dello spettacolo (spazi, attori, costumi, pubblico, organizzazione). Ho cercato di tenerle insieme. Per ogni periodo trovi prima il contesto e le istituzioni, poi gli autori. In fondo trovi alcuni temi trasversali e un capitolo sulla fortuna moderna, perché molti corsi di area teatrale chiedono anche come il teatro antico viene messo in scena oggi.
Un consiglio: quando leggi un testo drammatico antico, immagina la scena. Chi è in scena? Dove entra e da dove esce? Che cosa fa il coro? Quante maschere servono? Con queste domande scoprirai molte cose che una lettura solo letteraria non vede, e all’orale farai la differenza.
Le origini del teatro greco
Dioniso e i riti
Il teatro greco nasce nell’ambito del culto di Dioniso, dio del vino, della vegetazione, dell’ebbrezza e della trasformazione. Le rappresentazioni ateniesi si svolgevano durante feste dionisiache, il teatro sorgeva accanto al santuario del dio, e il sacerdote di Dioniso aveva un seggio d’onore in prima fila. Ma il rapporto tra rito e teatro è discusso: già gli antichi si chiedevano che cosa avessero a che fare le tragedie, che raccontano storie di Edipo o di Agamennone, con Dioniso, e un proverbio diceva “niente a che vedere con Dioniso”.
Le teorie antiche
La testimonianza più importante sulle origini è quella di Aristotele nella Poetica (capitolo 4): la tragedia sarebbe nata dai capi del ditirambo, un canto corale in onore di Dioniso, e la commedia dai capi dei canti fallici, processioni rituali con il simbolo della fertilità. Aristotele aggiunge che la tragedia si sviluppò da un elemento “satiresco”, con racconti brevi e linguaggio scherzoso, prima di acquistare gravità. La parola tragōidía significa letteralmente “canto del capro”, e già gli antichi proponevano spiegazioni diverse: il capro come premio della gara, come vittima del sacrificio, o i coreuti travestiti da satiri con zampe caprine.
Tespi e la nascita dell’attore
La tradizione attribuisce a Tespi l’invenzione della tragedia: intorno al 534 a.C., sotto il tiranno Pisistrato, avrebbe vinto il primo agone tragico alle Grandi Dionisie. La sua innovazione sarebbe stata quella di staccarsi dal coro e di dialogare con esso, impersonando un personaggio: è la nascita dell’attore (in greco hypokritḗs, “colui che risponde”). Aristotele attribuisce a Eschilo l’introduzione del secondo attore e a Sofocle del terzo, con una riduzione progressiva del ruolo del coro.
Le teorie moderne
Nel corso del Novecento sono state proposte molte teorie sull’origine della tragedia. La scuola antropologica di Cambridge (Jane Harrison, Gilbert Murray) la collegava a un rito di morte e rinascita del dio dell’anno; Walter Burkert al sacrificio; altri studiosi alle lamentazioni funebri o ai culti degli eroi. Friedrich Nietzsche, nella Nascita della tragedia (1872), la spiegava come unione di spirito apollineo e dionisiaco. Oggi molti studiosi preferiscono sottolineare il legame della tragedia con la città democratica, più che cercarne un’origine rituale unica. All’orale puoi esporre le principali ipotesi e mostrare che il problema resta aperto.
Il teatro ad Atene
Le feste
Ad Atene le rappresentazioni drammatiche si svolgevano soprattutto in due feste: le Grandi Dionisie (o Dionisie urbane), in primavera, la festa più importante, aperta anche agli stranieri; e le Lenee, in inverno, più locali, dedicate soprattutto alla commedia. Le Grandi Dionisie duravano diversi giorni: una processione portava la statua di Dioniso nel teatro, seguivano sacrifici, gare di ditirambi, e poi le rappresentazioni. Nel V secolo tre poeti tragici presentavano ciascuno una tetralogia (tre tragedie e un dramma satiresco), in un giorno ciascuno; cinque poeti comici presentavano una commedia ciascuno (ridotti a tre durante la guerra del Peloponneso).
L’organizzazione
L’organizzazione degli spettacoli era un affare pubblico. L’arconte eponimo sceglieva i poeti ammessi alla gara (si diceva che il poeta “chiedeva un coro” e l’arconte “dava un coro”). Le spese per il coro, molto alte, erano affidate a un cittadino ricco, il corego, come forma di contributo pubblico (liturgía): era un onore e un modo per guadagnare prestigio. Pericle, ad esempio, fu corego dei Persiani di Eschilo nel 472. Lo Stato pagava gli attori. Alla fine della gara una giuria di dieci cittadini, sorteggiati con un sistema complesso, stabiliva i vincitori. I risultati venivano registrati in iscrizioni pubbliche, le didascalie, di cui ci restano frammenti preziosi per la cronologia.
