Che cos’è una religione? Sembra una domanda semplice, finché non provi a rispondere. Credere in un dio? Il buddhismo delle origini non mette al centro un dio creatore. Avere un libro sacro? Molte religioni non ne hanno. Andare in un tempio? Ci sono religioni senza templi. La Storia delle religioni nasce proprio dalla difficoltà di questa domanda, e cerca di studiare i fenomeni religiosi con gli strumenti dello storico: confrontando, contestualizzando, senza chiedersi se una religione sia vera o falsa.
L’esame si trova nei corsi di Lettere, Storia, Filosofia, Scienze dell’antichità e Antropologia, e vale in genere tra 6 e 12 crediti. Il programma comprende di solito una parte di storia della disciplina e di metodo, un quadro delle grandi tradizioni religiose e una parte monografica (le religioni del mondo classico, il mito, il sacrificio, l’iniziazione, una figura come Pettazzoni o Eliade). All’orale ti chiedono definizioni, confronti e il commento di qualche fonte.
| Esame | Storia delle religioni |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere, Storia, Filosofia, Scienze dell’antichità, Antropologia |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | HIST-04/A (ex M-STO/06) |
| Prova | orale, a volte con una parte monografica su un tema o una tradizione |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
Ho diviso il materiale in tre blocchi. Il primo spiega che cosa studia la disciplina e come si è formata, con attenzione alla scuola italiana, che ha una tradizione forte e originale. Il secondo presenta le categorie principali (sacro, mito, rito, sacrificio, divinità) e i problemi che pongono. Il terzo offre un quadro delle tradizioni religiose, dalle religioni antiche ai grandi sistemi religiosi di oggi.
Ti consiglio di fare due cose mentre studi. Primo: non dare mai per scontato il significato delle parole. “Dio”, “anima”, “preghiera”, “salvezza” sono parole nate dentro la tradizione cristiana, e applicarle ad altre religioni senza cautela è l’errore più comune. Secondo: per ogni categoria, cerca almeno due esempi da religioni diverse. Il metodo della disciplina è il confronto, e all’esame si vede subito chi l’ha capito.
Che cosa studia la disciplina
Un nome al plurale
La disciplina si chiama storia delle religioni, al plurale, e non storia della religione. Il plurale è una scelta di metodo: non si parte da un’essenza unica della religione, di cui le singole religioni sarebbero manifestazioni, ma dalle religioni storiche concrete, con le loro differenze. È anche la differenza principale rispetto alla teologia, che studia una religione dall’interno, a partire dalla fede, e rispetto alla filosofia della religione, che riflette sulla religione in generale.
Che cos’è una religione
Non esiste una definizione di religione accettata da tutti. Le definizioni si dividono di solito in due gruppi. Le definizioni sostanziali indicano un contenuto: per l’antropologo inglese Edward B. Tylor, nell’Ottocento, la religione è la credenza in esseri spirituali. Le definizioni funzionali indicano che cosa fa la religione: per il sociologo francese Émile Durkheim è un sistema di credenze e pratiche relative a cose sacre, che unisce in una comunità morale tutti quelli che vi aderiscono. Entrambi i tipi hanno limiti: le prime escludono fenomeni che chiameremmo religiosi, le seconde rischiano di includere quasi tutto, dal tifo calcistico al nazionalismo.
Una parola latina
La stessa parola “religione” viene dal latino religio, e non ha un equivalente esatto in molte lingue antiche o extraeuropee. Gli antichi ne discutevano già l’etimologia. Cicerone, nel De natura deorum, la collega a relegere, rileggere, riconsiderare con cura:
qui autem omnia quae ad cultum deorum pertinerent diligenter retractarent et tamquam relegerent, sunt dicti religiosi ex relegendo (De nat. deor. II 72)
Coloro che riconsideravano con cura e quasi “rileggevano” tutto ciò che riguardava il culto degli dèi furono detti religiosi, da relegere. Il cristiano Lattanzio, all’inizio del IV secolo, propone invece di collegarla a religare, legare: la religione è il vincolo che lega l’uomo a Dio. Le due etimologie esprimono due idee diverse: la scrupolosità nell’osservare i riti, tipica della religione romana, e il legame personale con Dio, tipico del cristianesimo. Il fatto che la parola “religione” sia di origine romana e cristiana è un problema di metodo che la storia delle religioni deve sempre tenere presente.
