Prendi una pagina scritta a mano da un notaio del Trecento e una pagina di un libro carolingio del IX secolo. Entrambe sono in latino, entrambe usano lo stesso alfabeto che usi tu. Eppure la prima ti sembrerà un groviglio di aste e di segni, la seconda la leggerai quasi come un libro a stampa. La paleografia latina ti spiega perché: la scrittura ha una storia, fatta di forme, tecniche, scuole, mode e funzioni, e chi la conosce riesce a leggere, datare e collocare qualunque testo scritto a mano in alfabeto latino, dall’antica Roma all’età della stampa.
L’esame si sostiene nei corsi di Lettere, Storia, Beni culturali e in quelli per archivisti e bibliotecari. Il programma combina una storia della scrittura latina, dalla capitale all’umanistica, con nozioni di codicologia e una parte pratica: leggere e trascrivere una riproduzione, sciogliere le abbreviazioni, riconoscere la scrittura e proporre una datazione. All’orale la parte pratica pesa molto, quindi esercitati con le immagini fin dal primo giorno.
| Esame | Paleografia latina |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere, Storia, Beni culturali, Archivistica e biblioteconomia, Filologia |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | ex M-STO/09 (Paleografia) |
| Prova | orale, con lettura, trascrizione e datazione di riproduzioni |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
Comincio dalla disciplina, dai suoi fondatori e dai concetti tecnici che ti servono per descrivere una scrittura: ductus, tratteggio, modulo, angolo. Poi seguo la storia delle scritture in ordine: capitale, corsive romane, onciale e semionciale, scritture altomedievali, carolina, gotica, scritture documentarie e umanistica. Chiudo con abbreviazioni, datazione e strumenti di lavoro.
Il mio consiglio è di costruirti un album: per ogni scrittura una o due immagini di manoscritti noti, con segnatura, data e tre tratti distintivi. All’orale, quando ti mettono davanti una tavola, è quell’album che ti tornerà in mente.
Che cos’è la paleografia latina
Una definizione
La paleografia latina studia le scritture in alfabeto latino tracciate a mano su materiali morbidi, come papiro, pergamena, carta, tavolette cerate. Si occupa della loro forma, della loro evoluzione e del loro rapporto con la società che le ha prodotte. Le iscrizioni su materiali duri sono di solito competenza dell’epigrafia, anche se i confini sono porosi.
Oggi la disciplina non si limita a insegnare a leggere. Armando Petrucci ha insistito sull’idea di una storia della cultura scritta: chi scriveva, per chi, con quali strumenti, in quali luoghi, con quale grado di alfabetizzazione. Una scrittura è anche un fatto sociale.
Le origini della disciplina
La paleografia latina nasce da una polemica sull’autenticità dei documenti. Nel 1675 il gesuita Daniel van Papenbroeck mise in dubbio l’autenticità di molti diplomi merovingi conservati nelle abbazie benedettine. Il benedettino Jean Mabillon, della congregazione di Saint-Maur, rispose nel 1681 con il De re diplomatica, che stabiliva criteri per distinguere documenti autentici e falsi e conteneva tavole di scritture. È considerato l’atto di nascita della diplomatica e della paleografia.
Mabillon aveva classificato le scritture altomedievali come scritture “nazionali” (longobarda, sassone, franco-gallica, gotica), come se ogni popolo avesse portato la sua scrittura. Nel Settecento il veronese Scipione Maffei, dopo aver studiato i manoscritti antichissimi della Biblioteca Capitolare di Verona, sostenne invece l’unità della scrittura latina: tutte le scritture medievali derivano da quelle romane, e le differenze sono sviluppi locali di una tradizione comune. È l’impostazione che la paleografia moderna ha accolto.
La Capitolare di Verona, del resto, è una delle biblioteche più importanti per la paleografia latina, con codici tardoantichi e altomedievali di eccezionale antichità. Fu lì che nel 1816 Barthold Georg Niebuhr riconobbe, sotto un testo di san Girolamo, il palinsesto delle Institutiones del giurista Gaio, fino ad allora note solo per via indiretta.
I grandi studiosi
Tra Otto e Novecento la paleografia diventa scienza universitaria. Ludwig Traube, a Monaco, studia la trasmissione dei testi e i nomina sacra. Elias Avery Lowe pubblica i Codices Latini Antiquiores (1934-1971), il censimento di tutti i manoscritti latini anteriori al IX secolo. Jean Mallon, con Paléographie romaine (1952), rinnova lo studio delle scritture antiche attraverso l’analisi del tracciato. Bernhard Bischoff scrive il manuale più citato del Novecento. In Italia sono fondamentali Giorgio Cencetti, con i Lineamenti di storia della scrittura latina (1954), e poi Armando Petrucci e Guglielmo Cavallo.
