Letteratura italiana moderna e contemporanea: appunti di studio

Appunti di letteratura italiana moderna e contemporanea: da Leopardi e Verga al Novecento, dal Gruppo 63 a Calvino, Morante, Ferrante e al romanzo d’oggi.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Questo è l’esame in cui ti chiedono di leggere romanzi interi. Non riassunti, non pagine antologizzate: La coscienza di Zeno, Il partigiano Johnny, La Storia, magari un romanzo uscito vent’anni fa. Ed è l’esame dove la domanda “che cosa ne pensi?” è legittima, purché tu sappia argomentare.

Il settore è quello della Letteratura italiana contemporanea, distinto dalla letteratura italiana “generale”. Il periodo coperto varia: alcuni docenti partono da Foscolo e Leopardi, altri dall’Unità, altri ancora direttamente dal Novecento. Quasi sempre c’è una parte istituzionale (correnti, autori, opere) e una parte monografica: un autore, un genere, un tema, con letture obbligatorie. Il Novecento, e soprattutto il secondo Novecento, ha qui uno spazio che nel corso generale non ha mai.

Per l’impianto complessivo dalla Commedia a Manzoni trovi gli appunti di Letteratura italiana. Qui non lo ripeto: parto dall’Ottocento e dedico la maggior parte dello spazio a quello che succede dopo il 1945, e in particolare dopo il 1960, cioè la parte che i manuali generali liquidano in poche pagine.

Esame Letteratura italiana moderna e contemporanea
Corsi di laurea Lettere (L-10); Lettere moderne e Italianistica (LM-14)
Crediti in genere 6-12 CFU
SSD LICO-01/A (ex L-FIL-LET/11)
Prova orale su manuale, testi antologizzati e letture integrali di romanzi

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come si studia la letteratura contemporanea

Il problema del canone

Per Dante o Ariosto il canone è stabile: si sa chi conta. Per il Novecento, e ancor più per gli ultimi cinquant’anni, il canone è in movimento. Un autore che era al centro della scena negli anni Settanta oggi può essere poco letto, e viceversa. Pensa al caso di Elena Ferrante, a lungo snobbata dalla critica italiana e diventata un caso internazionale, o alla riscoperta di Goliarda Sapienza, il cui romanzo L’arte della gioia fu rifiutato dagli editori e uscito completo solo dopo la sua morte.

Per l’esame questo significa due cose. La prima: conta molto il programma del tuo docente, che sceglie gli autori e il taglio. La seconda: ti chiederanno di saper collocare un testo, non solo di ricordarlo. Perché quel romanzo è uscito in quel momento? Contro chi scriveva l’autore? Che cosa cambiava nel modo di raccontare?

Gli strumenti

Tre cose ti servono. Una buona storia letteraria del periodo, che ti dia la cornice. Le opere lette per intero, con un’attenzione alla struttura e allo stile, non solo alla trama. E qualche saggio critico, perché all’orale le citazioni di un critico (Debenedetti, Contini, Mengaldo, Luperini, per esempio) dimostrano che hai studiato davvero. Per la poesia del Novecento lo strumento essenziale è l’antologia Poeti italiani del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo (Mondadori, 1978), con le sue introduzioni ai singoli autori.

L’Ottocento: da Leopardi alla fine del secolo

Leopardi e il pensiero poetante

Giacomo Leopardi è il punto di partenza di molti programmi di contemporanea, perché la sua riflessione sul dolore, sulla natura, sulla condizione dell’uomo moderno anticipa molto del Novecento. I Canti (edizione postuma curata da Antonio Ranieri, Le Monnier, 1845), le Operette morali (1827, poi ampliate), lo Zibaldone, il grande diario di pensieri pubblicato solo fra il 1898 e il 1900.

Le fasi del pensiero, come le espongono i manuali: il “pessimismo storico”, per cui l’infelicità dipende dal progresso della ragione che ha distrutto le illusioni degli antichi; e il “pessimismo cosmico”, per cui l’infelicità dipende dalla natura stessa, indifferente o ostile all’uomo. Lo schema è comodo ma semplifica: all’orale fai vedere che lo conosci e che sai anche andare oltre, per esempio citando il Dialogo della Natura e di un Islandese e poi La ginestra (1836), dove Leopardi propone una solidarietà fra gli uomini contro la natura nemica, la “social catena”.

Verga e il verismo

Dopo l’Unità, la narrativa cerca di rappresentare la realtà sociale. Sull’esempio del naturalismo francese (Zola, i Goncourt), Luigi Capuana e Giovanni Verga elaborano il verismo. Verga, dopo i romanzi mondani giovanili, si converte con la novella Nedda (1874) e soprattutto con Vita dei campi (1880), che contiene Rosso Malpelo e La lupa. Poi il progetto del “Ciclo dei vinti”: I Malavoglia (1881), Mastro-don Gesualdo (1889), e altri romanzi mai completati.

