Tradizione e ricezione dei testi letterari latini: appunti per l’esame

Appunti di Tradizione e ricezione dei testi latini: manoscritti, Carolingi, Umanesimo, stampa, edizione critica, fortuna moderna. Con domande d’orale.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Nessun testo latino ci è arrivato dalla mano del suo autore. Non abbiamo un solo foglio scritto da Virgilio, da Cicerone o da Tacito. Quello che leggi oggi nella tua edizione è il risultato di una catena lunghissima: copie su papiro, poi su pergamena, poi copie di copie in monasteri e cattedrali, poi la riscoperta degli umanisti, la stampa, il lavoro dei filologi moderni. E accanto a questa catena materiale ce n’è un’altra, fatta di lettori: chi ha imitato, tradotto, commentato, citato, frainteso questi testi, facendoli vivere in epoche diverse.

L’esame di Tradizione e ricezione dei testi letterari latini mette insieme le due cose. La tradizione è la storia di come i testi sono stati trasmessi; la ricezione è la storia di come sono stati letti e riusati. Il corso si trova nei piani di studio di Lettere, Filologia classica e Scienze dell’antichità, vale di solito tra 6 e 12 crediti e si chiude con un orale in cui ti chiedono di commentare un testo, spesso con il suo apparato critico, e di ricostruirne la fortuna.

Esame Tradizione e ricezione dei testi letterari latini
Corsi di laurea Lettere, Filologia classica, Scienze dell’antichità
Crediti di solito 6-12 CFU
SSD LATI-01/A (ex L-FIL-LET/04)
Prova orale, con lettura e commento di testi e di apparati critici

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Ho diviso il materiale in due blocchi. Il primo segue la vita materiale dei testi, in ordine cronologico, dall’antichità alla stampa. Il secondo spiega gli strumenti della filologia (stemma, apparato, edizione critica) e poi la ricezione, con alcuni casi di studio che tornano spesso nei programmi: Virgilio, Ovidio, Lucrezio, Tacito, Catullo.

Un consiglio prima di cominciare: tieni sempre aperta un’edizione critica vera, per esempio un volume della collana Oxford Classical Texts o della Teubneriana. Le pagine con l’apparato in basso all’inizio sembrano illeggibili; dopo qualche ora di esercizio diventano la parte più interessante del libro. All’esame la domanda «leggi questa riga dell’apparato e spiegami cosa vuol dire» è molto frequente.

Che cosa studia il corso

Tradizione diretta e indiretta

Si parla di tradizione diretta quando un’opera ci arriva attraverso manoscritti (o papiri, o stampe antiche) che ne riportano il testo. Si parla di tradizione indiretta quando conosciamo un testo, o una parte di esso, perché altri autori lo citano, lo riassumono o lo traducono. Molti autori latini arcaici, come Ennio o Lucilio, ci sono noti solo per tradizione indiretta: frammenti citati da grammatici, da Cicerone, da Gellio, da Nonio Marcello. La tradizione indiretta serve anche per correggere quella diretta, perché una citazione antica può conservare una lezione migliore di quella dei manoscritti medievali.

Ricezione: una parola recente per un fenomeno antico

Il termine ricezione viene dalla teoria letteraria tedesca degli anni Sessanta e Settanta, in particolare dall’estetica della ricezione di Hans Robert Jauss, che spostava l’attenzione dal testo al lettore. Negli studi classici di lingua inglese si è diffusa negli anni Novanta e Duemila l’espressione reception studies, con lavori come quelli di Charles Martindale. Prima si parlava piuttosto di fortuna di un autore, o di tradizione classica. La differenza non è solo di nome: la ricezione non considera le riletture moderne come deformazioni di un originale “vero”, ma come letture che rivelano qualcosa anche del testo antico.

Per l’esame ti basta saper spiegare questa distinzione con un esempio. Il Virgilio che Dante sceglie come maestro nella Commedia non è il Virgilio “storico”: è un Virgilio letto attraverso secoli di commenti cristiani. Studiarlo non serve a dire che Dante sbagliava, ma a capire come il testo dell’Eneide potesse sostenere una lettura del genere.

Il libro nell’antichità

Il rotolo di papiro

Nell’antichità greca e romana il libro era un rotolo (volumen) di papiro. Si scriveva in colonne parallele al lato lungo, e per leggere lo si srotolava con la destra e lo si riavvolgeva con la sinistra. Un rotolo conteneva una quantità limitata di testo: per questo le opere lunghe erano divise in libri, e la parola “libro” nel senso di “parte di un’opera” (il quarto libro dell’Eneide) viene da qui.

Il papiro è un supporto fragile, che in Europa si conserva male per l’umidità. I papiri letterari latini sopravvissuti sono pochi e vengono quasi tutti dall’Egitto, dove il clima secco li ha protetti, o da Ercolano, dove l’eruzione del 79 d.C. ha carbonizzato la biblioteca della cosiddetta Villa dei Papiri. A Ercolano i testi conservati sono soprattutto greci (in particolare filosofici, legati a Filodemo), ma ci sono anche frammenti latini, tra cui un poema sulla battaglia di Azio, il cosiddetto Carmen de bello Actiaco.

