La quiete dopo la tempesta è una canzone libera di endecasillabi e settenari, scritta da Leopardi a Recanati nel settembre 1829. Il senso: finito il temporale il paese torna a vivere con gioia, ma per Leopardi quel piacere è solo la fine di un dolore, «uscir di pena».
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Leopardi scrive La quiete dopo la tempesta a Recanati tra il 17 e il 20 settembre 1829, pochi giorni prima del Sabato del villaggio. La prima strofa è un quadro di paese che si rimette in moto dopo il temporale: uccelli, galline, un artigiano sull’uscio, il carro che riparte. Le altre due cambiano tono e diventano un ragionamento amaro sul piacere. Mentre leggi, segna il punto esatto in cui il quadro diventa ragionamento: è la prima cosa da saper indicare.
In sintesi
- Che cos’è: una canzone libera di 54 versi, scritta da Leopardi a Recanati tra il 17 e il 20 settembre 1829. Uscì per la prima volta nell’edizione dei Canti di Firenze, nel 1831.
- Di che cosa parla: dopo il temporale il paese riprende a vivere. Poi il poeta si chiede da dove nasca quel sollievo e risponde che il piacere è solo la fine di una paura o di un dolore.
- Perché si studia: contiene versi molto citati, come «Piacer figlio d’affanno» e «Uscir di pena è diletto fra noi». Con il Sabato del villaggio forma un «dittico».
- Come studiarla qui: leggi il testo e la parafrasi, poi i tre livelli di lettura e i collegamenti per l’orale.
Tempo di lettura: circa 12 minuti.
Il testo di La quiete dopo la tempesta
Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe lá da ponente, alla montagna: 5
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio,
torna il lavoro usato. 10
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
con l’opra in man, cantando,
fassi in su l’uscio; a prova
vien fuor la femminetta a côr dell’acqua
della novella piova; 15
e l’erbaiuol rinnova
di sentiero in sentiero
il grido giornaliero.
Ecco il sol che ritorna, ecco sorride
per li poggi e le ville. Apre i balconi, 20
apre terrazzi e logge la famiglia:
e, dalla via corrente, odi lontano
tintinnio di sonagli; il carro stride
del passeggier che il suo cammin ripiglia.Si rallegra ogni core. 25
Sí dolce, sí gradita
quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
l’uomo a’ suoi studi intende?
o torna all’opre? o cosa nova imprende? 30
quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
gioia vana, ch’è frutto
del passato timore, onde si scosse
e paventò la morte 35
chi la vita abborria;
onde in lungo tormento,
fredde, tacite, smorte,
sudâr le genti e palpitâr, vedendo
mossi alle nostre offese 40
folgori, nembi e vento.O natura cortese,
son questi i doni tuoi,
questi i diletti sono
che tu porgi ai mortali. Uscir di pena 45
è diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
che per mostro e miracolo talvolta
nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana 50
prole cara agli eterni! assai felice
se respirar ti lice
d’alcun dolor; beata
se te d’ogni dolor morte risana.
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.
Parafrasi di La quiete dopo la tempesta
Apri una sequenza alla volta e tieni il testo accanto: i numeri nel titolo sono quelli dei versi.
Versi 1-7: il cielo si apre
La tempesta è passata: sento gli uccelli far festa, e la gallina, tornata in mezzo alla strada, che ripete il suo verso. Ecco, il sereno si apre là a ponente, dalla parte dei monti; la campagna si libera dalle nubi e nella valle si vede di nuovo, limpido, il fiume.
Parole e passaggi difficili. «Rompe» = spunta, si apre un varco tra le nubi (dal latino erumpere). «Alla montagna» = dalla parte dei monti, cioè l’Appennino a ovest di Recanati. «Sgombrasi» = si sgombra, si libera dalle nuvole. Il fiume è con ogni probabilità il Potenza, che scorre nella valle sotto Recanati: lo pensano Casini, citato da Fornaciari e da Straccali, e Piergili, citato da Marenduzzo.
Versi 8-18: il paese riprende a lavorare
Ogni cuore si rallegra, da ogni parte torna il brusio della vita, riprende il lavoro di sempre. L’artigiano, con il lavoro ancora in mano e cantando, si affaccia sull’uscio a guardare il cielo bagnato; a gara con le altre esce la popolana a raccogliere l’acqua della pioggia appena caduta; e l’erbivendolo ripete, di strada in strada, il richiamo di ogni giorno.