Il pubblico
Il pubblico era composto da migliaia di cittadini: il teatro di Dioniso, nella sua forma del IV secolo, poteva contenere forse quindicimila spettatori. Si discute se le donne potessero assistere: le fonti sono ambigue, e gli studiosi sono divisi. Dall’epoca di Pericle sarebbe esistito un fondo pubblico, il theōrikón, che rimborsava ai cittadini poveri il prezzo del biglietto. Il pubblico era rumoroso e partecipe: applaudiva, fischiava, mangiava, e poteva influenzare la giuria. Le commedie di Aristofane si rivolgono spesso direttamente agli spettatori.
Il teatro e la democrazia
Il teatro ateniese era un’istituzione della città democratica. Prima delle rappresentazioni, nelle Grandi Dionisie, si svolgevano cerimonie civiche: si esibivano i tributi degli alleati, si proclamavano i cittadini benemeriti, sfilavano gli orfani di guerra cresciuti a spese pubbliche. Le tragedie mettono in scena conflitti che riguardano la città: la legge e la famiglia, il potere e la giustizia, gli dèi e gli uomini, la guerra. Gli studi di Jean-Pierre Vernant e Pierre Vidal-Naquet hanno mostrato come la tragedia rifletta le tensioni della democrazia ateniese, interrogando i valori della città attraverso i miti eroici.
Lo spazio teatrale
Il teatro di Dioniso
Il teatro di Dioniso, alle pendici meridionali dell’Acropoli, è il luogo in cui furono rappresentate le opere di Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane. Nel V secolo era una struttura in gran parte di legno; la forma in pietra che vediamo oggi risale al IV secolo (all’epoca dell’oratore Licurgo) e alle trasformazioni romane. Per questo la ricostruzione dello spazio scenico del V secolo è uno dei problemi più discussi della materia.
Le parti del teatro
Il teatro greco si compone di tre parti:
- il théatron, la cavea, il luogo da cui si guarda, con le gradinate disposte a semicerchio sul pendio;
- l’orchḗstra, lo spazio circolare (o forse inizialmente trapezoidale, secondo alcuni studiosi) in cui danzava il coro, con al centro un altare (thymélē);
- la skēnḗ, un edificio dietro l’orchestra, originariamente una tenda o una baracca di legno, che serviva come spogliatoio e come sfondo, rappresentando di solito la facciata di un palazzo o di un tempio, con una o tre porte.
Gli attori e il coro entravano attraverso due corridoi laterali, le párodoi. Una convenzione, forse posteriore, voleva che da una parte si venisse dalla città e dall’altra dalla campagna o dall’estero. Davanti alla skēnḗ c’era probabilmente una bassa piattaforma, ma non sappiamo se nel V secolo esistesse un palco rialzato che separasse attori e coro.
Le macchine
Il teatro greco disponeva di alcune macchine sceniche. L’ekkýklēma era una piattaforma su ruote che veniva spinta fuori dalla porta centrale per mostrare ciò che era accaduto all’interno, per esempio i cadaveri dopo un omicidio, che per convenzione non si svolgeva in scena. La mēchanḗ era una gru che sollevava un attore in aria, usata per le apparizioni degli dèi: da qui l’espressione latina deus ex machina, che indica un intervento divino che risolve la trama dall’alto, come avviene in molte tragedie di Euripide. Aristofane parodia la mēchanḗ nella Pace, in cui il protagonista vola in cielo su uno scarabeo stercorario. Esistevano anche pannelli dipinti (la skēnographía, attribuita da Aristotele a Sofocle) e altri espedienti.
Cosa ti chiedono all’orale (origini, istituzioni, spazio)
Come spiega Aristotele l’origine della tragedia e della commedia? La tragedia dai capi del ditirambo, la commedia dai capi dei canti fallici (Poetica 4).
Chi era il corego? Un cittadino ricco che sosteneva le spese per l’allestimento del coro come servizio pubblico (liturgia), con grande prestigio personale.
Che cos’era una tetralogia? L’insieme di tre tragedie e un dramma satiresco presentato da un poeta tragico alle Grandi Dionisie.
Quali sono le parti del teatro greco? Il théatron (cavea), l’orchestra (spazio del coro) e la skēnḗ (edificio scenico), con le párodoi laterali.
Che cos’è il deus ex machina? L’apparizione di un dio sollevato dalla mēchanḗ, una gru scenica, per risolvere la trama; tipico di Euripide.
Attori, coro, maschere e musica
Gli attori
Gli attori erano tutti uomini, anche per i ruoli femminili. Nella tragedia del V secolo erano al massimo tre (la cosiddetta regola dei tre attori), che si dividevano tutti i ruoli parlanti cambiando maschera e costume; esistevano anche comparse mute. Il primo attore, il protagonista, aveva un ruolo sempre più importante: dal 449 a.C. alle Grandi Dionisie si istituì un premio per il miglior attore tragico. Nel IV secolo gli attori diventano vere celebrità, più famosi dei poeti, e si organizzano in associazioni professionali, gli artisti di Dioniso, che in età ellenistica girano per tutto il mondo greco.