Edizione e circolazione

Nell’antichità non esisteva l’editoria come la intendiamo noi. Un autore faceva copiare il suo testo da schiavi o liberti specializzati, lo leggeva in pubblico (le recitationes), lo regalava ad amici, e da quelle copie ne nascevano altre. Esistevano librai (librarii, bibliopolae): Orazio e Marziale nominano i fratelli Sosii e Trifone. Ma non c’era nessun controllo sul testo una volta uscito dalle mani dell’autore. Ogni copia poteva introdurre errori, e già gli antichi se ne lamentavano.

Esistevano anche biblioteche pubbliche. Cesare progettò la prima a Roma, affidandone l’organizzazione a Varrone; la realizzò Asinio Pollione dopo la morte di Cesare. Augusto ne fondò altre, sul Palatino e nel Portico di Ottavia. Le biblioteche avevano un ruolo importante nella conservazione, ma bruciavano spesso e non garantivano la sopravvivenza dei testi.

La filologia antica

Anche i Romani avevano dei filologi. Sul modello degli alessandrini, che avevano curato i testi di Omero, i grammatici romani lavorarono sui loro classici. Il più noto è Marco Valerio Probo, del I secolo d.C., a cui la tradizione attribuisce il lavoro su testi di Virgilio, Orazio, Lucrezio e Terenzio, con l’uso di segni critici. Quanto e come abbia davvero “edito” questi autori è discusso. Nei secoli successivi i commentatori, come Servio per Virgilio (tra IV e V secolo) ed Elio Donato per Terenzio (IV secolo), conservano molte informazioni sulle varianti testuali che circolavano ai loro tempi.

Dal rotolo al codice

Una rivoluzione silenziosa

Tra il I e il IV secolo d.C. il rotolo viene progressivamente sostituito dal codice (codex), il libro a fogli piegati e cuciti, come quello che usiamo ancora oggi. Marziale, alla fine del I secolo, parla già di sue opere in formato di codice di pergamena, come di una novità comoda per chi viaggia. I cristiani adottarono il codice molto presto per i loro testi sacri, e questo contribuì alla sua diffusione.

Il codice ha molti vantaggi: si può scrivere su entrambi i lati del foglio, contiene molto più testo, permette di trovare rapidamente un passo, si conserva meglio. Il supporto prevalente diventa la pergamena, pelle animale trattata, molto più resistente del papiro.

Il collo di bottiglia

Il passaggio dal rotolo al codice è uno dei momenti decisivi per la sopravvivenza della letteratura latina. Le opere che nel IV e V secolo non vennero copiate nel nuovo formato erano destinate a sparire con i loro rotoli. Gli studiosi parlano per questo di una specie di selezione: si copiava ciò che si leggeva a scuola, ciò che serviva, ciò che era di moda. Molti autori repubblicani, già poco letti in età imperiale, non superarono questo passaggio.

È utile ricordare all’esame quanto abbiamo perso. Dell’opera di Livio, in 142 libri, ne restano 35. Di Tacito mancano parti consistenti sia degli Annales sia delle Historiae. Di Sallustio le Historiae sono frammentarie. Di Varrone, che scrisse centinaia di libri, ci restano parte del De lingua Latina e il trattato sull’agricoltura. Di Ennio, il padre della poesia latina, abbiamo solo frammenti.

Le edizioni tardoantiche e le subscriptiones

Tra IV e V secolo alcuni membri dell’aristocrazia romana, molti dei quali ancora pagani, curarono la copia e la correzione di testi classici. Ne restano tracce nelle subscriptiones, brevi note alla fine dei libri in cui qualcuno dichiara di aver corretto (emendavi) il testo, a volte con data e luogo. Sono famose quelle che si leggono in manoscritti di Livio, legate alla famiglia dei Nicomachi e dei Simmachi. Queste note mostrano che c’era ancora un lavoro attivo di revisione testuale alla fine dell’antichità.

Di questo periodo ci restano anche alcuni manoscritti antichissimi, scritti in capitale (rustica o quadrata) o in onciale. Per Virgilio, per esempio, abbiamo diversi codici tardoantichi, tra cui il Mediceo, il Palatino e il Romano, oltre al Vaticano con le sue celebri illustrazioni. Virgilio è l’autore latino con la tradizione antica più ricca, proprio perché era il testo scolastico per eccellenza.

L’alto medioevo: monasteri e palinsesti

Cassiodoro e il Vivarium

Nel VI secolo Cassiodoro, dopo aver servito il regno ostrogoto, fondò in Calabria il monastero di Vivarium, dove organizzò la copia di testi sacri e profani. Nelle Institutiones spiegò ai monaci perché e come copiare con cura. Non sappiamo quanto della biblioteca di Vivarium sia sopravvissuto, ma il modello del monaco copista, che considera la copia un’opera meritoria, diventerà centrale nel medioevo latino.

I secoli bui della trasmissione

Tra il VI e l’VIII secolo la copia dei testi classici si riduce moltissimo. Le scuole pubbliche scompaiono, la pergamena è costosa, i monasteri copiano soprattutto testi religiosi e liturgici. È in questi secoli che nascono molti palinsesti: manoscritti in cui il testo originale è stato raschiato o lavato via per riutilizzare la pergamena con un altro testo, spesso religioso.

