Se oggi compri un paio di scarpe con il logo di una dea della vittoria, giochi a un videogioco in cui combatti per uscire dall’Ade, o leggi un romanzo raccontato da Circe, stai usando la mitologia greca. Non come erudizione, ma come lingua comune. Questo esame studia proprio questo fenomeno: da dove vengono i miti, come li hanno raccontati gli antichi, e come continuano a essere riscritti nella letteratura, nel teatro, nell’opera, nel cinema, nei fumetti e nei videogiochi.
Il programma tiene quasi sempre insieme tre parti. Una storica e filologica: le fonti antiche, da Omero a Ovidio. Una teorica: che cos’è un mito e come è stato interpretato, dagli allegoristi antichi a Lévi-Strauss. Una dedicata alla ricezione: alcuni miti seguiti attraverso le riscritture moderne. All’orale ti chiedono di passare dal testo antico alla sua trasformazione, e di spiegare che cosa cambia e perché.
| Esame | Mitologia classica, letterature e media |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere, Filologia classica, Scienze della comunicazione, DAMS |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | area di Lingua e letteratura greca o latina (ex L-FIL-LET/02 o 04) |
| Prova | orale, spesso con analisi di testi antichi e di una riscrittura moderna |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
Comincio dalle parole e dalle fonti: che cosa voleva dire mythos, chi ha raccontato i miti, chi li ha raccolti. Poi vedi le grandi teorie interpretative, perché senza di esse non sai dire nulla di una riscrittura. Infine seguo cinque miti, Prometeo, Orfeo, Medea, Antigone, Pigmalione, dalla fonte antica ai media contemporanei, e chiudo con il mito nella cultura di massa.
Un consiglio: per ogni mito che studi, prepara una scheda con tre righe. La fonte antica principale, con autore e opera. Il nucleo che resta stabile nelle riscritture. Due riscritture moderne, con il punto in cui cambiano la storia. All’orale questa scheda ti salva.
Che cos’è un mito
La parola
In greco mythos significa all’inizio semplicemente “parola”, “discorso”, “racconto”. In Omero non c’è ancora l’opposizione tra mythos e logos che diventerà famosa. Sono i filosofi e gli storici, tra VI e IV secolo a.C., a dare a mythos il senso di racconto favoloso, non verificabile, contrapposto al ragionamento argomentato. Tucidide, all’inizio delle sue Storie, prende le distanze dal “favoloso” dei suoi predecessori; Platone critica i poeti che raccontano storie sconvenienti sugli dei, ma poi usa egli stesso dei miti, come quello della caverna o di Er, per dire ciò che il ragionamento non riesce a dire.
Una definizione di lavoro
Gli studiosi non sono d’accordo su una definizione unica. Una definizione di lavoro molto usata, che Walter Burkert ha reso nota, considera il mito un racconto tradizionale con un riferimento secondario e parziale a qualcosa di importante per la collettività. “Tradizionale” significa che non ha un autore unico e viene raccontato e riraccontato; “riferimento collettivo” significa che spiega, fonda o giustifica qualcosa: un rito, un’istituzione, l’origine di una città, l’ordine del mondo.
Mito, leggenda, fiaba
Ti conviene distinguere tre generi di racconto tradizionale, almeno in linea di massima.
- Il mito riguarda dei ed eroi, si colloca in un tempo delle origini e ha una funzione fondativa.
- La saga o leggenda eroica riguarda eroi collocati in un passato percepito come storico, come la guerra di Troia.
- La fiaba riguarda personaggi generici (un re, una principessa, un figlio minore), è senza tempo e senza luogo, e ha una funzione di intrattenimento e di insegnamento.
Nel mondo greco i confini sono porosi. Ma la distinzione ti serve per capire perché, per esempio, Vladimir Propp ha studiato la struttura della fiaba russa e non il mito.
Cosa ti chiedono all’orale (definizione)
Che cosa significa mythos in greco? In origine “parola”, “racconto”, senza connotazione negativa: in Omero mythos e logos non si oppongono. È tra VI e IV secolo a.C. che filosofi e storici, come Tucidide e Platone, lo contrappongono al discorso razionale e verificabile, dandogli il senso di racconto favoloso. Platone però usa egli stesso miti per esprimere ciò che sfugge all’argomentazione.
Come si può definire il mito? Come un racconto tradizionale, cioè senza autore unico e continuamente ripreso, che ha un riferimento a qualcosa di importante per una comunità: l’origine del mondo, degli dei, di un rito, di una città, di un’istituzione. Si distingue dalla saga eroica, collocata in un passato percepito come storico, e dalla fiaba, senza tempo e senza luogo.
Le fonti antiche
I poeti arcaici
Non esiste un “libro sacro” della mitologia greca. Esistono molti testi, di epoche e generi diversi, che raccontano i miti in versioni anche contrastanti. Le fonti più antiche sono i poemi.
