Teoria e storia della critica letteraria: appunti per l’esame

Appunti di Teoria e storia della critica letteraria: Aristotele, De Sanctis, Croce, formalisti, strutturalismo, Bachtin, ricezione. Con domande.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Che cos’è un testo letterario? Chi ne decide il significato: l’autore, il testo stesso, il lettore, la società in cui è nato? Che cosa distingue una poesia da un articolo di giornale? Sono domande che sembrano semplici e che invece hanno occupato filosofi, critici e scrittori per più di duemila anni. Il corso di Teoria e storia della critica letteraria ti chiede di conoscere le risposte principali, di saperle collocare nel tempo e, soprattutto, di saperle usare per leggere un testo.

L’esame compare nei corsi di Lettere, Filologia moderna e Letterature comparate, e vale di solito tra 6 e 12 crediti. Il programma mette insieme una parte storica, dalla Poetica di Aristotele alla critica del Novecento, e una parte teorica, con i grandi metodi: formalismo, strutturalismo, semiotica, ermeneutica, estetica della ricezione, decostruzione, studi culturali. All’orale ti chiedono di spiegare concetti, confrontare autori e applicare un metodo a un testo che conosci.

Esame Teoria e storia della critica letteraria
Corsi di laurea Lettere, Filologia moderna, Letterature comparate
Crediti di solito 6-12 CFU
SSD COMP-01/A (ex L-FIL-LET/14)
Prova orale, con discussione di testi teorici e applicazione a un’opera

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Il materiale è diviso in due grandi blocchi. Il primo è storico e arriva fino all’Ottocento, con particolare attenzione alla tradizione italiana (De Sanctis, Croce), che negli esami italiani pesa molto. Il secondo è dedicato al Novecento, organizzato per scuole e metodi. Per ogni scuola trovi i nomi, le opere, i concetti chiave e un esempio di applicazione.

Un consiglio pratico: scegli fin dall’inizio un testo letterario su cui “provare” ogni metodo. Può essere una novella di Verga, un canto di Dante, una poesia di Montale, un romanzo breve. Alla fine del corso avrai letto lo stesso testo con gli occhi di un formalista, di uno strutturalista, di un marxista, di un teorico della ricezione. È l’esercizio migliore per l’orale, e ti fa capire che i metodi non sono etichette ma strumenti.

Teoria, critica, storia: qualche distinzione

Tre attività diverse

Conviene distinguere subito tre cose. La teoria della letteratura si chiede che cosa sia la letteratura in generale e come funzionino i testi: che cos’è un genere, un narratore, una metafora, un verso. La critica letteraria interpreta e valuta opere particolari. La storia della letteratura colloca autori e opere nel tempo e ricostruisce i loro rapporti. Nella pratica le tre attività si intrecciano: ogni critico ha una teoria, anche implicita, e ogni storia letteraria fa delle scelte critiche.

Poetica ed estetica

Altri due termini da distinguere: la poetica è la riflessione sulle regole e sui modi della produzione letteraria, spesso formulata dagli scrittori stessi (la poetica di Leopardi, la poetica del Decadentismo); l’estetica è la disciplina filosofica che si occupa del bello e dell’arte in generale. Il termine “estetica” in senso moderno nasce nel Settecento con il filosofo tedesco Alexander Baumgarten.

L’antichità

Platone e la condanna dei poeti

La riflessione occidentale sulla letteratura comincia con Platone. Nella Repubblica, soprattutto nei libri III e X, Platone critica la poesia. La poesia è mimesi, imitazione, ma imita le cose sensibili, che sono già copie delle idee: è quindi una copia di una copia, lontana dalla verità. Inoltre la poesia eccita le passioni invece di educare la ragione. Per questo, nella città ideale, i poeti vanno esclusi o fortemente controllati. Nello Ione Platone descrive invece il poeta come ispirato, posseduto da un entusiasmo divino che non controlla: non è un sapiente, ma uno strumento degli dèi.

Aristotele e la Poetica

La risposta più influente viene da Aristotele, nella Poetica (IV secolo a.C.), un testo incompleto e probabilmente nato come appunti per le lezioni. Per Aristotele la mimesi non è un difetto, ma una tendenza naturale dell’uomo, fonte di conoscenza e di piacere. La poesia, scrive, è più filosofica e più seria della storia, perché la storia racconta ciò che è accaduto, la poesia ciò che potrebbe accadere secondo verosimiglianza o necessità: la storia dice il particolare, la poesia l’universale.

La Poetica si concentra sulla tragedia, che definisce come imitazione di un’azione seria e compiuta, che attraverso pietà e paura porta a compimento la catarsi di tali passioni. Il significato di catarsi (purificazione? purgazione? chiarificazione?) è uno dei problemi più discussi della storia della critica. Aristotele distingue sei parti della tragedia (racconto, caratteri, linguaggio, pensiero, spettacolo, canto) e considera la più importante il mythos, la trama, che deve avere un inizio, un mezzo e una fine. Introduce anche concetti come peripezia (rovesciamento della situazione) e riconoscimento (passaggio dall’ignoranza alla conoscenza).