Religione e critica
Anche la critica della religione è antica. Lucrezio, nel De rerum natura, dopo aver raccontato il sacrificio di Ifigenia, commenta: tantum religio potuit suadere malorum (I 101), a tanti mali poté spingere la religione. Qui religio indica la paura superstiziosa degli dèi, da cui la filosofia di Epicuro vuole liberare gli uomini. È un esempio utile per mostrare che il significato della parola cambia con il contesto.
La nascita della disciplina
L’Ottocento e il comparativismo
La storia delle religioni come disciplina accademica nasce nella seconda metà dell’Ottocento. Il nome più importante è quello del filologo tedesco Friedrich Max Müller, che insegnò a Oxford e curò la grande collezione dei Sacred Books of the East, traduzioni dei testi sacri dell’India, della Cina, dell’Iran e del mondo islamico. Müller sosteneva che chi conosce una sola religione non ne conosce nessuna, adattando una frase di Goethe sulle lingue. Per lui i miti nascevano da una “malattia del linguaggio”: i nomi dei fenomeni naturali, come il sole o l’aurora, sarebbero stati trasformati in nomi di divinità.
Nel 1873 viene istituita a Ginevra una delle prime cattedre di storia delle religioni; seguono altre in Olanda, Francia, Belgio. Nel 1900 si tiene a Parigi il primo congresso internazionale di storia delle religioni.
Evoluzionismo e antropologia
Nello stesso periodo l’antropologia studia le religioni dei popoli “primitivi”, con un approccio evoluzionista: le religioni si svilupperebbero per stadi, dal più semplice al più complesso. Tylor, in Primitive Culture (1871), propone l’animismo, la credenza in anime e spiriti, come forma originaria della religione. James George Frazer, nel Ramo d’oro (prima edizione 1890), raccoglie un’enorme quantità di miti e riti di tutto il mondo e propone una successione di tre stadi: magia, religione, scienza. Il libro, oggi superato nel metodo, ha avuto un’influenza enorme sulla letteratura del Novecento, da Eliot a Joyce.
Sociologia della religione
Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento la religione diventa un tema centrale per la sociologia. Émile Durkheim, nelle Forme elementari della vita religiosa (1912), studia il totemismo degli aborigeni australiani e sostiene che la religione sia la società che rappresenta e venera se stessa: il sacro nasce dall’esperienza della collettività riunita, che Durkheim chiama effervescenza collettiva. Max Weber, nell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905), mostra il legame tra l’etica calvinista e la nascita del capitalismo moderno, e nei suoi studi sulle religioni mondiali analizza il rapporto tra religione ed economia, il “disincanto del mondo”, i tipi di autorità religiosa (il profeta, il sacerdote, il mago).
La fenomenologia della religione
Un’altra corrente importante è la fenomenologia della religione, che cerca di cogliere l’essenza dei fenomeni religiosi al di là delle differenze storiche. Il teologo tedesco Rudolf Otto, nel libro Il sacro (1917), descrive l’esperienza religiosa come incontro con il “numinoso”, un mistero che insieme fa tremare e affascina: mysterium tremendum et fascinans. L’olandese Gerardus van der Leeuw, nella Fenomenologia della religione (1933), classifica le manifestazioni del sacro. Questi autori sono stati criticati dagli storici perché tendono a cercare un’essenza della religione fuori dalla storia.
Mircea Eliade
Il nome più noto al grande pubblico è quello del romeno Mircea Eliade, che insegnò a lungo a Chicago. Nel Trattato di storia delle religioni (1949) e nel Mito dell’eterno ritorno (1949) sviluppa i concetti di ierofania (manifestazione del sacro in un oggetto, un luogo, un tempo), di tempo sacro e spazio sacro, di “eterno ritorno”: l’uomo religioso arcaico ripete nei riti gli atti compiuti dagli dèi all’origine, abolendo il tempo storico. Eliade ha avuto un enorme successo, ma è stato molto criticato per il suo approccio astorico e generalizzante. Va ricordato anche il suo coinvolgimento giovanile con il movimento di estrema destra romeno della Guardia di Ferro, oggetto di ampio dibattito.
