Teoria e storia della traduzione letteraria: appunti per l’esame

Appunti di Teoria e storia della traduzione letteraria: Cicerone e Girolamo, belle infedeli, Schleiermacher, Benjamin, Jakobson, Venuti, Eco. Con domande.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Quasi tutto quello che hai letto di letteratura straniera l’hai letto in traduzione. Omero, Dostoevskij, Kafka, García Márquez: in italiano, con le parole scelte da qualcuno che non è l’autore. Eppure di quel qualcuno sappiamo poco, e spesso nemmeno guardiamo il nome sul frontespizio. Il corso di Teoria e storia della traduzione letteraria parte proprio da qui: chi traduce, come, perché, e che cosa succede a un testo quando passa da una lingua all’altra.

L’esame si trova nei corsi di Lettere, di Lingue e letterature straniere, di Letterature comparate e nei percorsi dedicati alla traduzione. Vale in genere tra 6 e 9 crediti. Il programma unisce una parte storica, dalle riflessioni degli antichi fino al Novecento, una parte teorica, con i grandi nomi dei Translation Studies, e spesso un laboratorio in cui confronti più traduzioni dello stesso testo. All’orale ti chiedono di collocare autori e concetti e di commentare scelte traduttive concrete.

Esame Teoria e storia della traduzione letteraria
Corsi di laurea Lettere, Lingue e letterature straniere, Letterature comparate, Traduzione
Crediti di solito 6-9 CFU
SSD COMP-01/A (ex L-FIL-LET/14)
Prova orale, spesso con analisi comparata di traduzioni

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Ho seguito un ordine cronologico per la parte storica, perché le idee sulla traduzione nascono sempre in risposta a problemi concreti: tradurre la Bibbia, tradurre i classici, costruire una lingua nazionale. Poi passo alla teoria del Novecento, organizzata per concetti, e chiudo con un capitolo sul confronto tra traduzioni, che è la parte pratica dell’esame.

Un consiglio: mentre studi, scegli un testo breve che ami, una poesia o la prima pagina di un romanzo, e procurati due o tre traduzioni italiane diverse. Ogni volta che incontri un concetto (equivalenza, addomesticamento, perdita, compensazione) prova ad applicarlo a quel testo. All’esame la differenza tra chi ha imparato le definizioni e chi le sa usare si vede subito.

Che cosa vuol dire tradurre

Una definizione minima

Tradurre significa produrre in una lingua un testo che stia al posto di un testo scritto in un’altra lingua. È una definizione volutamente vaga, perché tutto dipende da che cosa voglia dire “stare al posto di”. Deve dire le stesse cose? Produrre lo stesso effetto? Conservare la forma, il ritmo, le rime? Essere leggibile come un testo originale, o far sentire che viene da lontano? Ogni teoria della traduzione è, in fondo, una risposta diversa a queste domande.

I tre tipi di Jakobson

Una distinzione che devi conoscere è quella del linguista Roman Jakobson, nel saggio Aspetti linguistici della traduzione (1959). Jakobson distingue tre tipi di traduzione:

  • la traduzione endolinguistica o riformulazione: interpretare segni verbali con altri segni della stessa lingua, come quando parafrasi un testo antico in italiano moderno;
  • la traduzione interlinguistica o traduzione vera e propria: interpretare segni verbali con segni di un’altra lingua;
  • la traduzione intersemiotica o trasmutazione: interpretare segni verbali con segni di sistemi non verbali, come quando un romanzo diventa un film o un balletto.

Jakobson sostiene anche che la poesia, in senso stretto, è intraducibile: si può solo fare una “trasposizione creativa”. Questa idea tornerà spesso.

Il proverbio e il problema

In italiano si dice traduttore, traditore. Il gioco di parole è intraducibile, e già questo è una lezione. Ma il proverbio esprime un’idea che il corso ti chiede di superare: che la traduzione sia per forza una perdita, una copia peggiore dell’originale. La riflessione moderna preferisce parlare di trasformazione, di negoziazione, di interpretazione.

L’antichità: tradurre per arricchire

Roma nasce traducendo

La letteratura latina comincia con una traduzione: nel III secolo a.C. Livio Andronico, un greco di Taranto, traduce l’Odissea in latino, in versi saturni. Plauto e Terenzio adattano commedie greche. Per i Romani tradurre non era un’attività secondaria, ma un modo per costruire una letteratura nazionale appropriandosi di quella greca.

Cicerone: tradurre da oratore

Il testo più citato dell’antichità sulla traduzione è di Cicerone, nel breve trattato De optimo genere oratorum. Presentando la sua traduzione (perduta) di due orazioni di Eschine e Demostene, scrive:

nec converti ut interpres, sed ut orator, sententiis isdem et earum formis tamquam figuris, verbis ad nostram consuetudinem aptis. In quibus non verbum pro verbo necesse habui reddere, sed genus omne verborum vimque servavi (De opt. gen. 14)

In parole semplici: non ho tradotto come un interprete, cioè un traduttore parola per parola, ma come un oratore, conservando i pensieri e le figure con parole adatte all’uso latino; non ho reso una parola con una parola, ma ho conservato il tipo e la forza delle parole. Qui nasce l’opposizione tra traduzione letterale e traduzione libera che attraversa tutta la storia.