Il centro della tecnica verghiana è l’impersonalità: l’opera deve sembrare “essersi fatta da sé”, con l’autore che scompare. Lo strumento è il discorso indiretto libero e la “regressione” del narratore al punto di vista della comunità rappresentata: nei Malavoglia chi racconta sembra un abitante di Aci Trezza, con i suoi proverbi e i suoi pregiudizi. L’inizio di Rosso Malpelo è perfetto per mostrarlo all’orale: “Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo”. Una logica che non è quella dell’autore, ma della gente della cava.

La Scapigliatura e il romanzo di fine secolo

Prima del verismo, a Milano, negli anni Sessanta dell’Ottocento, un gruppo di scrittori e artisti si ribella al conformismo borghese e al sentimentalismo del tardo romanticismo: è la Scapigliatura. Il nome viene dal romanzo di Cletto Arrighi La Scapigliatura e il 6 febbraio (1862). Emilio Praga, Arrigo Boito, Iginio Ugo Tarchetti cercano temi nuovi: la malattia, la morte, il macabro, il doppio. Il romanzo più letto è Fosca di Tarchetti (uscito in volume nel 1869), storia dell’attrazione di un ufficiale per una donna malata e brutta, che ribalta tutti i cliché della bellezza femminile. Praga apre la raccolta Penombre (1864) con Preludio, che contiene un verso polemico rivolto a Manzoni: “casto poeta che l’Italia adora, / vegliardo in sante visioni assorto, / tu puoi morir!…”.

Se vuoi un collegamento utile per l’orale: la Scapigliatura conta più per quello che annuncia che per i risultati. È il primo gruppo italiano che si percepisce come avanguardia, e Contini l’ha inserita nella linea “espressionistica” che arriva fino a Gadda.

Carducci, Pascoli, D’Annunzio

Giosue Carducci, primo italiano premio Nobel per la letteratura (1906), è il poeta della tradizione classica e civile, delle Odi barbare, in cui riproduce i metri latini con versi italiani.

Giovanni Pascoli è il poeta del “fanciullino”, la poetica esposta nel saggio omonimo (1897): il poeta è chi conserva lo sguardo stupito del bambino e scopre le cose per la prima volta. Le raccolte principali sono Myricae (1891, poi ampliata) e i Canti di Castelvecchio (1903). Gianfranco Contini, in un saggio celebre (Il linguaggio di Pascoli, 1955), ha mostrato come Pascoli rompa la lingua poetica tradizionale, mescolando linguaggio “pregrammaticale” (onomatopee come il “chiù” dell’assiuolo), lingue speciali (i nomi esatti di piante e uccelli) e lingue “postgrammaticali” (latino, inglese degli emigrati in Italy).

Gabriele D’Annunzio è la figura dell’estetismo e del superomismo: il romanzo Il piacere (1889), con il protagonista Andrea Sperelli, e le Laudi, fra cui Alcyone (1903), con La pioggia nel pineto. La sua influenza sulla lingua poetica è stata enorme, tanto che i poeti successivi hanno dovuto fare i conti con lui per liberarsene. L’espressione giusta l’ha trovata Montale, parlando di Gozzano: fu “il primo dei poeti del Novecento che riuscisse […] ad attraversare D’Annunzio per approdare a un territorio suo”. Attraversare, cioè non ignorarlo né imitarlo, ma passarci dentro e uscirne dall’altra parte.

Cosa ti chiedono all’orale (Ottocento)

Che cosa si intende per impersonalità in Verga? È il principio per cui l’opera deve sembrare essersi fatta da sé, senza che si veda la mano dell’autore. Verga lo realizza con l’eclissi del narratore onnisciente, il discorso indiretto libero e la regressione del punto di vista nella comunità rappresentata: nei Malavoglia la voce narrante usa i modi di pensare e i proverbi degli abitanti di Aci Trezza. L’inizio di Rosso Malpelo, dove il colore dei capelli diventa prova di cattiveria, mostra bene questa logica popolare.

Che cosa ha mostrato Contini sulla lingua di Pascoli? Nel saggio Il linguaggio di Pascoli, Contini ha sostenuto che Pascoli rompe l’unità della lingua poetica tradizionale. Usa un linguaggio pregrammaticale fatto di onomatopee, termini tecnici precisi di botanica e ornitologia, e lingue postgrammaticali come il latino o l’inglese degli emigrati. Il risultato è una lingua poetica nuova, che apre la strada al Novecento.

Il primo Novecento: avanguardie, romanzo, poesia

Futurismo e crepuscolari

Il 20 febbraio 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica sul quotidiano parigino Le Figaro il Manifesto del Futurismo: esaltazione della velocità, della macchina, della guerra “sola igiene del mondo”, rifiuto del passato e dei musei. Nel 1912 arriva il Manifesto tecnico della letteratura futurista, con le “parole in libertà”: distruzione della sintassi, abolizione della punteggiatura, verbi all’infinito, analogie. Il futurismo è la prima avanguardia europea del Novecento, e la sua influenza sulle arti visive è stata forse più duratura che sulla letteratura.

