Musica e metrica greca: appunti per l’esame

Appunti di Musica e metrica greca: prosodia, esametro, distico, trimetro, strofe eoliche, Pindaro, cori tragici, aulos, lira, documenti. Con domande.

Antonio Garofano Antonio Garofano

La poesia greca non era fatta per essere letta in silenzio. Era cantata, recitata su accompagnamento, danzata. Quando apri un’edizione di Saffo o di Pindaro hai davanti la parte sopravvissuta di uno spettacolo di cui abbiamo perso quasi tutta la musica e tutta la danza. La metrica è lo strumento che ci permette di ricostruire almeno il ritmo, e lo studio della musica greca ci dice il poco ma prezioso che sappiamo del resto.

L’esame di Musica e metrica greca, o di Metrica greca, si sostiene in Filologia classica e a volte in Lettere. Il programma ha di solito una parte teorica (prosodia, versi, strofe), una pratica (lettura metrica e analisi di testi) e una storica sulla musica: strumenti, teoria, documenti con notazione. All’orale ti chiederanno quasi sempre di leggere ad alta voce e di scandire, quindi preparati sui testi.

Esame Musica e metrica greca
Corsi di laurea Filologia classica, Lettere classiche, Musicologia
Crediti di solito 6-12 CFU
SSD area di Lingua e letteratura greca (ex L-FIL-LET/02)
Prova orale, con lettura metrica e analisi di versi e strofe

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Comincio dalla prosodia, cioè dalle regole che decidono se una sillaba è lunga o breve: senza di esse non si scandisce nulla. Poi vedi i concetti base della metrica (elemento, metro, piede, cesura). Poi i versi uno per uno: esametro, distico elegiaco, giambi e trochei, anapesti, metri eolici, dattilo-epitriti, docmi. Infine la musica: strumenti, teoria, documenti.

Un consiglio pratico: scandisci ad alta voce, ogni giorno, un po’ di versi. Dieci esametri di Omero, quattro strofe di Saffo, qualche trimetro di Sofocle. Usa una matita sopra il testo. Dopo due settimane la mano andrà da sola, e all’orale non avrai paura.

Per i simboli: in questi appunti uso – per l’elemento lungo, ∪ per il breve, × per l’elemento libero (anceps), ∪∪ per il bicipite (due brevi che possono essere sostituite da una lunga), | per la cesura o la fine di metro.

La prosodia: sillabe lunghe e brevi

Una metrica quantitativa

La metrica greca è quantitativa: il ritmo nasce dall’alternanza di sillabe lunghe e brevi, non dall’accento, come succede invece nella metrica italiana. Una sillaba lunga vale per convenzione due “more”, una breve una. Il ritmo greco è quindi una successione di durate.

Lunga per natura

Una sillaba è lunga per natura quando contiene una vocale lunga o un dittongo. In greco le vocali eta (η) e omega (ω) sono sempre lunghe, epsilon (ε) e omicron (ο) sempre brevi; alfa, iota e ypsilon possono essere lunghe o brevi, e la loro quantità si impara dal vocabolario o dalla morfologia. I dittonghi (αι, ει, οι, αυ, ευ, ου e gli altri) sono lunghi.

Lunga per posizione

Una sillaba con vocale breve diventa lunga per posizione quando la vocale è seguita da due consonanti, anche se appartengono alla parola successiva, o da una consonante doppia: ζ, ξ, ψ. Attenzione: conta la sillaba, non la vocale. La vocale resta breve; è la sillaba a essere “pesante”, perché chiusa da una consonante.

Muta cum liquida

Un caso delicato è quello del gruppo formato da una consonante occlusiva (detta “muta”: π, β, φ, τ, δ, θ, κ, γ, χ) seguita da una liquida o nasale (λ, ρ, μ, ν). Davanti a questo gruppo una vocale breve può fare sillaba breve o lunga. In Omero di solito allunga; nella poesia attica, specialmente in tragedia e commedia, spesso non allunga. Questo fenomeno si chiama correptio attica. Ti servirà soprattutto per i trimetri tragici.

Correptio epica e iato

In poesia epica una vocale lunga o un dittongo in fine di parola, davanti a una parola che comincia per vocale, si abbrevia spesso: è la correptio epica. È per questo che un dittongo come -αι o -οι finale può valere breve davanti a vocale. Altri fenomeni da conoscere sono l’elisione (caduta di una vocale breve finale davanti a vocale, segnata con l’apostrofo), la crasi (fusione di due parole, come κἀγώ per καὶ ἐγώ) e la sinizesi (due vocali che contano come una sola sillaba).

E l’accento?

Il greco antico aveva un accento musicale, cioè di altezza, non di intensità: la sillaba accentata era pronunciata con un tono più alto. Gli accenti grafici (acuto, grave, circonflesso) furono introdotti dai grammatici di età ellenistica, tradizionalmente da Aristofane di Bisanzio. Nella lettura metrica scolastica si usa spesso battere il tempo forte del verso con un accento di intensità: è una convenzione moderna, utile per sentire il ritmo, ma non corrisponde alla pronuncia antica.