Cosa ti chiedono all’orale (disciplina)
Come nasce la paleografia latina? Da una polemica sull’autenticità dei documenti. Al gesuita Papenbroeck, che nel 1675 aveva contestato l’autenticità di molti diplomi merovingi, rispose il benedettino Jean Mabillon con il De re diplomatica del 1681. L’opera fissava criteri per valutare i documenti e conteneva tavole di scritture, ed è considerata l’atto di fondazione della diplomatica e della paleografia.
Qual è il contributo di Scipione Maffei? Studiando i manoscritti antichissimi della Biblioteca Capitolare di Verona, Maffei contestò la teoria delle scritture “nazionali” di Mabillon, secondo cui ogni popolo germanico avrebbe portato la sua scrittura. Sostenne che tutte le scritture latine medievali derivano dalla tradizione romana, attraverso sviluppi locali. È la tesi dell’unità della scrittura latina, accolta dalla paleografia moderna.
Gli strumenti per descrivere una scrittura
I concetti di base
Per descrivere una scrittura in modo preciso, e non dire solo “è bella” o “è difficile”, ti servono alcuni termini tecnici. Sono quelli che il docente vuole sentire.
- Il tratteggio è il numero, l’ordine e la direzione dei tratti con cui si traccia una lettera. Una a può essere fatta con due tratti o con tre, partendo dall’alto o dal basso.
- Il ductus è il modo di scrivere nel suo complesso: posato, se le lettere sono tracciate lentamente, staccando la penna tra un tratto e l’altro; corsivo, se la penna corre rapida e le lettere si legano tra loro.
- Il modulo è la dimensione delle lettere e il rapporto tra altezza e larghezza.
- L’angolo di scrittura è l’angolo tra la punta della penna e la linea di scrittura. Una penna tenuta dritta produce tratti verticali spessi e orizzontali sottili; una penna inclinata produce un diverso contrasto. Jean Mallon ha mostrato che i cambiamenti di angolo spiegano molte trasformazioni delle forme.
- Il peso indica lo spessore dei tratti e il contrasto tra pieni e filetti.
- Le legature sono i collegamenti tra lettere vicine.
Sistema bilineare e quadrilineare
Una distinzione fondamentale riguarda lo spazio in cui stanno le lettere. In una scrittura bilineare, come la capitale, tutte le lettere hanno la stessa altezza e stanno tra due linee immaginarie. In una scrittura quadrilineare, come la minuscola, ci sono quattro linee: le lettere hanno un corpo centrale, e alcune hanno aste che salgono sopra (ascendenti, come b, d, h, l) o scendono sotto (discendenti, come p, q). Il passaggio dal sistema bilineare al quadrilineare è uno dei grandi eventi della storia della scrittura latina, e avviene nella tarda antichità.
Scritture librarie, documentarie, usuali
Come per il greco, distingui le scritture librarie, usate per copiare libri, dalle scritture documentarie, usate per atti e documenti, e dalle scritture usuali, cioè quelle di tutti i giorni, nelle lettere private, nei conti, nei graffiti. Le grandi innovazioni nascono spesso nelle scritture usuali e documentarie e poi passano nei libri, regolarizzate.
Cosa ti chiedono all’orale (concetti)
Che differenza c’è tra tratteggio e ductus? Il tratteggio indica il numero, la successione e la direzione dei tratti con cui si traccia ogni lettera. Il ductus indica il modo complessivo di scrivere: posato, se le lettere sono tracciate lentamente e separatamente, sollevando lo strumento; corsivo, se la scrittura è veloce e le lettere tendono a legarsi. Sono due dei concetti principali per descrivere una scrittura.
Che cosa si intende per sistema quadrilineare? È il sistema in cui le lettere si collocano tra quattro linee: un corpo centrale e uno spazio superiore e inferiore occupato da aste ascendenti e discendenti, come in b, d, p, q. È il sistema delle minuscole. Si contrappone al sistema bilineare delle maiuscole, come la capitale, in cui tutte le lettere hanno la stessa altezza.
La capitale
Capitale epigrafica e libraria
La scrittura più antica e solenne dei Romani è la capitale. Nella forma epigrafica, incisa sui monumenti, raggiunge un modello perfetto in età augustea e imperiale: pensa alle lettere della Colonna Traiana, che ancora oggi sono un modello per i caratteri tipografici. È una scrittura bilineare, di lettere separate, geometricamente costruite.
La capitale usata nei libri si divide tradizionalmente in due tipi.
- La capitale quadrata, che riproduce su pergamena le forme epigrafiche, con lettere larghe e regolari. È rarissima: ne restano pochi frammenti, il più famoso dei quali è il cosiddetto Vergilius Augusteus. Petrucci ha proposto di chiamarla “capitale elegante” e di vederla come una scrittura artificiale e di lusso.
- La capitale rustica, con lettere più strette e un forte contrasto tra tratti verticali sottili e orizzontali spessi, dovuto a una penna tenuta molto inclinata. È la scrittura dei grandi codici di Virgilio della tarda antichità, come il Vergilius Romanus (Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3867) e il Vergilius Mediceus (Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 39.1), oggi a Firenze. Quest’ultimo porta una sottoscrizione del console Turcio Rufio Aproniano Asterio, che dichiara di averlo letto e corretto nel V secolo: è un raro caso di revisione di un testo antico di cui conosciamo l’autore.