Orazio e il fido interprete

Anche Orazio, nell’Ars poetica, consiglia al poeta che rielabora un soggetto noto di non rendere parola per parola come un fedele interprete: nec verbo verbum curabis reddere fidus / interpres (Ars 133-134). Il contesto è quello dell’imitazione creativa, non della traduzione in senso stretto, ma il verso è stato letto per secoli come una regola del tradurre.

Girolamo e la Bibbia

Alla fine del IV secolo Girolamo traduce la Bibbia in latino: la sua versione, la Vulgata, sarà la Bibbia dell’Occidente per più di mille anni. Accusato di aver tradotto male un documento, risponde con una lettera a Pammachio (Ep. 57, del 395 circa) che è il primo vero trattato sulla traduzione. Vi dichiara:

me in interpretatione Graecorum, absque Scripturis sanctis, ubi et verborum ordo mysterium est, non verbum e verbo, sed sensum exprimere de sensu (Ep. 57, 5)

Cioè: quando traduco dal greco rendo il senso con il senso, non la parola con la parola, tranne nelle Sacre Scritture, dove anche l’ordine delle parole è un mistero. È un punto importante per l’esame: Girolamo non è un sostenitore assoluto della traduzione libera. Distingue tra testi profani, in cui conta il senso, e testo sacro, in cui anche la lettera è sacra. E cita come modelli proprio Cicerone e Orazio.

Il medioevo e l’Umanesimo

Tradurre nel medioevo

Nel medioevo la traduzione è ovunque: dal greco e dall’arabo al latino (la filosofia di Aristotele arriva in Occidente anche attraverso le traduzioni fatte a Toledo nel XII secolo), dal latino ai volgari, tra un volgare e l’altro. Si tende a tradurre in modo molto letterale i testi filosofici e scientifici, e in modo libero, quasi come riscrittura, i testi narrativi. I volgarizzamenti italiani del Due e Trecento, da Livio, Ovidio, Boezio, sono importanti anche per la storia della lingua.

Dante e l’armonia perduta

Nel Convivio (I VII 14-15) Dante osserva che nessuna cosa armonizzata con «legame musaico», cioè la poesia, si può trasmutare dalla sua lingua in un’altra senza rompere tutta la sua dolcezza e armonia. Porta l’esempio di Omero, che non è stato tradotto dal greco in latino, e dei Salmi, che hanno perso la loro dolcezza musicale. È una delle prime formulazioni dell’idea che la poesia sia intraducibile.

Leonardo Bruni

Nel Quattrocento Leonardo Bruni, traduttore di Platone, Aristotele e Plutarco dal greco al latino, scrive il trattato De interpretatione recta (intorno al 1420). Per Bruni il buon traduttore deve conoscere a fondo entrambe le lingue, avere orecchio per lo stile e rendere non solo il senso ma anche l’eleganza dell’originale. La traduzione diventa un’arte letteraria, non solo un servizio.

Lutero e la Bibbia tedesca

Nel Cinquecento la questione si politicizza. Martin Lutero traduce la Bibbia in tedesco (il Nuovo Testamento esce nel 1522) e nella Lettera sul tradurre (1530) difende la sua scelta di guardare “in bocca” alla madre in casa, ai bambini per strada, all’uomo comune al mercato, per capire come si parla davvero. La traduzione diventa uno strumento per creare una lingua nazionale comune, e un atto religioso e politico.

Étienne Dolet

In Francia Étienne Dolet pubblica nel 1540 un breve trattato, La manière de bien traduire d’une langue en autre, con cinque regole: capire perfettamente il senso, conoscere bene le due lingue, non tradurre parola per parola, usare parole comuni, curare l’armonia della frase. Dolet fu condannato a morte nel 1546 per eresia, anche per una traduzione di un dialogo pseudoplatonico in cui aveva aggiunto un’espressione giudicata contraria all’immortalità dell’anima. È un caso che si cita spesso per mostrare quanto la traduzione potesse essere pericolosa.

Le belle infedeli e il Settecento

Les belles infidèles

Nel Seicento francese si afferma un modo di tradurre molto libero, che adatta i classici al gusto contemporaneo: si tagliano le parti considerate volgari o noiose, si modernizzano usi e costumi, si “migliora” lo stile. Il traduttore più noto è Nicolas Perrot d’Ablancourt, traduttore di Tacito e Luciano. A proposito delle sue traduzioni il letterato Gilles Ménage avrebbe detto che gli ricordavano una donna che aveva amato a Tours, bella ma infedele. Da qui l’espressione belles infidèles, “belle infedeli”, ancora usata per indicare traduzioni eleganti ma poco fedeli.