Cosa ti chiedono all’orale (prosodia)

Quando una sillaba è lunga? Per natura, quando contiene una vocale lunga, come eta e omega, o un dittongo; per posizione, quando la sua vocale breve è seguita da due consonanti, anche a cavallo di parola, o da una consonante doppia (zeta, xi, psi). Nel secondo caso è la sillaba a essere lunga, non la vocale, che resta breve.

Che cos’è la correptio attica? È il fenomeno per cui, nella poesia attica, una vocale breve seguita da un gruppo di occlusiva più liquida o nasale, come τρ o κλ, può formare una sillaba breve invece che lunga. In Omero lo stesso gruppo tende a allungare. È frequente in tragedia e commedia ed è decisivo per scandire bene i trimetri.

I concetti di base della metrica

Elemento, metro, piede

L’unità minima è l’elemento: una posizione del verso che può essere occupata da una sillaba lunga (–), da una breve (∪), da una qualsiasi (×, anceps) o, in alcuni casi, da due brevi al posto di una lunga (bicipite o soluzione).

Gli elementi si raggruppano in piedi o in metri. Nella tradizione scolastica si parla di piedi: dattilo (– ∪ ∪), spondeo (– –), giambo (∪ –), trocheo (– ∪), anapesto (∪ ∪ –). Ma i versi giambici, trocaici e anapestici si misurano per metri, cioè coppie di piedi: un metro giambico è × – ∪ –. Per questo il trimetro giambico ha tre metri ma sei piedi.

Catalessi

Un verso è acataletto se è completo, catalettico se manca dell’ultimo elemento. Il tetrametro trocaico catalettico, per esempio, è un tetrametro trocaico a cui manca l’ultima sillaba.

Cesura, dieresi, ponte

  • La cesura è una fine di parola obbligatoria o abituale all’interno di un piede o di un metro.
  • La dieresi è una fine di parola che coincide con la fine di un piede o di un metro.
  • Il ponte è il contrario: un punto del verso in cui la fine di parola è evitata.

Le cesure non sono pause obbligatorie nella recitazione, ma segnano la struttura del verso e la sua articolazione interna. All’orale ti chiederanno di indicarle.

L’ultimo elemento

L’ultima sillaba di un verso recitato è di solito indifferente: può essere lunga o breve, perché la pausa finale compensa la durata. Si parla di syllaba anceps o, con un termine latino, di brevis in longo quando una sillaba breve occupa una posizione finale lunga.

Cosa ti chiedono all’orale (concetti)

Che differenza c’è tra piede e metro? Il piede è un gruppo di due o tre elementi, come il dattilo o il giambo, che costituisce l’unità di misura di versi come l’esametro dattilico, misurato in sei piedi. Il metro, nei versi giambici, trocaici e anapestici, è un’unità più ampia formata da due piedi: il trimetro giambico ha tre metri di tipo × – ∪ –, cioè sei piedi giambici.

Che differenza c’è tra cesura e dieresi? Entrambe indicano una fine di parola significativa all’interno del verso. La cesura cade all’interno di un piede o di un metro, la dieresi coincide con la fine di un piede o di un metro. Il ponte, invece, indica un punto del verso in cui la fine di parola viene evitata.

L’esametro dattilico

Lo schema

L’esametro è il verso di Omero, di Esiodo, degli Inni omerici, della poesia didascalica e di gran parte della poesia ellenistica. Ha sei piedi. I primi cinque sono dattili (– ∪ ∪), ma le due brevi possono essere sostituite da una lunga, dando uno spondeo (– –). Il sesto piede è bisillabo, – ×.

– ∪∪ | – ∪∪ | – ∪∪ | – ∪∪ | – ∪ ∪ | – ×

Il quinto piede è quasi sempre un dattilo. Quando è uno spondeo il verso si chiama spondaico (spondeiazon), ed è un effetto raro e ricercato, più frequente nei poeti ellenistici.

Prova con il primo verso dell’Iliade: Μῆνιν ἄειδε, θεά, Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος. Si scandisce mē-nin a-ei-de the-a Pē-lē-i-a-deō A-chi-lē-os: dattilo, dattilo, spondeo… e così via, con la sinizesi in -εω, che conta come una sola sillaba lunga.

Le cesure

L’esametro ha quasi sempre una cesura nel terzo piede, che lo divide in due parti disuguali.

  • La pentemimere (cesura maschile) cade dopo il primo elemento del terzo piede, cioè dopo il quinto mezzo piede: – ∪∪ – ∪∪ – | ∪∪…
  • La trocaica (cesura femminile, detta anche “dopo il terzo trocheo”) cade tra le due brevi del terzo piede: – ∪∪ – ∪∪ – ∪ | ∪…

In Omero la cesura trocaica è un po’ più frequente della pentemimere. Quando manca la cesura del terzo piede, di solito c’è l’eftemimere, dopo il primo elemento del quarto piede.