Il nome “rustica” è di origine moderna e un po’ fuorviante: non è una scrittura rozza, ma una scrittura libraria calligrafica, solo diversa dalla quadrata.
La capitale dopo l’antichità
La capitale non scompare con la fine del mondo antico. Nei libri medievali sopravvive come scrittura distintiva, usata per titoli, incipit, explicit, iniziali, in una gerarchia di scritture all’interno della stessa pagina. In età carolingia e poi umanistica viene ripresa consapevolmente, come segno di ritorno all’antico.
Cosa ti chiedono all’orale (capitale)
Che differenza c’è tra capitale quadrata e rustica? La quadrata riproduce nei libri le forme della capitale epigrafica, con lettere larghe e regolari, ed è rarissima, come nel Vergilius Augusteus. La rustica ha lettere più strette e un forte contrasto tra tratti sottili verticali e spessi orizzontali, dovuto all’inclinazione della penna, ed è la scrittura dei grandi codici virgiliani tardoantichi, come il Romanus e il Mediceus.
Che cos’è una scrittura distintiva? È una scrittura usata non per il testo principale ma per segnalarne le parti: titoli, incipit, explicit, iniziali. Nei manoscritti medievali la capitale e l’onciale sopravvivono soprattutto in questa funzione, creando una gerarchia grafica all’interno della pagina.
Le corsive romane
La corsiva antica
Accanto alla capitale, i Romani usavano nella vita quotidiana una scrittura rapida, la corsiva antica o maiuscola corsiva. La conosciamo dai graffiti di Pompei, dalle tavolette cerate e dai papiri d’Egitto, e soprattutto dalle tavolette lignee di Vindolanda, un forte romano presso il Vallo di Adriano in Britannia, che conservano lettere e documenti dei soldati e delle loro famiglie tra I e II secolo d.C. È una scrittura con molte forme diverse dalla capitale, spesso difficile da leggere per noi.
La corsiva nuova
Tra il III e il IV secolo d.C. si afferma una scrittura diversa, la corsiva nuova o minuscola corsiva. Il cambiamento è profondo. Le lettere entrano nel sistema quadrilineare, con aste ascendenti e discendenti; molte forme diventano quelle che riconosci come minuscole, come la b con l’occhiello a destra e la d con l’asta verticale; le legature diventano sistematiche.
Mallon ha spiegato il passaggio con un cambiamento nella posizione della penna e del supporto, cioè nell’angolo di scrittura. Altri studiosi hanno insistito su fattori diversi. Quello che conta per te è che la corsiva nuova è la madre di quasi tutte le scritture minuscole medievali, librarie e documentarie.
Cosa ti chiedono all’orale (corsive)
Che cosa sono le tavolette di Vindolanda? Sono tavolette di legno, scritte a inchiostro, trovate nel forte romano di Vindolanda, presso il Vallo di Adriano, e databili tra I e II secolo d.C. Contengono lettere private, documenti militari e conti, e sono una testimonianza preziosa della corsiva antica e della vita quotidiana in una provincia di frontiera.
Perché la corsiva nuova è così importante? Perché, affermandosi tra III e IV secolo, introduce il sistema quadrilineare e le forme minuscole delle lettere, con aste ascendenti e discendenti e legature sistematiche. È all’origine di quasi tutte le scritture minuscole medievali, sia nei libri sia nei documenti.
Onciale e semionciale
L’onciale
L’onciale è una maiuscola libraria che si afferma tra il IV e il V secolo e resta in uso fino all’VIII, soprattutto per i libri cristiani: Bibbie, Padri della Chiesa, libri liturgici. Le sue lettere sono arrotondate, con forme caratteristiche: la a con l’occhiello, la d con l’asta ripiegata a sinistra, la e tonda, la m con le curve, la h con l’asta che sale. È ancora sostanzialmente bilineare, anche se alcune lettere sporgono leggermente.
Il nome viene da un passo di san Girolamo, nella prefazione alla traduzione del libro di Giobbe, dove critica i libri scritti “uncialibus, ut vulgo aiunt, litteris”, cioè con lettere grandi un’oncia, un pollice: probabilmente intendeva lettere di grande formato in genere, non questa scrittura. Come molti termini della paleografia, è un nome convenzionale.
Un esempio celebre è il Codex Amiatinus, la più antica Bibbia latina completa nella versione di Girolamo, copiata in Inghilterra nel monastero di Wearmouth-Jarrow all’inizio dell’VIII secolo e oggi alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze.
La semionciale
La semionciale è invece una minuscola libraria, già quadrilineare, con forme simili a quelle della corsiva nuova ma tracciate in modo posato. Si usa tra il V e l’VIII secolo, spesso per testi di studio e per commenti. Il nome è ancora una volta poco felice, perché non è “mezza onciale” ma una scrittura con una sua logica, derivata dalla minuscola.