La seconda parte della Poetica, dedicata alla commedia, è perduta. Umberto Eco ha costruito intorno a questo libro perduto la trama del Nome della rosa (1980).

Orazio e l’Ars poetica

Per i Romani il testo fondamentale è l’Epistola ai Pisoni di Orazio, detta Ars poetica. Orazio dà consigli pratici al poeta: unità e coerenza dell’opera, rispetto dei generi e del decoro, lavoro paziente di lima, studio dei modelli greci. Il verso più celebre definisce lo scopo della poesia come un equilibrio tra utilità e piacere:

Omne tulit punctum qui miscuit utile dulci, / lectorem delectando pariterque monendo (Ars 343-344)

Ottiene ogni approvazione chi unisce l’utile al dolce, dilettando il lettore e insieme ammonendolo. Questa formula, il prodesse et delectare, accompagnerà tutta la riflessione letteraria fino al Settecento.

Il Sublime

Un altro testo antico da conoscere è il trattato Sul sublime, attribuito per tradizione a un certo Longino, ma di autore e data incerti (forse I secolo d.C.). Il trattato studia le fonti dello stile elevato e capace di trascinare il lettore. Riscoperto nel Seicento grazie alla traduzione francese di Boileau (1674), avrà grande influenza sull’estetica del Settecento, fino a Burke e Kant.

Dal medioevo al classicismo

I quattro sensi della Scrittura

Nel medioevo la teoria dell’interpretazione nasce soprattutto dalla lettura della Bibbia. Si distinguono quattro sensi: letterale (ciò che il testo dice), allegorico (la verità di fede nascosta), morale (l’insegnamento per la vita), anagogico (il riferimento alle realtà ultime, la vita eterna). Dante applica questa teoria anche alla poesia, nel Convivio e nell’Epistola a Cangrande (la cui attribuzione a Dante è discussa), distinguendo tra allegoria dei poeti e allegoria dei teologi.

Il Rinascimento e le regole

Nel Cinquecento la Poetica di Aristotele, tradotta e commentata, diventa in Italia il centro di un grande dibattito. Si elaborano regole precise, come le tre unità della tragedia (di azione, di tempo e di luogo), che Aristotele aveva solo in parte indicato: in particolare l’unità di luogo non si trova nella Poetica. Ludovico Castelvetro, nel suo commento del 1570, è tra i primi a formularle in modo sistematico. Discussioni famose riguardano l’Orlando furioso di Ariosto, accusato di non rispettare l’unità d’azione, e la Gerusalemme liberata di Tasso, che nei Discorsi dell’arte poetica cerca di conciliare unità e varietà.

Il classicismo francese

Nel Seicento francese il classicismo trova la sua forma più rigorosa. L’Art poétique di Nicolas Boileau (1674) codifica le regole del gusto: ragione, verosimiglianza, decoro, chiarezza, imitazione degli antichi. Alla fine del secolo esplode la Querelle des Anciens et des Modernes: i moderni, con Charles Perrault in prima fila, sostengono che il presente possa uguagliare o superare l’antichità; gli antichi, con Boileau, difendono la superiorità dei classici. È uno dei primi dibattiti sull’idea di progresso in letteratura.

Il Settecento e il Romanticismo

Vico

In Italia una voce originalissima è quella di Giambattista Vico. Nella Scienza nuova (1725, poi 1744) Vico sostiene che la poesia sia la prima forma di sapienza dell’umanità: i primi uomini pensavano per immagini e miti, non per concetti. Omero non è un singolo poeta, ma la voce collettiva del popolo greco. Queste idee anticipano molte posizioni romantiche e saranno riprese da Croce.

Kant e il giudizio estetico

Immanuel Kant, nella Critica del giudizio (1790), definisce il bello come ciò che piace universalmente senza concetto e in modo disinteressato, e distingue il bello dal sublime. Kant fonda l’idea moderna di autonomia dell’arte: il giudizio estetico non dipende dall’utilità né dalla morale. È un passaggio decisivo per tutte le teorie che, nel Novecento, considereranno l’opera d’arte come un oggetto autonomo.

Il Romanticismo

Il Romanticismo, tra fine Settecento e primo Ottocento, rovescia molti principi classicisti. Al centro non c’è più l’imitazione della natura o dei modelli, ma l’espressione del genio individuale e del sentimento. I fratelli Schlegel, in Germania, teorizzano la poesia romantica come poesia universale progressiva, sempre in divenire, e valorizzano l’ironia e il frammento. In Inghilterra Wordsworth, nella prefazione alle Lyrical Ballads (1800), definisce la poesia come spontaneo traboccare di sentimenti potenti. In Italia il dibattito tra classicisti e romantici si accende nel 1816, e la Lettera semiseria di Grisostomo di Giovanni Berchet ne è uno dei manifesti.

Hegel e la storia delle forme

Hegel, nelle Lezioni di estetica (pubblicate postume), inserisce l’arte nello sviluppo dello Spirito e distingue tre forme storiche: simbolica (l’arte orientale), classica (quella greca, equilibrio perfetto di forma e contenuto), romantica (quella cristiana e moderna, in cui lo spirito eccede la forma). Hegel parla anche di una possibile “morte dell’arte”, nel senso che l’arte non è più la forma più alta in cui lo spirito conosce se stesso. Le sue idee saranno fondamentali per De Sanctis e per Lukács.