Il caso più celebre è il De re publica di Cicerone, che conosciamo in buona parte grazie a un palinsesto della Biblioteca Vaticana, in cui il testo ciceroniano era stato coperto da un commento di Agostino ai Salmi. Lo scoprì nel 1819 il cardinale Angelo Mai, che dedicò la sua vita alla lettura dei palinsesti. A quella scoperta Giacomo Leopardi dedicò la canzone Ad Angelo Mai. Altri palinsesti hanno restituito frammenti di Plauto (il palinsesto Ambrosiano), delle orazioni di Cicerone e delle lettere di Frontone.

Irlandesi e anglosassoni

Una parte importante della cultura latina sopravvive grazie ai monaci irlandesi e anglosassoni, che studiavano il latino come lingua straniera e quindi con molta attenzione grammaticale. Missionari come Colombano fondarono monasteri sul continente, tra cui Bobbio, in Italia, e Luxeuil, in Francia; da Bobbio vengono molti palinsesti e manoscritti antichi. Anche San Gallo, fondato nel luogo dove si era fermato un compagno di Colombano, divenne un grande centro di copia.

La rinascita carolingia

Il momento della salvezza

Se dovessi ricordare una sola data per la storia della trasmissione dei classici latini, sarebbe questa: la fine dell’VIII secolo e il IX secolo, il periodo della rinascita carolingia. Carlo Magno chiama alla sua corte dotti da tutta Europa, tra cui l’anglosassone Alcuino di York, e promuove la riforma della scuola, della liturgia e della scrittura.

La gran parte dei classici latini che leggiamo ci è arrivata attraverso manoscritti copiati in questo periodo o derivati da copie di questo periodo. Gli scriptoria dei grandi monasteri (Tours, Corbie, Fulda, Lorsch, Reichenau, San Gallo, Fleury) cercarono vecchi codici e li ricopiarono. Per molti autori l’archetipo, cioè la copia più antica da cui derivano tutti i manoscritti superstiti, si colloca proprio nel IX secolo.

La minuscola carolina

Parte di questa riforma è una nuova scrittura, la minuscola carolina: chiara, regolare, con le parole separate, facile da leggere. Si diffonde in tutto l’impero e diventa la scrittura dominante in Europa fino al XII secolo. Gli umanisti del Quattrocento, credendo che i manoscritti carolini fossero antichi, la imiteranno nella loro littera antiqua, da cui derivano i caratteri tondi della stampa. Quando leggi un libro stampato oggi, in un certo senso leggi una carolina rivisitata.

Le biblioteche dei dotti

Alcuni studiosi carolini sono importanti anche come filologi. Lupo di Ferrières, abate nel IX secolo, nelle sue lettere chiede in prestito manoscritti di Cicerone, Gellio, Svetonio per confrontarli e correggere i suoi; alcuni codici con le sue correzioni sono stati identificati. È un primo esempio di collazione, cioè di confronto sistematico tra copie diverse dello stesso testo.

Il ruolo dei cataloghi

Per ricostruire quali testi circolavano nel medioevo gli studiosi usano anche i cataloghi delle biblioteche medievali, come quello di Lorsch o di Murbach, e le liste di libri richiesti o prestati. Un manuale che vale la pena conoscere per questo periodo è il volume collettivo Texts and Transmission, curato da L. D. Reynolds, che ricostruisce autore per autore la storia della trasmissione dei classici latini.

Il basso medioevo: scuole e florilegi

Gli autori di scuola

Dopo il IX secolo la copia dei classici continua, con alti e bassi. Nell’XI e XII secolo, con la crescita delle scuole cattedrali (Chartres, Orléans, Parigi), alcuni autori diventano testi di studio obbligati: Virgilio, Ovidio, Lucano, Stazio, Orazio, Giovenale, Persio. Sono i cosiddetti auctores. Le loro opere vengono copiate con glosse e commenti, e circolano in molti esemplari.

Altri autori, invece, sono quasi dimenticati. Lucrezio, Catullo, Properzio, Tacito, buona parte di Cicerone oratore sono conservati in pochissimi manoscritti, a volte in uno solo, in qualche biblioteca monastica.

Florilegi ed estratti

Una forma tipica di questo periodo è il florilegio: una raccolta di estratti, sentenze e passi celebri da autori diversi. Il Florilegium Gallicum, del XII secolo, è uno dei più noti. I florilegi sono importanti per la tradizione indiretta, perché a volte conservano passi di opere poco copiate, e per la ricezione, perché mostrano quali frasi degli antichi si consideravano utili o memorabili.

Ovidio moralizzato

Ovidio è un caso esemplare della ricezione medievale. Nel XII e XIII secolo si parla di aetas Ovidiana, l’età di Ovidio, per l’enorme influenza delle Metamorfosi e delle opere amorose sulla poesia latina e volgare. Le Metamorfosi vengono lette anche in chiave allegorica e morale: nel Trecento circola in francese l’Ovide moralisé, che interpreta i miti in senso cristiano. Un poeta pagano, erotico e ironico diventa così un autore da insegnare.