La scuola italiana
Raffaele Pettazzoni
La storia delle religioni in Italia ha un fondatore: Raffaele Pettazzoni, che nel 1924 ottenne a Roma la prima cattedra italiana della disciplina. Pettazzoni insiste sul carattere storico della disciplina: le religioni vanno studiate come prodotti della storia, da confrontare tra loro, e non come manifestazioni di un sacro eterno. Il suo lavoro più noto riguarda l’Essere supremo: contro la teoria del “monoteismo primordiale” proposta da padre Wilhelm Schmidt, secondo cui l’idea di un Dio unico sarebbe originaria e poi degenerata, Pettazzoni mostra che le figure di esseri supremi celesti presenti in molte culture hanno caratteristiche e funzioni diverse, legate al loro contesto (per esempio alle società di cacciatori o di pastori), e che il monoteismo vero e proprio nasce storicamente come rivoluzione contro il politeismo. Pettazzoni fondò anche la rivista Studi e materiali di storia delle religioni (1925).
Ernesto de Martino
Ernesto de Martino, allievo di Pettazzoni e influenzato da Croce e da Gramsci, ha studiato soprattutto il mondo magico e la religiosità popolare del Mezzogiorno italiano. Nel Mondo magico (1948) sviluppa il concetto di crisi della presenza: la magia nasce come risposta al rischio che l’individuo, di fronte a eventi critici, perda la capacità di essere presente nella storia; il rito offre un modello culturale che permette di superare la crisi. In Morte e pianto rituale (1958) studia il lamento funebre in Lucania e nel mondo antico; in Sud e magia (1959) la magia lucana; nella Terra del rimorso (1961) il tarantismo pugliese, con un’équipe che univa etnologi, psichiatri, musicologi. De Martino è un autore molto amato e molto studiato.
Angelo Brelich e Dario Sabbatucci
Angelo Brelich, anch’egli allievo di Pettazzoni, ha studiato la religione greca e romana con un metodo storico-comparativo rigoroso. Nei Paides e Parthenoi (1969) ha studiato i riti di iniziazione nella Grecia antica; nell’Introduzione alla storia delle religioni ha proposto una riflessione sul metodo che è ancora un punto di riferimento. Dario Sabbatucci ha spinto all’estremo la critica delle categorie occidentali, mostrando come concetti quali “religione”, “mito” o “dio” siano costruzioni storiche della nostra cultura. Più recenti, studiosi come Ugo Bianchi, Giovanni Filoramo e Cristiano Grottanelli hanno dato contributi importanti, rispettivamente sullo gnosticismo e il dualismo, sulle religioni del Vicino Oriente e sul sacrificio.
Cosa ti chiedono all’orale (disciplina e metodo)
Perché si dice storia delle religioni e non della religione? Perché il metodo parte dalle religioni storiche concrete e dal loro confronto, senza presupporre un’essenza unica della religione di cui sarebbero manifestazioni.
Quali sono le due etimologie antiche di religio? Cicerone (De nat. deor. II 72) la collega a relegere, riconsiderare con cura; Lattanzio a religare, legare l’uomo a Dio. Esprimono due concezioni diverse: scrupolo rituale e legame personale.
Che cosa sostiene Durkheim? Che la religione è un sistema di credenze e pratiche relative a cose sacre che unisce una comunità morale; il sacro nasce dall’esperienza della collettività, e in fondo la società venera se stessa.
Che cos’è la crisi della presenza? Il concetto di Ernesto de Martino per indicare il rischio che l’individuo perda la capacità di essere presente nella storia di fronte a eventi critici; magia e rito offrono modelli culturali per superarla.
Qual è la posizione di Pettazzoni sull’Essere supremo? Contro l’idea di un monoteismo originario, mostra che gli esseri supremi celesti sono diversi a seconda dei contesti culturali, e che il monoteismo è una formazione storica, nata come rivoluzione contro il politeismo.
