Le ricordanze di Leopardi: testo e parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 20 min di lettura

Nel novembre del 1828 Leopardi è costretto a tornare a Recanati, nella casa da cui aveva tanto desiderato fuggire. Tra il 26 agosto e il 12 settembre 1829 scrive Le ricordanze: 173 endecasillabi sciolti in cui ogni cosa della casa e del paese, le stelle dell’Orsa, la torre, la loggia, una finestra, gli riporta un pezzo di infanzia. Il ricordo è dolce, ma il presente lo rende amaro. Alla fine compare Nerina, una ragazza morta giovane. Sono 173 versi: meglio non leggerli tutti d’un fiato. La parafrasi va una sequenza alla volta.

Il testo di Le ricordanze

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo, 5
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l’aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla, 10
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
e in su l’aiuole, susurrando al vento 15
i viali odorati, ed i cipressi
lá nella selva; e sotto al patrio tetto
sonavan voci alterne, e le tranquille
opre de’ servi. E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista 20
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicitá fingendo al viver mio!
ignaro del mio fato, e quante volte 25
questa mia vita dolorosa e nuda
volentier con la morte avrei cangiato.

Né mi diceva il cor che l’etá verde
sarei dannato a consumare in questo
natio borgo selvaggio, intra una gente 30
zotica, vil, cui nomi strani, e spesso
argomento di riso e di trastullo
son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
per invidia non giá, ché non mi tiene
maggior di sé, ma perché tale estima 35
ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
a persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
senz’amor, senza vita; ed aspro a forza
tra lo stuol de’ malevoli divengo: 40
qui di pietá mi spoglio e di virtudi,
e sprezzator degli uomini mi rendo,
per la greggia c’ho appresso: e intanto vola
il caro tempo giovanil, piú caro
che la fama e l’allòr, piú che la pura 45
luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
senza un diletto, inutilmente, in questo
soggiorno disumano, intra gli affanni,
o dell’arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell’ora 50
dalla torre del borgo. Era conforto
questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
quando fanciullo, nella buia stanza,
per assidui terrori io vigilava,
sospirando il mattin. Qui non è cosa 55
ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
non torni, e un dolce rimembrar non sorga;
dolce per sé; ma con dolor sottentra
il pensier del presente, un van desio
del passato, ancor tristo, e il dire: — Io fui. — 60
Quella loggia colá, vòlta agli estremi
raggi del dí; queste dipinte mura,
quei figurati armenti, e il sol che nasce
su romita campagna, agli ozi miei
porser mille diletti allor che al fianco 65
m’era, parlando, il mio possente errore
sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,
al chiaror delle nevi, intorno a queste
ampie finestre sibilando il vento,
rimbombâro i sollazzi e le festose 70
mie voci al tempo che l’acerbo, indegno
mistero delle cose a noi si mostra
pien di dolcezza; indelibata, intera
il garzoncel, come inesperto amante,
la sua vita ingannevole vagheggia, 75
e celeste beltá fingendo ammira.

O speranze, speranze; ameni inganni
della mia prima etá! sempre, parlando,
ritorno a voi; ché, per andar di tempo,
per variar d’affetti e di pensieri, 80
obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
son la gloria e l’onor; diletti e beni
mero desio; non ha la vita un frutto,
inutile miseria. E sebben vòti
son gli anni miei, sebben deserto, oscuro 85
il mio stato mortal, poco mi toglie
la fortuna, ben veggo. Ahi! ma qualvolta
a voi ripenso, o mie speranze antiche,
ed a quel caro immaginar mio primo;
indi riguardo il viver mio sí vile 90
e sí dolente, e che la morte è quello
che di cotanta speme oggi m’avanza;
sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto
consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte 95
sarammi allato, e sará giunto il fine
della sventura mia; quando la terra
mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
fuggirá l’avvenir; di voi per certo
risovverrammi; e quell’imago ancora 100
sospirar mi fará, farammi acerbo
l’esser vissuto indarno, e la dolcezza
del dí fatal tempererá d’affanno.

