Sedici versi, non uno di più: A se stesso è forse il testo più duro dei Canti. Leopardi lo compone nel 1833, a Firenze, quando si rende conto che Fanny Targioni Tozzetti non ricambierà mai il suo amore. Si rivolge al proprio cuore e gli intima di fermarsi. Periodi brevissimi, immagini quasi assenti: proprio per questo vanno letti adagio, uno per volta, lasciando a ogni punto fermo il suo peso.
Il testo di A se stesso
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento. 5
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. 10
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera, 15
e l’infinita vanitá del tutto.
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.
Parafrasi di A se stesso
Apri una sequenza alla volta e tieni il testo accanto: i numeri nel titolo sono quelli dei versi.
Versi 1-5: la fine dell’ultima illusione
Ora riposerai per sempre, mio cuore stanco. È morta l’ultima illusione, quella che credevo eterna. È morta. Lo sento bene: in noi si è spenta non solo la speranza, ma perfino il desiderio delle care illusioni.
Parole e passaggi difficili. «Perí» vale «è morto», è finito. L’«inganno estremo» è l’ultima illusione rimasta, l’amore. Il verso «Non che la speme, il desiderio è spento» si scioglie così: si è spenta non soltanto la speranza, ma perfino il desiderio. Leopardi è ormai oltre la speranza: non la prova, e nemmeno la desidera.
Versi 6-10: niente merita i palpiti del cuore
Riposa per sempre. Hai battuto abbastanza. Nessuna cosa vale i tuoi palpiti, e la terra non merita i tuoi sospiri. La vita è amarezza e noia, mai nient’altro; e il mondo è fango.
Parole e passaggi difficili. «Assai» qui significa abbastanza, a lungo. In «Non val cosa nessuna i moti tuoi» l’ordine delle parole è rovesciato: nessuna cosa vale i tuoi moti, cioè le tue emozioni. «Amaro e noia la vita» manca del verbo, e tocca a te sottintendere «è». «Fango», infine, è ciò che è vile, privo di valore.
Versi 11-16: disperare un’ultima volta
Calmati, ormai. Dispera per l’ultima volta. Al genere umano il destino non ha dato altro che la morte. Ormai disprezza te stesso, la natura, il potere brutale che, nascosto, governa a danno di tutti, e l’infinita vanità di ogni cosa.
Parole e passaggi difficili. «T’acqueta»: acquietati, datti pace. «Dispera l’ultima volta»: una disperazione quieta, conclusiva, perché di illusioni da perdere non ne restano. «Gener nostro» è il genere umano. Il «brutto poter» è quella forza occulta che regge il mondo a danno comune. Con l’ultimo verso, «l’infinita vanità del tutto», il vuoto si estende a ogni cosa.
Da ricordare
- Composta a Firenze nel 1833, «probabilmente nella primavera o al più verso l’estate» (Marenduzzo), prima che Leopardi lasciasse Firenze, il 2 settembre (Straccali). Fu stampata per la prima volta nell’edizione napoletana dei Canti del 1835, già con il numero XXVIII.
- Appartiene al «ciclo di Aspasia»: per Straccali Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, A se stesso e Aspasia nascono tutti dall’amore per Fanny Targioni Tozzetti, la donna che Leopardi chiama Aspasia.
- Metro: un’unica strofa libera di 16 versi, 10 endecasillabi e 6 settenari, con pochissime rime e una sintassi spezzettata da continui punti fermi. Straccali sente in questi periodi brevi «i singulti e l’estrema disperazione» del poeta.
- L’«inganno estremo» è l’amore, ultima illusione sopravvissuta.
- Il poeta apostrofa il cuore come fosse un interlocutore: un dialogo con se stesso, donde il titolo.
- Il finale allarga lo sguardo dal singolo all’universo: «l’infinita vanità del tutto».
Collegamenti utili
- A se stesso nell’indice dei Canti
- La ginestra: parafrasi, l’ultimo grande canto
- Il passero solitario: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, A se stesso, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
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