Parole e passaggi difficili. «Romorio» = rumore diffuso, brusio. «Fassi in su l’uscio» = si fa sulla porta, si affaccia. «A prova» = a gara. «Femminetta» = donna del popolo, popolana. «Côr» = cogliere, raccogliere: l’acqua piovana si raccoglieva nei recipienti messi sotto le grondaie. L’«erbaiuol» è l’erbivendolo che gira per le vie gridando la sua merce.
Versi 19-24: il sole e la strada
Ecco il sole che torna, ecco che sorride sulle colline e sui casolari. La gente di casa apre le finestre, le terrazze e le logge; e dalla strada maestra senti in lontananza un tintinnio di sonagli: stride il carro del viaggiatore che riprende il suo cammino.
Parole e passaggi difficili. «Poggi» = colline; «ville» = case di campagna, casali. «La famiglia» qui sono i familiari e i servi. «Via corrente» = la strada principale, quella dove si viaggia. Il carro «stride» perché sale con fatica verso Recanati, che è in alto.
Versi 25-31: le domande
Ogni cuore si rallegra. Quando mai la vita è così dolce e così gradita come adesso? Quando l’uomo si dedica con tanto amore alle sue occupazioni, o torna al lavoro, o comincia qualcosa di nuovo? Quando si ricorda meno dei suoi mali?
Parole e passaggi difficili. Il v. 25 riprende il v. 8 e fa da cerniera tra la descrizione e il ragionamento. «A’ suoi studi intende» = si dedica alle sue attività (studi, qui, in senso largo: occupazioni). «Imprende» = intraprende. Le domande sono retoriche: la risposta è «mai».
Versi 32-41: un piacere che nasce dalla paura
È un piacere figlio della sofferenza; una gioia vuota, che nasce dalla paura appena passata, quella paura per cui si spaventò e temette la morte anche chi prima odiava la vita; quella paura per cui, in una lunga angoscia, le persone, gelide, mute, pallide, sudarono e tremarono vedendo fulmini, nuvole e vento scatenati contro di noi.
Parole e passaggi difficili. «Piacer figlio d’affanno» è il centro del testo: il piacere che si prova adesso esiste solo perché prima c’era il dolore. «Gioia vana» = gioia senza sostanza, che consiste soltanto nella fine della paura. «Abborria» = aborriva, odiava. «Sudâr» e «palpitâr» = sudarono e palpitarono. «Mossi alle nostre offese» = mossi per colpirci.
Versi 42-46: l’ironia sulla natura
O natura generosa, sono questi i tuoi doni, sono questi i piaceri che offri ai mortali! Per noi uscire dal dolore è già un piacere.
Parole e passaggi difficili. «Cortese» è detto con ironia amara: per Leopardi la natura non è affatto generosa. «Uscir di pena è diletto fra noi» riassume la sua idea del piacere: non è qualcosa di positivo, è soltanto la fine momentanea di una sofferenza.
Versi 47-54: la morte come guarigione
Tu spargi dolori a piene mani; il dolore nasce da solo; e quel poco di piacere che a volte, per un prodigio, per miracolo, nasce dalla sofferenza è già un grande guadagno. Genere umano, caro agli dèi! Puoi dirti abbastanza felice se ti è concesso di respirare un momento da qualche dolore; beato, se la morte ti guarisce da ogni dolore.
Parole e passaggi difficili. «Spontaneo» = da sé, senza bisogno di una causa. «Per mostro e miracolo» = per prodigio (latino monstrum, cosa straordinaria). «Cara agli eterni» è di nuovo ironico. «Ti lice» = ti è concesso. «Risana» = guarisce: la morte è l’unica vera liberazione.
Da ricordare
- Scritta a Recanati tra il 17 e il 20 settembre 1829; esce nell’edizione fiorentina dei Canti del 1831.
- Tre strofe libere di endecasillabi e settenari: 24, 17 e 13 versi.
- Due parti ben distinte: il quadro del paese dopo il temporale (vv. 1-24) e la riflessione sul piacere (vv. 25-54).
