Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 15 min di lettura

Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è uno dei grandi idilli che Leopardi scrive a Recanati tra il 1829 e il 1830. Un pastore nomade, di notte, parla alla luna e le fa le domande che nessuno sa sciogliere: che senso ha vivere, perché si nasce per soffrire, perché l’uomo si annoia anche quando non gli manca niente. Qui trovate il testo completo, la parafrasi strofa per strofa, l’analisi e le risposte alle domande che arrivano più spesso in classe.

Leopardi raccontò di aver preso lo spunto da un articolo del Journal des Savants sui pastori kirghisi, che passavano la notte seduti su una pietra a guardare la luna e a improvvisare canti malinconici. Il pastore, quindi, non è Leopardi travestito: è un uomo semplice, senza cultura, che arriva da solo alle stesse conclusioni del filosofo.

Il testo

Sei strofe libere di endecasillabi e settenari, con rime sparse; ogni strofa si chiude con una parola in -ale (vale, mortale, natale…).

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colá dove la via
e dove il tanto affaticar fu vòlto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio piú grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sí pensosa sei, tu forse intendi
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir della terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
star cosí muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
— A che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono? —
Cosí meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre lá donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrá fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma piú perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente; ed uno spron quasi mi punge
sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so giá dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
— Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? —

Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.

Parafrasi strofa per strofa

Prima strofa (vv. 1-20): la luna e il pastore

Che cosa fai tu, luna, nel cielo? Dimmi, che cosa fai, luna silenziosa? Sorgi la sera e procedi guardando i deserti, poi tramonti. Non sei ancora stanca di ripercorrere le tue strade eterne? Non ti è ancora venuto a noia, hai ancora voglia di guardare queste valli? La vita del pastore somiglia alla tua. Si alza alle prime luci dell’alba, porta il gregge avanti per il campo e vede greggi, sorgenti ed erba; poi la sera, stanco, si riposa: e non spera mai altro. Dimmi, luna: a che cosa serve al pastore la sua vita, e a voi astri la vostra? Dimmi: dove va a finire questo mio breve vagare, e dove il tuo corso immortale?

Da sapere. «Paga» vuol dire soddisfatta; «calli» sono i sentieri, qui le orbite; «prendi a schivo» significa «provi fastidio». La strofa costruisce un parallelo: luna e pastore fanno ogni giorno la stessa cosa. La differenza arriva nell’ultimo verso: «breve» contro «immortale».

Seconda strofa (vv. 21-38): il vecchio che corre verso l’abisso

Un vecchietto canuto e malato, vestito a metà e scalzo, con un carico pesantissimo sulle spalle, corre per monti e valli, tra sassi appuntiti, sabbia profonda e sterpaglie, sotto il vento e la tempesta, quando l’aria brucia e quando gela; corre, corre, ansima, attraversa torrenti e paludi, cade, si rialza e accelera sempre di più, senza fermarsi né ristorarsi, ferito e coperto di sangue; finché arriva là dove portava la sua strada e tutta quella fatica: un precipizio orrido e immenso, nel quale, cadendo, dimentica ogni cosa. Vergine luna, così è la vita dell’uomo.

Da sapere. È un’allegoria: il vecchio è l’uomo, la corsa è la vita, l’abisso è la morte. L’immagine viene da una pagina dello Zibaldone e, prima ancora, da un sonetto del Petrarca (Movesi il vecchierel canuto et biancho), ma Leopardi ne rovescia il senso: il pellegrino di Petrarca va a Roma a vedere il volto di Cristo, il suo vecchio trova solo il vuoto. Notate il ritmo: verbi brevi uno dopo l’altro, «corre via, corre, anela», «cade, risorge».

Terza strofa (vv. 39-60): nascere è già soffrire

L’uomo nasce con fatica, e la nascita stessa è un pericolo di morte. La prima cosa che prova è dolore; e proprio all’inizio la madre e il padre cominciano a consolarlo di essere nato. Poi, mentre cresce, tutti e due lo sostengono e continuano, con gesti e parole, a cercare di fargli coraggio e di consolarlo della condizione umana: i genitori non possono fare ai figli un servizio più gradito. Ma perché mettere al mondo, perché tenere in vita qualcuno che poi bisogna consolare di vivere? Se la vita è una sventura, perché la sopportiamo? Luna intatta, così è la condizione dei mortali. Ma tu non sei mortale, e forse di quello che dico ti importa poco.