Le categorie della disciplina
Sacro e profano
La distinzione tra sacro e profano è centrale in Durkheim, in Otto, in Eliade. Il sacro è ciò che è separato, protetto da divieti, carico di potenza; il profano è ciò che è ordinario. Il latino sacer indica ciò che appartiene agli dèi; profanus ciò che sta davanti (pro) al recinto sacro (fanum). Molti studiosi oggi usano questa distinzione con cautela, perché in molte culture il confine non è netto, e perché il “sacro” come concetto generale è un’astrazione moderna.
Mito
Il mito è un racconto tradizionale che parla di origini, di dèi, di eroi, di un tempo diverso da quello umano, e che per una comunità ha valore fondante. Le teorie sul mito sono moltissime: Müller lo spiega con il linguaggio, Frazer con il rito, l’antropologo Bronisław Malinowski con la funzione sociale (il mito come “carta” che giustifica istituzioni e comportamenti), Claude Lévi-Strauss con la struttura (il mito come strumento logico per mediare contraddizioni). Per la storia delle religioni il mito va studiato nel suo contesto: il mito greco, raccontato da poeti in competizione, non è uguale al mito di una società senza scrittura.
Rito
Il rito è un’azione formalizzata, ripetuta secondo regole, dotata di significato per chi la compie. L’etnologo francese Arnold van Gennep, nei Riti di passaggio (1909), mostra che i riti che accompagnano i passaggi della vita (nascita, iniziazione, matrimonio, morte) hanno una struttura in tre fasi: separazione, margine (o liminalità), aggregazione. L’antropologo Victor Turner ha poi sviluppato il concetto di liminalità e di communitas, la comunità egualitaria che si forma nella fase di margine.
Sacrificio
Il sacrificio, l’offerta di un essere vivente o di un bene a una potenza sovrumana, è una delle pratiche più diffuse e più discusse. Le teorie principali sono: il sacrificio come dono (Tylor), come comunione con il dio (William Robertson Smith), come mezzo di comunicazione tra sacro e profano attraverso una vittima (Henri Hubert e Marcel Mauss, Saggio sulla natura e la funzione del sacrificio, 1899), come origine della cultura nella violenza della caccia (Walter Burkert, Homo necans, 1972), come meccanismo che incanala la violenza collettiva su un capro espiatorio (René Girard, La violenza e il sacro, 1972). In Italia Grottanelli ha studiato a lungo il sacrificio nel mondo antico.
Divinità e politeismo
Una distinzione classica è quella tra politeismo (molti dèi, organizzati in un pantheon), monoteismo (un solo Dio, con l’esclusione degli altri), enoteismo (il culto di un dio principale senza negare l’esistenza degli altri) e dualismo (due principi opposti, come nello zoroastrismo o nel manicheismo). Il politeismo non è un monoteismo “frammentato” né uno stadio inferiore: è un sistema in cui le divinità si definiscono per relazioni e differenze, come in una lingua. Questo approccio è stato sviluppato soprattutto dalla scuola francese di Jean-Pierre Vernant e Marcel Detienne per la religione greca, e dalla scuola italiana per il politeismo in generale.
Magia e religione
La distinzione tra magia e religione è stata a lungo usata per contrapporre una pratica “manipolatoria” (la magia, che costringe le forze sovrumane) a una pratica “devota” (la religione, che si affida a esse). Frazer la usa in senso evolutivo. Oggi molti studiosi la considerano problematica: spesso è stata usata per svalutare le pratiche altrui, e nella realtà le due cose si mescolano. De Martino ha proposto una lettura storica della magia come risposta alla crisi.
Le religioni del mondo antico
Mesopotamia ed Egitto
Le prime religioni documentate da testi scritti sono quelle della Mesopotamia e dell’Egitto, a partire dal III millennio a.C. In Mesopotamia i testi religiosi più noti sono il poema della creazione Enuma elish, in cui il dio Marduk sconfigge Tiamat e crea il mondo dal suo corpo, e l’Epopea di Gilgamesh, con il racconto del diluvio che ricorda quello biblico. In Egitto la religione è dominata dal culto del faraone, considerato figlio del dio sole, dalla cura dei morti (i cosiddetti Testi delle piramidi e il Libro dei morti) e da un pantheon molto ricco. La breve riforma del faraone Akhenaton (XIV secolo a.C.), che impose il culto esclusivo del disco solare Aton, è spesso citata nel dibattito sul monoteismo.