- Omero: l’Iliade e l’Odissea presuppongono una massa di racconti che il pubblico conosceva già, e vi alludono di continuo.
- Esiodo: la Teogonia racconta l’origine del mondo e degli dei, da Caos a Gaia e Urano, poi Crono e infine Zeus; Le opere e i giorni contiene il mito di Prometeo e Pandora e quello delle età dell’uomo.
- Gli Inni omerici, attribuiti dagli antichi a Omero ma composti da poeti diversi, raccontano nascita e imprese di singoli dei: l’inno a Demetra per il rapimento di Persefone, l’inno a Ermes per il dio ladro di buoi appena nato.
- I poemi del Ciclo epico, che completavano le vicende troiane, sono perduti e li conosciamo da riassunti e frammenti.
La lirica e la tragedia
La lirica corale, soprattutto Pindaro, usa il mito per celebrare i vincitori dei giochi, e non esita a correggerlo quando gli pare indegno degli dei. Ma il genere che ha fissato molte versioni canoniche è la tragedia ateniese del V secolo a.C. Eschilo, Sofocle ed Euripide prendono i miti delle grandi famiglie, gli Atridi, i Labdacidi di Tebe, e li riscrivono per interrogare la città su giustizia, potere, famiglia, dei. Molte delle storie che conosci, Edipo, Antigone, Medea, le conosci nella forma che hanno ricevuto sulla scena tragica.
I mitografi
In età ellenistica e imperiale nascono le raccolte sistematiche. La Biblioteca attribuita ad Apollodoro, compilata probabilmente in età imperiale, è un manuale in prosa che ordina i miti per genealogie. In latino le Fabulae attribuite a Igino offrono un repertorio analogo. Questi testi sono preziosi perché conservano versioni perdute, ma sono riassunti, senza la forza dei poeti.
Ovidio
Per la ricezione europea la fonte più importante è un poeta latino: Ovidio, con le Metamorfosi, poema in quindici libri composto all’inizio del I secolo d.C. Raccoglie circa duecentocinquanta storie di trasformazione, dal caos primordiale all’apoteosi di Cesare, legate tra loro con passaggi ingegnosi. Dal medioevo all’età moderna pittori, poeti e musicisti hanno conosciuto i miti soprattutto attraverso Ovidio: Apollo e Dafne, Narciso ed Eco, Piramo e Tisbe, Orfeo, Pigmalione. Italo Calvino, nell’introduzione all’edizione Einaudi delle Metamorfosi del 1979, intitolata Gli indistinti confini e poi ristampata come Ovidio e la contiguità universale, ha parlato della “contiguità universale” tra dei, uomini e natura che il poema mette in scena.
Cosa ti chiedono all’orale (fonti)
Quali sono le principali fonti antiche della mitologia greca? I poemi omerici, che presuppongono e richiamano i miti; Esiodo, con la Teogonia sull’origine del mondo e degli dei e Le opere e i giorni con Prometeo e Pandora; gli Inni omerici; la lirica, soprattutto Pindaro; la tragedia del V secolo, che fissa molte versioni canoniche; i mitografi, come la Biblioteca attribuita ad Apollodoro e le Fabulae di Igino. In latino la fonte decisiva per l’Europa sono le Metamorfosi di Ovidio.
Perché Ovidio è così importante per la ricezione? Perché le Metamorfosi, poema in quindici libri dell’inizio del I secolo d.C., raccolgono centinaia di miti di trasformazione in una narrazione continua e affascinante. Dal medioevo al barocco sono state la principale porta d’accesso ai miti per poeti, pittori e musicisti, che hanno preso da lì storie come Apollo e Dafne, Narciso, Orfeo e Pigmalione.
Le teorie del mito
Gli antichi: allegoria ed evemerismo
Già i Greci si chiesero come interpretare storie in cui gli dei rubano, tradiscono e si mutilano. Nacquero due risposte che hanno avuto lunghissima vita.
- L’allegoria: i miti dicono una cosa per significarne un’altra. Già nel VI secolo a.C. Teagene di Reggio leggeva le lotte tra gli dei omerici come conflitti tra elementi naturali. Gli stoici e poi i neoplatonici svilupparono letture fisiche e morali. Questa tradizione passa al medioevo cristiano: l’Ovide moralisé, un poema francese del Trecento, rilegge le favole di Ovidio come insegnamenti morali e allegorie cristiane.
- L’evemerismo, da Evemero di Messene, vissuto tra IV e III secolo a.C.: gli dei erano in origine uomini, re e benefattori, divinizzati dopo la morte per gratitudine. Gli apologisti cristiani usarono volentieri questa teoria contro il paganesimo.
L’Ottocento: natura e rito
Nell’Ottocento il mito diventa oggetto di scienza.
- Friedrich Max Müller, filologo e studioso del sanscrito, propose la cosiddetta mitologia solare: i miti nascono da metafore sui fenomeni naturali, soprattutto il sole, la cui origine si era dimenticata. Parlò di una “malattia del linguaggio”.