Negli stessi anni i crepuscolari (Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Marino Moretti) fanno il contrario: niente toni alti, niente superuomini, ma le “buone cose di pessimo gusto” dei salotti di provincia, le malattie, le domeniche noiose. Il nome viene da un articolo di Giuseppe Antonio Borgese del 1910, che parlava di una poesia al “crepuscolo”. Gozzano, nei Colloqui (1911), usa un’ironia che smonta la retorica dannunziana dall’interno, e la sua Signorina Felicita è un testo che all’orale funziona benissimo.

Svevo e Pirandello: la crisi del soggetto

Il romanzo del primo Novecento racconta un uomo che non coincide più con sé stesso.

Italo Svevo, pseudonimo del triestino Ettore Schmitz, pubblica Una vita (1892) e Senilità (1898) nell’indifferenza generale. Il successo arriva con La coscienza di Zeno (1923), grazie anche a James Joyce, che lo aveva conosciuto a Trieste, e a critici francesi come Valery Larbaud e Benjamin Crémieux; in Italia il primo a segnalarlo con forza è Eugenio Montale, nel 1925. Il romanzo è presentato come le memorie che Zeno scrive su richiesta del suo psicoanalista, il dottor S., che le pubblica “per vendetta”. Il narratore è inattendibile: racconta la sua vita (il fumo, la morte del padre, il matrimonio, l’amante, il commercio) mentendo a sé stesso. E il finale, con la visione di una catastrofe cosmica provocata da un ordigno, è uno dei più citati della letteratura italiana.

Luigi Pirandello, premio Nobel nel 1934, è l’autore dell’Umorismo (1908), saggio in cui distingue il comico, “avvertimento del contrario”, dall’umorismo, “sentimento del contrario”: vedi una vecchia signora truccata in modo ridicolo e ridi; poi pensi che forse lo fa per trattenere un marito più giovane, e il riso diventa compassione. Fra i romanzi, Il fu Mattia Pascal (1904) e Uno, nessuno e centomila (1926); nel teatro, Sei personaggi in cerca d’autore (1921), che alla prima romana fu accolto da proteste e grida di “manicomio!”, ed Enrico IV (1922). Il tema centrale è la scissione fra la vita, che scorre, e la forma, che la imprigiona: le maschere sociali, l’identità che gli altri ci impongono.

Ungaretti, Montale, Saba

La poesia del primo Novecento ha tre grandi voci, molto diverse fra loro.

Giuseppe Ungaretti, nel Porto sepolto (1916), poi confluito nell’Allegria, scrive dalla trincea della Prima guerra mondiale. I versi sono brevissimi, a volte una sola parola; la punteggiatura sparisce; ogni parola è isolata dal bianco della pagina. Mattina si riduce a due versi: “M’illumino / d’immenso”. Poi, con Sentimento del tempo (1933), Ungaretti torna a metri tradizionali, recuperando l’endecasillabo e Petrarca.

Eugenio Montale, con Ossi di seppia (1925), dà voce al “male di vivere” in un paesaggio ligure aspro e assolato. La sua poetica è fatta di oggetti precisi, carichi di significato (il “correlativo oggettivo” di cui spesso si parla, con un termine preso da T.S. Eliot): il muro con i cocci di bottiglia, la siepe, la “maglia rotta nella rete”. Seguono Le occasioni (1939), con la figura di Clizia, e La bufera e altro (1956). Poi un lungo silenzio poetico, rotto da Satura (1971), con un tono prosastico e ironico che sorprende i lettori: dentro ci sono gli Xenia, per la moglie morta, Drusilla Tanzi, la “Mosca”. Montale riceve il Nobel nel 1975.

Umberto Saba, triestino come Svevo, sceglie una poesia “onesta”, come scrive in un saggio del 1911, Quello che resta da fare ai poeti, rifiutato dalla Voce. Il Canzoniere, che riscrive e amplia per tutta la vita, racconta in forme tradizionali e lingua semplice la sua autobiografia. Le poesie su Trieste, sulla moglie Lina, sulla capra “dal viso semita” sono fra le più antologizzate.

L’ermetismo

Negli anni Trenta, a Firenze, si sviluppa l’ermetismo, con Salvatore Quasimodo, Mario Luzi, Alfonso Gatto, Piero Bigongiari e il critico Carlo Bo, il cui saggio Letteratura come vita (1938) è considerato il manifesto del gruppo. La poesia ermetica è oscura, analogica, assoluta, lontana dalla storia. Il nome viene, con una sfumatura polemica, dal critico Francesco Flora (La poesia ermetica, 1936). Quasimodo riceve il Nobel nel 1959, ma la sua produzione del dopoguerra (Giorno dopo giorno, 1947) è già lontana dall’ermetismo, segnata dalla guerra: “E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore”.

Cosa ti chiedono all’orale (primo Novecento)

Perché il narratore della Coscienza di Zeno è inattendibile? Perché Zeno scrive le sue memorie su invito dello psicoanalista e, mentre racconta, si giustifica, si autoinganna, dà versioni comode dei fatti. Lo stesso dottor S., nella prefazione, avverte che il testo è pieno di “verità e bugie”. Il lettore deve leggere fra le righe, notando le contraddizioni, come nel racconto della morte del padre o del rapporto con il cognato Guido.