La religione greca
La religione greca è una religione senza libro sacro, senza dogmi, senza una casta sacerdotale separata. Si basa sul culto pubblico della polis, sui sacrifici, sulle feste, sugli oracoli (Delfi), sui santuari panellenici (Olimpia), e su un’enorme produzione mitica affidata ai poeti, da Omero ed Esiodo ai tragici. Accanto al culto civico ci sono i culti misterici, come quello di Demetra e Kore a Eleusi, che offrivano agli iniziati una speranza per l’aldilà, e l’orfismo.
La religione romana
La religione romana è soprattutto pratica rituale: conta l’esatta esecuzione dei riti più che la credenza. È organizzata in collegi sacerdotali (pontefici, auguri, vestali), legata strettamente allo Stato, aperta all’accoglienza di dèi stranieri. In età imperiale si diffondono il culto dell’imperatore e i culti orientali (Iside, Mitra, Cibele). L’etimologia ciceroniana di religio, legata alla cura scrupolosa del culto, riflette bene questa concezione.
Le religioni germaniche, celtiche e slave
Delle religioni dei popoli dell’Europa settentrionale e orientale sappiamo meno, perché le fonti sono spesso tarde e scritte da cristiani. Per la religione germanica la fonte principale sono i testi islandesi medievali, come l’Edda. Lo studioso francese Georges Dumézil ha proposto, confrontando le religioni indoeuropee (indiana, iranica, romana, germanica, celtica), la teoria dell’ideologia tripartita: le società indoeuropee pensavano il mondo attraverso tre funzioni, la sovranità magico-religiosa e giuridica, la forza guerriera, la fecondità e la prosperità. Nella Roma arcaica corrisponderebbero alla triade Giove, Marte, Quirino. La teoria è suggestiva e molto discussa.
L’Iran antico: zoroastrismo e manicheismo
Zarathustra
Nell’Iran antico si sviluppa una delle religioni più influenti della storia, lo zoroastrismo (o mazdeismo), che si richiama al profeta Zarathustra (in greco Zoroastro), la cui datazione è molto incerta: le proposte vanno dal II millennio al VI secolo a.C. Il testo sacro è l’Avesta, di cui fanno parte le Gatha, inni attribuiti allo stesso Zarathustra. Al centro c’è il dio sapiente Ahura Mazda, a cui si oppone uno spirito distruttore, Angra Mainyu (più tardi Ahriman). Il mondo è il teatro di una lotta tra bene e male, in cui l’uomo è chiamato a scegliere; alla fine dei tempi ci saranno un giudizio, la resurrezione dei morti e il trionfo del bene.
Lo zoroastrismo fu la religione delle dinastie persiane, in particolare dei Sasanidi (III-VII secolo d.C.). Dopo la conquista araba si ridusse a minoranza; oggi le comunità più numerose sono quelle dei parsi in India. Molti studiosi hanno discusso la sua possibile influenza sull’ebraismo del periodo post-esilico, sul cristianesimo e sull’islam, soprattutto per l’escatologia (angeli e demoni, giudizio finale, resurrezione). È un tema da trattare con prudenza, ma da conoscere.
Mani
Nel III secolo d.C. il profeta Mani, vissuto nell’Impero sasanide, fonda il manicheismo, una religione dualista radicale: due principi eterni, la Luce e le Tenebre, si sono mescolati, e la storia del mondo è il processo di liberazione delle particelle di luce imprigionate nella materia. Mani si presentava come l’ultimo di una serie di profeti che includeva Zarathustra, il Buddha e Gesù. Il manicheismo si diffuse dall’Africa del Nord fino alla Cina, dove sopravvisse per secoli. Agostino d’Ippona fu manicheo per circa nove anni prima della conversione, e ne scrisse nelle Confessioni. Nel linguaggio comune “manicheo” indica una visione che divide tutto in bene e male assoluti.