- James George Frazer, con The Golden Bough (Il ramo d’oro, prima edizione 1890), collegò i miti ai riti, soprattutto ai riti agrari di morte e rinascita del dio della vegetazione. Il comparativismo di Frazer, che accosta usanze di popoli lontanissimi, ha influenzato profondamente la letteratura del Novecento, a cominciare da T. S. Eliot in The Waste Land.
Il Novecento: psiche e struttura
- Sigmund Freud, nell’Interpretazione dei sogni (1899, con data 1900), legge il mito di Edipo come espressione di un desiderio universale dell’infanzia: il complesso edipico. Da quel momento il mito diventa anche un linguaggio della psicoanalisi.
- Carl Gustav Jung vede nei miti l’espressione di archetipi dell’inconscio collettivo: la grande madre, il vecchio saggio, l’ombra, l’eroe.
- Joseph Campbell, in The Hero with a Thousand Faces (1949), propone il “monomito”: un unico schema del viaggio dell’eroe (partenza, iniziazione, ritorno) che si ritroverebbe in tutte le culture. Il libro ha avuto un’influenza enorme su Hollywood, a cominciare da George Lucas per Star Wars.
- Claude Lévi-Strauss, nel saggio The Structural Study of Myth (1955), applica al mito il metodo della linguistica strutturale. Il mito si scompone in unità minime, i mitemi, e il suo significato sta nelle relazioni tra di esse, in particolare nella mediazione di opposizioni fondamentali. Il suo esempio è proprio il mito di Edipo, letto insieme a tutte le sue varianti.
La scuola di Parigi e Burkert
Per il mito greco in particolare i manuali citano la cosiddetta scuola di Parigi, con Jean-Pierre Vernant, Marcel Detienne e Pierre Vidal-Naquet. Il loro metodo, che unisce strutturalismo e storia, legge i miti dentro il sistema della città greca: sacrificio, matrimonio, guerra, rapporto tra uomini, dei e animali. Mito e pensiero presso i Greci di Vernant (1965) è un classico.
Walter Burkert, con Homo Necans (1972), riporta invece l’attenzione sul rito, in particolare sul sacrificio e sulla caccia, e su radici antropologiche molto profonde.
Cosa ti chiedono all’orale (teorie)
Che cosa sono l’allegoria e l’evemerismo? Sono le due più antiche interpretazioni razionali del mito. L’allegoria, già con Teagene di Reggio nel VI secolo a.C., legge i miti come immagini di verità naturali o morali: la lotta tra dei come conflitto tra elementi. L’evemerismo, da Evemero tra IV e III secolo a.C., sostiene che gli dei erano in origine uomini divinizzati per i loro meriti. Entrambe hanno avuto lunga fortuna nel medioevo cristiano.
Che cosa propone Lévi-Strauss per lo studio del mito? Nel saggio del 1955 applica il metodo della linguistica strutturale: il mito si scompone in unità minime, i mitemi, e il suo significato non sta nel singolo racconto ma nelle relazioni tra questi elementi e tra tutte le varianti. Il mito serve a mediare opposizioni fondamentali della cultura. Il suo esempio è il ciclo di Edipo e dei Labdacidi.
Prometeo: il fuoco e la ribellione
La versione antica
In Esiodo Prometeo è un Titano astuto che inganna Zeus due volte: nella divisione delle parti del sacrificio, quando fa scegliere al dio le ossa coperte di grasso lasciando agli uomini la carne, e poi rubando il fuoco nascosto per restituirlo agli uomini. La punizione è doppia. Prometeo viene incatenato e un’aquila gli divora il fegato, che ricresce ogni giorno. Gli uomini ricevono Pandora, la prima donna, con il vaso (in greco pithos, una giara) da cui escono i mali. In Esiodo il mito spiega perché la vita umana è fatica.
Nel Prometeo incatenato, tragedia tramandata sotto il nome di Eschilo ma di attribuzione discussa, il Titano diventa un benefattore che ha dato agli uomini non solo il fuoco ma tutte le arti, e che resiste a un Zeus tiranno, forte di un segreto sul destino del dio.
Le riscritture
- Nel Romanticismo Prometeo diventa il simbolo del ribelle contro l’autorità e dell’artista creatore. Goethe scrive l’ode Prometheus, Byron una poesia omonima, Percy Bysshe Shelley il dramma lirico Prometheus Unbound (1820), in cui il Titano viene liberato e la tirannia cade.
- Mary Shelley sottotitola il suo romanzo Frankenstein; or, The Modern Prometheus (1818). Il nuovo Prometeo è lo scienziato che dà la vita e non sa assumersene la responsabilità. È la riscrittura che ha più futuro: tutte le storie di creature artificiali, fino ai robot e alle intelligenze artificiali del cinema, discendono anche da qui.
- Nel Novecento il titolo Prometheus torna per il film di fantascienza di Ridley Scott del 2012, sull’origine della vita umana.