La recitazione richiedeva una voce potente e capacità di canto: molte parti erano cantate o recitate con accompagnamento musicale. Lo spazio enorme e le maschere imponevano una gestualità ampia e codificata. Aristotele, nella Retorica, osserva che ai suoi tempi gli attori contano più dei poeti.
Le maschere e i costumi
Tutti gli attori e i coreuti portavano la maschera (prósōpon, in latino persona), di lino o di legno, che copriva l’intero volto e la testa, con i capelli. La maschera permetteva a un solo attore di interpretare più ruoli, di essere visibile da lontano e, secondo alcuni, di dare risonanza alla voce. Nella tragedia le maschere erano realistiche; nella commedia caricaturali, a volte ritratti grotteschi di personaggi reali (Aristofane portò in scena Socrate e Cleone). Per la commedia nuova, il grammatico Giulio Polluce (II secolo d.C.) elenca decine di tipi fissi di maschere: il vecchio, il giovane innamorato, lo schiavo, la cortigiana, il soldato fanfarone, il parassita. I costumi tragici erano vesti lunghe e ricche; i calzari alti (kóthornoi) diventarono più alti in età ellenistica e romana. Gli attori comici portavano imbottiture grottesche e un fallo di cuoio.
Il coro
Il coro è l’elemento più caratteristico del teatro greco e il più lontano dalla nostra sensibilità. Nella tragedia era composto da dodici coreuti, poi quindici con Sofocle; nella commedia da ventiquattro. Era guidato dal corifeo, che poteva dialogare con gli attori. Il coro entrava con un canto, la párodos, e restava in scena per tutta la durata del dramma, cantando e danzando gli stásima tra un episodio e l’altro. Rappresentava di solito un gruppo collettivo (anziani della città, donne, prigioniere, marinai), che commentava l’azione, esprimeva emozioni, ricordava miti, dava consigli. Aristotele raccomanda che il coro sia trattato come uno degli attori e partecipi all’azione, come in Sofocle, e non come in Euripide, dove i canti tendono a diventare intermezzi.
Nel corso del tempo il ruolo del coro si riduce: già nella commedia di Menandro il coro si limita a intermezzi che non vengono neppure trascritti nei manoscritti, dove compare solo la nota chorû, “del coro”. Il coro tragico, però, continua a esistere a lungo.
La musica e la metrica
Il teatro greco era in gran parte musicale. Le parti dialogate erano in trimetri giambici, il metro più vicino al parlato secondo Aristotele; i canti corali e le monodie degli attori erano in metri lirici complessi, organizzati in coppie di strofe e antistrofe con identico schema metrico, accompagnati dall’aulós, uno strumento a fiato a doppia canna. Esistevano anche parti recitate con accompagnamento musicale, in tetrametri trocaici o anapesti. Della musica non ci resta quasi nulla: qualche frammento di papiro con notazione, come quello dell’Oreste di Euripide. Puoi approfondire questo aspetto negli appunti di Musica e metrica greca.
La tragedia greca
La struttura
La tragedia greca ha una struttura che Aristotele descrive nel capitolo 12 della Poetica:
- prologo: la parte prima dell’ingresso del coro, in cui si presenta la situazione;
- párodos: il canto d’ingresso del coro;
- episodi: le scene di dialogo tra attori, di solito da tre a cinque;
- stásima: i canti del coro tra un episodio e l’altro;
- esodo: la parte finale, dopo l’ultimo canto del coro.
Tra le forme ricorrenti ci sono la sticomitia, un dialogo serrato in cui gli interlocutori si scambiano un verso ciascuno; il discorso del messaggero, che racconta eventi accaduti fuori scena, spesso violenti; l’agone, un confronto tra due personaggi con discorsi contrapposti; il kommós, un lamento cantato insieme da attori e coro.
La definizione di Aristotele
Nella Poetica Aristotele dà la definizione più famosa della tragedia:
ἔστιν οὖν τραγῳδία μίμησις πράξεως σπουδαίας καὶ τελείας μέγεθος ἐχούσης, ἡδυσμένῳ λόγῳ χωρὶς ἑκάστῳ τῶν εἰδῶν ἐν τοῖς μορίοις, δρώντων καὶ οὐ δι᾽ ἀπαγγελίας, δι᾽ ἐλέου καὶ φόβου περαίνουσα τὴν τῶν τοιούτων παθημάτων κάθαρσιν (Arist. Poet. 1449b24-28)
La tragedia è imitazione di un’azione seria e compiuta, dotata di una certa grandezza, in un linguaggio adorno, con ciascuna specie di ornamento distinta nelle varie parti, di persone che agiscono e non per mezzo di un racconto, che attraverso pietà e paura porta a compimento la purificazione di tali emozioni. Il significato della catarsi è uno dei problemi più discussi della storia dell’estetica: purificazione morale, purgazione in senso medico, chiarificazione intellettuale? Aristotele indica anche gli elementi della trama: il rovesciamento (peripéteia), il riconoscimento (anagnṓrisis) e l’evento doloroso (páthos), e la colpa o errore (hamartía) dell’eroe, che non è né del tutto buono né malvagio.