Che differenza c’è fra comico e umorismo per Pirandello? Nel saggio L’umorismo del 1908 Pirandello definisce il comico come “avvertimento del contrario”: notiamo che una cosa è il contrario di come dovrebbe essere, e ridiamo. L’umorismo è invece il “sentimento del contrario”: la riflessione ci fa capire le ragioni di quella situazione, e il riso si mescola alla pietà. L’esempio è quello della vecchia signora truccata in modo grottesco.

Che cosa caratterizza la poesia dell’Allegria di Ungaretti? La frantumazione del verso tradizionale: versi brevissimi, anche di una sola parola, assenza di punteggiatura, grande spazio bianco, che isola e carica di significato ogni parola. Nasce dall’esperienza della guerra e cerca una parola essenziale, quasi originaria. Mattina, con i suoi due versi, ne è l’esempio estremo.

Dal dopoguerra al 1960: il neorealismo e oltre

Il neorealismo

Dopo la Liberazione la letteratura sente il bisogno di raccontare la guerra, la Resistenza, la povertà, l’Italia reale. Si parla di neorealismo, un termine nato per il cinema (Rossellini, De Sica, Visconti) e poi esteso alla narrativa. Non fu una scuola con un manifesto, ma un clima. Calvino lo ha descritto nella prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno come una “molteplicità di voci”, nate dall’urgenza di raccontare.

Il Sentiero dei nidi di ragno (1947), primo romanzo di Italo Calvino, racconta la Resistenza attraverso gli occhi di un bambino, Pin, evitando la retorica eroica. Cesare Pavese, dopo Paesi tuoi (1941), scrive La casa in collina (1948) e La luna e i falò (1950); si toglie la vita nell’agosto del 1950, pochi mesi dopo aver vinto il premio Strega con La bella estate. Elio Vittorini, con Conversazione in Sicilia (uscito a puntate nel 1938-1939 e in volume nel 1941) e Uomini e no (1945), è anche l’animatore del Politecnico, rivista che pone il problema del rapporto fra cultura e politica e che lo porta alla polemica con Togliatti.

Beppe Fenoglio racconta la Resistenza nelle Langhe senza mitizzarla: I ventitré giorni della città di Alba (1952), Una questione privata e Il partigiano Johnny, usciti postumi (1963 e 1968). La lingua del Partigiano Johnny è uno dei casi più studiati del Novecento: un impasto di italiano e inglese, con neologismi, legato a un lungo lavoro di stesure in parte scritte direttamente in inglese.

Primo Levi scrive Se questo è un uomo sulla sua esperienza ad Auschwitz. Rifiutato da Einaudi, esce nel 1947 per il piccolo editore De Silva di Torino, con scarsa diffusione; solo la nuova edizione Einaudi del 1958 lo fa conoscere. Seguono La tregua (1963), Il sistema periodico (1975), I sommersi e i salvati (1986), il suo ultimo libro, una riflessione lucidissima sulla “zona grigia”.

Le voci fuori dal coro

Non tutto il dopoguerra è neorealismo. Carlo Emilio Gadda, con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (in volume nel 1957) e La cognizione del dolore, porta all’estremo il plurilinguismo: dialetti, linguaggi tecnici, latinismi, parole inventate, in una prosa barocca che riflette un mondo caotico, un “groviglio” impossibile da ricondurre a una sola causa. Contini lo ha collocato nella linea “espressionistica” della letteratura italiana, che risale a Dante e passa per la Scapigliatura.

Elsa Morante pubblica Menzogna e sortilegio (1948) e L’isola di Arturo (1957, premio Strega). Nel 1958 esce postumo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, rifiutato da Mondadori ed Einaudi e pubblicato da Feltrinelli grazie a Giorgio Bassani: un successo enorme, accolto con diffidenza da parte della critica di sinistra, che lo trovava conservatore. La frase di Tancredi, “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, è diventata proverbiale.

Cosa ti chiedono all’orale (dopoguerra)

Che cos’è il neorealismo? È un clima culturale del secondo dopoguerra, nato nel cinema e poi esteso alla letteratura, che sente il bisogno di raccontare la realtà italiana: la guerra, la Resistenza, la povertà, le classi popolari. Non è una scuola organizzata con un manifesto. Calvino, nella prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno, lo ha descritto come una pluralità di voci accomunate dall’urgenza di raccontare.

Qual è la vicenda editoriale di Se questo è un uomo? Il libro fu rifiutato da Einaudi e uscì nel 1947 presso De Silva, un piccolo editore torinese, con una tiratura limitata e poca diffusione. Solo nel 1958 Einaudi lo ripubblicò in una nuova edizione, che lo rese un classico letto in tutto il mondo.