Ricorda anche un dettaglio filologico utile. Il Prometeo incatenato faceva parte di una trilogia, di cui conosciamo i titoli e pochi frammenti, tra cui un Prometeo liberato, in cui il conflitto con Zeus si risolveva con una riconciliazione. Il titolo di Shelley riprende proprio questo dramma perduto, ma rifiuta la riconciliazione: nel suo poema il tiranno cade.
La domanda che rende interessante il confronto: il fuoco è dono o colpa? Il mito oscilla tra l’esaltazione del progresso e la paura della tecnica.
Cosa ti chiedono all’orale (Prometeo)
Che funzione ha il mito di Prometeo in Esiodo? Spiega la condizione umana. Prometeo inganna Zeus nella divisione del sacrificio e ruba il fuoco per gli uomini; Zeus punisce lui incatenandolo, con l’aquila che gli divora il fegato, e gli uomini inviando Pandora, da cui vengono i mali. Il mito fonda il sacrificio, il fuoco e la necessità del lavoro, e mostra che non si può ingannare Zeus.
Perché Frankenstein si intitola “il moderno Prometeo”? Perché Victor Frankenstein, come Prometeo, sottrae agli dei un potere riservato, quello di creare la vita, e viene punito dalle conseguenze della sua impresa. Mary Shelley, nel 1818, trasforma il ribelle romantico nello scienziato moderno che non sa assumersi la responsabilità di ciò che crea. È la radice di tutta la narrativa sulle creature artificiali.
Orfeo: il canto e lo sguardo
La versione antica
Orfeo è il cantore che incanta animali, alberi e pietre. Quando la moglie Euridice muore, morsa da un serpente, scende negli inferi e con il canto commuove gli dei sotterranei, che gli concedono di riportarla in vita a una condizione: non voltarsi a guardarla prima di essere uscito. Orfeo si volta, e la perde per sempre. Poi si rifiuta di amare altre donne e viene fatto a pezzi dalle Menadi; la sua testa continua a cantare portata dal fiume.
Le due versioni decisive sono latine. Virgilio la racconta nel quarto libro delle Georgiche, dentro la storia di Aristeo. Ovidio la riprende nei libri X e XI delle Metamorfosi. Va detto che il finale tragico, con lo sguardo che fa perdere Euridice, non è attestato con sicurezza prima dell’età ellenistica e latina; alcune fonti più antiche lasciano pensare a un esito positivo.
Le riscritture
Orfeo è il mito della musica e del poeta, ed è per questo il mito più musicato della storia.
- L’Orfeo di Claudio Monteverdi, rappresentato a Mantova nel 1607, è considerato uno dei primi capolavori del melodramma. Non è un caso che la nuova arte dell’opera scelga come eroe il cantore per eccellenza.
- Christoph Willibald Gluck con Orfeo ed Euridice (Vienna, 1762) fa del mito il manifesto della sua riforma dell’opera.
- Rainer Maria Rilke scrive i Sonetti a Orfeo nel 1922.
- Jean Cocteau ne fa il film Orphée (1950), in cui gli specchi sono le porte della morte.
- Orfeu Negro di Marcel Camus (1959), Palma d’oro a Cannes, trasporta la storia nel carnevale di Rio de Janeiro.
- Cesare Pavese, nei Dialoghi con Leucò (1947), immagina un Orfeo che si volta di proposito, perché ha capito che l’Euridice tornata dalla morte non sarebbe più la stessa.
- Più di recente il musical Hadestown di Anaïs Mitchell ha portato il mito a Broadway, con un Ade padrone di una fabbrica.
La domanda per il confronto: perché Orfeo si volta? Amore impaziente, dubbio, destino, scelta. Ogni riscrittura dà una risposta diversa, e da quella risposta capisci la sua idea dell’arte e della perdita.
Cosa ti chiedono all’orale (Orfeo)
Quali sono le fonti principali del mito di Orfeo ed Euridice? Le versioni canoniche sono latine: Virgilio nel quarto libro delle Georgiche, all’interno della storia di Aristeo, e Ovidio nei libri X e XI delle Metamorfosi. Raccontano la discesa agli inferi, la condizione di non voltarsi, lo sguardo che fa perdere Euridice e la morte di Orfeo per mano delle Menadi. Il finale tragico non è attestato con sicurezza nelle fonti greche più antiche.
Come reinterpreta Pavese lo sguardo di Orfeo? Nei Dialoghi con Leucò, del 1947, Pavese immagina che Orfeo si volti per scelta: ha capito che ciò che cercava era se stesso e il proprio canto, e che l’Euridice riportata dalla morte non sarebbe più la stessa. Lo sguardo diventa un atto consapevole di rinuncia e di accettazione della perdita, non un errore.