L’Ottocento: storia, nazione, scienza

Sainte-Beuve e Taine

In Francia Charles-Augustin Sainte-Beuve pratica una critica biografica: per capire l’opera bisogna conoscere l’uomo, la sua famiglia, il suo carattere, le sue abitudini. Contro di lui Marcel Proust scriverà il Contre Sainte-Beuve, sostenendo che l’io che scrive è diverso dall’io sociale. Hippolyte Taine, di impostazione positivista, spiega le opere con tre fattori: la razza, l’ambiente e il momento storico.

Francesco De Sanctis

Per un esame in Italia Francesco De Sanctis è un nome imprescindibile. La sua Storia della letteratura italiana (1870-1871) racconta la letteratura come storia della coscienza civile e morale degli italiani, dalla grandezza di Dante alla decadenza dei secoli della Controriforma, fino al risveglio del Risorgimento. Per De Sanctis l’arte è unità di forma e contenuto: la forma non è un rivestimento esterno, ma il contenuto stesso divenuto immagine. Al centro del suo giudizio c’è la capacità di un’opera di creare forme vive. La sua lettura del canto di Francesca o del Guicciardini come simbolo dell'”uomo del Guicciardini”, chiuso nel suo particulare, sono pagine che si citano ancora.

Il positivismo e la scuola storica

Nell’ultimo trentennio dell’Ottocento in Italia si afferma la scuola storica: studiosi come Alessandro D’Ancona, Pio Rajna, Rodolfo Renier, che privilegiano la ricerca documentaria, le fonti, la biografia, la filologia. Il Giornale storico della letteratura italiana, fondato nel 1883, è il loro organo. Il loro lavoro ha prodotto edizioni e ricerche ancora utili, ma è stato accusato di trascurare il giudizio estetico.

Benedetto Croce e il Novecento italiano

L’estetica crociana

Benedetto Croce domina la cultura italiana per la prima metà del Novecento. Nell’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902) definisce l’arte come intuizione-espressione: una conoscenza dell’individuale, per immagini, distinta dalla conoscenza logica dei concetti. L’arte non è fisica, non è utilitaria, non è morale, non è concettuale. Ne derivano conseguenze importanti: i generi letterari, la retorica, le classificazioni sono per Croce astrazioni inutili per il giudizio; conta solo l’opera singola.

Poesia e non poesia

Croce distingue nelle opere tra poesia e non poesia (o struttura). Nel saggio La poesia di Dante (1921) sostiene che nella Commedia la vera poesia si trova negli episodi lirici e drammatici, mentre l’impalcatura teologica e dottrinale è “struttura”, un romanzo teologico senza valore poetico. Questa distinzione fu molto influente e molto criticata: oggi pochi la condividono, ma devi saperla spiegare.

Dopo Croce

Contro Croce, o accanto a lui, si sviluppano in Italia altre vie. Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, riflette sulla letteratura in rapporto alla società e alla cultura popolare, con il concetto di egemonia e con la nota osservazione sul carattere non nazionale-popolare della letteratura italiana. La critica stilistica, con Leo Spitzer (austriaco) e in Italia con Giacomo Devoto e Gianfranco Contini, studia la lingua e lo stile come chiave dell’opera. Contini sviluppa la critica delle varianti, analizzando le correzioni d’autore per capire il processo creativo (il saggio sulle correzioni di Leopardi è un esempio classico).

Il formalismo russo

Che cosa rende letterario un testo

Tra il 1914 e la fine degli anni Venti un gruppo di giovani studiosi russi cambia il modo di studiare la letteratura. Sono i formalisti: Viktor Šklovskij, Boris Ejchenbaum, Jurij Tynjanov, Roman Jakobson, Boris Tomaševskij. La loro domanda è: che cosa rende letterario un testo? Jakobson chiama questa qualità letterarietà. Non bisogna studiare l’autore, la società o la psicologia, ma i procedimenti che fanno di un testo un’opera letteraria.

Straniamento

Il concetto più famoso è lo straniamento, formulato da Šklovskij nel saggio L’arte come procedimento (1917). L’abitudine automatizza la nostra percezione: vediamo le cose senza vederle davvero. L’arte esiste per restituire la sensazione della vita, per rendere la pietra di nuovo pietrosa. Lo fa rendendo strane le cose familiari, descrivendole come se le vedessimo per la prima volta. Šklovskij porta esempi da Tolstoj, che descrive un’opera lirica o la frustata dal punto di vista di chi non ne conosce le convenzioni.

Fabula e intreccio

I formalisti distinguono tra fabula, la successione cronologica e causale degli eventi, e intreccio (sjužet), il modo in cui gli eventi sono effettivamente disposti e raccontati nel testo. Un romanzo giallo, per esempio, comincia spesso dal delitto e ricostruisce dopo ciò che è avvenuto prima. Questa distinzione è alla base di tutta la narratologia.