- Il concetto chiave è il «piacer figlio d’affanno»: per Leopardi il piacere è solo la cessazione del dolore.
- «Natura cortese» e «prole cara agli eterni» sono espressioni ironiche: la natura è in realtà indifferente, o nemica, verso gli uomini.
- Va letta insieme al Sabato del villaggio, scritto subito dopo: lì il piacere è nell’attesa, qui nella fine della paura.
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Tre livelli di lettura della Quiete dopo la tempesta
La parafrasi dice che cosa significa ogni sequenza. Qui guardiamo come è fatto il testo, che idea difende e dove si colloca nell’opera di Leopardi.
Livello formale: la prima parte si ascolta
Nella prima strofa Leopardi descrive soprattutto suoni. Il poeta sente gli uccelli («odo augelli far festa»), il verso della gallina, il «romorio» che risorge, l’artigiano che passa cantando, il «grido giornaliero» dell’erbaiolo. Alla fine sente «tintinnio di sonagli» e il carro che stride. Ai versi 4 e 19 l’«Ecco» presenta le cose una dopo l’altra, come in un quadro che si anima. È una pagina costruita con l’orecchio.
La seconda parte cambia registro. Dopo l’eco del v. 25 («Si rallegra ogni core») c’è una serie di domande, introdotte da «quando». Poi la frase breve del v. 32, «Piacer figlio d’affanno», dà la tesi. Nell’ultima strofa il poeta si rivolge alla natura con un’apostrofe («O natura cortese») e all’umanità con un’altra («Umana prole cara agli eterni!»). Entrambe hanno un tono ironico. La poesia si chiude con la parola «risana»: la guarigione, in questo caso, è la morte.
Il metro è la canzone libera. Le tre strofe, di 24, 17 e 13 versi, mescolano endecasillabi e settenari senza uno schema fisso. Internet Culturale osserva che molti versi, come «Piacer figlio d’affanno» (v. 32), sono epigrammatici e restano in mente anche fuori dal testo.
Livello tematico: il piacere come fine del dolore
La tesi è nei vv. 32-46. Il piacere non esiste da solo. Esiste solo come interruzione di un male. Il Treccani, nel Dizionario biografico, parla di un «carattere solo negativo del piacere, sensisticamente inteso come privazione del dolore». La tempesta lo mostra bene: la gioia del paese nasce solo perché la paura è finita.
Poi la tesi si allarga alla natura. Il Treccani ricorda che, nel 1824, nelle Operette morali Leopardi corregge la sua idea di natura. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese la natura è indifferente al destino delle sue creature. Nella Quiete, cinque anni dopo, quel pensiero è già dentro i versi: la natura «cortese» che porge «doni» è la stessa di cui si dice: «Pene tu spargi a larga mano» (v. 47).
Livello storico-culturale: Recanati, settembre 1829
Leopardi ha trentuno anni. Era tornato a Recanati nel novembre 1828, dopo Firenze e Pisa, e scrive i canti detti «pisano-recanatesi». Internet Culturale dà le date vicine: Le ricordanze tra il 26 agosto e il 12 settembre 1829, la Quiete tra il 17 e il 20 settembre, il Sabato del villaggio alla fine di settembre, il Canto notturno tra l’ottobre 1829 e l’aprile 1830. Sono pochi mesi, e il pensiero sul piacere passa dall’una all’altra.
C’è una differenza rispetto ai canti del ricordo, come A Silvia e Le ricordanze. Nella prima parte della Quiete le immagini di Recanati non sono rimembranze del passato. Sono quadretti del presente. L’artigiano, la femminetta, l’erbaiolo e il passeggero sono figure note della poesia di Leopardi. Il testo arriva ai lettori nei Canti stampati a Firenze da Piatti nel 1831, dedicati «agli amici suoi di Toscana», come ricorda il Dizionario biografico. La seconda edizione è quella di Napoli, presso Starita, del 1835.
Tracce di Maturità su Leopardi
Leopardi esce spesso all’analisi del testo. Per allenarvi su una prova completa, con traccia e svolgimento, provate anche queste:
- Tipologia A svolta: L’infinito
- Tipologia A svolta: A Silvia
- Tipologia A svolta: Alla luna
- Tipologia A svolta: Il sabato del villaggio
- Tipologia A svolta: Il passero solitario
Tutte le altre sono raccolte nella pagina Tipologia A svolte.