Edipo: sapere e non sapere
La versione antica
Il mito è antico: l’Odissea accenna già alla madre di Edipo, che sposò il figlio senza saperlo e si impiccò quando la verità venne fuori. La forma che conosci è però quella dell’Edipo re di Sofocle. Laio, re di Tebe, ha saputo da un oracolo che il figlio lo ucciderà, e lo fa esporre appena nato. Il bambino si salva, cresce a Corinto credendosi figlio dei re di quella città, e fugge quando l’oracolo gli predice che ucciderà il padre e sposerà la madre. Per strada uccide un vecchio sconosciuto, che è Laio; poi libera Tebe dalla Sfinge risolvendo il suo enigma e sposa la regina vedova, Giocasta, sua madre.
La tragedia comincia anni dopo, con la peste a Tebe. Per liberare la città bisogna trovare l’assassino di Laio, ed Edipo conduce l’indagine con ostinazione, fino a scoprire che il colpevole è lui. Giocasta si impicca, Edipo si acceca. È per questo che l’Edipo re è stato chiamato il primo giallo della letteratura: l’investigatore e il colpevole sono la stessa persona.
Aristotele, nella Poetica, lo cita come modello di tragedia, perché il riconoscimento (anagnorisis) coincide con il rovesciamento della sorte (peripeteia). Nell’Edipo a Colono, scritto da Sofocle in vecchiaia, Edipo cieco e vagabondo trova la morte e una sorta di santificazione presso Atene.
Le riscritture
- Seneca scrive un Oedipus più cupo e spettacolare, che ha influenzato il teatro rinascimentale.
- Freud, come hai visto, ne fa la chiave del desiderio infantile. Da quel momento ogni riscrittura deve fare i conti con la lettura psicoanalitica.
- Jean Cocteau, in La macchina infernale (1934), mostra gli dei come costruttori di una trappola implacabile, una macchina che si carica lentamente per distruggere un uomo.
- Pier Paolo Pasolini gira Edipo re nel 1967, con un prologo nell’Italia degli anni Venti e un epilogo nella Bologna contemporanea, dove Edipo cieco suona il flauto. Pasolini dichiarava che il film era anche autobiografico.
La domanda per il confronto: colpa o destino? E che cosa significa voler sapere a ogni costo?
Cosa ti chiedono all’orale (Edipo)
Perché l’Edipo re è considerato un modello di tragedia? Perché, secondo Aristotele nella Poetica, il riconoscimento coincide con il rovesciamento della sorte: nel momento in cui Edipo scopre chi è, la sua condizione di re felice si trasforma in quella del colpevole maledetto. L’intera azione è un’indagine in cui l’investigatore scopre di essere l’assassino che cerca.
Come ha cambiato Freud la ricezione di Edipo? Nell’Interpretazione dei sogni, del 1899, Freud vede nel mito l’espressione di un desiderio universale dell’infanzia verso il genitore di sesso opposto e della rivalità con l’altro genitore, il complesso edipico. Da allora la lettura psicoanalitica è diventata inevitabile: anche chi la rifiuta deve confrontarsi con essa, come mostrano Cocteau e Pasolini.
Narciso: lo specchio
La versione antica
Anche qui la versione decisiva è di Ovidio, nel libro III delle Metamorfosi. Narciso è un giovane bellissimo che rifiuta tutti quelli che lo amano, compresa la ninfa Eco, condannata da Giunone a ripetere solo le ultime parole degli altri. Eco si consuma d’amore finché di lei resta soltanto la voce. Per punizione Narciso, specchiandosi in una fonte, si innamora della propria immagine senza riconoscerla. Quando capisce, non può staccarsene, e muore; al suo posto nasce il fiore che porta il suo nome. L’indovino Tiresia aveva predetto che sarebbe vissuto a lungo “se non avesse conosciuto se stesso”, un rovesciamento ironico del precetto delfico.
L’invenzione ovidiana di unire Narciso ed Eco è geniale: lui vede solo se stesso, lei può dire solo le parole degli altri. Sono due figure della comunicazione impossibile.
Le riscritture
- Nel medioevo il mito entra nella poesia d’amore: nel Roman de la Rose il protagonista si innamora guardando nella fontana di Narciso.
- Caravaggio, o un pittore della sua cerchia secondo una parte della critica, dipinge il Narciso oggi a Palazzo Barberini a Roma.
- Freud, nel saggio Introduzione al narcisismo (1914), fa del mito un concetto psicoanalitico, e da lì “narcisismo” è entrato nella lingua comune.
- Oggi il mito viene usato di continuo per parlare dei selfie e dei social network, in cui ciascuno guarda la propria immagine riflessa e ottiene come risposta solo l’eco delle proprie parole.
La domanda per il confronto: Narciso ama se stesso o ama un’immagine? La differenza è sottile e decisiva, ed è quella su cui lavorano le riscritture migliori.