Cosa ti chiedono all’orale (onciale)
Quali sono le caratteristiche dell’onciale? È una maiuscola libraria arrotondata, in uso tra IV e VIII secolo soprattutto per libri cristiani. Ha forme caratteristiche come la a con l’occhiello, la d con l’asta ripiegata a sinistra, la e tonda e la m curva. È ancora sostanzialmente bilineare. Il nome deriva da un passo di Girolamo che parla di lettere grandi un’oncia. Un esempio è il Codex Amiatinus.
Che differenza c’è tra onciale e semionciale? L’onciale è una maiuscola, essenzialmente bilineare; la semionciale è una minuscola, quadrilineare, con forme derivate dalla corsiva nuova ma tracciate in modo posato. Sono entrambe scritture librarie tardoantiche e altomedievali, usate per tipi di libri in parte diversi.
Le scritture altomedievali
Il particolarismo grafico
Dopo la caduta dell’impero d’Occidente, tra VI e VIII secolo, l’unità grafica romana si spezza. Ogni regione, e spesso ogni grande centro scrittorio, sviluppa scritture proprie a partire dalla corsiva nuova o dalla semionciale. È il periodo del particolarismo grafico. Le vecchie etichette di Mabillon parlavano di scritture “nazionali”; oggi si preferisce parlare di scritture regionali o locali, perché non sono legate ai popoli germanici ma alle condizioni culturali delle singole aree.
Le principali scritture
- La visigotica, nella penisola iberica, dall’VIII al XII secolo circa, con forme caratteristiche come la g a forma di uncino e una t con l’occhiello.
- Le scritture merovingiche e precaroline della Gallia, tra cui quella dell’abbazia di Luxeuil e i tipi detti “ab” e “az” di Corbie e di Laon, dal nome delle forme di alcune lettere.
- Le scritture insulari, in Irlanda e in Inghilterra, che derivano dalla semionciale e dalla minuscola e si sviluppano in forme molto originali, maiuscola e minuscola. I libri più famosi sono il Book of Kells, oggi a Dublino, e i Vangeli di Lindisfarne, alla British Library, con decorazioni di straordinaria complessità. I monaci irlandesi e anglosassoni le portano in tutta Europa, fondando monasteri come Bobbio, Luxeuil, San Gallo.
- La beneventana, nell’Italia meridionale, dalla fine dell’VIII secolo fino al XIII e oltre, con centro a Montecassino e diffusione anche in Dalmazia. È una scrittura dall’aspetto spezzato, molto regolare, che Lowe studiò in un libro famoso, The Beneventan Script (1914).
Le scritture documentarie
Nei documenti italiani e franchi si usano corsive derivate dalla corsiva nuova, spesso molto difficili da leggere, con aste lunghissime e legature complicate. La scrittura delle cancellerie, come la curiale romana usata dalla cancelleria papale, è una delle più ardue di tutta la paleografia latina.
Cosa ti chiedono all’orale (altomedioevo)
Che cosa si intende per particolarismo grafico? Indica la frammentazione dell’unità grafica romana tra VI e VIII secolo, quando nelle diverse regioni e nei diversi centri scrittori si sviluppano scritture proprie a partire dalla corsiva nuova e dalla semionciale. Le scritture visigotica, merovingiche, insulari e beneventana sono esempi di questo fenomeno. Oggi non si parla più di scritture “nazionali”, perché le differenze sono legate alle condizioni locali e non ai popoli.
Che cos’è la beneventana? È una minuscola libraria dell’Italia meridionale, con centro a Montecassino e diffusione anche in Dalmazia, in uso dalla fine dell’VIII al XIII secolo e oltre. Ha un aspetto spezzato e regolare e forme caratteristiche di alcune lettere e legature. È stata studiata in modo classico da Elias Avery Lowe nel 1914.
La carolina
Una nuova unità
Alla fine dell’VIII secolo, nei centri scrittori del regno franco, si afferma una minuscola nuova: la carolina. È chiara, rotonda, con lettere ben separate, aste ascendenti e discendenti moderate, pochissime legature e poche abbreviazioni. Rispetto alle scritture precaroline è una vera rivoluzione di leggibilità.
La carolina nasce da un processo di semplificazione e di regolarizzazione delle minuscole precedenti, in diversi centri, come Corbie, Tours, i centri di corte. Tra le prime testimonianze si citano la Bibbia fatta copiare dall’abate Maurdramno di Corbie, tra il 772 e il 781, e l’Evangelistario di Godescalco, scritto per Carlo Magno tra il 781 e il 783.
La riforma carolingia
La diffusione della carolina si lega al programma culturale di Carlo Magno, che chiede a vescovi e abati di correggere i libri sacri, istituire scuole, produrre testi corretti. La famosa Admonitio generalis del 789 raccomanda di correggere i libri e di affidare la copia a uomini maturi e accurati. La carolina diventa la scrittura dell’Europa carolingia e, nei due secoli successivi, di quasi tutto l’Occidente latino.