Gli anni Sessanta: industria, avanguardia, impegno

Il miracolo economico entra nei romanzi

Fra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta l’Italia cambia faccia: industrializzazione, migrazioni dal Sud al Nord, televisione, automobili, consumi. La letteratura se ne accorge. La rivista Il Menabò, diretta da Vittorini e Calvino (1959-1967), dedica nel 1961 un numero al tema “letteratura e industria”. Lì Calvino pubblica La sfida al labirinto (1962), saggio in cui difende una letteratura capace di affrontare la complessità del mondo moderno senza arrendersi al caos.

I romanzi di questa stagione raccontano la fabbrica e la città: Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri (1959), ambientato in una fabbrica del Sud; Memoriale di Paolo Volponi (1962), con un operaio che vive la fabbrica come una malattia; La vita agra di Luciano Bianciardi (1962), storia amara di un intellettuale di provincia a Milano, arrivato per far saltare la sede di una società mineraria e finito a fare il traduttore a cottimo. Leggine almeno uno: all’orale ti permette di parlare di temi, e non solo di autori.

Pasolini

Pier Paolo Pasolini attraversa tutti i generi: poesia, romanzo, cinema, saggistica, giornalismo. I romanzi romani, Ragazzi di vita (1955, processato per oscenità) e Una vita violenta (1959), raccontano il sottoproletariato delle borgate, con un uso esteso del romanesco. In poesia Le ceneri di Gramsci (1957) mette in versi la contraddizione fra ideologia e passione, fra adesione al marxismo e amore per un mondo popolare preindustriale. Negli anni Settanta, sul Corriere della Sera, scrive gli articoli poi raccolti in Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (postume, 1976), con le tesi sulla “mutazione antropologica” prodotta dalla società dei consumi, che per lui stava distruggendo le culture popolari più di quanto avesse fatto il fascismo. Viene ucciso a Ostia nella notte fra il 1° e il 2 novembre 1975. Il romanzo incompiuto Petrolio esce postumo nel 1992.

La neoavanguardia e il Gruppo 63

Nel 1961 Alfredo Giuliani pubblica l’antologia I Novissimi. Poesie per gli anni ’60, con testi di Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta e dello stesso Giuliani. Nell’ottobre del 1963, a Palermo, scrittori e critici si riuniscono in un convegno da cui nasce il Gruppo 63: oltre ai Novissimi ci sono Umberto Eco, Giorgio Manganelli, Alberto Arbasino, Renato Barilli, Angelo Guglielmi e altri.

La neoavanguardia contesta il neorealismo e la letteratura “consolatoria”: secondo loro, la lingua comune è già compromessa con l’ideologia dominante, e lo scrittore deve smontarla. Di qui la frantumazione della sintassi, il collage, il plurilinguismo, la poesia “schizomorfa”. Laborintus (1956) di Sanguineti è il testo emblematico: un flusso di latino, francese, inglese, frammenti di linguaggi diversi. La ragazza Carla di Pagliarani racconta in versi la vita di una dattilografa milanese, con il linguaggio commerciale dentro la poesia.

Il bersaglio polemico del Gruppo 63 erano anche autori di successo come Bassani e Cassola, chiamati con disprezzo “Liale” (dal nome della scrittrice di romanzi rosa Liala). È un dettaglio che all’orale fa vedere che conosci il clima, ma ricordati di dire che oggi la critica ha rivalutato molto Bassani, soprattutto il Romanzo di Ferrara e Il giardino dei Finzi-Contini (1962).

Altre voci degli anni Sessanta

Il 1963 è un anno straordinario anche fuori dall’avanguardia. Natalia Ginzburg pubblica Lessico famigliare, premio Strega, in cui racconta la sua famiglia ebraica e antifascista di Torino attraverso le frasi ricorrenti, il “lessico”, che la tengono unita. Luigi Meneghello pubblica Libera nos a malo, sul paese natale di Malo, nel Vicentino, con un intreccio fra italiano e dialetto che è un piccolo trattato di linguistica in forma di romanzo. Leonardo Sciascia, dopo Il giorno della civetta (1961), primo romanzo a parlare apertamente di mafia, continua a usare la forma del giallo per raccontare il potere, con A ciascuno il suo (1966) e Todo modo (1974).

In poesia, nel 1965 escono Gli strumenti umani di Vittorio Sereni e La vita in versi di Giovanni Giudici: una poesia che racconta la vita quotidiana, il lavoro d’ufficio, la storia, con una lingua vicina al parlato colto. Nel 1964 Amelia Rosselli pubblica Variazioni belliche, con una lingua che deforma l’italiano, contaminato dall’inglese e dal francese delle sue molte appartenenze. Giorgio Caproni, con Il seme del piangere (1959), dedica alla madre Annina una serie di poesie di una leggerezza musicale unica.