Dryden e i tre modi

In Inghilterra John Dryden, nella prefazione alle Epistole di Ovidio (1680), distingue tre modi di tradurre: la metaphrase, parola per parola; la paraphrase, che segue il senso con una certa libertà; l’imitation, in cui il traduttore si allontana liberamente dall’originale e lo usa come spunto. Dryden preferisce la via di mezzo, la parafrasi. La tripartizione è utile per l’esame perché mostra che le opzioni non sono solo due.

Il Settecento e la traduzione come gusto

Nel Settecento la traduzione è uno dei principali canali di circolazione delle idee in Europa. In Italia si traducono soprattutto dal francese e dall’inglese romanzi, teatro e trattati. Melchiorre Cesarotti traduce i Canti di Ossian (1763), poemi che il loro “scopritore” James Macpherson presentava come antichi canti gaelici, ma che erano in gran parte sua invenzione. La traduzione di Cesarotti ha un ruolo enorme nella poesia italiana preromantica: una traduzione di un falso diventa un modello letterario.

L’Ottocento: lo straniero e la nazione

Schleiermacher

Il testo fondamentale per la teoria moderna è una conferenza del teologo e filosofo Friedrich Schleiermacher, Sui diversi metodi del tradurre (1813). Schleiermacher sostiene che il traduttore ha solo due possibilità: o lascia in pace lo scrittore e muove il lettore verso di lui, o lascia in pace il lettore e muove lo scrittore verso di lui. Tutte le vie di mezzo, dice, portano a risultati incerti.

Schleiermacher preferisce la prima via: la traduzione deve far sentire al lettore l’estraneità dell’originale, anche a costo di forzare la propria lingua. Per lui questo è un modo di arricchire la lingua tedesca e la cultura nazionale. Questa opposizione sarà ripresa nel Novecento da Lawrence Venuti con i termini foreignization e domestication.

Goethe e la letteratura mondiale

Negli stessi anni Goethe riflette sulla traduzione e sulla Weltliteratur, la letteratura mondiale. Nelle note al Divano occidentale-orientale (1819) distingue tre epoche o tipi di traduzione: una prima, prosastica e semplice, che ci fa conoscere lo straniero nel nostro mondo; una seconda, parodistica, che si appropria dello straniero adattandolo; una terza e più alta, in cui la traduzione cerca di identificarsi con l’originale, di valere al suo posto.

Madame de Staël e la polemica italiana

Nel 1816 sulla rivista milanese Biblioteca italiana esce un articolo di Madame de Staël, Sulla maniera e la utilità delle traduzioni. La scrittrice invita gli italiani a tradurre le letterature moderne straniere, soprattutto inglese e tedesca, per rinnovare una cultura chiusa nell’imitazione dei classici. L’articolo scatena la polemica tra classicisti e romantici. È un esempio perfetto di come una riflessione sulla traduzione possa diventare un dibattito sull’identità di una letteratura nazionale.

Monti, Foscolo, Leopardi

Nello stesso periodo esce l’Iliade di Vincenzo Monti (1810), che diventa per oltre un secolo la traduzione italiana di riferimento, letta a scuola da generazioni. Monti non conosceva bene il greco e lavorava su traduzioni latine e su consulenze di grecisti, il che gli procurò molte critiche. Foscolo tradusse anche lui Omero (in parte) e il Viaggio sentimentale di Sterne (1813), firmandosi Didimo Chierico. Leopardi rifletté sulla traduzione nello Zibaldone e tradusse dal greco in gioventù, inclusi i primi canti dell’Odissea.

Il Novecento: la nascita della teoria

Walter Benjamin

Nel 1923 Walter Benjamin pubblica Il compito del traduttore, prefazione alla sua traduzione dei Tableaux parisiens di Baudelaire. È un testo difficile e molto citato. Benjamin sostiene che la traduzione non serve a comunicare il contenuto a chi non conosce la lingua originale: una traduzione che vuole solo trasmettere informazioni trasmette l’inessenziale. La traduzione mostra invece il rapporto tra le lingue, il loro tendere a una “lingua pura”. Per questo Benjamin difende una traduzione letterale, che lasci trasparire l’originale, e scrive che la vera traduzione è trasparente, non copre l’originale, non gli toglie la luce.

Per l’esame ti basta saper riassumere tre idee: la traduzione non è comunicazione, la traduzione prolunga la vita dell’originale (la sua “sopravvivenza”), la letteralità è preferibile all’adattamento.

Ortega y Gasset

Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset, in Miseria e splendore della traduzione (1937), riconosce che tradurre è un’impresa utopica, destinata a fallire, ma proprio per questo nobile. Anche lui preferisce una traduzione che costringa il lettore a uscire dalle sue abitudini linguistiche.