L’Umanesimo: la caccia ai manoscritti

Petrarca

Con Francesco Petrarca la ricerca dei classici diventa un programma culturale. Petrarca raccoglie manoscritti, li confronta, li annota. Nel 1333 a Liegi trova due orazioni di Cicerone, tra cui la Pro Archia; nel 1345 a Verona trova le lettere di Cicerone ad Attico, a Quinto e a Bruto. Scrive egli stesso lettere a Cicerone, Livio, Virgilio, come a degli amici lontani. Petrarca mette anche insieme un Livio il più completo possibile, unendo le decadi che circolavano separate, e il suo esemplare annotato è conservato.

Coluccio Salutati e la scuola fiorentina

A Firenze Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica, riceve da Vercelli e da Milano le lettere Ad familiares di Cicerone. Intorno a lui si forma un gruppo di giovani, tra cui Leonardo Bruni e Niccolò Niccoli, che faranno della ricerca e della copia dei classici un’attività sistematica. Niccoli e Poggio sono tra gli inventori della scrittura umanistica.

Poggio Bracciolini

Il più fortunato cacciatore di manoscritti è Poggio Bracciolini. Durante il Concilio di Costanza (1414-1418), in cui lavorava come segretario apostolico, visitò i monasteri della Svizzera, della Germania e della Francia. A San Gallo trovò un’Institutio oratoria di Quintiliano completa; altrove trovò orazioni di Cicerone, parte delle Argonautiche di Valerio Flacco, le Silvae di Stazio, Manilio, Silio Italico, Ammiano Marcellino. Nel 1417 trovò un manoscritto del De rerum natura di Lucrezio, che fece copiare e mandò in Italia. Su questa scoperta lo storico Stephen Greenblatt ha scritto un libro divulgativo molto letto, Il manoscritto (2011), da usare con cautela perché semplifica molto.

Altre scoperte

Nel 1421 a Lodi vengono ritrovate le opere retoriche di Cicerone, tra cui il Brutus, l’Orator e il De oratore completo. Le opere minori di Tacito (Germania, Agricola, Dialogus) arrivano in Italia verso la metà del Quattrocento da un manoscritto conservato a Hersfeld. I primi libri degli Annales sono conservati in un unico manoscritto di Corvey, portato a Roma all’inizio del Cinquecento e pubblicato nel 1515.

Il caso di Catullo è uno dei più noti: secondo la tradizione, il testo sopravvisse in un solo manoscritto ritrovato a Verona, la città del poeta, all’inizio del Trecento, poi perduto. Tutti i manoscritti di Catullo derivano da questo codice. Un epigramma che accompagna alcune copie racconta il suo ritorno in patria.

La filologia umanistica

Gli umanisti non si limitano a trovare i testi: cominciano a criticarli. Lorenzo Valla dimostra nel 1440 che la cosiddetta Donazione di Costantino, documento su cui il papato fondava pretese politiche, è un falso, usando argomenti linguistici e storici: il latino del documento non è quello del IV secolo. Valla corregge anche il testo di Livio. Angelo Poliziano, nei Miscellanea (1489), stabilisce un principio che è alla base della filologia moderna: bisogna risalire ai manoscritti più antichi e capire da quale copia derivino gli altri, invece di contare quanti manoscritti hanno una certa lezione. Poliziano riconosce, per esempio, che alcuni manoscritti di Cicerone derivano da un altro ancora esistente, e che quindi non hanno valore indipendente.

La stampa

Le prime edizioni

La stampa a caratteri mobili, introdotta a metà del Quattrocento da Gutenberg a Magonza, arriva in Italia nel 1465 a Subiaco, con i tipografi tedeschi Sweynheym e Pannartz, che si trasferiscono poi a Roma. Tra i primi libri stampati in Italia ci sono opere di Cicerone e di Lattanzio. In pochi decenni quasi tutti i classici latini vengono stampati.

La prima edizione a stampa di un’opera si chiama editio princeps. È un concetto importante per l’esame: l’editio princeps fissa per la prima volta un testo in molte copie identiche, ma di solito si basa su uno o pochi manoscritti scelti per comodità, spesso recenti e scorretti. Per secoli il testo dell’editio princeps, corretto qua e là, diventa il testo comune, la cosiddetta vulgata.

Aldo Manuzio

A Venezia Aldo Manuzio, a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, rivoluziona l’editoria. Stampa i classici greci e latini con cura filologica, introduce il carattere corsivo (il “corsivo aldino”) e il formato tascabile in ottavo. Il Virgilio aldino del 1501 è il primo libro in corsivo. Con Aldo il classico diventa un libro da portare con sé e da leggere in privato.

La critica dopo la stampa

Nei secoli successivi i filologi lavorano soprattutto correggendo la vulgata, con congetture o con il confronto di qualche manoscritto. Tra i grandi nomi da ricordare ci sono Giuseppe Giusto Scaligero e Isaac Casaubon nel Cinquecento, Nikolaas Heinsius nel Seicento, e nel Settecento il britannico Richard Bentley, celebre per le sue congetture audaci su Orazio e Manilio. Bentley sosteneva che la ragione e il senso del testo valessero più di cento manoscritti: nobis et ratio et res ipsa centum codicibus potiores sunt, scrive nella nota a Orazio, Carmina III 27, 15. È una posizione estrema, ma utile per capire il dibattito tra fiducia nei manoscritti e fiducia nel giudizio del critico.