Cosa ti chiedono all’orale (anni Sessanta)

Che cosa contesta il Gruppo 63? Contesta la letteratura tradizionale e consolatoria, il neorealismo e gli autori di successo, accusati di usare una lingua già compromessa con l’ideologia dominante e con l’industria culturale. Per la neoavanguardia lo scrittore deve smontare il linguaggio comune, con la frantumazione della sintassi, il collage e il plurilinguismo. Il gruppo nasce a Palermo nell’ottobre 1963, preceduto dall’antologia I Novissimi del 1961.

Che cos’è la “mutazione antropologica” di cui parla Pasolini? È la trasformazione profonda degli italiani prodotta dalla società dei consumi e dalla televisione negli anni Sessanta e Settanta. Secondo Pasolini, il consumismo aveva omologato le culture popolari, contadine e sottoproletarie, distruggendole più radicalmente di quanto avesse saputo fare il fascismo. Le tesi sono esposte negli articoli raccolti in Scritti corsari.

Gli anni Settanta e Ottanta: Calvino, Morante, Eco

Calvino dopo il realismo

Calvino è l’autore che meglio rappresenta il passaggio dal dopoguerra alla stagione successiva. Dopo la trilogia fantastica I nostri antenati (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, riuniti nel 1960), si avvicina alla scienza e alla combinatoria. Le cosmicomiche (1965) raccontano l’evoluzione dell’universo attraverso la voce di Qfwfq, un essere che c’era sempre stato. A Parigi frequenta l’Oulipo di Raymond Queneau e Georges Perec, il laboratorio di letteratura potenziale basata su vincoli formali.

Le città invisibili (1972) è costruito come una struttura numerica rigorosa: Marco Polo descrive a Kublai Kan cinquantacinque città, distribuite in undici serie tematiche. Il castello dei destini incrociati (1973) genera racconti dalle carte dei tarocchi. Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) è un romanzo sul leggere: il protagonista sei “tu”, il Lettore, che cerca di continuare a leggere un romanzo e trova ogni volta l’inizio di un romanzo diverso. Dieci incipit, una cornice, un gioco di specchi. Poi Palomar (1983), ultimo libro pubblicato in vita, e le Lezioni americane, preparate per le Norton Lectures di Harvard e uscite postume nel 1988: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. La sesta, sulla coerenza, non fu mai scritta. Calvino morì a Siena nel settembre 1985.

La Storia di Elsa Morante

Nel 1974 Elsa Morante pubblica La Storia, direttamente in edizione economica per volontà dell’autrice, che voleva raggiungere un pubblico largo. Racconta la vita di Ida Ramundo, maestra con origini ebraiche, e di suo figlio Useppe, nato da uno stupro, nella Roma della guerra e del dopoguerra, alternando la narrazione con schede che riassumono gli eventi storici mondiali anno per anno. Ebbe un successo di vendite enorme e una ricezione critica molto divisa: fu accusato di populismo e di sentimentalismo, soprattutto da sinistra. Oggi è considerato uno dei grandi romanzi del secolo. Il messaggio è nell’epigrafe di un sopravvissuto di Hiroshima: “Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte”.

Eco e il postmoderno

Nel 1980 Umberto Eco, semiologo e già membro del Gruppo 63, pubblica Il nome della rosa (Bompiani): un giallo ambientato in un’abbazia benedettina del 1327, con un frate francescano, Guglielmo da Baskerville, che indaga su una serie di omicidi legati a un libro proibito, il secondo libro della Poetica di Aristotele sulla commedia. È un romanzo pieno di citazioni, da Borges (il bibliotecario cieco Jorge da Burgos) a Conan Doyle. Nelle Postille al Nome della rosa (1983) Eco spiega la sua idea di postmoderno: non si può più dire le cose “in modo innocente”, perché tutto è già stato detto, ma si può dirle con ironia, riconoscendo il già detto. L’esempio è quello dell’innamorato che non può dire “ti amo disperatamente” e dice “come direbbe Liala, ti amo disperatamente”.

Il postmoderno italiano ha altre voci: Antonio Tabucchi, con il Notturno indiano (1984) e Sostiene Pereira (1994), ambientato nella Lisbona di Salazar; Gianni Celati, con Narratori delle pianure (1985), racconti brevi della pianura padana in una lingua piana; Daniele Del Giudice, con Lo stadio di Wimbledon (1983), presentato da Calvino.

Gli anni Ottanta e i giovani

Nel 1980 esce Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, racconti della provincia emiliana giovanile, con una lingua che imita il parlato, il gergo, la musica. Il libro viene sequestrato per oscenità poco dopo l’uscita, e poi il processo si chiude con l’assoluzione. Tondelli diventa un punto di riferimento per gli scrittori più giovani, che promuove con il progetto “Under 25”. Muore nel 1991.

In poesia, Andrea Zanzotto, con La Beltà (1968), aveva già portato la lingua poetica al limite, fra balbettii, lingua infantile, citazioni, dialetto veneto. Alda Merini, con La Terra Santa (1984), racconta l’esperienza del manicomio. Valerio Magrelli esordisce nel 1980 con Ora serrata retinae, una poesia dello sguardo, esatta e quasi scientifica. Patrizia Cavalli racconta l’amore e la quotidianità con un’ironia leggera, in versi molto musicali.