Altri fenomeni da conoscere sono:

  • la dieresi bucolica, una fine di parola dopo il quarto piede dattilico, frequente in Omero e tipica della poesia bucolica di Teocrito;
  • il ponte di Hermann, la tendenza a evitare la fine di parola tra le due brevi del quarto piede.

La lingua formulare

L’esametro omerico è legato a un sistema di formule, studiato da Milman Parry negli anni Venti e Trenta del Novecento. Gli epiteti ricorrenti, come “Achille piè veloce” o “l’Aurora dalle dita di rosa”, sono espressioni metricamente fisse che il cantore usava per riempire specifiche porzioni del verso tra le cesure. La metrica e la tecnica della composizione orale sono strettamente legate: le cesure sono i punti dove le formule si incastrano.

Cosa ti chiedono all’orale (esametro)

Descrivi lo schema dell’esametro. Sei piedi; i primi cinque sono dattili, con la possibilità di sostituire le due brevi con una lunga (spondeo), il sesto è un bisillabo – ×. Il quinto piede è quasi sempre dattilico; se è spondaico si parla di esametro spondaico, un effetto raro. La cesura principale cade nel terzo piede: pentemimere, dopo la lunga, o trocaica, tra le due brevi.

Che cos’è la dieresi bucolica? È una fine di parola che coincide con la fine del quarto piede, quando questo è un dattilo. È frequente in Omero e caratteristica della poesia bucolica di Teocrito, da cui prende il nome. Divide il verso in una parte lunga e in una coda di due piedi.

Il distico elegiaco

Esametro più pentametro

Il distico elegiaco unisce un esametro e un pentametro. È il metro dell’elegia arcaica (Callino, Tirteo, Mimnermo, Solone, Teognide), dell’epigramma di ogni epoca e dell’elegia ellenistica.

Il nome “pentametro” è fuorviante, perché il verso non ha cinque piedi in senso stretto. È formato da due metà uguali, ciascuna di due dattili e mezzo, separate da una dieresi fissa:

– ∪∪ – ∪∪ – || – ∪ ∪ – ∪ ∪ –

Nella prima metà le brevi possono essere sostituite da una lunga; nella seconda metà i dattili sono puri. La cesura centrale è obbligatoria. La somma dà cinque piedi (due più mezzo, due volte), da cui il nome antico.

Un ritmo che si chiude

L’effetto del distico è di un movimento che si allarga con l’esametro e si chiude con il pentametro, che finisce su una lunga dopo due dattili puri. Questo lo rende adatto alla sentenza, all’epigramma, al pensiero concluso. Molti degli epigrammi funerari greci sono un solo distico.

Cosa ti chiedono all’orale (distico)

Com’è fatto il pentametro? È formato da due emistichi uguali, ciascuno di due dattili e mezzo, separati da una dieresi obbligatoria. Nel primo emistichio i dattili possono essere sostituiti da spondei, nel secondo restano puri. Si chiama pentametro perché la somma dei due emistichi dà cinque piedi, ma la sua struttura reale è di due metà simmetriche.

Per quali generi si usa il distico elegiaco? Per l’elegia, a partire dai poeti arcaici come Callino, Tirteo, Mimnermo, Solone e Teognide, e per l’epigramma, funerario, votivo e poi letterario, fino all’età ellenistica e bizantina. Il suo andamento di apertura e chiusura lo rende adatto a pensieri compiuti e a forme brevi.

Giambi e trochei

Il trimetro giambico

Il trimetro giambico è il verso del dialogo nella tragedia e nella commedia ed è il metro della poesia giambica arcaica, di Archiloco, Ipponatte e Semonide. Aristotele, nella Poetica, osserva che il giambo è il metro più vicino al parlato, perché nella conversazione capita spesso di pronunciare trimetri senza volerlo.

Lo schema è:

× – ∪ – | × – ∪ – | × – ∪ –

Le posizioni anceps sono la prima di ogni metro. Le lunghe possono essere “sciolte” in due brevi: è la soluzione. In tragedia le soluzioni sono limitate, e diventano via via più frequenti nell’ultimo Euripide; in commedia sono frequentissime, e il verso è molto più libero, con molte brevi.

Le cesure principali sono la pentemimere, dopo il quinto elemento (cioè dopo l’anceps del secondo metro), e la eftemimere, dopo il settimo.

La legge di Porson

Una regola del trimetro tragico che i docenti amano chiedere è la legge di Porson, dal filologo inglese Richard Porson. Quando il verso finisce con una parola o un gruppo di parole di forma cretica (– ∪ –), l’anceps del terzo metro deve essere breve. Detto in altri termini: si evita una fine di parola dopo un anceps lungo nel terzo metro. In commedia la regola non vale.