Religioni di Africa, Americhe e Oceania
Una questione di fonti
Le religioni delle società senza scrittura dell’Africa subsahariana, delle Americhe e dell’Oceania sono state studiate soprattutto da antropologi ed etnologi, a partire dall’Ottocento, spesso in contesto coloniale. Per lungo tempo sono state chiamate “primitive” o “tribali”, termini oggi abbandonati perché implicavano un giudizio di inferiorità. Si preferisce parlare di religioni tradizionali o indigene, con la consapevolezza che anche queste religioni hanno una storia, e che sono cambiate nel contatto con il cristianesimo, l’islam e il colonialismo.
Alcuni temi ricorrenti
In molte religioni tradizionali africane si trovano un essere supremo lontano, a volte considerato creatore, e un insieme di divinità e spiriti più vicini, insieme al culto degli antenati, alla divinazione e a riti di iniziazione. È proprio questo tipo di figura di essere supremo “ozioso” (deus otiosus) che Pettazzoni studiò per criticare la teoria del monoteismo primordiale. Nelle Americhe, le grandi civiltà precolombiane (maya, azteca, inca) avevano religioni politeiste complesse, con calendari rituali, templi e sacerdozi; il sacrificio umano azteco è uno dei temi più discussi, anche per il modo in cui i conquistatori spagnoli lo usarono per giustificare la conquista. In Oceania, gli studiosi ottocenteschi elaborarono concetti come mana (una forza impersonale e potente) e tabu (ciò che è proibito e separato), poi entrati nel lessico generale.
Sincretismi
Il contatto tra religioni tradizionali e cristianesimo ha prodotto molte forme di sincretismo: le religioni afro-americane come il vodou ad Haiti, la santería a Cuba, il candomblé in Brasile, in cui divinità africane si associano ai santi cattolici; i movimenti profetici e le chiese indipendenti africane; i “culti del cargo” della Melanesia, studiati in Italia anche da Vittorio Lanternari nel libro Movimenti religiosi di libertà e di salvezza dei popoli oppressi (1960). Questi fenomeni mostrano che le religioni non sono blocchi chiusi, ma si trasformano continuamente.
Un esempio di comparazione: il diluvio
Il racconto di un grande diluvio che distrugge l’umanità, salvo pochi sopravvissuti, si trova in molte tradizioni. Nella Mesopotamia è presente nell’Epopea di Gilgamesh e nel poema di Atrahasis; nella Bibbia, nella storia di Noè (Genesi 6-9); nella mitologia greca, con Deucalione e Pirra, raccontati tra gli altri da Ovidio nel primo libro delle Metamorfosi; nell’India antica, con il racconto di Manu salvato da un pesce. Nell’Ottocento la scoperta della versione mesopotamica, letta da George Smith nel 1872, fece scalpore, perché mostrava un racconto molto simile a quello biblico e più antico.
Come lavora lo storico delle religioni di fronte a queste somiglianze? Prima distingue i casi in cui c’è un rapporto storico probabile (il racconto biblico e quelli mesopotamici, nati in aree vicine e in contatto) da quelli in cui non ce n’è. Poi guarda alle differenze: perché nel racconto mesopotamico gli dèi mandano il diluvio perché gli uomini fanno troppo rumore, mentre nella Bibbia la causa è la corruzione morale? Che cosa dice ciascun racconto sul rapporto tra dèi e uomini nella propria cultura? La comparazione serve a far emergere le specificità, non a cercare un “mito originario”.
Le religioni abramitiche
Ebraismo
L’ebraismo è la religione del popolo d’Israele, fondata sull’alleanza tra Dio e il suo popolo e sulla Torah, la legge, contenuta nei primi cinque libri della Bibbia ebraica. Il monoteismo ebraico si afferma storicamente in un processo lungo, che culmina dopo l’esilio babilonese (VI secolo a.C.). Dopo la distruzione del Secondo Tempio da parte dei Romani (70 d.C.) l’ebraismo si riorganizza intorno alla sinagoga, allo studio e alla legge orale, raccolta nella Mishnah e nel Talmud: è l’ebraismo rabbinico. Nel medioevo e nell’età moderna si sviluppano correnti filosofiche (Maimonide) e mistiche (la Qabbalah, il chassidismo).