È grazie a questo lavoro che si sono conservati moltissimi autori latini classici. Per molti di loro il manoscritto più antico che possediamo è proprio carolingio, del IX secolo.
La carolina e noi
La carolina ha un posto speciale nella storia della scrittura per una ragione che ti riguarda direttamente. Gli umanisti, nel Quattrocento, la scambiarono per la scrittura degli antichi Romani e la imitarono. Dalla loro imitazione nacquero i caratteri tipografici “romani” che usi oggi: il testo che stai leggendo discende dalla carolina.
Cosa ti chiedono all’orale (carolina)
Quali sono le caratteristiche della carolina? È una minuscola libraria chiara e regolare, con lettere tonde e separate, aste di lunghezza moderata, pochissime legature e poche abbreviazioni. Si afferma alla fine dell’VIII secolo nei centri del regno franco, con testimonianze come la Bibbia di Maurdramno e l’Evangelistario di Godescalco, e diventa la scrittura comune dell’Occidente latino.
Perché la carolina è importante per la trasmissione dei classici? Perché la riforma culturale carolingia promosse la correzione e la copia sistematica dei testi, sacri e profani, nella nuova scrittura. Per molti autori latini il manoscritto più antico conservato è del IX secolo, in carolina. Inoltre gli umanisti, imitandola, crearono la littera antiqua da cui derivano i caratteri tipografici moderni.
La gotica
Dalla carolina alla gotica
Tra l’XI e il XII secolo la carolina si trasforma. Le lettere si fanno più strette e angolose, le curve si spezzano, le aste si allungano e terminano con piccoli piedi, le lettere tendono a toccarsi. Nasce la gotica, o meglio la textualis, la scrittura libraria del basso medioevo, dal XII al XV secolo. Il nome “gotica” è un’etichetta dispregiativa degli umanisti, che la consideravano barbara.
Le regole di Meyer
Una caratteristica tecnica che i docenti chiedono spesso sono le cosiddette regole di Meyer, formulate dal filologo Wilhelm Meyer:
- la fusione delle curve contrapposte: quando una lettera con una curva verso destra, come b, d, o, p, è seguita da una lettera con una curva verso sinistra, come c, e, o, le due curve si sovrappongono;
- l’uso della r tonda, a forma di 2, dopo lettere con curva a destra, come la o;
- l’uso di una d con l’asta ripiegata a sinistra in certi contesti, anch’esso legato alle curve.
Queste regole servono a rendere la pagina compatta e uniforme, e la loro presenza aiuta a riconoscere la gotica.
Varietà
La gotica non è uniforme. Ci sono tipi diversi per livelli di esecuzione e per aree:
- la textualis più solenne dei libri liturgici, dalle lettere spezzate e serrate, quasi un tessuto;
- la rotunda italiana, più tonda e meno angolosa, tipica dei libri giuridici bolognesi e dei libri italiani in genere;
- le forme più rapide usate nelle università, per i libri di studio, piene di abbreviazioni.
Accanto alla textualis si sviluppano scritture corsive e semicorsive, che vedi nella sezione seguente.
Cosa ti chiedono all’orale (gotica)
Come nasce la gotica? Dalla trasformazione della carolina tra XI e XII secolo: le lettere diventano più strette e angolose, le curve si spezzano, le aste finiscono con trattini, le lettere tendono a toccarsi. Ne deriva la textualis, scrittura libraria del basso medioevo fino al XV secolo. Il nome gotica è un’etichetta dispregiativa coniata dagli umanisti.
Che cosa dicono le regole di Meyer? Descrivono alcune caratteristiche della gotica: la fusione delle curve contrapposte, quando una lettera con curva a destra è seguita da una con curva a sinistra; l’uso della r tonda dopo lettere con curva a destra, come la o; e l’uso di una d con l’asta ripiegata in certi contesti. Rendono la pagina compatta e uniforme.
Le scritture corsive del basso medioevo
Notai e cancellerie
Con la ripresa della vita urbana, del commercio e del diritto, dal XII secolo cresce enormemente la quantità di documenti scritti. I notai, le cancellerie di comuni, principi e papi sviluppano scritture corsive proprie. In Italia la minuscola cancelleresca, con aste lunghe e svolazzanti e un andamento rapido, è la scrittura dei documenti di cancelleria; la scrittura dei notai è una corsiva che segue modelli simili.
La mercantesca
Un caso tutto italiano è la mercantesca, la scrittura dei mercanti toscani del Tre e Quattrocento. È una corsiva tondeggiante e semplificata, con poche abbreviazioni, usata per lettere commerciali, libri di conti, ricordanze. È una scrittura di laici che scrivono in volgare, ed è stata usata anche per copiare testi letterari: molti manoscritti della Commedia e del Decameron sono in mercantesca. Petrucci ha studiato a fondo questa diffusione della scrittura tra mercanti e artigiani come un fenomeno di storia sociale.