Da sapere. «Studiasi» significa «si sforza»; «dare al sole» è «far nascere»; «poco ti cale» vale «poco ti interessa». È la strofa più apertamente filosofica: le domande dei vv. 52-56 restano senza risposta, ed è proprio questo il punto.

Quarta strofa (vv. 61-104): la luna forse sa

Eppure tu, solitaria, eterna viaggiatrice, così pensosa, forse capisci che cosa sia questa vita terrena, il nostro soffrire, il sospirare; che cosa sia il morire, l’ultimo impallidire del volto, lo scomparire dalla terra e il venir meno a ogni compagnia abituale e cara. E tu di certo comprendi il perché delle cose e vedi a che cosa servono il mattino, la sera, lo scorrere silenzioso e infinito del tempo. Tu sai di sicuro per quale suo dolce amore sorrida la primavera, a chi giovi il caldo dell’estate e che cosa ottenga l’inverno con il suo gelo. Tu sai mille cose, ne scopri mille che sono nascoste al semplice pastore. Spesso, quando ti guardo stare così muta sulla pianura deserta, che lontano tocca il cielo all’orizzonte, oppure seguirmi passo passo mentre viaggio con il gregge, e quando guardo le stelle brillare in cielo, dico fra me pensando: «A che servono tante piccole luci? Che cosa fa l’aria infinita, e quel profondo cielo sereno senza fine? Che cosa significa questa immensa solitudine? E io chi sono?». Così ragiono tra me: e di questo spazio sconfinato e maestoso, e degli innumerevoli esseri che lo abitano, e poi di tanto agire, di tanti movimenti di ogni cosa del cielo e della terra, che girano senza sosta per tornare sempre al punto da cui sono partiti, non riesco a immaginare nessuno scopo, nessun frutto. Ma tu, giovinetta immortale, sicuramente sai tutto. Io so e sento soltanto questo: che dai giri eterni degli astri e dalla mia fragile esistenza forse qualcun altro avrà qualche bene o gioia; per me la vita è un male.

Da sapere. «Facelle» sono le fiaccole, cioè le stelle; «stanza» è lo spazio dell’universo; «innumerabile famiglia» indica la folla degli esseri viventi o degli astri; «frale» significa fragile. La domanda «ed io che sono?» è il centro del canto. Il verso finale della strofa, «a me la vita è male», è una delle frasi più citate di Leopardi.

Quinta strofa (vv. 105-132): l’invidia per il gregge

O mio gregge che riposi, te beato, che, credo, non conosci la tua infelicità! Quanta invidia ti porto! Non solo perché vivi quasi libero dalle pene, dato che dimentichi subito ogni fatica, ogni danno, anche la paura più grande; ma soprattutto perché non provi mai la noia. Quando ti siedi all’ombra, sull’erba, sei tranquillo e contento, e passi così gran parte dell’anno senza annoiarti. Anch’io mi siedo sull’erba, all’ombra, ma un fastidio mi occupa la mente e una specie di sprone mi punge, così che, stando seduto, sono più lontano che mai dal trovare pace e un luogo dove stare bene. Eppure non desidero niente e finora non ho motivi per piangere. Che cosa tu goda, e quanto, non saprei dirlo; ma sei fortunato. E io godo ancora poco, o mio gregge, e non è solo di questo che mi lamento. Se tu sapessi parlare, ti chiederei: «Dimmi, perché ogni animale, stando sdraiato comodamente senza far nulla, è appagato, mentre me, se mi sdraio a riposare, mi assale la noia?».

Da sapere. Il «tedio» è la noia esistenziale, che per Leopardi è il sentimento più alto e insieme più doloroso dell’uomo: nasce dal desiderio di un piacere infinito che nessuna cosa reale può soddisfare. Il pastore non ha motivi concreti di pianto, eppure sta male: ed è questo che lo distingue dagli animali.