Il tetrametro trocaico catalettico

Il tetrametro trocaico catalettico è usato da Archiloco e poi in tragedia, soprattutto nei drammi più antichi e nell’ultimo Euripide, e in commedia. Aristotele dice che era il metro originario del dialogo tragico, poi sostituito dal trimetro. Lo schema:

– ∪ – × | – ∪ – × || – ∪ – × | – ∪ –

C’è una dieresi dopo il secondo metro. Il ritmo è più concitato del trimetro, ed è usato spesso per scene di movimento e di agitazione.

Il coliambo

Ipponatte usa il coliambo o “giambo zoppo” (scazonte): un trimetro giambico in cui il penultimo elemento è lungo invece che breve. Il verso si chiude con un inciampo ritmico, perfetto per la poesia aggressiva e plebea del poeta di Efeso.

Cosa ti chiedono all’orale (giambi e trochei)

Descrivi il trimetro giambico tragico. È formato da tre metri giambici di forma × – ∪ –; la prima posizione di ogni metro è anceps. Le cesure principali sono la pentemimere e l’eftemimere. Le lunghe possono essere sostituite da due brevi (soluzione), ma in tragedia questo è limitato, mentre in commedia è frequente. Aristotele lo considera il metro più vicino al parlato, ed è il verso del dialogo drammatico.

Che cosa dice la legge di Porson? Che nel trimetro giambico tragico, se il verso termina con una parola di forma cretica, – ∪ –, l’anceps che precede, cioè quello del terzo metro, deve essere breve. Si evita dunque una fine di parola dopo un anceps lungo in quella posizione. La regola vale per la tragedia, non per la commedia.

Anapesti

Il metro della marcia

L’anapesto (∪ ∪ –) si combina in metri anapestici di forma ∪ ∪ – ∪ ∪ –, con ampie possibilità di sostituzione: le due brevi possono diventare una lunga, la lunga può diventare due brevi. Il dimetro anapestico è il verso tipico dei sistemi anapestici della tragedia, cantati o recitati in ritmo di marcia: nella parodo, l’entrata del coro, e in scene di movimento. Spesso un sistema anapestico si chiude con un dimetro catalettico, il paremiaco.

Nella commedia di Aristofane trovi anche il tetrametro anapestico catalettico, usato per esempio nella parabasi, la sezione in cui il coro si rivolge direttamente al pubblico.

Anapesti lirici

Accanto agli anapesti recitativi, la tragedia conosce anapesti lirici, cantati, con una presenza più alta di brevi e con forme del dialetto dorico. Nella lettura conviene distinguerli: i primi hanno un ritmo regolare di marcia, i secondi sono parte dell’espressione lirica e spesso del lamento.

Cosa ti chiedono all’orale (anapesti)

Dove si usano gli anapesti in tragedia? Soprattutto nei sistemi di dimetri anapestici che accompagnano i movimenti del coro, in particolare la parodo, cioè l’ingresso del coro nell’orchestra, e altre scene di movimento. Il ritmo è di marcia. Il sistema si chiude spesso con un paremiaco, un dimetro anapestico catalettico. Esistono anche anapesti lirici, cantati, usati per lamenti.

Che cos’è il paremiaco? È un dimetro anapestico catalettico, che chiude un sistema anapestico. Il nome deriva da paroimia, proverbio, perché molti proverbi greci avevano questa forma ritmica.

La lirica eolica: Saffo e Alceo

I metri eolici

Saffo e Alceo, a Lesbo tra VII e VI secolo a.C., usano metri che si chiamano eolici, dal dialetto della loro isola. Hanno caratteristiche diverse dai metri visti finora.

  • Hanno un numero fisso di sillabe: le due brevi non si sostituiscono con una lunga e viceversa.
  • Hanno spesso all’inizio una base eolica, cioè due posizioni libere (× ×).
  • Il loro nucleo è spesso un coriambo (– ∪ ∪ –).

I due versi fondamentali sono il gliconeo e il ferecrateo:

  • gliconeo: × × – ∪ ∪ – ∪ –
  • ferecrateo: × × – ∪ ∪ – –

Il ferecrateo è in pratica un gliconeo catalettico. Allargando il gliconeo con uno o due coriambi si ottengono l’asclepiadeo minore e l’asclepiadeo maggiore, usati da Alceo e ripresi in latino da Orazio.

La strofe saffica

La strofe saffica è composta da tre endecasillabi saffici e un adonio:

– ∪ – × – ∪ ∪ – ∪ – – (tre volte) – ∪ ∪ – – (adonio)

Saffo la usa nell’ode ad Afrodite, il primo carme del libro I dell’edizione alessandrina, e in quella che comincia “mi sembra pari agli dei”, il fr. 31, tradotta da Catullo nel carme 51. Orazio la usa spesso nelle Odi, con regole più rigide, come la sillaba lunga al quarto posto e una cesura fissa.