Il metodo: dal manoscritto all’edizione critica

Karl Lachmann e il metodo stemmatico

Nell’Ottocento la filologia diventa una disciplina scientifica, soprattutto in Germania. Il nome legato al cosiddetto metodo genealogico è quello di Karl Lachmann, che nel 1850 pubblicò un’edizione di Lucrezio in cui ricostruiva l’archetipo da cui derivavano i manoscritti, arrivando a descriverne perfino il formato. In realtà il metodo era stato elaborato da diversi studiosi insieme; lo ha dimostrato Sebastiano Timpanaro nel libro La genesi del metodo del Lachmann (1963), che è una lettura classica per questo esame.

Le fasi del lavoro

Il lavoro dell’editore critico si divide tradizionalmente in due fasi.

La recensio consiste nel raccogliere tutti i testimoni (manoscritti, stampe antiche, citazioni), confrontarli (collazione) e stabilire i rapporti tra loro. Lo strumento principale sono gli errori significativi: un errore che due manoscritti hanno in comune, e che difficilmente due copisti avrebbero commesso in modo indipendente, indica che derivano da un antenato comune. Questi errori si chiamano congiuntivi. Gli errori separativi, invece, mostrano che un manoscritto non può derivare da un altro, perché ha un errore che l’altro non ha e che un copista non avrebbe potuto correggere. Il risultato è lo stemma codicum, un albero genealogico dei manoscritti.

La emendatio è la fase in cui, con l’aiuto dello stemma, si sceglie la lezione da mettere nel testo. Quando lo stemma permette di decidere meccanicamente, si parla di selectio. Quando tutti i manoscritti sono corrotti, l’editore può proporre una congettura, cioè una correzione basata sul proprio giudizio. Se non trova una soluzione convincente, segna il passo con le cruces (†…†), che indicano un luogo corrotto.

Alcuni concetti da saper spiegare

  • Archetipo: il manoscritto, perduto, da cui derivano tutti i testimoni conservati, che ne ereditano gli errori.
  • Codex descriptus: un manoscritto copiato da un altro che possediamo ancora; non serve per ricostruire il testo e si elimina (eliminatio codicum descriptorum).
  • Lectio difficilior: tra due lezioni possibili, è spesso preferibile quella più difficile, perché un copista tende a semplificare, non a complicare.
  • Recentiores, non deteriores: il principio, reso famoso da Giorgio Pasquali, secondo cui un manoscritto recente non è per forza peggiore di uno antico, perché può derivare da una fonte buona.
  • Contaminazione: quando un copista usa più modelli e mescola le loro lezioni; rende difficile o impossibile disegnare lo stemma.
  • Tradizione aperta e tradizione chiusa: la distinzione è di Pasquali; nella tradizione chiusa i rapporti tra manoscritti sono verticali e lo stemma funziona, in quella aperta la contaminazione e la circolazione di varianti lo rendono poco utile.

Giorgio Pasquali

Il libro più importante della filologia italiana su questi temi è Giorgio Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo (1934, seconda edizione 1952). Pasquali mostra che il metodo stemmatico funziona bene solo in certi casi, e che ogni tradizione ha la sua storia, da studiare caso per caso. Le varianti non sono solo errori: a volte risalgono all’antichità, a volte persino all’autore stesso (le cosiddette varianti d’autore). Per Pasquali la storia della tradizione è parte integrante della critica del testo. Se c’è un nome che devi saper collocare all’orale, è il suo.

Paul Maas e il manuale di critica

Un altro testo di riferimento, molto più breve, è Paul Maas, Textkritik (1927), tradotto in italiano come Critica del testo. Maas espone il metodo in forma quasi matematica, con grande chiarezza. Si studia spesso insieme a Pasquali, come due visioni complementari: la regola e le sue eccezioni. Per un’introduzione in italiano chiara e aggiornata puoi usare Paolo Chiesa, Elementi di critica testuale (Pàtron).

Leggere un apparato critico

Com’è fatto

L’apparato critico è la fascia di note in fondo alla pagina di un’edizione critica. Registra le varianti dei manoscritti e le congetture degli studiosi, indicando per ogni lezione chi la riporta. Usa sigle per i manoscritti (spiegate nel conspectus siglorum, all’inizio del volume) e molte abbreviazioni latine: codd. (i manoscritti), om. (omette), add. (aggiunge), del. (espunge), coni. (congettura), edd. (gli editori), s.l. (sopra la riga), p.c. e a.c. (dopo e prima della correzione).

L’apparato può essere positivo, quando riporta anche i testimoni che hanno la lezione accolta nel testo, o negativo, quando riporta solo le varianti scartate. L’apparato negativo è più sintetico ma richiede di sapere quali manoscritti l’editore ha usato.

Un esercizio tipico

All’orale ti possono dare una pagina di un’edizione e chiederti: qual è la lezione scelta dall’editore? Quali manoscritti la riportano? C’è una congettura? Perché l’editore l’ha preferita? Il modo migliore per prepararti è prendere un testo che conosci bene, per esempio un carme di Catullo o un’ode di Orazio, e leggere l’apparato di due edizioni diverse, confrontando le scelte. Ti accorgerai che due editori seri possono stampare testi diversi.

Il testo come ipotesi

Questo è forse il punto concettuale più importante del corso: un’edizione critica non è “il testo originale”, ma un’ipotesi ragionata sul testo originale. L’apparato serve proprio a mostrarti su quali basi l’editore ha costruito la sua ipotesi, e ti permette di non essere d’accordo con lui.