Eschilo
Eschilo (525-456 a.C.) combatté a Maratona, e il suo epitaffio ricorda solo questo, non le tragedie. Scrisse circa novanta drammi; ce ne restano sette. I Persiani (472) sono l’unica tragedia conservata su un soggetto storico: la sconfitta di Serse a Salamina, raccontata dal punto di vista dei vinti, alla corte persiana. L’Orestea (458), l’unica trilogia completa che ci sia giunta (Agamennone, Coefore, Eumenidi), racconta l’uccisione di Agamennone da parte di Clitemestra, la vendetta di Oreste e il suo processo davanti al tribunale dell’Areopago, istituito da Atena: la catena della vendetta si chiude con la nascita della giustizia civica. Gli altri drammi sono Sette contro Tebe, Supplici e Prometeo incatenato (di autenticità discussa). Il teatro di Eschilo è grandioso, con cori ampi, immagini potenti, una riflessione religiosa sulla giustizia di Zeus e sull’apprendimento attraverso la sofferenza.
Sofocle
Sofocle (circa 496-406 a.C.) fu anche stratego con Pericle e ricoprì cariche pubbliche. Vinse molte gare e non arrivò mai ultimo. Delle oltre cento opere ci restano sette tragedie: Aiace, Antigone, Edipo re, Trachinie, Elettra, Filottete, Edipo a Colono, oltre a una parte consistente del dramma satiresco I cercatori di tracce, conservata su papiro. Il teatro di Sofocle è centrato sull’eroe, isolato e inflessibile, che si scontra con la realtà o con gli altri: Antigone, che seppellisce il fratello contro l’editto di Creonte, in nome delle leggi non scritte degli dèi; Edipo, che conduce un’inchiesta per scoprire l’assassino di Laio e scopre di essere lui stesso il colpevole. L’Edipo re era per Aristotele la tragedia esemplare, per la coincidenza di rovesciamento e riconoscimento. Sofocle introdusse il terzo attore e la scenografia dipinta.
Euripide
Euripide (circa 480-406 a.C.) vinse poche volte in vita, ma fu il tragico più letto e rappresentato dopo la sua morte; per questo ci restano diciotto o diciannove drammi, tra cui Medea, Ippolito, Troiane, Elettra, Ione, Elena, Ifigenia in Tauride, Oreste, Baccanti, Ifigenia in Aulide, e il dramma satiresco Ciclope. Euripide porta in scena personaggi lacerati dalle passioni (Medea che uccide i figli per vendicarsi di Giasone, Fedra innamorata del figliastro), dà voce alle donne, agli schiavi, ai vinti, mette in discussione gli dèi tradizionali e risente dell’influenza dei sofisti. Usa prologhi espositivi, spesso affidati a una divinità, e finali con il deus ex machina. Alcuni drammi, come Elena e Ione, hanno un lieto fine e anticipano la commedia nuova. Le Baccanti, scritte in Macedonia alla fine della vita, mettono in scena Dioniso stesso e la sua vendetta su Penteo, re di Tebe che rifiuta il suo culto: è il testo che più si avvicina alle origini dionisiache del teatro.
Il dramma satiresco
Il dramma satiresco chiudeva la tetralogia. Aveva un soggetto mitologico come la tragedia, ma il coro era composto da satiri, esseri mezzo uomini e mezzo animali, compagni di Dioniso, guidati dal vecchio Sileno. Il tono era scherzoso, con elementi di farsa, ma il linguaggio restava vicino a quello tragico. L’unico dramma satiresco completo è il Ciclope di Euripide, che rielabora l’episodio di Polifemo dell’Odissea. Il genere serviva forse a riportare il pubblico alla dimensione festiva dopo le tragedie.
Cosa ti chiedono all’orale (attori, coro, tragedia)
Che cos’è la regola dei tre attori? La convenzione per cui nella tragedia del V secolo i ruoli parlanti erano divisi tra al massimo tre attori, che cambiavano maschera e costume.
Quali funzioni aveva la maschera? Permetteva a un attore di interpretare più ruoli, anche femminili, rendeva il personaggio riconoscibile da lontano e ne fissava il tipo.
Quali sono le parti della tragedia secondo Aristotele? Prologo, párodos, episodi, stásima, esodo (Poetica 12).
Che cosa significa catarsi? La “purificazione” delle emozioni di pietà e paura indicata da Aristotele come fine della tragedia; il senso esatto (morale, medico, intellettuale) è discusso.
Perché l’Orestea è importante? È l’unica trilogia tragica completa; racconta il passaggio dalla vendetta privata alla giustizia del tribunale cittadino.