La bastarda
Al di fuori dell’Italia si diffonde la bastarda, una scrittura che mescola elementi della textualis e della corsiva, usata per libri in volgare, soprattutto in Francia, nelle Fiandre e nella corte di Borgogna nel Quattrocento.
Cosa ti chiedono all’orale (corsive basso medievali)
Che cos’è la mercantesca? È la scrittura corsiva dei mercanti toscani del XIV e XV secolo, tondeggiante e semplificata, con poche abbreviazioni. Era usata per lettere commerciali, libri contabili e memorie familiari, ma anche per copiare testi in volgare come la Commedia e il Decameron. È una testimonianza della diffusione della scrittura tra i laici nelle città italiane.
Perché nel basso medioevo aumentano le scritture corsive? Perché con la ripresa delle città, dei commerci, delle università e del diritto crescono enormemente gli atti scritti: documenti notarili, registri di cancelleria, lettere, contabilità. Servono scritture rapide, e notai, cancellerie e mercanti sviluppano corsive proprie, come la cancelleresca e la mercantesca.
L’umanistica
Il ritorno all’antico
All’inizio del Quattrocento, a Firenze, un gruppo di umanisti rifiuta la gotica e cerca una scrittura che consideravano antica. In realtà si ispirano ai manoscritti carolingi e post-carolingi dell’XI e XII secolo, in cui avevano trovato molti testi classici, credendo che rappresentassero la scrittura degli antichi Romani. Nasce così l’umanistica, che chiamavano littera antiqua.
Il protagonista di questa invenzione è Poggio Bracciolini, i cui manoscritti dei primi anni del Quattrocento sono tra i più antichi in umanistica rotonda. Accanto a lui stanno Coluccio Salutati, che già aveva cercato libri in “littera antiqua”, e Niccolò Niccoli.
Umanistica rotonda e corsiva
- L’umanistica rotonda o libraria è la scrittura posata dei libri, chiara, rotonda, con lettere separate, modellata sulla carolina. Le iniziali e i titoli sono spesso in capitale epigrafica ripresa dalle iscrizioni antiche.
- L’umanistica corsiva, legata in particolare a Niccolò Niccoli, è una forma più rapida e inclinata, nata per uso personale e poi diventata calligrafica.
Dalla mano alla stampa
Le due umanistiche diventano i modelli dei caratteri tipografici. I primi tipografi in Italia usano caratteri “romani” ricavati dalla rotonda; il carattere corsivo, inciso da Francesco Griffo per Aldo Manuzio, compare nel Virgilio aldino del 1501, e si chiama ancora oggi “italico” in molte lingue. La scrittura che stai leggendo, insomma, ha una genealogia che passa da Poggio, dalla carolina e, in fondo, dalla corsiva nuova romana.
Cosa ti chiedono all’orale (umanistica)
Come nasce la scrittura umanistica? All’inizio del Quattrocento a Firenze, per iniziativa di umanisti come Poggio Bracciolini, con Salutati e Niccoli, che rifiutano la gotica e imitano la carolina dei manoscritti dell’XI e XII secolo, credendola la scrittura degli antichi. La chiamano littera antiqua. Ne derivano la rotonda libraria e la corsiva, poi modelli dei caratteri tipografici.
Che rapporto c’è tra umanistica e caratteri tipografici? I caratteri romani della stampa derivano dall’umanistica rotonda, che a sua volta imita la carolina. Il carattere corsivo, inciso da Francesco Griffo per Aldo Manuzio e usato nel Virgilio del 1501, deriva dalla corsiva umanistica, e per questo in molte lingue si chiama italico.
Le abbreviazioni
Perché si abbrevia
Nei manoscritti medievali le abbreviazioni servono a risparmiare spazio e tempo. Sono più rare nei libri di lusso e nelle prime scritture carolingie, frequentissime nei libri universitari e nei documenti del basso medioevo. Saperle sciogliere è indispensabile per l’esame pratico.
I sistemi principali
- Il troncamento: si scrive la prima parte della parola e si omette la fine, segnalandolo con un segno, come un punto o una linea. D. per Dominus.
- La contrazione: si scrivono la prima e l’ultima lettera, o alcune lettere significative, con una linea sopra. È il sistema dei nomina sacra: ds per deus, dns per dominus, scs per sanctus.
- I segni abbreviativi con significato fisso: la linea orizzontale sopra una vocale indica una m o una n omessa; segni particolari per per, pro, prae, legati alla lettera p; un segno simile a un 9 per con- o -us secondo la posizione.
- Le lettere soprascritte: una lettera piccola sopra un’altra indica una parte della parola omessa. Una q con una i sopra è qui.
- Le note tironiane, sistema tachigrafico antico attribuito a Tirone, il liberto di Cicerone. Nel medioevo ne sopravvivono alcune, la più comune delle quali è un segno simile a un 7, che vale et.