Cosa ti chiedono all’orale (tradizione e metodo)

Che differenza c’è tra tradizione diretta e indiretta? La diretta è fatta dai testimoni che riportano l’opera stessa (manoscritti, papiri, antiche stampe); l’indiretta dalle citazioni, traduzioni e parafrasi in altri autori. L’indiretta può conservare frammenti di opere perdute e lezioni migliori di quelle dei manoscritti.

Perché la rinascita carolingia è così importante? Perché la gran parte dei classici latini ci è arrivata grazie alle copie fatte negli scriptoria carolingi tra la fine dell’VIII e il IX secolo; per molti autori l’archetipo risale a quel periodo.

Che cos’è un palinsesto? Fai un esempio. Un manoscritto in cui il testo originale è stato cancellato per riscrivervi sopra. Il De re publica di Cicerone è stato ritrovato in un palinsesto vaticano da Angelo Mai nel 1819, sotto un commento di Agostino ai Salmi.

Che cos’è un errore congiuntivo? Un errore che due o più testimoni hanno in comune e che non può essersi prodotto in modo indipendente: dimostra che derivano da un antenato comune.

Che cosa significa «recentiores, non deteriores»? Che un manoscritto recente non va scartato per la sua data: può derivare da una fonte antica e buona, indipendente dagli altri. Il principio è associato a Giorgio Pasquali.

Che cos’è l’editio princeps? La prima edizione a stampa di un’opera. Spesso si basa su manoscritti scelti a caso e recenti, ma il suo testo, corretto nel tempo, diventa per secoli la vulgata.

La ricezione: strumenti e concetti

Imitazione, emulazione, allusione

Gli stessi autori latini sono prima di tutto lettori. La letteratura latina nasce traducendo e imitando i Greci: Livio Andronico traduce l’Odissea, Plauto e Terenzio adattano la commedia nuova, Virgilio riscrive Omero, Teocrito, Esiodo. I Romani avevano parole per questo: imitatio e aemulatio, cioè imitare un modello e cercare di superarlo.

Nella critica italiana il concetto chiave è quello di arte allusiva, formulato da Giorgio Pasquali in un breve saggio del 1942: il poeta dotto riprende parole di un predecessore aspettandosi che il lettore le riconosca, e il senso nasce proprio dal confronto. Gian Biagio Conte ha sviluppato queste idee in Memoria dei poeti e sistema letterario (1974), uno dei libri più influenti sull’intertestualità latina.

Intertestualità e ricezione

Studiare l’intertestualità vuol dire guardare dal testo verso i suoi modelli; studiare la ricezione vuol dire guardare dal testo verso i suoi lettori successivi. In pratica i due sguardi si incrociano: quando Ovidio riscrive Virgilio, Ovidio è un lettore di Virgilio, e la sua opera fa parte della ricezione virgiliana.

Traduzione

La traduzione è una delle forme principali di ricezione. Ogni epoca ha tradotto i classici a modo suo: il Cinquecento con traduzioni libere in versi, il Settecento e l’Ottocento con versioni eleganti in endecasillabi (l’Eneide di Annibal Caro, pubblicata postuma nel 1581, è stata per secoli la traduzione italiana di riferimento), il Novecento con versioni più fedeli alla lettera o, al contrario, molto libere. Un esempio da conoscere sono le traduzioni di poeti come Quasimodo, che nel Novecento ha tradotto anche classici latini, tra cui Catullo.

Scuola e canone

La ricezione passa anche per la scuola. Per secoli il latino è stato la base dell’istruzione in Europa, e i classici letti a scuola hanno formato la sensibilità di intere generazioni. Il canone scolastico (Cesare, Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, Livio) spiega in parte perché certi autori siano più ricevuti di altri. Un buon esame dimostra di sapere che il canone non è naturale, ma costruito.

Casi di studio: Virgilio

Un classico subito

Virgilio è il caso più studiato. Già pochi anni dopo la morte, l’Eneide era il testo su cui si insegnava a leggere: a Pompei sono stati trovati graffiti con l’inizio del poema. Il verso che apre l’opera è forse il più noto della letteratura latina:

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris (Aen. I 1)

Virgilio cristiano e mago

Nella tarda antichità e nel medioevo Virgilio diventa un profeta: la quarta Ecloga, che annuncia la nascita di un bambino e il ritorno dell’età dell’oro, viene letta come una profezia della nascita di Cristo. Costantino, o almeno un discorso che gli viene attribuito, la interpreta così. Nasce anche il Virgilio mago delle leggende medievali, soprattutto a Napoli, dove si diceva che il poeta avesse protetto la città con i suoi incantesimi.

I centoni sono un’altra forma curiosa di ricezione: poemi composti montando versi o mezzi versi di Virgilio per raccontare altro. Il più famoso è il centone cristiano di Proba, del IV secolo, che racconta la storia sacra con versi virgiliani.

Dante

Nella Commedia Virgilio accompagna Dante attraverso Inferno e Purgatorio. Nel primo canto Dante lo saluta così:

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore, / tu se’ solo colui da cu’ io tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore (Inf. I 85-87)

Il Virgilio dantesco è insieme poeta, saggio e simbolo della ragione umana senza la fede. Per l’esame è utile ricordare che Dante legge Virgilio non solo direttamente, ma attraverso la tradizione dei commenti, a cominciare da Servio.