La commedia greca
La commedia antica
La commedia fu ammessa ufficialmente alle Grandi Dionisie nel 486 a.C. La commedia antica (archaía) del V secolo è una forma teatrale fantastica, oscena, politica, che mescola satira dei potenti, parodia letteraria, invenzioni assurde. I suoi grandi autori erano Cratino, Eupoli e Aristofane, l’unico di cui ci restano opere complete.
Aristofane
Aristofane (circa 450-385 a.C.) scrisse una quarantina di commedie; ce ne restano undici: Acarnesi, Cavalieri, Nuvole, Vespe, Pace, Uccelli, Lisistrata, Tesmoforiazuse, Rane, Ecclesiazuse, Pluto. Le trame partono da un’idea fantastica: un contadino che stipula una pace privata con Sparta (Acarnesi), due ateniesi che fondano una città tra le nuvole con gli uccelli (Uccelli), le donne che fanno lo sciopero del sesso per costringere gli uomini alla pace (Lisistrata), Dioniso che scende nell’Ade per riportare in vita un buon poeta tragico e assiste alla gara tra Eschilo ed Euripide (Rane). Aristofane attacca i politici (Cleone, il demagogo), gli intellettuali (Socrate nelle Nuvole), i poeti (Euripide), con una libertà di parola che è un segno della democrazia ateniese.
La struttura della commedia antica
La commedia antica ha una struttura propria. Dopo il prologo e la párodos, si svolge l’agone, un dibattito tra due personaggi che sostengono tesi opposte. Segue la parábasi, il momento più caratteristico: gli attori lasciano la scena e il coro, togliendosi i mantelli, si rivolge direttamente al pubblico, a nome del poeta, parlando di politica, di sé stesso, dei rivali. Poi una serie di scene episodiche mostra le conseguenze dell’idea fantastica, fino all’esodo, spesso con una festa o un banchetto. Nelle ultime commedie di Aristofane la parábasi scompare e il coro si riduce: è il passaggio alla commedia di mezzo.
La commedia di mezzo e la commedia nuova
La commedia di mezzo (IV secolo), conosciuta solo da frammenti, abbandona gradualmente la satira politica per la parodia mitologica e la vita quotidiana. La commedia nuova (néa), tra la fine del IV e il III secolo, è una commedia di intreccio e di caratteri, ambientata nella vita privata delle famiglie borghesi: amori contrastati, figli perduti e ritrovati, equivoci, riconoscimenti finali. I personaggi sono tipi fissi: il giovane innamorato, il padre severo, lo schiavo astuto, la cortigiana, il soldato fanfarone, il cuoco, il parassita. Il coro è ridotto a intermezzi tra i cinque atti.
Menandro
Il maggiore autore della commedia nuova è Menandro (342-291 a.C.), allievo di Teofrasto e amico di Epicuro. Fu molto ammirato nell’antichità per la verità psicologica dei suoi personaggi; un grammatico alessandrino si chiedeva se Menandro avesse imitato la vita o la vita Menandro. Per secoli le sue opere furono note solo da citazioni e dagli adattamenti latini; nel Novecento i papiri ne hanno restituito una parte consistente. Nel 1958 fu pubblicato il Dyskolos (Il misantropo), l’unica commedia completa, da un papiro della collezione Bodmer; altri papiri hanno restituito ampie parti della Samia, dell’Arbitrato (Epitrépontes) e dello Scudo (Aspís). È un esempio di come la papirologia abbia cambiato la storia del teatro antico: puoi vedere gli appunti di Papirologia.
Il teatro ellenistico
In età ellenistica il teatro si diffonde in tutto il mondo greco: ogni città costruisce un teatro in pietra (Epidauro, il più celebre per l’acustica, risale al IV secolo), e le compagnie degli artisti di Dioniso girano per le feste. Si continua a rappresentare la tragedia, spesso con riprese dei classici del V secolo; la scena diventa più alta e il palcoscenico rialzato separa definitivamente gli attori dal coro. Ad Alessandria i poeti della Pleiade tragica scrivono nuove tragedie, oggi perdute. Si sviluppano anche forme minori, come il mimo, di cui ci restano i Mimiambi di Eroda, scene realistiche di vita quotidiana.
Il teatro a Roma
Le origini
Le origini del teatro romano sono raccontate da Livio (VII 2): nel 364 a.C., per placare gli dèi durante una pestilenza, furono istituiti i ludi scaenici, con danzatori fatti venire dall’Etruria (gli histriones, da una parola etrusca). Alle tradizioni italiche appartengono i fescennini, versi scherzosi e licenziosi improvvisati nelle feste contadine, la satura e l’atellana, una farsa di origine osca con maschere fisse (Maccus lo stolto, Pappus il vecchio, Bucco il chiacchierone, Dossennus il gobbo furbo), che sarà fissata in forma letteraria nel I secolo a.C. Il teatro letterario nasce nel 240 a.C., quando Livio Andronico, un greco di Taranto, rappresenta a Roma la prima tragedia e la prima commedia tradotte dal greco.