La strofe alcaica

La strofe alcaica, prediletta da Alceo, è formata da quattro versi:

  • due endecasillabi alcaici: × – ∪ – × – ∪ ∪ – ∪ –
  • un enneasillabo alcaico: × – ∪ – × – ∪ – –
  • un decasillabo alcaico: – ∪ ∪ – ∪ ∪ – ∪ – –

È la strofe che Orazio userà più spesso nelle Odi, a cominciare dalle sei odi civili che aprono il libro III.

Lirica monodica e corale

Saffo e Alceo compongono lirica monodica, cioè cantata da una sola voce, con strofe brevi che si ripetono identiche. Era destinata a un pubblico ristretto: il gruppo di fanciulle di Saffo, l’eteria aristocratica di Alceo, il simposio.

Cosa ti chiedono all’orale (eolici)

Descrivi la strofe saffica. È formata da tre endecasillabi saffici, di schema – ∪ – × – ∪ ∪ – ∪ – –, e da un adonio finale, – ∪ ∪ – –. La usa Saffo, per esempio nell’ode ad Afrodite e nel fr. 31, tradotto da Catullo nel carme 51. Orazio la riprende nelle Odi con regole più rigide, come la sillaba lunga in quarta posizione.

Che caratteristiche hanno i metri eolici? Hanno un numero fisso di sillabe, perché non ammettono la sostituzione di due brevi con una lunga; iniziano spesso con una base eolica di due posizioni libere; hanno come nucleo il coriambo, – ∪ ∪ –. I versi di base sono il gliconeo e il ferecrateo, da cui derivano gli asclepiadei.

Lirica corale e Pindaro

La struttura triadica

La lirica corale era cantata e danzata da un coro, in occasioni pubbliche: feste religiose, matrimoni, vittorie agli agoni. La sua struttura tipica, attribuita dalla tradizione antica a Stesicoro, è la triade:

  • strofe;
  • antistrofe, metricamente identica alla strofe;
  • epodo, con uno schema diverso.

La triade si ripete identica per tutto il componimento. Questo significa che la strofe e l’antistrofe si corrispondono sillaba per sillaba, il principio di responsione, che è fondamentale anche per i filologi: se in una strofe c’è un verso corrotto, l’antistrofe permette di ricostruirne lo schema.

I dattilo-epitriti

Molti epinici di Pindaro e di Bacchilide sono in dattilo-epitriti. Il nome viene dalle due componenti: sequenze dattiliche (– ∪ ∪ – ∪ ∪ –, chiamate con un simbolo convenzionale D) e sequenze di tipo – ∪ – (chiamate e) collegate da elementi anceps. Un epitrito è una sequenza come – ∪ – –. Il risultato è un ritmo solenne e vario, che permette a Pindaro di costruire periodi lunghissimi.

Altri epinici pindarici sono in metri eolici, più mobili e intricati. Per analizzarli all’esame ti servirà l’edizione con lo schema metrico in testa, e un po’ di pazienza.

Cosa ti chiedono all’orale (lirica corale)

Che cos’è la struttura triadica? È la struttura tipica della lirica corale, attribuita dagli antichi a Stesicoro: strofe, antistrofe metricamente identica, epodo con schema diverso. La triade si ripete identica per tutto il carme. La perfetta corrispondenza tra strofe e antistrofe, detta responsione, aiuta anche i filologi a correggere i versi corrotti.

Che cosa sono i dattilo-epitriti? Un tipo di metro della lirica corale, usato soprattutto da Pindaro e Bacchilide, formato dalla combinazione di sequenze dattiliche e di sequenze del tipo – ∪ –, legate da elementi anceps. Il nome viene dal dattilo e dall’epitrito, sequenza come – ∪ – –. Danno un ritmo ampio e solenne, adatto agli epinici.

La metrica del teatro

Parti recitate e parti cantate

Una tragedia alterna parti in metri recitati e parti cantate.

  • I versi recitati sono soprattutto trimetri giambici, per il dialogo, e talvolta tetrametri trocaici.
  • I versi in recitativo, probabilmente con accompagnamento dell’aulo, sono soprattutto gli anapesti di marcia.
  • Le parti liriche sono i canti del coro (parodo e stasimi), organizzati in coppie di strofe e antistrofe, e i canti degli attori: le monodie e gli scambi lirici tra attore e coro, come il kommos, il lamento.

Il docmio

Il metro più tipico della tragedia, e del tutto assente nella lirica non drammatica, è il docmio. La sua forma base è ∪ – – ∪ –, ma ammette moltissime varianti per soluzione e per anceps. Il docmio esprime emozioni violente: terrore, angoscia, disperazione. Quando, leggendo un canto tragico, trovi un’onda di brevi e di docmi, sai che il personaggio è in preda al panico. È un esempio perfetto di come la metrica porti significato.