Il verso di Anchise

Un altro passo celebre, molto citato nella storia del pensiero politico, è la missione di Roma secondo Anchise nel sesto libro:

tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos (Aen. VI 851-853)

Questi versi sono stati usati in epoche diverse per sostenere ideologie imperiali, compresa la propaganda fascista del bimillenario virgiliano nel 1930, e per criticarle. Sono un buon esempio di come un testo possa essere “ricevuto” in direzioni opposte.

Virgilio nel Novecento

Nel Novecento Virgilio torna in opere molto diverse: T. S. Eliot nel saggio What is a Classic? (1944) lo indica come il classico dell’Europa; Hermann Broch scrive il romanzo La morte di Virgilio (1945); Giuseppe Ungaretti dedica a Didone i «Cori descrittivi di stati d’animo di Didone», nella raccolta La Terra Promessa (1950). Nella critica anglosassone si è parlato di una “scuola di Harvard” che dalla metà del Novecento ha letto l’Eneide mettendo in luce la sua voce malinconica e dubbiosa, in contrasto con la lettura celebrativa.

Casi di studio: Ovidio e Lucrezio

Ovidio e la sua profezia

Ovidio chiude le Metamorfosi prevedendo la propria fama eterna:

Iamque opus exegi, quod nec Iovis ira nec ignis / nec poterit ferrum nec edax abolere vetustas (Met. XV 871-872)

È una ripresa dell’ode di Orazio che comincia con Exegi monumentum aere perennius (Carm. III 30, 1), e mostra bene come i poeti latini dialoghino tra loro anche nella rivendicazione della propria sopravvivenza. La storia della ricezione ha dato ragione a Ovidio: le Metamorfosi sono state una fonte inesauribile di miti per la poesia, la pittura e la musica, da Dante e Boccaccio a Shakespeare, dalla pittura rinascimentale e barocca (pensa all’Apollo e Dafne di Bernini, alla Galleria Borghese) fino alla letteratura contemporanea. In Italia le Metamorfosi circolarono anche nella traduzione di Giovanni Andrea dell’Anguillara (1561).

Ovidio esule

Un altro filone della ricezione ovidiana riguarda le opere dell’esilio, Tristia ed Epistulae ex Ponto. Ovidio relegato a Tomi, sul Mar Nero, diventa una figura dell’esule, del poeta perseguitato dal potere. Puškin, esiliato in Bessarabia, si paragona a lui; lo scrittore australiano David Malouf ne fa il protagonista del romanzo Una vita immaginaria (1978); Christoph Ransmayr scrive Il mondo estremo (1988), ambientato a Tomi.

Lucrezio e la modernità

Il De rerum natura è un caso diverso: un testo quasi scomparso nel medioevo, riscoperto da Poggio nel 1417, che porta nella cultura moderna l’atomismo epicureo e una visione del mondo senza intervento divino. Lucrezio è letto con sospetto e passione nel Rinascimento; influenza Montaigne, Giordano Bruno, Gassendi, e più tardi gli illuministi. In Italia la traduzione di Alessandro Marchetti, completata nel Seicento e stampata solo nel 1717, a Londra, perché considerata pericolosa, è un esempio interessante di censura e circolazione clandestina. Il poema si apre con l’invocazione a Venere, Aeneadum genetrix, che è uno dei passi più tradotti.

Casi di studio: Catullo e Tacito

Catullo, da un solo manoscritto all’Europa

Catullo, conservato in un solo codice veronese poi perduto, è diventato nel Rinascimento un modello della lirica amorosa. Gli umanisti lo imitano in latino (Pontano, Marullo), poi i poeti in volgare. Nel Novecento le sue poesie brevi su Lesbia, come il carme 85 (Odi et amo), sono tra i testi latini più tradotti e letti fuori dalla scuola. La sua fortuna mostra bene il legame tra tradizione e ricezione: un autore che ha rischiato di sparire è diventato uno dei classici più amati.

Tacito, il pericolo politico

Tacito è riscoperto tra Quattrocento e Cinquecento e diventa, alla fine del Cinquecento, l’autore di riferimento della riflessione politica: si parla di tacitismo. Leggere Tacito, che analizza la tirannide dei primi imperatori, era un modo di parlare di politica e di “ragion di Stato” senza nominare Machiavelli, che era all’Indice. Giusto Lipsio ne cura un’edizione molto influente (1574). Nell’Ottocento la Germania viene letta in chiave nazionalista dai tedeschi, e nel Novecento il regime nazista ne fece un uso ideologico. Lo storico Christopher Krebs ha raccontato questa storia nel libro Un libro molto pericoloso (2011).

Cosa ti chiedono all’orale (ricezione)

Che cosa si intende per arte allusiva? La formula è di Giorgio Pasquali (1942): il poeta riprende parole di un modello contando sul fatto che il lettore colto le riconosca; il senso nasce dal confronto tra i due testi.

Perché la quarta Ecloga è importante per la ricezione di Virgilio? Perché annuncia la nascita di un fanciullo e il ritorno dell’età dell’oro, e fu letta dai cristiani come profezia della nascita di Cristo: questo fece di Virgilio un autore quasi profetico nel medioevo.