La svolta linguistica: Nida e l’equivalenza

Negli anni Cinquanta e Sessanta la traduzione diventa oggetto della linguistica. L’americano Eugene Nida, che lavorava sulle traduzioni della Bibbia in moltissime lingue, distingue in Toward a Science of Translating (1964) tra equivalenza formale, che cerca di riprodurre forma e contenuto del messaggio originale, ed equivalenza dinamica, che cerca di produrre nel lettore della traduzione un effetto equivalente a quello prodotto sul lettore originale. L’esempio classico: in una cultura in cui non si conosce la neve, “bianco come la neve” può diventare “bianco come il cotone”.

Le procedure di traduzione

Nel 1958 i canadesi Jean-Paul Vinay e Jean Darbelnet propongono, in un volume di stilistica comparata tra francese e inglese, una classificazione delle procedure di traduzione: prestito, calco, traduzione letterale, trasposizione (cambiare categoria grammaticale), modulazione (cambiare punto di vista), equivalenza (rendere una situazione con mezzi completamente diversi, come nei proverbi), adattamento. Sono strumenti molto utili per analizzare una traduzione concreta.

I Translation Studies

James Holmes e il nome della disciplina

L’espressione Translation Studies si diffonde grazie a un saggio di James S. Holmes, The Name and Nature of Translation Studies, presentato nel 1972. Holmes propone una mappa della disciplina: studi descrittivi (che descrivono traduzioni esistenti), teorici e applicati (didattica, critica, strumenti). In italiano si parla di traduttologia o di studi sulla traduzione.

La teoria dei polisistemi

Negli anni Settanta lo studioso israeliano Itamar Even-Zohar elabora la teoria dei polisistemi. Una letteratura è un sistema di sistemi, e la letteratura tradotta ne fa parte. A volte occupa una posizione centrale: quando una letteratura è giovane, debole, o in crisi, le traduzioni introducono nuovi modelli e generi, e i traduttori tendono a essere innovativi. Altre volte occupa una posizione periferica, e allora le traduzioni tendono a conformarsi ai modelli già esistenti.

Gideon Toury e le norme

Gideon Toury, collega di Even-Zohar, sviluppa gli studi descrittivi. In Descriptive Translation Studies and Beyond (1995) propone di non chiedersi come si dovrebbe tradurre, ma come si è tradotto in un certo periodo e in una certa cultura, ricostruendo le norme che orientavano i traduttori. Per Toury è traduzione qualsiasi testo che una cultura presenta e accetta come tale.

La svolta culturale

Negli anni Novanta Susan Bassnett e André Lefevere parlano di una “svolta culturale” negli studi sulla traduzione. Lefevere, in Traduzione e riscrittura (1992), sostiene che la traduzione è una forma di riscrittura, come l’antologia, la critica, l’adattamento, e che è condizionata da ideologia, poetica dominante e committenza (il patronage: editori, istituzioni, potere politico). Tradurre significa sempre manipolare, in una direzione o nell’altra.

Venuti: l’invisibilità del traduttore

Lawrence Venuti, in L’invisibilità del traduttore (1995), analizza la tradizione angloamericana e mostra che lì una traduzione è giudicata buona quando si legge scorrevolmente, come se fosse un originale. Questo produce l’invisibilità del traduttore e l’addomesticamento (domestication) dei testi stranieri, che vengono resi familiari, privati della loro differenza. Venuti propone, riprendendo Schleiermacher, una strategia di straniamento (foreignization), che faccia sentire l’origine straniera del testo. La sua è anche una critica politica all’egemonia culturale angloamericana.

Antoine Berman e le tendenze deformanti

In Francia Antoine Berman, in La prova dell’estraneo (1984) e La traduzione e la lettera (1985), difende una traduzione etica, che accolga lo straniero in quanto straniero. Berman elenca le tendenze deformanti della traduzione etnocentrica, tra cui la razionalizzazione (riordinare la sintassi), la chiarificazione, l’allungamento, la nobilitazione (rendere più “bello” lo stile), l’impoverimento qualitativo e quantitativo, la distruzione dei ritmi, la cancellazione delle sovrapposizioni di lingue. È un elenco molto utile per criticare una traduzione.

Henri Meschonnic e il ritmo

Il poeta e teorico Henri Meschonnic insiste invece sul ritmo come organizzazione del senso nel discorso: tradurre significa tradurre il ritmo, non solo le parole o il significato. Le sue traduzioni della Bibbia ebraica in francese cercano di rendere la scansione del testo originale.

Umberto Eco e la tradizione italiana

Dire quasi la stessa cosa

Per un esame in Italia il libro da conoscere è Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione (2003). Eco, che fu anche traduttore (per esempio degli Esercizi di stile di Queneau) e autore molto tradotto, parte da esempi concreti. Per lui tradurre è una negoziazione: si rinuncia a qualcosa per ottenere qualcos’altro, cercando di rispettare l’intenzione del testo. Il titolo stesso dice tutto: non la stessa cosa, ma quasi.

Eco propone di valutare una traduzione in base all’effetto che il testo vuole produrre, e discute molti casi: tradurre i giochi di parole, i nomi propri, i riferimenti culturali, il ritmo. Il suo esempio delle traduzioni degli Esercizi di stile, dove l’italiano ha dovuto reinventare molti giochi, è perfetto per spiegare la compensazione.