Le occasioni e gli spazi
A Roma il teatro si rappresentava durante i ludi, feste pubbliche organizzate dai magistrati (gli edili), come i ludi Romani, i ludi plebeii, i ludi Megalenses. Non c’era una gara come ad Atene: il magistrato comprava le opere dal poeta tramite il capocomico. Per lungo tempo il senato impedì la costruzione di teatri stabili, per ragioni morali e politiche: si recitava su palchi di legno smontabili. Il primo teatro in pietra fu costruito da Pompeo nel 55 a.C., con un tempio di Venere in cima alla cavea per aggirare il divieto. Il teatro romano ha forma semicircolare, l’orchestra ridotta a un semicerchio riservato ai senatori, un palcoscenico ampio e basso e una facciata scenica monumentale (scaenae frons) su più piani, come si vede ancora a Orange, in Francia. Gli attori erano spesso schiavi o liberti e godevano di scarsa considerazione sociale.
La commedia palliata
La commedia latina di argomento greco si chiama palliata, dal pallium, il mantello greco indossato dagli attori. I poeti latini adattavano commedie della commedia nuova greca (Menandro, Difilo, Filemone), mescolando talvolta scene di due modelli diversi (la contaminatio). Grande parte del testo era cantata (i cantica), con accompagnamento della tibia, e solo una parte recitata (i diverbia).
Plauto
Tito Maccio Plauto (circa 255-184 a.C.) è il più grande autore comico latino. Ci restano ventuno commedie, quelle considerate autentiche dal filologo Varrone: tra le più note l’Anfitrione, l’Aulularia (da cui deriva l’Avaro di Molière), i Menaechmi (sui gemelli scambiati), il Miles gloriosus, la Mostellaria, lo Pseudolus, i Captivi. Plauto trasforma i modelli greci in uno spettacolo comico esuberante, fatto di giochi di parole, battute, canti, travestimenti, con al centro lo schiavo astuto (servus callidus) che inganna il padrone per aiutare il giovane innamorato. La sua lingua è vivace e colloquiale, ricchissima di invenzioni verbali, ed è una fonte preziosa per il latino parlato.
Terenzio
Publio Terenzio Afro (circa 190-159 a.C.), nato a Cartagine e arrivato a Roma come schiavo, fu liberato dal suo padrone, il senatore Terenzio Lucano, e frequentò il circolo di Scipione Emiliano. Scrisse sei commedie: Andria, Hecyra, Heautontimorumenos, Eunuchus, Phormio, Adelphoe. A differenza di Plauto, Terenzio è più fedele ai modelli greci, in particolare Menandro, e cerca la finezza psicologica più del riso: le sue commedie riflettono sull’educazione dei figli, sui rapporti tra generazioni, sull’umanità. Nell’Heautontimorumenos (“Il punitore di sé stesso”) il vecchio Cremete giustifica la sua curiosità per gli affari del vicino con un verso diventato proverbiale:
homo sum: humani nil a me alienum puto (Ter. Heaut. 77)
Sono un uomo: niente di ciò che è umano lo ritengo estraneo a me. Il verso è stato letto come manifesto dell’humanitas. Nei prologhi Terenzio non presenta la trama, ma si difende dalle accuse dei rivali, in particolare dall’accusa di contaminatio. Alcune sue commedie ebbero poco successo: l’Hecyra fu interrotta due volte perché il pubblico preferiva assistere a uno spettacolo di funamboli e a combattimenti di gladiatori.
La tragedia latina
La tragedia latina della repubblica (la cothurnata, di argomento greco, e la praetexta, di argomento romano) è conosciuta solo da frammenti: Ennio, Pacuvio e Accio erano molto ammirati, e Cicerone li cita spesso. Accanto alla palliata esisteva anche la togata, commedia di ambientazione italica. Della tragedia latina ci restano complete solo le opere di Seneca (I secolo d.C.): Medea, Fedra, Edipo, Tieste, Troiane, Agamennone, Ercole furioso, Fenicie, oltre all’Ercole sull’Eta e all’Octavia, di autenticità discussa. Le tragedie di Seneca, ricche di retorica, di violenza e di riflessione stoica sulle passioni, sono state a lungo considerate destinate alla lettura e non alla scena; oggi molti studiosi pensano che potessero essere rappresentate, almeno in parte. Ebbero un’enorme influenza sul teatro del Rinascimento, da Shakespeare ai tragici francesi.
Mimo e pantomimo
In età imperiale le forme più popolari non sono la tragedia e la commedia letterarie, ma il mimo e il pantomimo. Il mimo era una farsa realistica, spesso oscena, in cui recitavano anche donne, senza maschera; vi si distinsero autori come Decimo Laberio e Publilio Siro, le cui sentenze furono raccolte e lette a scuola. Il pantomimo era uno spettacolo di danza: un unico danzatore mascherato interpretava con il movimento tutti i personaggi di un mito, accompagnato da un coro e da musicisti. I pantomimi più celebri, come Pilade e Batillo all’epoca di Augusto, erano vere star. I Padri della Chiesa condannarono duramente questi spettacoli, e con la fine dell’impero d’Occidente il teatro antico si spense, sopravvivendo nei testi e nelle forme popolari degli artisti girovaghi.