Propp e la fiaba

Vicino ai formalisti, anche se non ne faceva parte in senso stretto, Vladimir Propp pubblica nel 1928 la Morfologia della fiaba. Analizzando un corpus di fiabe di magia russe, mostra che sotto la varietà dei personaggi si trovano sempre le stesse azioni, che chiama funzioni: 31 in tutto (allontanamento, divieto, infrazione, danneggiamento, partenza dell’eroe, lotta, vittoria, ritorno, nozze…), che si presentano sempre nello stesso ordine, anche se non tutte in ogni fiaba. I personaggi si riducono a sette sfere d’azione (antagonista, donatore, aiutante, principessa e suo padre, mandante, eroe, falso eroe).

Bachtin

Michail Bachtin lavora in Unione Sovietica in condizioni difficili, e molte sue opere sono state conosciute in Occidente solo dagli anni Sessanta. I suoi concetti principali sono tre. Il dialogismo: ogni parola è rivolta a qualcuno e risponde ad altre parole, la lingua è sempre attraversata da voci diverse. La polifonia, che Bachtin individua nei romanzi di Dostoevskij: le voci dei personaggi sono indipendenti, non subordinate alla voce dell’autore. Il carnevalesco, studiato nel libro su Rabelais: il mondo rovesciato del carnevale, con il suo riso popolare, il corpo, la parodia delle gerarchie. A Bachtin si deve anche il concetto di cronotopo, l’unità di tempo e spazio che caratterizza un genere narrativo (la strada, il castello, il salotto). Dal dialogismo bachtiniano Julia Kristeva derivò negli anni Sessanta il termine intertestualità.

Cosa ti chiedono all’orale (dalle origini a Bachtin)

Che differenza c’è tra la posizione di Platone e quella di Aristotele sulla mimesi? Per Platone la mimesi è copia di copia, lontana dalla verità e pericolosa per le passioni; per Aristotele è una tendenza naturale, fonte di conoscenza e di piacere, e la poesia è più filosofica della storia perché dice l’universale.

Che cos’è la catarsi? Il compimento, attraverso pietà e paura, di una purificazione o purgazione di tali passioni, che Aristotele pone come fine della tragedia. Il significato esatto è discusso.

Qual è il concetto di arte in Croce? Intuizione-espressione, conoscenza dell’individuale per immagini, distinta dal concetto, dall’utile e dalla morale. Ne derivano la critica ai generi e la distinzione tra poesia e non poesia.

Che cos’è lo straniamento? Il procedimento, teorizzato da Šklovskij nel 1917, con cui l’arte rende strano ciò che è familiare per restituire una percezione viva delle cose contro l’automatismo dell’abitudine.

Che differenza c’è tra fabula e intreccio? La fabula è l’ordine cronologico e causale degli eventi; l’intreccio è il modo in cui il testo li dispone e li racconta.

Che cosa intende Bachtin per polifonia? La presenza nel romanzo, soprattutto in Dostoevskij, di voci autonome e di pari dignità, non subordinate a quella dell’autore.

New Criticism e strutturalismo

Il New Criticism

Nel mondo anglosassone, tra gli anni Trenta e Cinquanta, si afferma il New Criticism: Cleanth Brooks, John Crowe Ransom, Robert Penn Warren, William K. Wimsatt, con precursori come I. A. Richards e T. S. Eliot. Il metodo è il close reading, la lettura ravvicinata del testo, in particolare della poesia, attenta a ironia, paradosso, ambiguità, tensione. Due saggi di Wimsatt e Beardsley danno nome a due errori da evitare: la fallacia intenzionale (giudicare un’opera in base alle intenzioni dell’autore) e la fallacia affettiva (giudicarla in base alle emozioni che produce nel lettore). Il testo è un oggetto autonomo.

Lo strutturalismo

Lo strutturalismo nasce dalla linguistica di Ferdinand de Saussure, il cui Corso di linguistica generale esce postumo nel 1916. Saussure distingue tra langue (il sistema della lingua) e parole (l’atto concreto di parlare), e definisce il segno linguistico come unione arbitraria di significante e significato. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in Francia, questo modello viene esteso all’antropologia (Claude Lévi-Strauss), alla psicoanalisi (Jacques Lacan) e alla letteratura.

La funzione poetica

Un testo fondamentale è il saggio di Roman Jakobson Linguistica e poetica (1960). Jakobson individua sei fattori della comunicazione (mittente, destinatario, messaggio, contesto, codice, contatto) e sei funzioni corrispondenti. La funzione poetica è quella orientata sul messaggio stesso, sulla sua forma. La sua definizione tecnica è famosa: la funzione poetica proietta il principio di equivalenza dall’asse della selezione all’asse della combinazione. In parole più semplici: nella poesia le parole si scelgono e si combinano in base a somiglianze di suono, ritmo e struttura, e queste somiglianze producono senso.