La commedia

La commedia usa gli stessi metri ma con una libertà molto maggiore: soluzioni frequenti nel trimetro, tetrametri anapestici, giambici e trocaici nelle scene di agone e di parabasi, parodie di metri lirici e tragici. Nelle Rane (405 a.C.) Aristofane mette in scena una gara tra Eschilo ed Euripide in cui i due poeti si parodiano a vicenda anche nella metrica e nella musica: Eschilo prende in giro le monodie euripidee piene di ripetizioni e di note tenute su una sola sillaba.

Cosa ti chiedono all’orale (teatro)

Che cos’è il docmio? È un metro lirico tipico della tragedia, di forma base ∪ – – ∪ –, con molte varianti per soluzione delle lunghe e per gli anceps. Si usa nei momenti di emozione violenta, come la paura e la disperazione, ed è quasi assente fuori dal teatro tragico. È un caso in cui la scelta metrica comunica direttamente lo stato d’animo del personaggio.

Come sono distribuiti i metri in una tragedia? Il dialogo è soprattutto in trimetri giambici recitati, a volte in tetrametri trocaici; i movimenti del coro, come la parodo, sono spesso in anapesti di marcia, probabilmente in recitativo; i canti del coro e degli attori sono in metri lirici vari, organizzati in strofe e antistrofe, con il docmio per le emozioni più forti.

Mousike: parola, musica, danza

Prima di parlare degli strumenti, fermati su una parola. In greco mousike non indica soltanto la musica come la intendiamo noi: è l’arte delle Muse, cioè l’insieme inseparabile di parola poetica, melodia e movimento del corpo. Un coro tragico o un partenio di Alcmane cantato da un gruppo di ragazze spartane era tutte e tre le cose insieme.

Per questo la metrica è anche una traccia della danza. Nella lirica corale il ritmo dei versi regolava i passi del coro, e la responsione tra strofe e antistrofe corrispondeva, secondo un’interpretazione antica che i moderni discutono, a movimenti che si ripetevano in senso opposto. Non possiamo ricostruire queste coreografie, ma sappiamo che il pubblico ateniese era abituato a giudicarle: molti cittadini avevano cantato e danzato in un coro almeno una volta nella vita, nelle feste della città.

C’è poi una conseguenza importante per il rapporto tra testo e musica. Nella poesia arcaica e classica il ritmo musicale era in larga parte determinato dalle quantità delle sillabe: la lunga durava più della breve, e la melodia si adattava al testo. Con la “nuova musica” di fine V secolo, come vedrai più avanti, il rapporto si rovescia, e la musica comincia a imporsi alla parola, con note tenute e ripetizioni che allungano le sillabe oltre la loro durata naturale.

Infine, ricorda che la mousike era il cuore dell’educazione. Il ragazzo ateniese imparava a leggere, a suonare la lira e a cantare i poeti, e la ginnastica completava la formazione. Quando Platone e Aristotele discutono di armonie e strumenti, non parlano di gusti musicali ma di come si formano i cittadini.

Cosa ti chiedono all’orale (mousike)

Che cosa significa mousike? È l’arte delle Muse e comprende insieme poesia, melodia e danza, che nella cultura greca arcaica e classica erano inseparabili. Un componimento lirico corale era un evento in cui parole, musica e movimento del coro si univano, e la metrica conserva la traccia del ritmo della musica e della danza.

Che ruolo aveva la mousike nell’educazione? Era una parte fondamentale della formazione dei giovani, insieme alla ginnastica: si imparava a suonare la lira, a cantare e a conoscere i poeti. Per questo filosofi come Platone e Aristotele ne discutono gli effetti sul carattere e sulla città.

Gli strumenti musicali

Corde

  • La lyra (lira) è lo strumento dell’educazione e del simposio, con una cassa di risonanza che la tradizione fa risalire al guscio di tartaruga e sette corde nella forma classica. L’Inno omerico a Ermes racconta che il dio neonato la inventò proprio svuotando una tartaruga.
  • La kithara (cetra) è più grande e sonora, con una cassa di legno: è lo strumento dei professionisti e degli agoni musicali, quello di Apollo nelle raffigurazioni ufficiali.
  • Il barbitos è una lira dalle braccia lunghe, dal suono più grave, associata al simposio e ai poeti di Lesbo.

Fiati

L’aulos non è un flauto, anche se spesso lo si traduce così: è uno strumento ad ancia, come l’oboe moderno, suonato quasi sempre in coppia, con due canne tenute insieme in bocca. Era lo strumento del teatro, del ditirambo, dei sacrifici, delle marce. La tradizione lo legava a Dioniso e al mondo frigio, e lo contrapponeva alla lira di Apollo. Il mito di Marsia, il satiro che sfida Apollo con l’aulo e viene scuoiato, mette in scena proprio questo conflitto.