Cosa ti chiedono all’orale (Narciso)
Perché Ovidio unisce i miti di Narciso ed Eco? Perché i due personaggi sono complementari: Narciso vede solo la propria immagine e non accoglie nessun altro, Eco può soltanto ripetere le ultime parole altrui e non ha una voce propria. Insieme rappresentano l’impossibilità di un vero dialogo amoroso. L’unione dei due racconti, nel libro III delle Metamorfosi, è probabilmente un’invenzione ovidiana.
Come è passato Narciso dalla mitologia alla psicoanalisi? Il mito offre l’immagine dell’amore rivolto verso la propria immagine. Freud, nel saggio del 1914 Introduzione al narcisismo, ne trae il concetto di narcisismo come investimento della libido sull’io. Da lì il termine è entrato nel linguaggio comune e oggi viene usato anche per descrivere la cultura dell’immagine di sé nei social network.
Medea: la straniera
La versione antica
Medea è la principessa della Colchide, maga e nipote del Sole, che aiuta Giasone a conquistare il vello d’oro tradendo il padre e uccidendo il fratello. Lo segue in Grecia. A Corinto Giasone la abbandona per sposare la figlia del re. Medea si vendica uccidendo la nuova sposa e il padre di lei con un dono avvelenato, e poi i propri figli, per colpire Giasone nel modo più crudele, e fugge sul carro del Sole.
La versione canonica è la Medea di Euripide, rappresentata nel 431 a.C. Non è sicuro che l’infanticidio fosse già nella tradizione prima di lui; secondo alcune versioni i figli venivano uccisi dai Corinzi. Ciò che conta è il modo in cui Euripide costruisce il personaggio: una donna straniera, abbandonata, lucidissima, che pronuncia sulla condizione femminile uno dei discorsi più celebri della tragedia greca. In latino Seneca scrive una Medea più cupa, in cui la protagonista rivendica fino in fondo la propria natura terribile.
Le riscritture
- Pier Paolo Pasolini gira Medea nel 1969, con Maria Callas, unica interpretazione cinematografica della cantante. Medea diventa l’incarnazione di un mondo arcaico e sacro distrutto dalla razionalità di Giasone, cioè di un Occidente borghese e tecnico.
- Christa Wolf, in Medea. Voci (1996), rovescia la tradizione: Medea è innocente, accusata ingiustamente degli omicidi da una città che ha bisogno di un capro espiatorio, e soprattutto di una straniera da incolpare.
- Nella musica, la Médée di Luigi Cherubini (1797) è uno dei grandi ruoli di soprano, che la Callas riportò in scena nel Novecento.
La domanda per il confronto: colpevole o vittima? E soprattutto: quanto conta il fatto che sia straniera? Ogni epoca usa Medea per parlare del rapporto con l’altro e della violenza.
Cosa ti chiedono all’orale (Medea)
Che cosa caratterizza la Medea di Euripide? La tragedia del 431 a.C. presenta Medea come una donna straniera abbandonata da Giasone, lucida e consapevole, che si vendica uccidendo la nuova sposa, il re di Corinto e i propri figli. Euripide le dà voce sulla condizione femminile e straniera e mostra la lotta tra passione e ragione. L’infanticidio volontario forse è una sua innovazione.
Come rovescia il mito Christa Wolf? In Medea. Voci, del 1996, Medea non uccide i figli: è una straniera accusata dalla città di Corinto di crimini che non ha commesso, perché serve un capro espiatorio. Il romanzo, costruito come un insieme di voci diverse, trasforma la figura dell’assassina in quella di una vittima del potere e della xenofobia.
Antigone: la legge e la coscienza
La versione antica
Antigone è la figlia di Edipo. Dopo che i suoi fratelli Eteocle e Polinice si sono uccisi a vicenda nella guerra per Tebe, il nuovo re Creonte vieta di seppellire Polinice, che ha attaccato la città. Antigone lo seppellisce comunque, in nome delle leggi non scritte degli dei, e viene condannata a essere murata viva. Si uccide; con lei muoiono anche il figlio di Creonte, Emone, che la amava, e la moglie del re.
La fonte è l’Antigone di Sofocle, rappresentata intorno al 442 a.C. Hegel, nell’Ottocento, la lesse come il conflitto tragico tra due diritti entrambi legittimi: la legge della famiglia e degli dei, e la legge della città. È un’interpretazione che devi conoscere, perché da lì parte quasi tutta la riflessione moderna.
Le riscritture
- Jean Anouilh mette in scena la sua Antigone a Parigi nel 1944, durante l’occupazione tedesca. Il suo Creonte è un politico che spiega con ragioni pragmatiche la necessità dell’ordine, e il pubblico poteva leggerci sia la resistenza sia il collaborazionismo.
- Bertolt Brecht nel 1948 adatta la traduzione di Hölderlin e la apre con un prologo nella Berlino del 1945: Antigone diventa una figura della resistenza al nazismo.
- George Steiner, in Antigones (1984), ha ricostruito la storia delle interpretazioni e delle riscritture del mito, mostrando quanto abbia segnato il pensiero politico occidentale.