E giá nel primo giovanil tumulto
di contenti, d’angosce e di desio, 105
morte chiamai piú volte, e lungamente
mi sedetti colá su la fontana
pensoso di cessar dentro quell’acque
la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
malor, condotto della vita in forse, 110
piansi la bella giovanezza, e il fiore
de’ miei poveri dí, che sí per tempo
cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso
sul conscio letto, dolorosamente
alla fioca lucerna poetando, 115
lamentai co’ silenzi e con la notte
il fuggitivo spirto, ed a me stesso
in sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi può senza sospiri,
o primo entrar di giovinezza, o giorni 120
vezzosi, inenarrabili, allor quando
al rapito mortal primieramente
sorridon le donzelle; a gara intorno
ogni cosa sorride; invidia tace,
non desta ancora ovver benigna; e quasi 125
(inusitata maraviglia!) il mondo
la destra soccorrevole gli porge,
scusa gli errori suoi, festeggia il novo
suo venir nella vita, ed inchinando
mostra che per signor l’accolga e chiami? 130
Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo
son dileguati. E qual mortale ignaro
di sventura esser può, se a lui giá scorsa
quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
se giovanezza, ahi giovanezza! è spenta? 135

O Nerina! e di te forse non odo
questi luoghi parlar? caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
che qui sola di te la ricordanza
trovo, dolcezza mia? Piú non ti vede 140
questa terra natal: quella finestra,
ond’eri usata favellarmi, ed onde
mesto riluce delle stelle il raggio,
è deserta. Ove sei, che piú non odo
la tua voce sonar, siccome un giorno, 145
quando soleva ogni lontano accento
del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
fûro, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
il passar per la terra oggi è sortito, 150
e l’abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti, e come un sogno
fu la tua vita. Ivi danzando, in fronte
la gioia ti splendea, splendea negli occhi
quel confidente immaginar, quel lume 155
di gioventú, quando spegneali il fato,
e giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
l’antico amor. Se a feste anco talvolta,
se a radunanze io movo, infra me stesso
dico: — O Nerina, a radunanze, a feste 160
tu non ti acconci piú, tu piú non movi. —
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
van gli amanti recando alle fanciulle,
dico: — Nerina mia, per te non torna
primavera giammai, non torna amore. — 165
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
piaggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento,
dico: — Nerina or piú non gode; i campi,
l’aria non mira. — Ahi! tu passasti, eterno
sospiro mio: passasti; e fia compagna 170
d’ogni mio vago immaginar, di tutti
i miei teneri sensi, i tristi e cari
moti del cor, la rimembranza acerba.

Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.

Parafrasi di Le ricordanze

Leggi prima il testo, poi apri le sequenze una per una. I numeri indicano i versi.

Versi 1-13: le stelle dell’Orsa

Belle stelle dell’Orsa, non credevo di tornare ancora, come facevo un tempo, a contemplarvi scintillanti sopra il giardino di mio padre, e a parlare con voi dalle finestre di questa casa dove abitai da bambino e dove vidi la fine delle mie gioie. Quante immagini e quante fantasie mi fece nascere un tempo nella mente la vista di voi e delle stelle vostre compagne! Allora, silenzioso, seduto sull’erba, passavo gran parte delle sere guardando il cielo e ascoltando il canto della rana lontana, nella campagna!

Parole e passaggi difficili. «Vaghe» = belle. «Per uso» = per abitudine, come una volta. «Albergo» = dimora, la casa paterna. «Fole» = favole, fantasie. «Luci a voi compagne» = le altre stelle. «Zolla» = prato. «Rimota» = lontana.

Versi 14-27: il giardino e i sogni di fuga

E la lucciola vagava vicino alle siepi e sulle aiuole, mentre i viali profumati e i cipressi laggiù nel bosco frusciavano al vento; e sotto il tetto di casa risuonavano voci che si alternavano e i lavori tranquilli dei servi. E che pensieri immensi, che sogni dolci mi ispirò la vista di quel mare lontano e di quei monti azzurri che da qui vedo, e che pensavo di attraversare un giorno, immaginando per la mia vita mondi misteriosi e una felicità misteriosa! Non sapevo che cosa mi aspettava, e quante volte avrei scambiato volentieri con la morte questa mia vita dolorosa e spoglia.

Parole e passaggi difficili. «Appo» = presso. «Susurrando» = mentre frusciavano. «Voci alterne» = voci che si rispondono, conversazioni. «Mi spirò» = mi ispirò. Il mare è l’Adriatico, i monti sono gli Appennini, che si vedevano dalle finestre di casa Leopardi. «Arcani» = misteriosi. «Fingendo» = immaginando. «Nuda» = povera, priva di gioie. «Cangiato» = cambiato.