Altri nomi italiani

La riflessione italiana è ricca. Tra i nomi da conoscere: Gianfranco Folena, con il saggio Volgarizzare e tradurre (1973, poi in volume nel 1991), che distingue la traduzione verticale (da una lingua di prestigio, come il latino, al volgare) dalla traduzione orizzontale (tra lingue di pari dignità); Franco Buffoni, poeta e studioso, che ha promosso gli studi di traduzione letteraria; Antonio Prete, con All’ombra dell’altra lingua (2011); Franco Nasi, che si è occupato del traduttore come lettore e autore.

Tradurre in Italia nel Novecento

Il decennio delle traduzioni

Negli anni Trenta in Italia si traduce moltissimo, soprattutto letteratura angloamericana. Cesare Pavese traduce Moby Dick di Melville (1932) e altri autori americani; Elio Vittorini cura l’antologia Americana (1941), che la censura fascista blocca e che esce in una seconda versione con l’introduzione di Emilio Cecchi. Pavese parlerà di quegli anni come del “decennio delle traduzioni”. Tradurre gli americani, per questi scrittori, era un modo di respirare una libertà che il regime negava.

Fernanda Pivano e l’Antologia di Spoon River

Fernanda Pivano, allieva di Pavese, traduce l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, pubblicata da Einaudi nel 1943. Il libro diventa uno dei più amati in Italia e ispira negli anni Settanta un disco di Fabrizio De André, Non al denaro non all’amore né al cielo (1971). È un esempio di come una traduzione possa avere nella cultura di arrivo un destino che l’originale non ha avuto nella sua.

Poeti traduttori

Nel Novecento molti poeti italiani traducono poesia: Salvatore Quasimodo con i Lirici greci (1940), traduzioni liberissime e molto discusse dai filologi, ma decisive per la poesia ermetica; Eugenio Montale con il Quaderno di traduzioni (1948); Giuseppe Ungaretti con Shakespeare, Góngora e Racine. Le loro traduzioni sono spesso considerate parte della loro opera poetica.

Cosa ti chiedono all’orale (storia)

Che cosa dice Cicerone nel De optimo genere oratorum? Che ha tradotto le orazioni di Eschine e Demostene “non come un interprete, ma come un oratore”, rendendo il senso e la forza delle parole e non parola per parola. È il primo manifesto della traduzione libera.

Qual è la posizione di Girolamo? Nella lettera 57 a Pammachio dice di tradurre il senso con il senso, non la parola con la parola, ma fa eccezione per le Sacre Scritture, dove anche l’ordine delle parole è un mistero.

Che cosa sono le belle infedeli? Le traduzioni del Seicento francese, come quelle di Perrot d’Ablancourt, che adattavano i classici al gusto del tempo con molta libertà. L’espressione si attribuisce a Gilles Ménage.

Quali sono le due vie di Schleiermacher? Portare il lettore verso l’autore, facendo sentire l’estraneità del testo, o portare l’autore verso il lettore, rendendolo familiare. Schleiermacher preferisce la prima.

Perché l’articolo di Madame de Staël del 1816 è importante? Perché invitava gli italiani a tradurre le letterature straniere moderne per rinnovarsi, e scatenò la polemica tra classicisti e romantici.

Che cosa fu il “decennio delle traduzioni”? Gli anni Trenta in Italia, quando scrittori come Pavese e Vittorini tradussero molta letteratura americana, vista come un’alternativa culturale al clima del regime.

Concetti chiave per l’analisi

Equivalenza

È il concetto più discusso della teoria. Equivalenza di che cosa? Del significato, della forma, dell’effetto, della funzione? Nida distingue formale e dinamica; altri studiosi propongono equivalenza denotativa, connotativa, testuale, pragmatica, estetica. Oggi molti preferiscono parlare di adeguatezza e accettabilità (Toury): una traduzione adeguata segue le norme del testo di partenza, una accettabile quelle della cultura di arrivo.

Perdita e compensazione

In ogni traduzione qualcosa si perde: un gioco di parole, un’allitterazione, una connotazione dialettale. La compensazione consiste nel recuperare un effetto simile in un altro punto del testo. Se non puoi rendere un gioco di parole in una frase, puoi crearne uno simile poche righe dopo. Eco ne parla a lungo.

Residuo e intraducibile

L’intraducibile non è ciò che non si può tradurre, ma ciò che non si smette di tradurre: la filosofa Barbara Cassin, curatrice di un grande Vocabolario europeo delle filosofie (2004), definisce così le parole che ogni lingua rende in modi diversi, come il tedesco Dasein o il greco logos. È un modo positivo di guardare a ciò che resta fuori.

Ritraduzione

Un testo viene tradotto più volte. Si parla di ritraduzione, e alcuni studiosi, a partire da Berman, hanno ipotizzato che le prime traduzioni tendano ad addomesticare il testo e le successive a riavvicinarsi all’originale. L’ipotesi è discussa, ma utile da conoscere. I classici vengono ritradotti di continuo: ogni generazione ha la sua Odissea e il suo Don Chisciotte.