- Il gruppo teatrale del Living Theatre portò in giro per il mondo l’Antigone brechtiana come manifesto contro il potere e la guerra.
La domanda per il confronto: chi ha ragione, Antigone o Creonte? Ogni epoca risponde in base al proprio rapporto con lo Stato, la disobbedienza e la coscienza individuale.
Cosa ti chiedono all’orale (Antigone)
Qual è il conflitto al centro dell’Antigone di Sofocle? Antigone seppellisce il fratello Polinice contro il divieto di Creonte, appellandosi alle leggi non scritte degli dei e ai doveri verso la famiglia; Creonte difende la legge della città che punisce il traditore. Hegel lo ha letto come scontro tra due diritti entrambi legittimi, entrambi parziali, ed è questa lettura che ha segnato la ricezione moderna.
Come cambia Antigone nel Novecento? Diventa una figura della resistenza al potere. Anouilh la mette in scena nel 1944 a Parigi occupata, con un Creonte pragmatico e ambiguo; Brecht nel 1948 la lega alla resistenza al nazismo con un prologo nella Berlino del 1945. Steiner, in Antigones del 1984, ha mostrato quanto il mito abbia influenzato il pensiero politico occidentale.
Pigmalione: creare l’amore
La versione antica
La storia è raccontata da Ovidio nel libro X delle Metamorfosi. Pigmalione, scultore di Cipro disgustato dalle donne reali, scolpisce nell’avorio una donna perfetta e se ne innamora. Durante la festa di Venere prega di avere una sposa simile alla sua statua. Tornato a casa, la bacia, e sente l’avorio farsi caldo e morbido: la statua prende vita. Il nome Galatea, con cui la conosci, non è in Ovidio, ma è stato dato alla statua in età moderna.
Le riscritture
- George Bernard Shaw scrive Pygmalion (1913): il professore di fonetica Henry Higgins trasforma la fioraia Eliza Doolittle in una signora insegnandole a parlare come l’alta società. Eliza però non resta una statua grata, e rivendica la propria autonomia. Da qui nasce il musical My Fair Lady, poi film nel 1964.
- In psicologia si parla di “effetto Pigmalione” per indicare come le aspettative di un insegnante influenzino i risultati degli allievi.
- La fantascienza ha fatto di Pigmalione il mito della donna artificiale creata da un uomo, fino a film come Ex Machina (2014), dove la creatura sfugge al creatore.
La domanda per il confronto: chi crea chi? Il mito passa dalla celebrazione dell’arte che dà vita a una critica del desiderio maschile di plasmare la donna.
Cosa ti chiedono all’orale (Pigmalione)
Come racconta Ovidio il mito di Pigmalione? Nel libro X delle Metamorfosi Pigmalione, scultore cipriota che rifiuta le donne, scolpisce nell’avorio una figura femminile perfetta e se ne innamora. Alla festa di Venere chiede una sposa simile alla statua; tornato a casa la bacia e l’avorio diventa carne. Il nome Galatea non compare in Ovidio ed è di epoca moderna.
Che cosa cambia Shaw nel suo Pygmalion? Nel dramma del 1913 lo scultore diventa un professore di fonetica che trasforma una fioraia in una signora insegnandole la pronuncia dell’alta società. Ma Eliza non resta una creatura passiva: rivendica la propria indipendenza dal suo “creatore”. Shaw usa il mito per una critica della società di classe e del rapporto di potere tra uomo e donna.
Il mito nei media di massa
Il cinema
Il cinema si è impadronito dei miti fin dalle origini. In Italia, tra fine anni Cinquanta e anni Sessanta, il genere del peplum ebbe enorme successo: Le fatiche di Ercole di Pietro Francisci (1958), con il culturista americano Steve Reeves, aprì una lunga serie di film di eroi muscolosi. Gli effetti speciali di Ray Harryhausen, con le sue creature animate a passo uno, resero celebri film come Gli Argonauti (Jason and the Argonauts, 1963) e Scontro di titani (1981). Più di recente Hollywood ha prodotto Troy (2004) e il film d’animazione Disney Hercules (1997).
Due casi sono interessanti per l’orale. Fratello, dove sei? (O Brother, Where Art Thou?) dei fratelli Coen (2000) trasporta l’Odissea nel Mississippi degli anni Trenta, con un ciclope venditore di Bibbie e le sirene lavandaie. È una riscrittura ironica e consapevole, che dichiara la sua fonte all’inizio. Troy, invece, elimina gli dei dalla guerra di Troia, rendendola una storia di uomini, potere e passioni: una scelta che dice molto sul rapporto del pubblico contemporaneo con il soprannaturale.
La narrativa
Negli ultimi anni c’è stata un’ondata di romanzi che riscrivono i miti dal punto di vista dei personaggi secondari, spesso femminili.