Versi 28-49: il natio borgo selvaggio

E il cuore non mi diceva che sarei stato condannato a consumare la giovinezza in questo paese natale selvaggio, in mezzo a una gente rozza e meschina, per la quale cultura e sapere sono parole strane e spesso motivo di risate e di scherno; una gente che mi odia e mi evita, non certo per invidia, perché non mi considera superiore a sé, ma perché pensa che io, dentro di me, mi ritenga tale, anche se fuori non ne do mai segno a nessuno. Qui passo gli anni abbandonato, nascosto, senza amore, senza vita; e in mezzo alla folla dei malevoli divento per forza scontroso: qui mi spoglio della pietà e delle virtù e divento uno che disprezza gli uomini, a causa del gregge che ho intorno. E intanto vola via il caro tempo della giovinezza, più caro della fama e della gloria, più della luce pura del giorno e del respiro: ti perdo senza una gioia, inutilmente, in questo luogo disumano, tra le sofferenze, o unico fiore di questa vita arida.

Parole e passaggi difficili. «Etá verde» = la giovinezza. «Natio borgo selvaggio» è Recanati: è l’espressione più famosa del canto. «Zotica, vil» = rozza, meschina. «Nomi strani» = parole estranee, che non capisce. «Tale estima ch’io mi tenga» = crede che io mi consideri superiore. «Occulto» = nascosto, ignorato da tutti. «Aspro a forza» = scontroso per forza. «Greggia» = gregge, detto con disprezzo della gente di paese. «Allòr» = l’alloro, la gloria poetica. «Lo spirar» = il respirare, la vita stessa. L’«unico fiore» è la giovinezza.

Versi 50-60: la campana della torre

Arriva il vento portando il suono dell’ora dalla torre del paese. Questo suono, mi ricordo, era un conforto alle mie notti, quando da bambino, nella stanza buia, restavo sveglio per paure continue, aspettando con ansia il mattino. Qui non c’è cosa che io veda o senta da cui non torni dentro un’immagine e non nasca un dolce ricordo; dolce di per sé, ma subito dopo, con dolore, subentrano il pensiero del presente, un desiderio inutile del passato, anche se era triste, e il dire: «Io sono stato».

Parole e passaggi difficili. La «torre del borgo» è la torre civica della piazza di Recanati, con l’orologio. «Assidui terrori» = paure che non smettevano mai. «Sottentra» = entra al posto di, subentra. «Tristo» per molti commentatori va riferito al passato: anche il passato era triste, eppure lo si rimpiange. «Io fui» = ho già vissuto, non sono più quello di allora (come il virgiliano fuimus Troes).

Versi 61-76: la casa e il «possente errore»

Quella loggia laggiù, rivolta verso gli ultimi raggi del giorno, queste pareti dipinte, quelle mandrie raffigurate e il sole che nasce sulla campagna solitaria regalarono mille piaceri alle mie ore libere, quando avevo sempre accanto, ovunque fossi, a parlarmi, la mia potente illusione. In queste sale antiche, al chiarore della neve, mentre il vento fischiava intorno a queste grandi finestre, risuonarono i miei giochi e le mie grida allegre, nell’età in cui il mistero amaro e ingiusto delle cose ci si mostra pieno di dolcezza; il ragazzo, come un amante inesperto, contempla con desiderio la sua vita ingannevole, ancora intatta e non assaggiata, e la ammira immaginandola di una bellezza celeste.

Parole e passaggi difficili. Sulla loggia i commenti, che citano tutti il Mestica, non coincidono: per Straccali è quella in fondo al giardino di ponente, proprio di fronte alle finestre della camera di Giacomo; per Marenduzzo stava sulla facciata di un’altra casa, sempre davanti a quelle finestre. Le «dipinte mura» e i «figurati armenti» sono affreschi e quadri con scene di campagna. «Ozi» = ore di svago. Il «possente errore» è l’illusione di poter essere felice. «Acerbo, indegno mistero delle cose» = la dura verità della vita, ancora sconosciuta. «Indelibata» = non ancora assaggiata, intatta (latinismo). «Fingendo» = immaginando.