Paratesto

Il paratesto (il termine è di Gérard Genette) comprende tutto ciò che accompagna il testo: titolo, copertina, prefazione, note, nota del traduttore. In una traduzione il paratesto dice molto delle scelte e della visibilità del traduttore. Una nota del traduttore è un luogo in cui il traduttore smette di essere invisibile.

Come si confrontano due traduzioni

Un metodo in cinque passi

All’esame, o nel laboratorio, ti chiederanno spesso di confrontare traduzioni. Ecco un metodo semplice.

1. Leggi l’originale e individua i tratti dominanti: lessico, sintassi, ritmo, registro, figure, riferimenti culturali. Che cosa rende quel testo quello che è? 2. Colloca le traduzioni: chi le ha fatte, quando, per quale editore, per quale pubblico. Una traduzione degli anni Cinquanta per una collana popolare non va giudicata come una traduzione recente per una collana di classici con testo a fronte. 3. Analizza le scelte punto per punto: dove la traduzione segue la lettera, dove si allontana, che procedure usa (trasposizione, modulazione, equivalenza), che cosa perde, che cosa compensa. 4. Individua la strategia complessiva: addomesticante o straniante, orientata all’adeguatezza o all’accettabilità, attenta al senso o alla forma. 5. Valuta senza moralismo: non dire “questa è sbagliata”, ma “questa traduzione sacrifica il ritmo per la chiarezza, ed è coerente con il suo progetto”.

Un esempio facile: i titoli

Prova con i titoli. The Catcher in the Rye di Salinger in italiano è diventato Il giovane Holden: un titolo che rinuncia all’immagine originale (il campo di segale) per puntare sul personaggio. Altri titoli vengono tradotti alla lettera, altri lasciati in lingua originale. Analizzare i titoli è un buon esercizio per capire che ogni scelta ha un motivo editoriale e culturale, non solo linguistico.

Tradurre la poesia

Per la poesia le scelte principali sono: tradurre in prosa o in versi; in versi liberi o in metro regolare; conservare o no la rima. Le soluzioni cambiano con le epoche: l’Ottocento traduceva Omero in endecasillabi, il Novecento in versi liberi o in prosa ritmica. Per i classici, le edizioni con testo a fronte permettono traduzioni più vicine alla lettera, perché il lettore ha l’originale accanto. Ti conviene preparare un esempio poetico da portare all’orale.

Un esercizio da fare a casa

Prendi l’incipit di un romanzo straniero che conosci in originale, anche solo dieci righe, e confronta due traduzioni italiane uscite a distanza di qualche decennio. Annota in tre colonne: che cosa la prima traduzione conserva e la seconda no, che cosa la seconda conserva e la prima no, che cosa nessuna delle due riesce a rendere. Poi chiediti perché. Spesso scoprirai che la traduzione più vecchia normalizza la punteggiatura e la sintassi, spezza le frasi lunghe, sceglie parole più letterarie; quella recente tende a seguire più da vicino l’andamento dell’originale, anche a costo di sembrare meno “italiana”. Non è sempre così, e proprio le eccezioni sono interessanti.

Fai attenzione anche agli elementi che sembrano secondari: la resa dei nomi propri (tradotti, adattati o lasciati in originale), delle unità di misura, delle monete, delle formule di cortesia, del tu e del lei, delle parolacce. Sono le scelte che più rivelano la strategia del traduttore. Una traduzione che trasforma “Mr Smith” in “il signor Smith” e le libbre in chili sta addomesticando; una che lascia “Mr Smith” e le libbre sta straniando. Nessuna delle due è sbagliata: dipende dal progetto.

Infine, guarda il paratesto: c’è una nota del traduttore? Il nome compare in copertina? Ci sono note a piè di pagina? Una traduzione con molte note presuppone un lettore disposto a fermarsi e imparare; una senza note punta sulla scorrevolezza. Portare all’orale un confronto di questo tipo, fatto da te su un testo che ti piace, è il modo migliore per dimostrare di aver capito il corso.

Cosa ti chiedono all’orale (teoria)

Quali sono i tre tipi di traduzione secondo Jakobson? Endolinguistica (riformulazione nella stessa lingua), interlinguistica (traduzione tra lingue diverse), intersemiotica (passaggio da segni verbali a sistemi non verbali).

Che differenza c’è tra equivalenza formale e dinamica? La formale cerca di riprodurre forma e contenuto dell’originale; la dinamica cerca di produrre nel nuovo lettore un effetto equivalente a quello dell’originale. La distinzione è di Eugene Nida.

Che cosa sostiene la teoria dei polisistemi? Che la letteratura tradotta è parte del sistema letterario di arrivo e può occupare una posizione centrale (quando introduce modelli nuovi) o periferica (quando si adatta ai modelli esistenti). È di Itamar Even-Zohar.