Il valore culturale

Platone, nel libro III della Repubblica, discute quali armonie e quali strumenti ammettere nella città ideale. Esclude gli strumenti con molte corde e l’aulo, che giudica troppo vari e capaci di suscitare passioni, e conserva lira e cetra per la città e la siringa per i pastori. È un passo da ricordare, perché mostra quanto la musica fosse per i Greci una questione etica e politica, non solo estetica.

Cosa ti chiedono all’orale (strumenti)

Che cos’è l’aulos? Uno strumento a fiato ad ancia, paragonabile all’oboe e non al flauto, suonato di solito in coppia con due canne. Era lo strumento del teatro, del ditirambo, dei riti e delle marce, associato a Dioniso e contrapposto alla lira di Apollo, come mostra il mito di Marsia.

Perché Platone discute gli strumenti nella Repubblica? Perché considera la musica decisiva per la formazione del carattere. Nel libro III ammette solo le armonie e gli strumenti che ritiene adatti a educare cittadini equilibrati e coraggiosi, conservando lira e cetra, ed esclude l’aulo e gli strumenti con molte corde, che stimolerebbero passioni e mollezza.

La teoria musicale

Pitagora e i rapporti numerici

La tradizione antica attribuiva a Pitagora la scoperta che gli intervalli consonanti corrispondono a rapporti numerici semplici: l’ottava a 2:1, la quinta a 3:2, la quarta a 4:3. La tradizione pitagorica fece della musica una scienza matematica, e le “armonie” diventarono un modello per pensare l’ordine del cosmo e dell’anima.

Aristosseno

L’altra grande tradizione è quella di Aristosseno di Taranto, allievo di Aristotele, nel IV secolo a.C. Nei suoi Elementi armonici sostiene che la musica va giudicata con l’orecchio, oltre che con la ragione, e misura gli intervalli in toni e frazioni di tono, invece che in rapporti numerici. Aristosseno scrisse anche sul ritmo, e i frammenti dei suoi Elementi ritmici sono la base di ogni discussione antica sul tempo musicale.

Tetracordi e generi

L’unità di base della teoria è il tetracordo, una sequenza di quattro note che copre l’intervallo di quarta. Le due note esterne sono fisse; le due interne si muovono, e la loro posizione definisce tre generi:

  • il diatonico, con intervalli di tono, tono e semitono, il più vicino alla nostra scala;
  • il cromatico, con due semitoni e un intervallo di tono e mezzo;
  • l’enarmonico, con due quarti di tono e un intervallo di due toni, considerato il più antico e raffinato, e già in declino all’epoca di Aristosseno.

Le armonie

Le harmoniai (dorica, frigia, lidia, misolidia e altre) indicavano sistemi di intervalli associati a caratteri e a popoli. Nella discussione etica di Platone e Aristotele hanno valori diversi: la dorica è virile e grave, la frigia entusiastica, la misolidia lamentosa. Non vanno confuse con i “modi” della musica medievale, che ne riprendono i nomi ma con significati diversi.

Cosa ti chiedono all’orale (teoria)

Che differenza c’è tra la tradizione pitagorica e quella di Aristosseno? I pitagorici definiscono gli intervalli con rapporti numerici, come 2:1 per l’ottava, 3:2 per la quinta e 4:3 per la quarta, e fanno della musica una scienza matematica legata all’ordine del cosmo. Aristosseno, nel IV secolo a.C., sostiene che anche l’orecchio deve giudicare e misura gli intervalli in toni e frazioni di tono, dando una teoria basata sulla percezione.

Che cosa sono i generi del tetracordo? Sono tre modi di accordare le due note interne del tetracordo, l’intervallo di quarta. Il diatonico usa tono, tono e semitono; il cromatico due semitoni e un intervallo di tono e mezzo; l’enarmonico due quarti di tono e un intervallo di due toni. L’enarmonico era considerato il più antico e raffinato.

I documenti musicali

Che cosa ci resta

Della musica greca ci restano circa sessanta frammenti con notazione, quasi tutti brevi e lacunosi, raccolti nell’edizione di Egert Pöhlmann e Martin West, Documents of Ancient Greek Music (2001). I Greci usavano due sistemi di notazione, uno vocale e uno strumentale, basati su lettere dell’alfabeto, che conosciamo grazie alle tavole di un teorico tardo, Alipio. I segni si scrivevano sopra le sillabe del testo.

I documenti più importanti

  • Il papiro dell’Oreste di Euripide, conservato a Vienna e databile intorno al 200 a.C., conserva con notazione alcuni versi di un canto corale della tragedia. È il frammento più vicino al teatro del V secolo che abbiamo, anche se non possiamo essere sicuri che la musica sia quella di Euripide.
  • I due Inni delfici ad Apollo, incisi su pietra nel tesoro degli Ateniesi a Delfi nel II secolo a.C. Il secondo è attribuito a Limenio.
  • L’Epitaffio di Sicilo, inciso su una stele funeraria trovata in Asia Minore e databile con ogni probabilità al I secolo d.C. È il più antico brano musicale completo che conosciamo: un breve canto che invita a godere della vita, perché la vita è breve.
  • Gli inni di Mesomede, poeta e musicista alla corte di Adriano, nel II secolo d.C., trasmessi con notazione da manoscritti medievali.