Cosa ti chiedono all’orale (anni Settanta e Ottanta)

Com’è costruito Se una notte d’inverno un viaggiatore? È un romanzo che ha per protagonista il Lettore, interpellato con il “tu”. Il Lettore compra il nuovo romanzo di Calvino, ma scopre un errore di stampa e cerca di continuarlo; ogni volta trova l’inizio di un romanzo diverso. Ne risultano dieci incipit di romanzi di generi e stili differenti, inseriti in una cornice in cui il Lettore incontra la Lettrice, Ludmilla. È una riflessione sul piacere e sui meccanismi della lettura, legata anche all’esperienza di Calvino con l’Oulipo.

Che cos’è il postmoderno secondo Eco? Nelle Postille al Nome della rosa Eco lo descrive come un atteggiamento: poiché il passato non si può distruggere, e tutto è già stato detto, lo si rivisita con ironia, in modo non innocente. L’esempio dell’innamorato che dice “come direbbe Liala, ti amo disperatamente” mostra come si possa ancora comunicare un sentimento riconoscendo il già detto.

Perché La Storia di Morante divise la critica? Perché ebbe un successo enorme di pubblico, anche grazie all’uscita diretta in edizione economica, e fu accusata da una parte della critica, soprattutto di sinistra, di populismo e sentimentalismo, per la sua visione della storia come violenza subita dagli umili. Altri lo difesero come un grande romanzo epico e civile. Oggi è considerato uno dei romanzi più importanti del Novecento italiano.

Dagli anni Novanta a oggi

I “cannibali” e il ritorno del genere

Nel 1996 Einaudi pubblica, nella collana Stile libero, l’antologia Gioventù cannibale, a cura di Daniele Brolli, con racconti di Niccolò Ammaniti, Aldo Nove e altri giovani autori. Violenza esibita, linguaggio della televisione e della pubblicità, cultura pop, splatter. Fu un fenomeno più mediatico che letterario, e molti degli autori presero poi strade diverse. Ammaniti, per esempio, è diventato uno dei narratori più letti, con Io non ho paura (2001) e Come Dio comanda (premio Strega 2007).

Negli stessi anni esplode il giallo italiano. Andrea Camilleri pubblica il primo romanzo del commissario Montalbano, La forma dell’acqua, nel 1994, con Sellerio. La lingua dei suoi romanzi, un italiano intrecciato al siciliano (in parte inventato), diventa un caso linguistico e commerciale. Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo (Romanzo criminale, 2002) usano il noir per raccontare la storia italiana recente, dalle stragi alla criminalità organizzata. Il genere, che la critica di un tempo considerava minore, diventa uno strumento di indagine sociale.

Il romanzo e la realtà: Gomorra e dintorni

Nel 2006 Roberto Saviano pubblica Gomorra (Mondadori), un libro sulla camorra che mescola inchiesta giornalistica, testimonianza in prima persona e scrittura letteraria. Il successo è enorme, e l’autore vive da allora sotto scorta per le minacce ricevute. Il libro pone una domanda che attraversa tutta la letteratura di questi anni: come si racconta la realtà, quando la finzione non basta più?

Nel 2008 il collettivo Wu Ming propone l’etichetta di “New Italian Epic” per un gruppo eterogeneo di romanzi usciti dagli anni Novanta: opere ambiziose, spesso storiche o ibride, che riprendono la dimensione epica e politica del racconto. Il dibattito che ne nacque, anche con molte critiche, è utile per orientarsi. Un’altra tendenza è quella dell’autofiction, la narrazione in cui l’autore mette in scena sé stesso, mescolando autobiografia e invenzione: il caso più discusso è quello di Walter Siti, da Scuola di nudo (1994) a Resistere non serve a niente (premio Strega 2013).

Elena Ferrante e la scrittura delle donne

Il caso più clamoroso degli ultimi anni è quello di Elena Ferrante, pseudonimo di un’autrice che non si è mai mostrata in pubblico. Dopo L’amore molesto (1992) e I giorni dell’abbandono (2002), pubblica fra il 2011 e il 2014 con le edizioni e/o i quattro volumi dell’Amica geniale, la storia dell’amicizia fra Lenù e Lila, dalla Napoli povera degli anni Cinquanta all’inizio del nuovo secolo. In Italia la critica lo accoglie all’inizio con freddezza; poi le traduzioni, soprattutto in inglese, ne fanno un fenomeno mondiale, e la serie televisiva ne amplia ancora la diffusione.

Il successo di Ferrante si inserisce in un’attenzione nuova alla scrittura delle donne, e alla riscoperta di autrici a lungo trascurate. Goliarda Sapienza, morta nel 1996, aveva lasciato L’arte della gioia, rifiutato per anni dagli editori: il romanzo è stato pubblicato integralmente solo dopo la sua morte e ha avuto successo prima all’estero che in Italia. Negli ultimi anni anche autrici come Anna Maria Ortese, Alba de Céspedes, Fausta Cialente sono state ristampate e rilette.