Narratologia

Dallo strutturalismo nasce la narratologia, lo studio sistematico del racconto. Roland Barthes, nell’Introduzione all’analisi strutturale dei racconti (1966), propone un modello generale. Algirdas Julien Greimas elabora il modello attanziale (soggetto, oggetto, destinante, destinatario, aiutante, opponente). Tzvetan Todorov, che conia il termine “narratologia”, lavora sulle strutture del racconto e sul fantastico.

Il contributo più usato è quello di Gérard Genette, in Figure III (1972), che analizza la Recherche di Proust. Genette distingue tra storia (gli eventi), racconto (il testo) e narrazione (l’atto di raccontare), e studia tre categorie: il tempo (ordine, con analessi e prolessi; durata, con scena, sommario, ellissi, pausa; frequenza), il modo (distanza e prospettiva, con la focalizzazione zero, interna o esterna) e la voce (chi narra: narratore omodiegetico, che partecipa alla storia, o eterodiegetico, che ne è esterno). Sono gli strumenti che ti servono per analizzare qualsiasi romanzo.

Semiotica in Italia

In Italia la semiotica letteraria ha avuto grande sviluppo. Umberto Eco, con Opera aperta (1962), studia le opere che lasciano al lettore un ruolo attivo; con Lector in fabula (1979) elabora il concetto di lettore modello, il lettore che il testo prevede e costruisce. Cesare Segre e Maria Corti sviluppano una semiologia letteraria attenta alla storia. Maria Corti, nei Principi della comunicazione letteraria (1976), studia l’opera come segno all’interno di un sistema di generi e di codici.

Ermeneutica e ricezione

Gadamer

L’ermeneutica, la teoria dell’interpretazione, trova nel Novecento la sua formulazione più importante in Hans-Georg Gadamer, Verità e metodo (1960). Per Gadamer non esiste un’interpretazione neutrale: chi interpreta porta con sé dei pregiudizi (nel senso di pre-giudizi, precomprensioni), che non vanno eliminati ma resi consapevoli. L’interpretazione è una fusione di orizzonti tra quello del testo e quello dell’interprete. Il significato di un’opera non si esaurisce nell’intenzione dell’autore, ma si arricchisce nella storia delle sue interpretazioni.

Jauss e l’orizzonte d’attesa

Allievo di Gadamer, Hans Robert Jauss propone nel 1967, nella conferenza Storia della letteratura come provocazione, una nuova storia letteraria fondata sul lettore: l’estetica della ricezione. Il concetto chiave è l’orizzonte d’attesa: l’insieme di aspettative (di genere, di stile, di temi) con cui un pubblico accoglie un’opera. Un’opera importante è spesso quella che delude o modifica l’orizzonte d’attesa; la distanza tra l’opera e le attese si chiama “scarto estetico”. Jauss porta l’esempio di Madame Bovary, accolta con scandalo e poi diventata un classico.

Iser e il lettore implicito

Collega di Jauss a Costanza, Wolfgang Iser studia l’atto della lettura. Il testo ha dei vuoti (punti di indeterminazione) che il lettore deve riempire, e prevede un lettore implicito, una figura costruita dal testo stesso. Il concetto è vicino a quello di lettore modello di Eco.

Fish e le comunità interpretative

Negli Stati Uniti Stanley Fish porta queste idee all’estremo: il significato non è nel testo, ma è prodotto dalle comunità interpretative, gruppi di lettori che condividono strategie di lettura. Il suo libro più noto si intitola, con una domanda provocatoria, C’è un testo in questa classe? (1980).

Post-strutturalismo e decostruzione

Barthes e la morte dell’autore

Alla fine degli anni Sessanta lo strutturalismo entra in crisi, e alcuni dei suoi protagonisti ne diventano critici. Nel saggio La morte dell’autore (1967-1968) Roland Barthes sostiene che il testo non ha un significato unico garantito dall’autore, ma è uno spazio in cui si incrociano molte scritture: l’unità del testo non sta nella sua origine, ma nella sua destinazione, cioè nel lettore. In S/Z (1970), lettura minuziosa di un racconto di Balzac, distingue tra testi leggibili, che il lettore consuma passivamente, e testi scrivibili, che lo rendono produttore di senso.

Foucault e la funzione-autore

Michel Foucault, nella conferenza Che cos’è un autore? (1969), non dichiara morto l’autore, ma lo considera una funzione storica: il nome d’autore serve a classificare i testi, a garantirne l’unità, ad attribuire responsabilità (anche penali). In epoche diverse la funzione-autore ha avuto pesi diversi.

Derrida e la decostruzione

Jacques Derrida, con Della grammatologia (1967), critica il “logocentrismo” della tradizione occidentale, cioè il privilegio della parola parlata e della presenza del senso. Il significato non è mai pienamente presente, ma sempre differito, in un gioco infinito di rimandi tra segni: Derrida conia il termine différance per indicare questo doppio movimento di differire e differenziare. La decostruzione legge i testi mostrando le contraddizioni interne, le opposizioni gerarchiche (parola/scrittura, natura/cultura) che il testo stesso finisce per smentire. Negli Stati Uniti la decostruzione si diffonde con la scuola di Yale, in particolare con Paul de Man.