Versi 77-94: le speranze della prima età

O speranze, speranze, piacevoli illusioni della mia prima età! Parlando, torno sempre a voi; perché, per quanto passi il tempo e cambino i sentimenti e i pensieri, non riesco a dimenticarvi. Lo capisco: la gloria e l’onore sono fantasmi; i piaceri e i beni sono solo desiderio; la vita non ha frutto, è una miseria inutile. E anche se i miei anni sono vuoti, anche se la mia condizione mortale è deserta e oscura, vedo bene che la sorte mi toglie poco. Ma ahimè, ogni volta che ripenso a voi, mie antiche speranze, e a quel caro immaginare della mia giovinezza, e poi guardo la mia vita così meschina e dolorosa, e vedo che di tanta speranza oggi mi resta soltanto la morte, sento stringermi il cuore, sento che non so consolarmi del tutto del mio destino.

Parole e passaggi difficili. «Ameni inganni» = illusioni piacevoli. «Per andar di tempo» = con il passare del tempo. «Fantasmi» = apparenze senza sostanza. «Mero desio» = solo desiderio, niente di reale. «Vòti» = vuoti. «Qualvolta» = ogni volta che. «M’avanza» = mi resta. «Al tutto» = del tutto.

Versi 95-103: anche in punto di morte

E perfino quando questa morte tanto invocata mi sarà accanto, e sarà arrivata la fine della mia sventura; quando la terra sarà per me una valle straniera e il futuro scomparirà dal mio sguardo, di voi, speranze, mi ricorderò di certo; e quell’immagine mi farà ancora sospirare, mi renderà amaro l’essere vissuto invano, e mescolerà di dolore la dolcezza del giorno della morte.

Parole e passaggi difficili. È l’unica parte del canto rivolta al futuro. «Straniera valle» = luogo estraneo (la terra come «valle di lacrime»). «Risovverrammi» = mi tornerà in mente. «Acerbo» = amaro. «Indarno» = invano. «Dí fatal» = il giorno della morte, che dovrebbe essere dolce perché libera dal dolore.

Versi 104-118: la fontana e la malattia

E già nel primo tumulto della giovinezza, fatto di gioie, di angosce e di desideri, chiamai più volte la morte, e a lungo rimasi seduto là, presso la fontana, pensando di far finire in quelle acque la mia speranza e il mio dolore. Poi, portato in pericolo di vita da una malattia oscura, piansi la bella giovinezza e il fiore dei miei poveri giorni, che cadeva così presto; e spesso, a tarda notte, seduto sul letto testimone del mio dolore, scrivendo versi alla luce fioca della lucerna, lamentai con il silenzio della notte la mia vita che fuggiva, e a me stesso, mentre mi spegnevo, cantai un canto funebre.

Parole e passaggi difficili. «Contenti» = gioie. La «fontana» è la vasca del giardino di casa Leopardi. «Cessar» qui è transitivo: far cessare, cioè annegarsi. «Cieco malor» = una malattia oscura, di cui non si capiva la causa. «Della vita in forse» = in dubbio di sopravvivere. «Conscio letto» = il letto che sa, che ha visto le sue sofferenze. «Fuggitivo spirto» = la vita che se ne va. Il «funereo canto», spiega Straccali, è la cantica giovanile L’appressamento della morte, scritta nel 1816, quando Leopardi era convinto di dover morire presto.

Versi 119-135: il primo entrare di giovinezza

Chi può ricordarvi senza sospirare, o primo ingresso nella giovinezza, o giorni incantevoli, indescrivibili, quando al giovane rapito sorridono per la prima volta le ragazze; e tutto intorno a gara sorride; l’invidia tace, perché non è ancora sveglia o è benevola; e quasi (meraviglia mai vista!) il mondo gli porge la mano per aiutarlo, gli perdona gli errori, festeggia il suo arrivo nella vita e, inchinandosi, mostra di accoglierlo e chiamarlo come un signore? Giorni fugaci! Sono svaniti come un lampo. E quale uomo può dirsi ignaro della sventura, se ha già alle spalle quella bella stagione, se il suo tempo felice, se la giovinezza, ahi giovinezza, è spenta?

Parole e passaggi difficili. «Vezzosi» = graziosi, incantevoli. «Inenarrabili» = che non si possono raccontare (latinismo). «Rapito» = incantato, come fuori di sé. «Inusitata» = mai vista. «Destra soccorrevole» = la mano che aiuta. «Inchinando» = inchinandosi. «Vaga stagion» = la bella stagione della giovinezza.