- Madeline Miller, La canzone di Achille (2011), racconta l’Iliade dal punto di vista di Patroclo e del suo amore per Achille, e Circe (2018) dà voce alla maga dell’Odissea.
- Pat Barker, Il silenzio delle ragazze (2018), racconta la guerra di Troia attraverso Briseide, la prigioniera contesa tra Achille e Agamennone.
- Per i ragazzi, la serie di Rick Riordan su Percy Jackson, iniziata nel 2005, porta gli dei greci nell’America contemporanea.
È un fenomeno che si lega ai grandi temi della critica contemporanea: dare voce a chi nei testi antichi non ne aveva, rileggere i miti in chiave di genere.
Videogiochi e fumetti
Il mito è entrato in pieno anche nei media interattivi. La serie God of War, iniziata nel 2005, ha per protagonista Kratos, un guerriero spartano che si vendica degli dei dell’Olimpo. Hades (2020), molto apprezzato anche dalla critica, ti fa giocare nei panni di Zagreo, figlio di Ade, che tenta di fuggire dagli inferi. Nei fumetti Wonder Woman, creata nel 1941, è una principessa delle Amazzoni con radici nella mitologia greca.
Il mito come marchio
Infine, i miti sono diventati nomi commerciali. Nike è la dea della vittoria; il nome di molti programmi spaziali e missili viene dalla mitologia, come Apollo e Artemis. Questi usi sono superficiali, ma provano che i nomi del mito hanno conservato un potere evocativo enorme.
Cosa ti chiedono all’orale (media)
Che cosa distingue O Brother, Where Art Thou? da Troy come riscritture? Il film dei Coen del 2000 trasporta l’Odissea nel Mississippi degli anni Trenta con un’operazione ironica e dichiarata, che trasforma i personaggi omerici in figure del folklore americano. Troy, del 2004, segue più da vicino la trama dell’Iliade ma elimina gli dei, riducendo la guerra a vicenda umana di potere e passioni. Il primo gioca con la fonte, il secondo la “laicizza”.
Perché sono importanti i romanzi di Madeline Miller e Pat Barker? Perché riscrivono i miti dal punto di vista di personaggi marginali nelle fonti antiche: Patroclo e Circe in Miller, Briseide in Barker. Rientrano in una tendenza della narrativa contemporanea che dà voce a chi era muto, spesso le donne, e rilegge l’epica in chiave di genere e di vittime della guerra.
Come analizzare una riscrittura
Per chiudere, uno schema che puoi usare all’orale su qualunque riscrittura moderna di un mito.
- Identifica la fonte. Da quale testo antico parte, o da quale tradizione? A volte la fonte non è il testo greco ma una riscrittura intermedia, per esempio Ovidio o un’opera lirica.
- Trova il nucleo stabile. Che cosa resta: i personaggi, una situazione, un gesto (lo sguardo di Orfeo, il fuoco di Prometeo)?
- Individua il cambiamento decisivo. C’è quasi sempre un punto in cui la riscrittura modifica la storia: un finale diverso, un narratore diverso, un’ambientazione diversa.
- Collega il cambiamento al contesto. Perché quell’autore, in quel momento, sente il bisogno di cambiare proprio quello? Anouilh nel 1944, Pasolini nel 1969, Wolf nel 1996.
- Valuta il medium. Un mito in un film, in un’opera o in un videogioco non funziona come in un poema. Che cosa permette il nuovo mezzo, e che cosa toglie?
Se segui questo schema, non ti limiterai a raccontare due trame: mostrerai di capire come vive un mito.
Cosa ti chiedono all’orale (metodo)
Come si analizza una riscrittura moderna di un mito? Si individua la fonte antica, o la riscrittura intermedia da cui deriva; si riconosce il nucleo che resta stabile; si cerca il punto in cui la storia viene cambiata; si collega quel cambiamento al contesto storico e culturale dell’autore; e si valuta il ruolo del medium, perché cinema, teatro, musica e videogioco trasformano il racconto in modo diverso.
Perché a volte la fonte di una riscrittura non è greca? Perché molti miti sono arrivati all’età moderna attraverso mediatori, soprattutto Ovidio, ma anche opere liriche, dipinti e altre riscritture. Pigmalione e Orfeo, per esempio, sono conosciuti soprattutto nelle versioni latine. Ricostruire questa catena è parte dell’analisi.
Fonti e approfondimenti
Testi e repertori
- Robert Graves, I miti greci, Longanesi.
- Károly Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore.
- Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1988.
Teorie del mito
- Jean-Pierre Vernant, Mito e pensiero presso i Greci, Einaudi.
- Walter Burkert, Homo Necans (1972).
- Claude Lévi-Strauss, The Structural Study of Myth, in “Journal of American Folklore”, 1955.
Ricezione
- George Steiner, Antigones (1984).
Per la letteratura antica e le sue riletture vedi gli appunti di Letteratura greca e sua ricezione moderna e di Letterature comparate. Gli altri esami sono nell’indice degli esami.