Melodia e accento

Lo studio di questi documenti ha mostrato un fatto interessante. Negli Inni delfici e nell’Epitaffio di Sicilo la melodia tende a seguire l’accento delle parole: la sillaba accentata è spesso su una nota più alta delle vicine, e il circonflesso corrisponde spesso a una nota che scende. È una conferma della natura musicale dell’accento greco. Nella musica strofica, invece, come quella dei cori tragici, dove la stessa melodia doveva servire per strofe e antistrofe con parole diverse, questa corrispondenza non poteva essere mantenuta.

Il “nuovo ditirambo”

Tra la fine del V e il IV secolo a.C. musicisti come Timoteo di Mileto, autore dei Persiani conservati in parte da un papiro, praticano una “nuova musica” più virtuosistica, con modulazioni frequenti, strumenti con più corde, una libertà ritmica maggiore e il primato della musica sul testo. La commedia la prende in giro e Platone la condanna. Anche l’ultimo Euripide ne risente, con le sue monodie piene di ripetizioni e di libertà ritmiche.

Cosa ti chiedono all’orale (documenti)

Quali sono i principali documenti di musica greca? Il papiro di Vienna con alcuni versi dell’Oreste di Euripide, intorno al 200 a.C.; i due Inni delfici ad Apollo incisi a Delfi nel II secolo a.C.; l’Epitaffio di Sicilo, probabilmente del I secolo d.C., il più antico brano completo; gli inni di Mesomede, del II secolo d.C. Sono raccolti nell’edizione di Pöhlmann e West del 2001.

Che rapporto c’è tra melodia e accento nei documenti? Negli Inni delfici e nell’Epitaffio di Sicilo la melodia tende a seguire l’accento delle parole, con la sillaba accentata più alta delle vicine. È una conferma che l’accento greco era di altezza musicale. Nella lirica strofica, dove la stessa melodia serve per strofe con parole diverse, la corrispondenza non può essere costante.

Come prepararti alla lettura metrica

Chiudo con un metodo per l’orale, perché la lettura metrica è il momento che spaventa di più.

  • Individua il metro. Prima di tutto chiediti che testo è: un esametro omerico, un trimetro tragico, una strofe saffica? L’edizione ti aiuta: molte riportano lo schema metrico in testa.
  • Segna le quantità sicure. Vocali lunghe per natura, dittonghi, sillabe lunghe per posizione. Poi le brevi certe.
  • Applica lo schema. Le sillabe incerte (alfa, iota, ypsilon; muta cum liquida) si risolvono spesso guardando lo schema.
  • Controlla i fenomeni prosodici. Elisioni, correptio epica, sinizesi. Se il verso ha una sillaba in più, probabilmente c’è una sinizesi o un’elisione da fare.
  • Indica le cesure. Per l’esametro, il terzo piede; per il trimetro, pentemimere ed eftemimere.
  • Leggi ad alta voce. Lentamente, con il ritmo, ripetendo il verso due o tre volte. All’esame il docente vuole sentire che il ritmo ti è familiare.
Cosa ti chiedono all’orale (lettura)

Come risolvi una sillaba di quantità incerta? Prima segno tutte le quantità sicure: vocali lunghe, dittonghi, sillabe lunghe per posizione, vocali brevi certe. Poi applico lo schema del verso, che di solito permette una sola scansione possibile. Se resta un dubbio, verifico la quantità sul vocabolario o sulla morfologia, e considero fenomeni come la correptio attica.

Che cosa fai se un verso sembra avere una sillaba in più? Cerco i fenomeni prosodici che riducono il numero delle sillabe: elisione di una vocale finale, crasi tra due parole, sinizesi di due vocali vicine che si pronunciano in una sola sillaba. In Omero la sinizesi è frequente in desinenze come -εω.

Fonti e approfondimenti

Metrica

  • Martin L. West, Greek Metre, Oxford University Press, 1982.
  • Bruno Gentili, Liana Lomiento, Metrica e ritmica. Storia delle forme poetiche nella Grecia antica, Mondadori Università.
  • Maria Chiara Martinelli, Gli strumenti del poeta. Elementi di metrica greca, Cappelli.

Musica

  • Martin L. West, Ancient Greek Music, Oxford University Press, 1992.
  • Egert Pöhlmann, Martin L. West, Documents of Ancient Greek Music, Oxford University Press, 2001.

Per i testi e gli autori vedi gli appunti di Letteratura greca e, per il teatro, quelli di Storia del teatro e della drammaturgia antica. Gli altri esami sono nell’indice degli esami.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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