Che cosa intende Venuti per invisibilità del traduttore? Il fatto che, nella cultura angloamericana, una traduzione sia giudicata buona quando sembra un originale scorrevole; questo cancella il lavoro del traduttore e addomestica i testi stranieri.

Perché Eco parla di negoziazione? Perché tradurre significa rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro, cercando di rispettare l’intenzione del testo: non si dice la stessa cosa, ma “quasi la stessa cosa”.

Che cos’è la compensazione? Il recupero, in un altro punto del testo, di un effetto che non si è potuto rendere dove compariva nell’originale.

Tradurre generi diversi

Il teatro

Tradurre per il teatro pone problemi propri. Il testo deve funzionare in bocca agli attori, essere pronunciabile, avere un ritmo adatto alla scena. Si distingue spesso tra traduzione per la lettura e traduzione per la messa in scena, e molte traduzioni teatrali nascono per uno spettacolo preciso, con il regista che interviene sul testo. Shakespeare in Italia è stato tradotto da poeti come Ungaretti e Montale, da studiosi come Agostino Lombardo, che lavorò a lungo con il regista Giorgio Strehler, e da molti traduttori di teatro. Il caso del teatro mostra bene che una traduzione ha sempre una funzione e un pubblico.

Il romanzo

Nel romanzo i problemi principali riguardano la voce, il registro e le varietà di lingua. Come tradurre un personaggio che parla in dialetto, o in uno slang giovanile? Sostituirlo con un dialetto italiano rischia di trasferire la storia a Napoli o a Milano; usare un italiano standard cancella la differenza. Molti traduttori scelgono soluzioni intermedie: un italiano colloquiale, marcato da qualche tratto lessicale o sintattico, senza riferimenti regionali precisi. È un buon esempio di negoziazione nel senso di Eco.

La letteratura per l’infanzia

La letteratura per ragazzi è un campo dove l’adattamento è sempre stato molto forte: nomi cambiati, scene tagliate, riferimenti culturali sostituiti. Le diverse traduzioni italiane di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, piena di giochi di parole e parodie di filastrocche inglesi, sono un laboratorio perfetto per vedere strategie diverse: c’è chi traduce alla lettera con molte note, chi inventa giochi nuovi in italiano, chi sostituisce le filastrocche inglesi con filastrocche italiane note.

Fumetto, cinema, sottotitoli

La traduzione audiovisiva (doppiaggio e sottotitolazione) e quella del fumetto sono forme di traduzione vincolata: lo spazio della nuvoletta, la durata della battuta, il movimento delle labbra impongono limiti precisi. L’Italia ha una forte tradizione di doppiaggio, che ha reso familiari al pubblico film e serie straniere, ma ha anche prodotto adattamenti molto liberi. Sono temi che rientrano nella traduzione intersemiotica di Jakobson solo in parte, e che molti corsi trattano come casi di studio.

Prospettive recenti

Traduzione e genere

Dagli anni Ottanta e Novanta gli studi femministi hanno riletto la storia della traduzione. La metafora delle belle infedeli, che associa la traduzione a una donna bella o fedele, è stata criticata per la sua visione della donna e della traduzione come subordinate. Studiose come Lori Chamberlain e Sherry Simon hanno mostrato come la traduzione sia stata a lungo un’attività in cui le donne potevano scrivere e pubblicare, e come le metafore del tradurre riflettano gerarchie di genere. In Canada, alcune traduttrici femministe hanno teorizzato un intervento esplicito del traduttore sul testo.

Traduzione e postcolonialismo

Gli studi postcoloniali hanno messo al centro il rapporto tra traduzione e potere: la traduzione è stata uno strumento del colonialismo (tradurre le culture colonizzate per conoscerle e governarle), ma anche uno strumento di resistenza. Studiose come Gayatri Chakravorty Spivak, nel saggio The Politics of Translation (1993), invitano a tradurre i testi del Sud del mondo senza appiattirli su un inglese standard. Il concetto di traduzione si allarga così fino a indicare i rapporti tra culture.

Il mercato e il traduttore

Un tema molto concreto è la condizione del traduttore. In Italia una parte molto consistente dei libri pubblicati ogni anno, soprattutto nella narrativa, è tradotta, in larga maggioranza dall’inglese. Il nome del traduttore compare spesso solo nel frontespizio, i compensi sono bassi e i tempi stretti. Negli ultimi anni associazioni di traduttori e alcuni editori hanno cominciato a mettere il nome del traduttore in copertina. È un tema che collega la teoria di Venuti sull’invisibilità a questioni di lavoro e diritto d’autore: per la legge italiana il traduttore è autore della traduzione.

Traduzione automatica

Infine, la traduzione automatica e i sistemi basati sull’intelligenza artificiale hanno cambiato la pratica professionale, soprattutto nei testi tecnici. Per la traduzione letteraria il dibattito è aperto: questi sistemi producono testi scorrevoli, ma tendono all’addomesticamento e all’appiattimento dello stile, proprio i rischi che Berman e Venuti descrivevano. All’esame, se ne parli, collega il tema ai concetti teorici invece di limitarti a un giudizio generico.