Marxismo, psicoanalisi, studi culturali

La critica marxista

La critica marxista legge la letteratura in rapporto alla struttura economica e sociale. György Lukács, nella Teoria del romanzo (1920), definisce il romanzo come epopea di un mondo abbandonato da Dio; nelle opere successive difende il realismo (Balzac, Tolstoj) contro le avanguardie. Theodor W. Adorno e la Scuola di Francoforte vedono invece nell’arte d’avanguardia una forma di resistenza all’industria culturale. Walter Benjamin, nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), analizza la perdita dell'”aura” nell’arte riprodotta. Lucien Goldmann sviluppa lo strutturalismo genetico; in Inghilterra Raymond Williams e Terry Eagleton, in America Fredric Jameson continuano la tradizione.

Psicoanalisi e letteratura

Sigmund Freud usa spesso la letteratura per illustrare le sue teorie: il complesso di Edipo prende nome dalla tragedia di Sofocle, e Freud analizza l’Amleto, la Gradiva di Jensen, Dostoevskij. Il saggio Il perturbante (1919) analizza un racconto di E. T. A. Hoffmann. Jacques Lacan rilegge Freud alla luce della linguistica strutturale (l’inconscio è strutturato come un linguaggio) e analizza La lettera rubata di Poe. In Italia Francesco Orlando ha elaborato una teoria freudiana della letteratura come “ritorno del represso”, e nel libro Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (1993) ha studiato la rappresentazione delle cose inutili, vecchie, rotte.

Studi culturali, femminismo, postcolonialismo

Dagli anni Settanta si affermano approcci che leggono la letteratura in rapporto a identità e potere. La critica femminista studia la rappresentazione delle donne e la storia delle scrittrici: Virginia Woolf con Una stanza tutta per sé (1929) è un precedente fondamentale; Sandra Gilbert e Susan Gubar con La pazza in soffitta (1979) rileggono le scrittrici dell’Ottocento. Gli studi postcoloniali partono da Edward Said, Orientalismo (1978), che mostra come l’Occidente abbia costruito un’immagine dell’Oriente funzionale al dominio; Homi Bhabha e Gayatri Spivak sviluppano queste idee. Il New Historicism di Stephen Greenblatt legge i testi letterari accanto a documenti non letterari, come parte di una rete di pratiche culturali.

Cosa ti chiedono all’orale (Novecento)

Che cos’è la funzione poetica secondo Jakobson? È la funzione del linguaggio centrata sul messaggio stesso; tecnicamente, proietta il principio di equivalenza dall’asse della selezione a quello della combinazione.

Che cosa distingue Genette tra storia, racconto e narrazione? La storia è la serie degli eventi, il racconto è il testo che li riporta, la narrazione è l’atto del narrare. Le sue categorie di analisi sono tempo, modo (con la focalizzazione) e voce.

Che cos’è l’orizzonte d’attesa? L’insieme di aspettative con cui un pubblico accoglie un’opera; per Jauss le opere innovative sono quelle che lo deludono o lo modificano.

Che cosa sostiene Barthes nella Morte dell’autore? Che il significato del testo non è garantito dall’autore; il testo è un tessuto di scritture diverse, e la sua unità sta nel lettore.

Che cos’è la fallacia intenzionale? L’errore, secondo Wimsatt e Beardsley, di giudicare un’opera in base alle intenzioni dichiarate o presunte del suo autore.

Che cosa studia Said in Orientalismo? Il modo in cui la cultura occidentale ha costruito un’immagine dell’Oriente esotica e inferiore, funzionale al dominio coloniale.

I generi letterari

Una questione antica

La teoria dei generi attraversa tutta la storia della critica. Aristotele distingue i generi in base al modo dell’imitazione: il poeta può narrare in prima persona, narrare facendo parlare i personaggi, come Omero, o rappresentare i personaggi in azione, come nel teatro. Da qui, attraverso molte trasformazioni, nasce la tripartizione moderna tra lirica, epica (o narrativa) e drammatica, che si consolida tra Settecento e Ottocento, soprattutto nell’estetica tedesca. Per il classicismo i generi sono norme da rispettare; per il Romanticismo sono confini da superare; per Croce sono astrazioni senza valore per il giudizio.

Northrop Frye

Nel Novecento la riflessione sui generi rinasce con il canadese Northrop Frye, autore di Anatomia della critica (1957). Frye propone una teoria sistematica della letteratura fondata sui modi (classificati secondo la forza dell’eroe rispetto agli altri uomini e all’ambiente: mito, romanzo cavalleresco, alto mimetico, basso mimetico, ironico), sui simboli e sugli archetipi, cioè immagini e strutture ricorrenti legate ai miti e ai cicli della natura. Frye associa i quattro grandi mythoi narrativi (commedia, romanzo, tragedia, ironia e satira) alle quattro stagioni. È un sistema ambizioso, che ha avuto grande influenza nel mondo anglosassone.