Lo strumento indispensabile
Lo strumento di consultazione classico è il dizionario di Adriano Cappelli, Lexicon abbreviaturarum. Dizionario di abbreviature latine ed italiane, pubblicato da Hoepli alla fine dell’Ottocento e ristampato molte volte. Ogni studente di paleografia lo consulta prima o poi.
Cosa ti chiedono all’orale (abbreviazioni)
Che differenza c’è tra troncamento e contrazione? Nel troncamento si scrive solo l’inizio della parola e se ne omette la fine, segnalando la caduta con un segno. Nella contrazione si scrivono la prima e l’ultima lettera, o alcune lettere significative interne, con un segno sopra, come nei nomina sacra: ds per deus, dns per dominus.
Che cosa sono le note tironiane? Sono segni di un antico sistema di tachigrafia, attribuito dalla tradizione a Tirone, liberto e segretario di Cicerone. Nel medioevo ne sopravvivono alcuni come abbreviazioni, soprattutto il segno simile a un 7 che significa et, frequentissimo nei manoscritti.
Scrivere nel medioevo: luoghi, strumenti, copisti
Lo scriptorium
Nell’alto medioevo i libri si producono soprattutto nei monasteri e nelle cattedrali, in uno spazio che chiamiamo scriptorium. Il modello ideale viene da Cassiodoro, che nel VI secolo, nel suo monastero di Vivarium in Calabria, descrive nelle Institutiones il lavoro di copia come un’opera spirituale e raccomanda cura nella correzione dei testi. La regola di san Benedetto prevede la lettura quotidiana, e quindi la presenza di libri, in ogni comunità.
Dal XII-XIII secolo la produzione si sposta in parte nelle città. Nelle sedi universitarie come Bologna e Parigi si sviluppa il sistema della pecia: il testo ufficiale di un’opera di studio, controllato dall’università, veniva diviso in fascicoli non legati (le peciae) che gli stazionari davano in prestito a pagamento agli studenti o ai copisti, perché ne facessero copie. Nascono botteghe di copisti professionisti e di miniatori laici.
Gli strumenti
Il copista scriveva con il calamo, una canna appuntita, o, dal medioevo, con la penna d’oca, tagliata con un temperino. La punta poteva essere tagliata in modi diversi, e il taglio influiva sulla forma delle lettere, come ha mostrato Mallon con il concetto di angolo. L’inchiostro più comune era quello ferrogallico, ottenuto da noci di galla e sali di ferro: con il tempo diventa bruno e, se troppo acido, può corrodere la pergamena o la carta.
Per correggere si usava il rasoio o il raschietto, che asportava lo strato superficiale della pergamena. Per preparare la pagina servivano punte per la foratura e la rigatura, righello, compasso. Per scrivere a bozza e per esercitarsi si usavano le tavolette cerate, su cui si incideva con uno stilo e si poteva cancellare spianando la cera.
Il copista e la sua fatica
Molti copisti hanno lasciato nei colophon commenti sul loro lavoro: si lamentano del freddo, della stanchezza, della cattiva luce, chiedono una preghiera al lettore, festeggiano la fine del libro. Sono testimonianze preziose non solo per la datazione ma per la storia sociale della scrittura. Ci dicono che copiare era un lavoro fisico pesante, che occupava mesi.
Gli errori dei copisti sono, d’altra parte, la materia prima della filologia. Salti da una parola uguale all’altra (saut du même au même), lettere confuse perché simili nella scrittura del modello, abbreviazioni sciolte male: conoscere la paleografia aiuta a capire da dove viene un errore e quindi a correggerlo.
Cosa ti chiedono all’orale (produzione del libro)
Che cos’è il sistema della pecia? È un sistema di produzione dei libri universitari, diffuso dal XIII secolo in sedi come Bologna e Parigi. Il testo ufficiale di un’opera, controllato dall’università, era diviso in fascicoli sciolti chiamati peciae, che gli stazionari prestavano a pagamento a studenti e copisti perché ne traessero copie. Garantiva rapidità e un certo controllo sulla correttezza dei testi.
Perché la paleografia serve alla filologia? Perché molti errori dei manoscritti nascono da fatti grafici: lettere simili confuse nella scrittura del modello, abbreviazioni sciolte in modo sbagliato, salti tra parole uguali. Riconoscere la scrittura dell’antigrafo e i meccanismi della copia permette di spiegare l’origine di un errore e di proporre una correzione fondata.
Codicologia e datazione
Il libro come oggetto
Come per il greco, lo studio della scrittura si accompagna allo studio del libro: supporto, fascicoli, rigatura, impaginazione, decorazione, legatura. Nei codici latini il fascicolo più comune è il quaternione, e anche qui vale la regola di Gregory sulla disposizione dei lati della pergamena. I fascicoli sono spesso segnati con lettere o numeri e, dal XII secolo, con i richiami: le prime parole del fascicolo successivo scritte in fondo all’ultima pagina del precedente, per aiutare il legatore.