La poesia degli ultimi decenni

La poesia italiana dopo il 1980 è molto varia e difficile da riassumere. Alcuni nomi ti possono servire per orientarti: Franco Buffoni, Milo De Angelis (con un esordio, Somiglianze, del 1976), Antonella Anedda, Fabio Pusterla, Mariangela Gualtieri. C’è chi lavora sulla tradizione lirica, chi sul linguaggio, chi sulla poesia orale e performativa. Per il tuo esame vale una regola: concentrati sugli autori che il docente mette in programma, e leggi le loro raccolte per intero, non solo le poesie antologizzate.

Il premio Strega come cartina di tornasole

Un modo concreto per seguire la narrativa recente è guardare l’albo del premio Strega, fondato nel 1947. Non è un giudizio di valore definitivo, ma mostra che cosa leggeva e premiava il mondo editoriale: Pavese, Morante, Tomasi di Lampedusa, Ginzburg, Eco, fino ai romanzi più recenti, come La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (2018) e M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (2019), primo volume di un ciclo romanzesco su Mussolini. Se all’orale ti chiedono del romanzo contemporaneo, poter citare due o tre titoli recenti, che hai letto davvero, fa una grande differenza.

Cosa ti chiedono all’orale (dagli anni Novanta a oggi)

Che cosa rappresenta Gomorra nella letteratura recente? È un libro ibrido, fra inchiesta giornalistica, testimonianza in prima persona e scrittura letteraria, uscito nel 2006. Ha mostrato che la letteratura poteva tornare a occuparsi direttamente della realtà sociale e criminale, con un forte impatto pubblico. Pone il problema dei confini fra romanzo, saggio e reportage, che attraversa molta narrativa degli ultimi decenni.

Perché il caso Ferrante è così discusso? Per tre ragioni: l’anonimato dell’autrice, che rifiuta qualunque apparizione pubblica; il successo internazionale dell’Amica geniale, arrivato attraverso le traduzioni dopo un’accoglienza iniziale fredda della critica italiana; e i temi del ciclo, l’amicizia femminile, la classe sociale, l’emancipazione attraverso lo studio, nella Napoli del secondo Novecento.

Come si prepara l’esame

Il consiglio principale: leggi i testi prima del manuale. Se apri la storia letteraria prima di aver letto La coscienza di Zeno, ti porti dietro un giudizio già fatto; se leggi prima il romanzo, poi il manuale diventa la conferma o la smentita di quello che hai notato. Per ogni opera in programma scrivi una scheda di una pagina: anno, trama in cinque righe, struttura, narratore, due o tre scelte di stile, una citazione che sai a memoria. Sono le cose che ti chiederanno.

Il secondo consiglio riguarda i collegamenti. La letteratura contemporanea si presta a domande trasversali: la guerra da Ungaretti a Fenoglio a Levi; la città da Svevo a Bianciardi; la lingua da Gadda a Pasolini a Camilleri. Prepara due o tre percorsi di questo tipo. Quando il docente ti chiede “che cosa ti ha colpito di più del programma?”, e succede spesso, avrai una risposta pronta e ragionata.

Il terzo: non avere paura di dare un giudizio. In questo esame è lecito dire che un libro non ti ha convinto, purché tu lo argomenti con elementi del testo e magari con la posizione di un critico. È molto meglio di una ripetizione impersonale del manuale. Un esempio: puoi dire che Il nome della rosa ti è sembrato troppo carico di erudizione, e poi mostrare di sapere che proprio l’accumulo di citazioni è la scelta postmoderna che Eco difende nelle Postille. Così il giudizio personale diventa un ragionamento critico.

Esami collegati

Per l’impianto generale, dalle origini all’Ottocento, ci sono gli appunti di Letteratura italiana; per un approfondimento sul periodo precedente, quelli di Letteratura italiana dal ‘500 all’800. La lingua del Novecento, dal neostandard all’italiano dei romanzi, la trovi negli appunti di Linguistica italiana e in quelli di Storia della lingua italiana. Il contesto storico lo ripassi con Storia moderna. Gli altri esami sono nell’indice degli esami.

Fonti e approfondimenti

  • Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana. Il Novecento e il nuovo millennio, Mondadori Università.
  • Giulio Ferroni, Andrea Cortellessa, Italo Pantani, Silvia Tatti, Storia e testi della letteratura italiana, Mondadori Education.
  • Pier Vincenzo Mengaldo (a cura di), Poeti italiani del Novecento, Mondadori, 1978.
  • Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Garzanti, 1971 (lezioni universitarie postume).
  • Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, Il nuovo La scrittura e l’interpretazione, Palumbo, per testi e commenti.
  • Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori (prima ed. Garzanti, 1988).
  • Umberto Eco, Postille al Nome della rosa, Bompiani (in appendice alle edizioni del romanzo).
  • Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, il Mulino, 2018: per gli ultimi decenni.
  • Il sito della Fondazione Bellonci (premiostrega.it) per l’albo d’oro del premio Strega.

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Author

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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