Todorov e il fantastico

Un esempio più circoscritto è Tzvetan Todorov, La letteratura fantastica (1970). Todorov definisce il fantastico come l’esitazione, provata da un essere che conosce solo le leggi naturali, di fronte a un avvenimento apparentemente soprannaturale. Se l’evento trova una spiegazione razionale si entra nello “strano”; se si accetta il soprannaturale si entra nel “meraviglioso”. Il fantastico vive solo nel tempo dell’esitazione. È una definizione molto usata e molto discussa, utile all’esame perché mostra come uno strutturalista costruisca un genere.

Generi e mercato

Oggi si parla anche di generi in senso editoriale: giallo, fantascienza, fantasy, romanzo storico, letteratura per ragazzi. Per molto tempo la critica accademica li ha considerati letteratura “di consumo”; dagli anni Sessanta, anche grazie agli studi di Eco sui romanzi popolari e sul fumetto (Apocalittici e integrati, 1964), sono diventati oggetto di studio serio.

La critica italiana del secondo Novecento

Una pluralità di voci

Dopo la guerra, in Italia, il dominio di Croce si incrina. Giacomo Debenedetti studia il romanzo del Novecento con strumenti psicoanalitici e una scrittura molto personale: le sue lezioni sul romanzo del Novecento, pubblicate postume, restano un riferimento. Franco Fortini, poeta e saggista, pratica una critica marxista attenta alla forma. Pier Paolo Pasolini, nei saggi di Passione e ideologia (1960) ed Empirismo eretico (1972), discute di lingua, dialetto e poesia. Italo Calvino, nelle Lezioni americane, preparate per Harvard e pubblicate postume nel 1988, propone sei valori per la letteratura del nuovo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, e una sesta, la coerenza, che non fece in tempo a scrivere.

Il canone

Una questione molto discussa negli ultimi decenni è il canone, cioè l’insieme delle opere considerate fondamentali. Il critico americano Harold Bloom, in Il canone occidentale (1994), difende un canone fondato sul valore estetico, con Shakespeare al centro, contro quella che chiama “scuola del risentimento” (femminismo, marxismo, studi postcoloniali). I suoi critici rispondono che ogni canone è il risultato di scelte storiche, sociali e politiche, e che va continuamente rinegoziato. Bloom è noto anche per una teoria precedente, l’angoscia dell’influenza (1973), secondo cui ogni poeta forte lotta con i suoi precursori, fraintendendoli creativamente.

Nuove frontiere

Il distant reading

Lo studioso italiano Franco Moretti, che ha insegnato a lungo negli Stati Uniti, ha proposto il distant reading, una lettura “a distanza”, opposta al close reading: invece di leggere pochi testi canonici con estrema attenzione, si analizzano migliaia di romanzi con strumenti quantitativi, grafici, mappe e alberi, per vedere forme e tendenze che la lettura tradizionale non può cogliere. I suoi libri Atlante del romanzo europeo (1997) e La letteratura vista da lontano (2005) sono vicini alle digital humanities, che oggi offrono strumenti nuovi anche alla critica.

Ecocritica

L’ecocritica, nata negli Stati Uniti negli anni Novanta, studia il rapporto tra letteratura e ambiente: come i testi rappresentano la natura, il paesaggio, gli animali, e come la letteratura può contribuire a pensare la crisi ecologica. In Italia ha avuto sviluppi anche nello studio della letteratura del paesaggio e del rapporto tra uomo e territorio.

Teoria e scuola

Infine, una parte della teoria recente si interroga sull’insegnamento della letteratura: perché leggere i classici, come leggere a scuola, che cosa resta del valore estetico in una cultura dominata dai media. Sono domande che possono servirti alla fine dell’orale, se ti chiedono che senso abbia oggi studiare teoria della letteratura: una buona risposta è che la teoria ti rende consapevole delle domande che poni ai testi.

Applicare i metodi: un esempio

Lo stesso testo, più letture

Prendi una novella come Rosso Malpelo di Verga. Un critico biografico guarderebbe alla vita di Verga e al suo passaggio al verismo. De Sanctis, se l’avesse letta, si sarebbe chiesto se Verga è riuscito a creare una forma viva. Un formalista studierebbe la regressione del narratore, cioè il fatto che la voce narrante adotti il punto di vista e i pregiudizi della comunità della cava, e lo straniamento che ne deriva. Un narratologo genettiano analizzerebbe la focalizzazione e la voce. Un marxista leggerebbe la novella come rappresentazione dello sfruttamento del lavoro minorile e dei rapporti di classe. Un teorico della ricezione si chiederebbe come la novella fu accolta nel 1878 e come è letta oggi a scuola.

Nessuna di queste letture esclude le altre. All’esame, mostrare di saper passare da un metodo all’altro su un testo concreto è il modo migliore per dimostrare di aver capito.