Che cosa è il tacitismo? Il filone di pensiero politico, tra fine Cinquecento e Seicento, che usava le opere di Tacito per riflettere su potere, tirannide e ragion di Stato, spesso come alternativa “lecita” a Machiavelli.

Come è arrivato a noi Lucrezio? Attraverso pochi manoscritti carolingi; il poema era quasi ignorato nel medioevo e fu riscoperto da Poggio Bracciolini nel 1417. La sua fortuna moderna è legata alla diffusione dell’atomismo e del pensiero materialista.

Che differenza c’è tra fortuna e ricezione? La “fortuna” tende a misurare quanto un autore sia stato letto e imitato, rispetto a un originale considerato stabile; la “ricezione” studia le letture successive come interpretazioni che dicono qualcosa anche del testo, senza un unico significato “vero”.

Come preparare l’esame

Il programma tipo

Il programma, di solito, comprende tre parti: un manuale di storia della tradizione, un manuale o un saggio di critica del testo, e una parte monografica su un autore o un testo, di cui si studiano la trasmissione e la fortuna. A volte si aggiunge l’analisi di un’edizione critica.

Un piano di studio in sei settimane

1. Prima settimana: la storia del libro antico e il passaggio al codice. Fai una tabella con i principali centri e i periodi. 2. Seconda settimana: rinascita carolingia e basso medioevo. Impara qualche nome di monastero e qualche esempio di archetipo carolingio. 3. Terza settimana: Umanesimo e stampa. Fai una lista delle scoperte principali con data, luogo e scopritore. 4. Quarta settimana: metodo stemmatico. Esercitati a disegnare stemmi semplici e a spiegare gli errori significativi. 5. Quinta settimana: la parte monografica. Leggi il testo in latino e costruisci la sua storia della tradizione e della ricezione. 6. Sesta settimana: ripasso con le domande, a voce alta, e lettura di apparati critici.

Errori da evitare

Non confondere archetipo e originale: l’archetipo è una copia, già con errori. Non dire che il manoscritto più antico è sempre il migliore. Non trattare la ricezione come un elenco di nomi: per ogni caso spiega che cosa cambia nel modo di leggere il testo. E non dimenticare la cronologia: le date principali (IX secolo, 1417, 1465, 1850) sono il tuo scheletro.

Lavorare con i testi in rete

Molti strumenti utili sono gratuiti. The Latin Library raccoglie i testi latini (senza apparato); il Perseus Digital Library offre testi con strumenti lessicali; molti manoscritti sono digitalizzati, per esempio dalla Biblioteca Apostolica Vaticana e dalla Biblioteca Medicea Laurenziana, e sul portale e-codices per le biblioteche svizzere, tra cui San Gallo. Guardare un manoscritto vero, anche solo sullo schermo, ti aiuta a capire che cosa sia un errore di copia.

Glossario rapido

  • Autografo: il testo scritto di mano dall’autore. Per i classici latini non ne possediamo.
  • Collazione: confronto parola per parola tra un testimone e un testo di riferimento.
  • Crux: il segno (†) che indica un passo corrotto e non sanato.
  • Interpolazione: un’aggiunta estranea al testo originale, spesso una glossa entrata nel testo.
  • Lacuna: una parte di testo caduta nella trasmissione.
  • Scriptorium: il luogo di un monastero o di una cattedrale in cui si copiavano i manoscritti.
  • Stemma codicum: lo schema genealogico dei manoscritti di un’opera.
  • Testimone: qualsiasi documento (manoscritto, papiro, stampa, citazione) che trasmette un testo.
  • Variante: ogni differenza tra due testimoni nello stesso punto del testo.

Fonti e approfondimenti

Storia della tradizione

  • L. D. Reynolds e N. G. Wilson, Copisti e filologi. La tradizione dei classici dall’antichità ai tempi della stampa, Antenore (ed. originale Scribes and Scholars, Oxford).
  • L. D. Reynolds (a cura di), Texts and Transmission. A Survey of the Latin Classics, Clarendon Press.
  • Giorgio Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Le Monnier.

Critica del testo

  • Paul Maas, Critica del testo, Le Monnier.
  • Sebastiano Timpanaro, La genesi del metodo del Lachmann, Le Monnier, poi UTET.
  • Paolo Chiesa, Elementi di critica testuale, Pàtron.

Ricezione

  • Gian Biagio Conte, Memoria dei poeti e sistema letterario, Einaudi.
  • Charles Martindale, Redeeming the Text. Latin Poetry and the Hermeneutics of Reception, Cambridge University Press.
  • Christopher B. Krebs, Un libro molto pericoloso. La Germania di Tacito dall’impero romano al Terzo Reich, Il Mulino.

Testi citati

I passi latini sono riportati secondo i testi di The Latin Library (Virgilio, Ovidio); il passo dantesco secondo il testo dell’Inferno su Wikisource.

Per il quadro storico e letterario ti servono gli appunti di Letteratura latina e di Letteratura latina medievale; per la scrittura e i manoscritti, quelli di Paleografia latina; per il metodo applicato ai testi in volgare, quelli di Filologia italiana. Se studi anche la parte greca, guarda Letteratura greca e sua ricezione moderna.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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