Un caso di studio: tradurre Dante

Dante è uno degli autori più tradotti al mondo, e la sua Commedia è un banco di prova per tutte le teorie. Il primo problema è la terzina a rima incatenata: conservarla in un’altra lingua impone sacrifici enormi di senso, abbandonarla toglie al poema una parte della sua struttura. In inglese Henry Wadsworth Longfellow pubblicò nel 1867 una traduzione in versi sciolti, molto fedele alla lettera; Dorothy L. Sayers, a metà del Novecento, scelse invece la terza rima. Le traduzioni recenti oscillano tra queste due strade, e molte edizioni scelgono la prosa con testo a fronte.

Lo stesso Dante, come abbiamo visto, era scettico sulla traduzione della poesia. Nel Convivio scrive:

nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia (Conv. I VII 14)

È un buon passo da portare all’orale, perché mostra che il problema dell’intraducibilità della poesia è antico, e perché lo si può discutere alla luce di Jakobson (trasposizione creativa) e di Meschonnic (il ritmo come senso).

Glossario rapido

  • Testo di partenza e testo di arrivo: l’originale e la traduzione (in inglese source text e target text).
  • Addomesticamento: strategia che rende il testo familiare alla cultura di arrivo.
  • Straniamento: strategia che conserva e mostra l’estraneità del testo di partenza.
  • Calco: traduzione letterale di un’espressione straniera, come “grattacielo” da skyscraper.
  • Prestito: parola straniera usata così com’è, come “sport” o “computer”.
  • Modulazione: cambiamento di punto di vista, come rendere “it is not difficult” con “è facile”.
  • Trasposizione: cambiamento di categoria grammaticale senza cambiare il senso.
  • Traduzione pivot o indiretta: traduzione fatta non dall’originale, ma da un’altra traduzione.
  • Ritraduzione: nuova traduzione di un testo già tradotto nella stessa lingua.

Come preparare l’esame

Il programma tipo

Di solito il programma comprende un’antologia di testi teorici (Cicerone, Girolamo, Schleiermacher, Benjamin, Jakobson e altri), un manuale di storia e teoria della traduzione, un saggio monografico (spesso Eco o Venuti) e un’esercitazione di confronto. Alcuni corsi si concentrano su una lingua (traduzione dall’inglese, dal francese, dal tedesco) o su un genere (poesia, teatro, romanzo).

Un piano in cinque settimane

1. Prima settimana: dall’antichità all’Umanesimo. Leggi i passi di Cicerone, Orazio e Girolamo e impara a riassumerli in due frasi. 2. Seconda settimana: dal Cinquecento all’Ottocento. Lutero, Dolet, belle infedeli, Dryden, Schleiermacher, Goethe, Madame de Staël. 3. Terza settimana: il Novecento teorico. Benjamin, Jakobson, Nida, Vinay e Darbelnet. 4. Quarta settimana: i Translation Studies. Holmes, Even-Zohar, Toury, Lefevere, Venuti, Berman, Eco. 5. Quinta settimana: confronto di traduzioni e ripasso con le domande.

Errori da evitare

Non ridurre tutto all’opposizione letterale/libera: è il punto di partenza, non di arrivo. Non attribuire a Girolamo una preferenza assoluta per la traduzione libera. Non confondere Schleiermacher con Benjamin: entrambi preferiscono una traduzione straniante, ma con motivazioni diverse (nazionali e culturali il primo, filosofiche il secondo). E non giudicare una traduzione del passato con i criteri di oggi senza spiegare il contesto.

Fonti e approfondimenti

Antologie di testi teorici

  • Siri Nergaard (a cura di), La teoria della traduzione nella storia, Bompiani.
  • Siri Nergaard (a cura di), Teorie contemporanee della traduzione, Bompiani.

Manuali e saggi

  • Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Bompiani.
  • Lawrence Venuti, L’invisibilità del traduttore. Una storia della traduzione, Armando.
  • Antoine Berman, La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza, Quodlibet.
  • Gianfranco Folena, Volgarizzare e tradurre, Einaudi.
  • Susan Bassnett, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani.

Testi citati

I passi di Cicerone (De optimo genere oratorum 14) e Orazio (Ars poetica 133-134) sono riportati secondo The Latin Library; il passo del Convivio secondo l’Enciclopedia Dantesca Treccani (voce Lingua); il passo di Girolamo (Ep. 57, 5) secondo l’edizione latina della lettera a Pammachio disponibile in rete.

Per approfondire il versante comparatistico trovi gli appunti di Letterature comparate e di Teoria e storia della critica letteraria; per la traduzione dei classici, quelli di Tradizione e ricezione dei testi letterari latini e di Letteratura greca e sua ricezione moderna; per la dimensione linguistica, quelli di Linguistica generale.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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