Sesta strofa (vv. 133-143): forse non c’è scampo per nessuno

Forse, se avessi le ali per volare sopra le nubi e contare le stelle una per una, o per vagare come il tuono di vetta in vetta, sarei più felice, mio dolce gregge, sarei più felice, candida luna. Oppure il mio pensiero si allontana dal vero quando guarda alla sorte degli altri: forse, in qualunque forma e condizione nasca, nella tana o nella culla, per chi nasce il giorno della nascita è un giorno di sventura.

Da sapere. «Noverar» è contare; «giogo» è la cima del monte; «covile» la tana degli animali, «cuna» la culla dei bambini. La strofa breve è un ripensamento: il pastore ha appena detto che gli animali sono felici, e ora sospetta che il dolore riguardi tutti i viventi. È il passaggio verso il pessimismo cosmico.

Analisi del Canto notturno

Un dialogo senza risposta

Il canto è costruito come un dialogo, ma a parlare è uno solo. La luna non risponde mai, e il gregge non saprebbe farlo. Le domande si accumulano, «che fai», «a che vale», «ove tende», «perché dare al sole», «ed io che sono?», e ognuna resta sospesa. Chi legge si accorge presto che il silenzio della luna è la risposta: la natura non spiega niente all’uomo.

Il pastore e il filosofo

Leopardi sceglie un pastore asiatico, ignorante e lontanissimo dall’Europa, per dire che le domande sul senso della vita non nascono dai libri. Le fa chiunque abbia occhi per guardare il cielo. È una scelta importante: la riflessione filosofica dello Zibaldone e delle Operette morali qui diventa canto, e passa per la voce più semplice possibile.

Dal pessimismo storico al pessimismo cosmico

Nella quinta strofa il pastore invidia il gregge: sembra ancora che l’infelicità sia solo dell’uomo, che ragiona e si annoia. Negli ultimi tre versi il dubbio si allarga: «è funesto a chi nasce il dì natale», per chiunque nasca, uomo o animale. Il canto mostra in piccolo il percorso del pensiero leopardiano, che arriva a vedere nella natura stessa la causa del dolore.

La musica del canto

La forma è la canzone libera: strofe di lunghezza diversa, endecasillabi alternati a settenari, rime che tornano senza schema fisso. L’effetto è quello di un canto improvvisato, ripetitivo come una nenia. Contribuiscono le riprese («dimmi», «corre via, corre», «più felice sarei») e la rima in -ale che chiude ogni strofa e la lega a quella dopo.

Collegamenti utili

Domande frequenti

Quando è stato scritto il Canto notturno?

Leopardi lo scrive a Recanati tra l’ottobre del 1829 e l’aprile del 1830. Fa parte dei cosiddetti grandi idilli, insieme ad A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio.

Chi è il pastore errante dell’Asia?

È un pastore nomade dell’Asia centrale. Leopardi prese lo spunto da un articolo del Journal des Savants sui pastori kirghisi, che di notte cantavano rivolti alla luna. Il pastore rappresenta l’uomo semplice che, senza istruzione, si pone le stesse domande del filosofo.

Che cosa rappresenta il vecchierel della seconda strofa?

È un’allegoria della vita umana: una corsa faticosa, piena di ostacoli, che finisce in un «abisso orrido, immenso», cioè nella morte, dove tutto si dimentica.

Perché il pastore invidia il gregge?

Perché il gregge dimentica subito le sofferenze e soprattutto non conosce la noia. Il pastore, invece, anche quando non gli manca niente, prova un fastidio che non gli dà pace.

Qual è il significato dell’ultimo verso?

«È funesto a chi nasce il dì natale» vuol dire che il giorno della nascita è un giorno di sventura per qualunque essere vivente. Il dolore non riguarda solo l’uomo ma tutta la natura: è il pessimismo cosmico.

Che metro usa il Canto notturno?

È una canzone libera di sei strofe, di lunghezza diversa, con endecasillabi e settenari e rime libere. Ogni strofa termina con una parola in -ale.

Condividi:

Join the discussion

Ask questions, share your stack, or drop feedback for the next article.

0 comments