Cosa ti chiedono all’orale (commedia e teatro romano)
Che cos’è la parábasi? Il momento della commedia antica in cui il coro, uscita di scena degli attori, si rivolge direttamente al pubblico a nome del poeta.
Che differenza c’è tra commedia antica e commedia nuova? L’antica è fantastica, politica, con satira dei personaggi reali e coro importante; la nuova è commedia di intreccio e di caratteri borghesi, con tipi fissi e coro ridotto a intermezzi.
Che cos’è la contaminatio? La fusione di scene di due commedie greche diverse in un’unica commedia latina; Terenzio ne fu accusato dai rivali.
Perché il teatro di Pompeo è importante? Fu il primo teatro stabile in pietra di Roma (55 a.C.), dopo un lungo divieto del senato.
Che cos’era il pantomimo? Uno spettacolo di danza in cui un solo danzatore mascherato interpretava tutti i personaggi di un mito, accompagnato da coro e musica; fu la forma più popolare dell’età imperiale.
Temi trasversali
Il testo e la scena
Il problema metodologico centrale della materia è il rapporto tra il testo e la sua messa in scena. I manoscritti antichi non contengono didascalie: tutto ciò che sappiamo dei movimenti, delle entrate e delle uscite, dei gesti, va ricavato dal testo stesso (le cosiddette didascalie interne: “ecco che arriva…”, “perché piangi?”). Il libro di Oliver Taplin, The Stagecraft of Aeschylus (1977), ha mostrato come leggere le tragedie da questo punto di vista. Le altre fonti sono l’archeologia dei teatri, la pittura vascolare (in particolare i vasi dell’Italia meridionale del IV secolo, che rappresentano scene teatrali, e i vasi detti fliacici, con scene comiche), le iscrizioni, le testimonianze di autori antichi e lessicografi.
La donna in scena
Il teatro greco è pieno di grandi figure femminili, Clitemestra, Antigone, Medea, Fedra, Lisistrata, ma erano tutte interpretate da uomini, in una società in cui le donne erano escluse dalla vita politica. Gli studi di genere hanno mostrato come il teatro usi il femminile per esplorare ciò che la città esclude o teme: la passione, il lutto, il legame con la famiglia, il disordine. Il confronto tra queste figure e la condizione reale delle donne ateniesi è un tema frequente all’orale.
Riso e pianto
La distinzione tra tragico e comico è un’altra questione classica. Alla fine del Simposio di Platone, Socrate sostiene davanti ad Agatone, poeta tragico, e ad Aristofane, poeta comico, che lo stesso uomo dovrebbe saper comporre tragedie e commedie: ma nessun autore greco scrisse entrambi i generi. Gli studiosi moderni hanno insistito sui rapporti tra i due: la commedia parodia la tragedia, Euripide anticipa la commedia nuova, il dramma satiresco sta nel mezzo.
La fortuna del teatro antico
Il teatro antico ha avuto una lunga vita dopo la fine dell’antichità. Nel medioevo Terenzio fu letto nelle scuole, e la monaca Rosvita di Gandersheim (X secolo) scrisse commedie latine sul suo modello, ma di contenuto cristiano. Nel Rinascimento le commedie di Plauto e Terenzio furono riscoperte e rappresentate nelle corti, ispirando la commedia erudita italiana (Ariosto, Machiavelli con la Mandragola, Bibbiena); le tragedie di Seneca influenzarono il teatro elisabettiano. Nel 1585 il Teatro Olimpico di Vicenza, progettato da Andrea Palladio sul modello dei teatri romani descritti da Vitruvio, fu inaugurato con l’Edipo re di Sofocle. Alla fine del Cinquecento la Camerata de’ Bardi a Firenze, cercando di ricostruire la musica della tragedia greca, contribuì alla nascita del melodramma.
Nel Novecento la tragedia greca torna in scena nei teatri antichi. Dal 1914 l’Istituto Nazionale del Dramma Antico organizza a Siracusa le rappresentazioni classiche nel teatro greco; spettacoli si tengono a Epidauro, a Segesta, a Ostia. Registi come Max Reinhardt, Vittorio Gassman, Luca Ronconi, Peter Stein, Ariane Mnouchkine hanno affrontato i classici con letture molto diverse. Pier Paolo Pasolini tradusse l’Orestea per il teatro di Siracusa nel 1960 e girò Edipo re e Medea per il cinema. Studiare la fortuna moderna ti permette di capire che il teatro antico non è un oggetto morto, ma un repertorio ancora vivo; puoi approfondire il tema negli appunti di Letteratura greca e sua ricezione moderna.