La sottoscrizione e la datazione
Il modo più sicuro per datare un manoscritto è il colophon o sottoscrizione, una nota in cui il copista indica il proprio nome, il luogo, la data, a volte con commenti sulla fatica del lavoro. Le date si esprimono in vari stili: l’anno dall’incarnazione con inizi d’anno diversi (stile della natività, dell’incarnazione fiorentino o pisano, della circoncisione), l’indizione, gli anni di regno di un sovrano o di pontificato di un papa.
Per i manoscritti non datati il paleografo procede per confronto, con le scritture datate, e con tutti gli indizi materiali. Per l’Italia c’è un progetto dedicato, i Manoscritti datati d’Italia, che pubblica descrizioni e riproduzioni dei codici con data esplicita conservati nelle biblioteche italiane.
Riconoscere una scrittura all’esame
All’esame, davanti a una tavola, procedi così:
- osserva l’aspetto generale: maiuscola o minuscola, posata o corsiva, rotonda o spezzata;
- guarda alcune lettere spia: la a, la d, la g, la r, la s;
- osserva legature e abbreviazioni, e quanto sono frequenti;
- fai un’ipotesi sul tipo di scrittura e motivala con i tratti che hai visto;
- proponi un’epoca e, se possibile, un’area.
Non serve azzeccare il decennio. Serve un ragionamento coerente: “minuscola carolina, per la forma tonda e separata delle lettere, la d diritta, l’assenza di legature e le poche abbreviazioni; IX secolo per la presenza di forme arcaiche come la a aperta”.
Cosa ti chiedono all’orale (datazione)
Che cosa sono i richiami? Sono le prime parole del fascicolo successivo scritte in fondo all’ultima pagina di un fascicolo, per aiutare il legatore a mettere i fascicoli nell’ordine giusto. Si diffondono nei manoscritti latini dal XII secolo e sono un elemento utile anche per la datazione e per verificare la completezza del codice.
Come si procede per riconoscere una scrittura? Si osserva l’aspetto generale, cioè se è maiuscola o minuscola, posata o corsiva, rotonda o angolosa; poi si guardano alcune lettere caratteristiche, come a, d, g, r, s; poi legature e abbreviazioni. Infine si propone un tipo di scrittura con un’epoca e un’area, motivando ogni affermazione con i tratti osservati.
Strumenti di lavoro
Repertori e cataloghi
- I Codices Latini Antiquiores di Lowe censiscono i manoscritti latini anteriori all’800.
- Per l’Italia, il catalogo collettivo Manus online, curato dall’Istituto centrale per il catalogo unico, descrive migliaia di manoscritti delle biblioteche italiane.
- Per i manoscritti datati, oltre ai Manoscritti datati d’Italia, esistono i cataloghi dei manoscritti datati di altri paesi, nati da un progetto internazionale del Comité international de paléographie latine.
- Per le filigrane della carta, il repertorio di Briquet e le banche dati online che lo hanno ampliato.
Le riproduzioni digitali
Molte biblioteche offrono i loro manoscritti online: la Biblioteca Apostolica Vaticana, la Bibliothèque nationale de France con Gallica, le biblioteche svizzere riunite in e-codices, e molte altre. Le riproduzioni sono spesso consultabili con il protocollo IIIF, che permette di confrontare manoscritti di biblioteche diverse nello stesso visualizzatore. Usale: sono la tua palestra.
Cosa ti chiedono all’orale (strumenti)
Che cosa sono i Codices Latini Antiquiores? Sono il censimento, curato da Elias Avery Lowe e pubblicato tra il 1934 e il 1971, di tutti i manoscritti latini anteriori all’anno 800, con descrizione e riproduzione di un saggio di scrittura. Sono lo strumento di base per lo studio delle scritture tardoantiche e altomedievali.
A che cosa serve il protocollo IIIF? È uno standard internazionale per la pubblicazione di immagini digitali, usato da molte biblioteche. Permette di visualizzare, ingrandire e confrontare manoscritti conservati in istituzioni diverse nello stesso visualizzatore, facilitando il lavoro di confronto paleografico.
Fonti e approfondimenti
Manuali
- Bernhard Bischoff, Paleografia latina. Antichità e Medioevo, Antenore.
- Giorgio Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina (1954; nuova ed. Pàtron).
- Armando Petrucci, Prima lezione di paleografia, Laterza, 2002.
- Jean Mallon, Paléographie romaine, 1952.
Repertori
- Adriano Cappelli, Lexicon abbreviaturarum. Dizionario di abbreviature latine ed italiane, Hoepli.
- Elias Avery Lowe, Codices Latini Antiquiores, Clarendon Press, 1934-1971.
Per la scrittura greca vedi gli appunti di Paleografia greca; per il contesto storico, quelli di Storia medievale e di Letteratura latina medievale. Gli altri esami sono nell’indice degli esami.