Collegamenti per l’orale
- Il canto gemello: il Sabato del villaggio è scritto subito dopo, alla fine del settembre 1829. Anche lì il tema è il piacere. Nella Quiete esiste solo come fine della paura. Nel Sabato esiste solo nell’attesa.
- Altri canti di Recanati: Le ricordanze (agosto-settembre 1829), A Silvia (Pisa, 1828) e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
- Prosa e pensiero: le Operette morali (1824), in particolare il Dialogo della Natura e di un Islandese, e lo Zibaldone, dove Leopardi annota la sua teoria del piacere. Il quadro generale è nella pagina sul pessimismo cosmico.
- Filosofia: il Treccani definisce sensistica l’idea di piacere di Leopardi. Il sensismo fa nascere la conoscenza dalle sensazioni. Qui il piacere è una sensazione, e coincide con la fine del dolore.
Collegamenti utili
- Il sabato del villaggio: parafrasi, il canto gemello
- Il passero solitario: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Bibliografia essenziale
- Luigi Blasucci, I tempi dei «Canti». Nuovi studi leopardiani, Einaudi, Torino 1996.
- «La quiete dopo la tempesta», scheda in Viaggi nel testo. Giacomo Leopardi, Internet Culturale (Ministero della Cultura).
- Giacomo Leopardi, Canti, Starita, Napoli 1835: trascrizione del testo della Quiete su Wikisource, edizione 1835.
Approfondimento per gli iscritti: il temporale di Leopardi e quello di Pascoli
Un confronto utile all’orale è quello tra la tempesta di Leopardi e una brevissima poesia di Pascoli, Temporale, che si trova in Myricae.
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Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- Giacomo Leopardi, Poesie, scelte e commentate a uso delle scuole da Raffaello Fornaciari, G. Barbèra, Firenze 1889: copia digitale su Internet Archive.
- I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
Glossario: parole da capire nella Quiete dopo la tempesta
Le parole e le espressioni che più spesso mettono in difficoltà, spiegate in breve. Tenetele sotto mano mentre rileggete il testo.
- quiete: calma, pace.
- tempesta: temporale.
- canzone libera: canzone con strofe di lunghezza e rime libere.
- affanno: pena, preoccupazione.
- artigiano: lavoratore di bottega.
Quiz di verifica: La quiete dopo la tempesta
Otto domande per controllare se avete fissato i punti essenziali. Rispondete senza guardare il testo, poi aprite le soluzioni.
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Quando scrive Leopardi questo canto?
A) Nel 1835 B) Nel 1819 C) Tra il 17 e il 20 settembre 1829
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Quanti versi conta?
A) 54 B) 46 C) 15
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In quale edizione uscì la prima volta?
A) Sul Nuovo Ricoglitore B) A Napoli nel 1835 C) Nei Canti di Firenze del 1831
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Che cosa descrive la prima strofa?
A) Il paese che si rimette in moto dopo il temporale B) Una festa nuziale C) La notte stellata
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Che tono prendono le altre due strofe?
A) Una preghiera B) Un ragionamento amaro sul piacere C) Un racconto d’amore
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Con quali parole si apre il canto?
A) «Vaghe stelle dell’Orsa» B) «Passata è la tempesta» C) «Or la squilla dà segno»
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Come definisce Leopardi il piacere?
A) Un dono della natura B) «Figlio d’affanno» C) Un premio del lavoro
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Che tipo di componimento è?
A) Un idillio in terzine B) Un sonetto C) Una canzone libera
Soluzioni del quiz
- C) Tra il 17 e il 20 settembre 1829. Pochi giorni prima del Sabato del villaggio.
- A) 54. È una canzone libera.
- C) Nei Canti di Firenze del 1831. Dopo la composizione a Recanati.
- A) Il paese che si rimette in moto dopo il temporale. Uccelli, galline, un artigiano, il carro.
- B) Un ragionamento amaro sul piacere. Il quadro diventa ragionamento.
- B) «Passata è la tempesta». Subito dopo: «odo augelli far festa».
- B) «Figlio d’affanno». Nasce solo dalla fine di una pena.
- C) Una canzone libera. Strofe libere di endecasillabi e settenari.
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