Come preparare l’esame
Il programma tipo
Il programma comprende di solito un manuale di storia del teatro antico, la lettura di tre o quattro drammi (per esempio l’Agamennone o le Eumenidi di Eschilo, l’Edipo re o l’Antigone di Sofocle, le Baccanti o la Medea di Euripide, una commedia di Aristofane, una di Plauto o Terenzio, una tragedia di Seneca) e saggi sulla messa in scena. Nei corsi di area DAMS il peso è maggiore sugli aspetti spettacolari e sulla fortuna moderna; in quelli di area classica sui testi e sulla lingua.
Un piano in sei settimane
- Settimana 1: origini, Dioniso, feste, istituzioni, pubblico.
- Settimana 2: spazio teatrale, macchine, attori, maschere, coro, musica.
- Settimana 3: tragedia, struttura, Poetica, Eschilo e Sofocle.
- Settimana 4: Euripide, dramma satiresco, commedia antica e Aristofane.
- Settimana 5: commedia nuova e Menandro; teatro romano, Plauto, Terenzio, Seneca, mimo e pantomimo.
- Settimana 6: temi trasversali e fortuna moderna; rilettura dei testi in programma con attenzione alla messa in scena.
Errori da evitare
Non immaginare il teatro greco come il teatro moderno, con sipario, luci, palcoscenico chiuso e pubblico silenzioso. Non confondere il teatro di Dioniso del V secolo con il monumento in pietra che vediamo oggi. Non attribuire ai Greci il palcoscenico rialzato dell’età ellenistica e romana. Non dimenticare il coro, che è parte essenziale dello spettacolo. Non presentare Plauto e Terenzio come semplici traduttori.
Commentare una scena
Davanti a una scena, chiediti: chi è in scena e quanti attori servono? Da dove entrano i personaggi? Che cosa fa il coro? Ci sono indicazioni interne su gesti, oggetti, costumi? Che funzione ha la scena nella struttura del dramma (prologo, agone, discorso del messaggero, riconoscimento)? Che effetto voleva produrre sul pubblico? Un commento costruito così mostra che hai capito che stai leggendo un copione e non un poema.
Cosa ti chiedono all’orale (temi trasversali e fortuna)
Che cosa sono le didascalie interne? Le indicazioni sceniche contenute nelle battute stesse dei personaggi, unica fonte testuale sulla messa in scena antica.
Quali fonti abbiamo per la messa in scena antica? I testi, l’archeologia dei teatri, la pittura vascolare, le iscrizioni (come le didascalie degli agoni), le testimonianze di autori antichi e lessicografi come Polluce.
Perché il Teatro Olimpico di Vicenza è importante? Progettato da Palladio sul modello vitruviano, fu inaugurato nel 1585 con l’Edipo re, una delle prime riprese moderne della tragedia greca.
Che cos’è l’INDA? L’Istituto Nazionale del Dramma Antico, che dal 1914 organizza le rappresentazioni classiche nel teatro greco di Siracusa.
Che rapporto c’è tra la Camerata de’ Bardi e il teatro greco? Il tentativo di ricostruire la musica della tragedia antica contribuì alla nascita del melodramma alla fine del Cinquecento.
Glossario rapido
- Ditirambo: canto corale in onore di Dioniso.
- Corego: cittadino che finanziava il coro.
- Orchḗstra: spazio in cui danzava il coro.
- Skēnḗ: edificio scenico.
- Ekkýklēma / mēchanḗ: piattaforma su ruote / gru scenica.
- Stásimon: canto del coro tra due episodi.
- Sticomitia: dialogo a battute di un verso.
- Parábasi: allocuzione del coro al pubblico nella commedia antica.
- Palliata / togata: commedia latina di ambientazione greca / italica.
- Contaminatio: fusione di più modelli greci.
Fonti e approfondimenti
Manuali e studi
- Arthur W. Pickard-Cambridge, Le feste drammatiche di Atene, La Nuova Italia.
- Oliver Taplin, Greek Tragedy in Action, Routledge.
- Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet, Mito e tragedia nell’antica Grecia, Einaudi.
- Dario Del Corno, I narcisi di Colono. Drammaturgia del mito nella tragedia greca, Raffaello Cortina.
- Cesare Questa, La metrica di Plauto e di Terenzio, QuattroVenti.
Testi citati
La definizione di tragedia di Aristotele (Poetica 1449b24-28) è riportata secondo il testo greco del Perseus Digital Library; il verso di Terenzio (Heautontimorumenos 77) e il racconto delle origini dei ludi scaenici in Livio (VII 2) sono controllati su The Latin Library. Gli altri passi sono resi in parafrasi.
Per approfondire trovi gli appunti di Letteratura greca, Musica e metrica greca, Papirologia, Mitologia classica, letterature e media, Lingua e letteratura latina I e Religioni del mondo classico.