Versi 136-157: Nerina

O Nerina! E di te forse non sento parlare questi luoghi? Sei forse caduta dal mio pensiero? Dove sei andata, che qui trovo di te soltanto il ricordo, mia dolcezza? Questa terra natale non ti vede più: quella finestra da cui eri solita parlarmi, e da cui adesso riflette triste la luce delle stelle, è vuota. Dove sei, che non sento più risuonare la tua voce come un tempo, quando ogni tua parola, anche lontana, che arrivasse fino a me, mi faceva impallidire? Altri tempi. I tuoi giorni sono finiti, mio dolce amore. Sei passata. Oggi è toccato ad altri passare per questa terra e abitare queste colline profumate. Ma sei passata in fretta, e la tua vita è stata come un sogno. Mentre danzavi, la gioia ti splendeva sulla fronte, ti splendevano negli occhi quell’immaginare fiducioso, quella luce di giovinezza, quando il destino li spense, e tu giacevi morta.

Parole e passaggi difficili. Chi fosse davvero Nerina se lo sono chiesti in molti, e sono stati proposti nomi diversi di ragazze di Recanati morte giovani. Il fratello Carlo raccontò al Viani che gli amori di Nerina e di Silvia erano «molto più romanzeschi che veri» e che si trattava di due ragazze diverse, «la figlia del cocchiere» e «una tessitora». Marenduzzo prende queste parole come una conferma; Straccali ricorda invece che nel 1829-1830 Carlo non viveva più con Giacomo e pensa che riferisse una sua congettura. «Gita» = andata. «Ond’eri usata favellarmi» = da cui eri solita parlarmi. «Scolorarmi» = farmi impallidire per l’emozione. «Fûro» = furono, sono finiti (latino fuerunt). «È sortito» = è toccato in sorte. «Confidente» = pieno di fiducia. «Spegneali» = li spegneva.

Versi 157-173: Nerina in ogni cosa

Ahi, Nerina! Nel mio cuore regna l’antico amore. Se ancora qualche volta vado a una festa, a un ritrovo, dico tra me: «O Nerina, tu non ti prepari più per i ritrovi e per le feste, tu non ci vai più». Se torna maggio, e gli innamorati portano alle ragazze rametti fioriti e serenate, dico: «Nerina mia, per te non torna più la primavera, non torna l’amore». Ogni giorno sereno, ogni pendio fiorito che guardo, ogni piacere che provo, dico: «Nerina ora non gode più; non vede i campi, l’aria». Ahi, tu sei passata, mio eterno sospiro: sei passata; e il ricordo amaro sarà compagno di ogni mia fantasia, di tutti i miei sentimenti teneri, dei moti tristi e cari del cuore.

Parole e passaggi difficili. «Infra me stesso» = dentro di me. «Non ti acconci» = non ti prepari, non ti vesti a festa. «Ramoscelli e suoni» = i rami fioriti che a maggio si appendevano alla porta delle ragazze e le serenate. «Piaggia» = pendio. «Fia» = sarà; il soggetto di tutta l’ultima frase è «la rimembranza acerba», posto in fondo. La ripetizione di «passasti» e di «dico» dà il ritmo del lamento.

Da ricordare

  • Scritto a Recanati tra il 26 agosto e il 12 settembre 1829, dopo il ritorno forzato nella casa paterna.
  • 173 endecasillabi sciolti in sette strofe: è uno dei canti più lunghi del periodo pisano-recanatese. Uscì per la prima volta nell’edizione fiorentina dei Canti del 1831.
  • Il meccanismo è sempre lo stesso: un oggetto del presente (le stelle, la torre, la loggia, la finestra) fa nascere un ricordo, e il ricordo fa male.
  • Recanati è il «natio borgo selvaggio», abitato da una gente «zotica, vil».
  • Le speranze della giovinezza sono «ameni inganni»: Leopardi sa che erano illusioni, ma non riesce a dimenticarle.
  • Nerina, morta giovane, è sorella di Silvia: la giovinezza spezzata prima di poter godere della vita.

Collegamenti utili

Fonti e approfondimenti

  • Giacomo Leopardi, Le ricordanze, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
  • Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
  • Giacomo Leopardi, Poesie, scelte e commentate a uso delle scuole da Raffaello Fornaciari, G. Barbèra, Firenze 1889: copia digitale su Internet Archive.
  • I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
  • «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
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L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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