Un secondo esempio: la poesia lirica

Con una poesia lirica le cose cambiano. Prendi un sonetto del Canzoniere di Petrarca. Un lettore crociano cercherebbe i momenti di pura intuizione lirica, separandoli dalle parti convenzionali. Un critico stilistico alla maniera di Contini studierebbe il lessico selezionato e ristretto di Petrarca, il cosiddetto monolinguismo, opposto al plurilinguismo di Dante: è una distinzione continiana che conviene conoscere. Un formalista o uno strutturalista seguirebbe Jakobson: analizzerebbe le corrispondenze di suono, le antitesi, i parallelismi sintattici, le simmetrie tra quartine e terzine, e mostrerebbe come queste equivalenze formali producano senso. Un critico delle varianti, se ha a disposizione le carte d’autore (per Petrarca esiste il codice Vaticano latino 3196, con molte correzioni), studierebbe come il testo è cambiato da una redazione all’altra. Un teorico della ricezione ricostruirebbe il petrarchismo europeo del Cinquecento, cioè il modo in cui centinaia di poeti hanno imitato Petrarca, trasformandolo in un codice. Una lettura femminista si chiederebbe che cosa significhi che Laura sia sempre oggetto dello sguardo e mai voce. Anche qui, nessuna lettura è completa da sola: ciascuna illumina un aspetto diverso.

Quando all’orale ti chiedono di applicare un metodo, comincia sempre dal testo, non dal metodo. Descrivi prima che cosa vedi, poi spiega quale strumento usi e perché. È il modo più sicuro per non trasformare la teoria in un elenco di nomi.

Errori da evitare

Non presentare i metodi come una gara in cui l’ultimo arrivato vince. Non confondere strutturalismo e formalismo: il secondo è un precedente del primo, ma nasce in un altro contesto e con altri problemi. Non attribuire a Barthes l’idea che l’autore non esista: parla della funzione dell’autore nell’interpretazione. E non ridurre Croce a un nome da manuale: in Italia pesa ancora molto, anche nei suoi avversari.

Come preparare l’esame

Il programma tipo

Il programma comprende di solito un manuale di storia della critica, un’antologia di testi teorici e una parte monografica (un autore, come Bachtin o Genette, oppure un tema, come il realismo o la teoria del romanzo). A volte si chiede di applicare un metodo a un’opera a scelta.

Un piano in sei settimane

1. Prima settimana: antichità. Platone, Aristotele, Orazio, il Sublime. Leggi almeno i capitoli della Poetica su tragedia e mimesi. 2. Seconda settimana: dal medioevo all’Ottocento. Quattro sensi, regole cinquecentesche, classicismo, Vico, Kant, Romanticismo, Hegel. 3. Terza settimana: De Sanctis, Croce, Gramsci, critica stilistica e delle varianti. 4. Quarta settimana: formalismo, Propp, Bachtin, New Criticism. 5. Quinta settimana: strutturalismo, narratologia, semiotica, ermeneutica e ricezione. 6. Sesta settimana: post-strutturalismo, marxismo, psicoanalisi, studi culturali; applicazione a un testo e ripasso con le domande.

Lavorare sulle fonti

Molti testi teorici sono brevi: L’arte come procedimento, La morte dell’autore, Linguistica e poetica, Che cos’è un autore? si leggono in un pomeriggio. Leggerli direttamente, invece di studiarne solo il riassunto, ti permette di citare un passaggio preciso all’orale, ed è un segnale di preparazione molto apprezzato. Tieni un quaderno in cui, per ogni testo teorico, annoti la tesi principale in due righe, un concetto chiave con la sua definizione e un esempio letterario tuo a cui applicarlo: alla fine del corso avrai un ripasso già pronto.

Glossario rapido

  • Analessi e prolessi: flashback e anticipazione nel racconto.
  • Cronotopo: unità di tempo e spazio tipica di un genere (Bachtin).
  • Focalizzazione: il punto di vista da cui si percepiscono gli eventi narrati (Genette).
  • Intertestualità: il rapporto di un testo con altri testi (Kristeva, da Bachtin).
  • Letterarietà: ciò che rende letterario un testo (Jakobson).
  • Lettore modello: il lettore previsto e costruito dal testo (Eco).
  • Mimesi: imitazione o rappresentazione della realtà (Platone, Aristotele).
  • Paratesto: titolo, prefazione, note, copertina, tutto ciò che accompagna il testo (Genette).
  • Straniamento: rendere strano il familiare per rinnovarne la percezione (Šklovskij).

Fonti e approfondimenti

Manuali

  • Terry Eagleton, Introduzione alla teoria letteraria, Editori Riuniti.
  • Federico Bertoni, Letteratura. Teorie, metodi, strumenti, Carocci.
  • Pierluigi Pellini (a cura di), Teoria della letteratura, Laterza.

Testi teorici

  • Aristotele, Poetica, a cura di Diego Lanza, BUR.
  • Viktor Šklovskij, Teoria della prosa, Einaudi.
  • Gérard Genette, Figure III. Discorso del racconto, Einaudi.
  • Hans Robert Jauss, Esperienza estetica ed ermeneutica letteraria, il Mulino.
  • Umberto Eco, Lector in fabula, Bompiani.
  • Michail Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica, Einaudi.

Testi citati

Il passo di Orazio (Ars poetica 343-344) è riportato secondo il testo di The Latin Library.

Per collegare la teoria ai testi trovi gli appunti di Letterature comparate, di Letteratura italiana e di Letteratura italiana moderna e contemporanea; per il versante linguistico, quelli di Linguistica generale; per la traduzione, quelli di Teoria e storia della traduzione letteraria.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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