Cristianesimo
Il cristianesimo nasce nel I secolo come movimento interno all’ebraismo, intorno alla figura di Gesù di Nazareth, riconosciuto dai seguaci come Messia (in greco Christós) e Figlio di Dio. Con la predicazione di Paolo si apre ai non ebrei e si diffonde nell’Impero romano. Nel IV secolo, con Costantino e poi con Teodosio, diventa religione privilegiata e poi religione ufficiale dell’Impero. I concili, a cominciare da quello di Nicea (325), definiscono i dogmi principali, come la Trinità. Le grandi divisioni sono lo scisma tra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente (convenzionalmente 1054) e la Riforma protestante del XVI secolo, con Lutero, Calvino e la Chiesa d’Inghilterra.
Islam
L’islam nasce in Arabia nel VII secolo con la predicazione di Muhammad (Maometto), che i musulmani considerano l’ultimo dei profeti. La data di partenza del calendario islamico è l’egira, l’emigrazione da La Mecca a Medina nel 622. Il testo sacro è il Corano, considerato parola di Dio rivelata al Profeta; accanto al Corano, la sunna, cioè la tradizione dei detti e dei comportamenti del Profeta, raccolta negli hadith. I cinque pilastri dell’islam sono la professione di fede, la preghiera, l’elemosina, il digiuno nel mese di Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca. La divisione principale è quella tra sunniti e sciiti, nata da una controversia sulla successione al Profeta. Il sufismo è la dimensione mistica dell’islam.
Che cosa hanno in comune
Le tre religioni sono dette abramitiche perché si richiamano ad Abramo come padre della fede. Condividono il monoteismo, l’idea di una rivelazione storica, la centralità di un testo scritto, una concezione lineare del tempo con un inizio (la creazione) e una fine (il giudizio). Sono però molto diverse nelle pratiche, nelle istituzioni e nei rapporti con il potere politico. All’esame è utile saperle confrontare evitando sia di appiattirle, sia di contrapporle in modo rigido.
Cosa ti chiedono all’orale (categorie e tradizioni antiche)
Qual è la struttura dei riti di passaggio secondo van Gennep? Tre fasi: separazione dalla condizione precedente, margine o liminalità, aggregazione alla nuova condizione.
Quali sono le principali teorie del sacrificio? Dono (Tylor), comunione (Robertson Smith), comunicazione tra sacro e profano attraverso una vittima (Hubert e Mauss), origine nella caccia (Burkert), capro espiatorio che incanala la violenza (Girard).
Che cos’è l’ideologia tripartita di Dumézil? L’ipotesi che le società indoeuropee pensassero il mondo attraverso tre funzioni: sovranità magico-religiosa, forza guerriera, fecondità. A Roma la triade arcaica Giove, Marte, Quirino.
Perché la religione romana è spesso definita “ortoprassi”? Perché conta soprattutto l’esecuzione corretta dei riti, più dell’adesione a un credo; l’etimologia ciceroniana di religio esprime proprio questa cura scrupolosa.
Perché ebraismo, cristianesimo e islam si dicono religioni abramitiche? Perché si richiamano ad Abramo; condividono monoteismo, rivelazione storica, libro sacro e tempo lineare, pur con pratiche e istituzioni molto diverse.
Le religioni dell’India
Induismo
Con il nome di induismo si indica un insieme molto vario di tradizioni religiose nate in India. Il termine stesso è in gran parte una costruzione esterna, nata dall’incontro con musulmani ed europei. I testi più antichi sono i Veda, inni e formule rituali composti in sanscrito a partire dal II millennio a.C., al centro dei quali c’è il sacrificio. Seguono le Upanishad, testi speculativi che riflettono sul rapporto tra il sé individuale (atman) e il principio assoluto (brahman), e i grandi poemi epici, il Mahabharata, che contiene la Bhagavadgita, e il Ramayana. Concetti fondamentali sono il karman (l’azione e le sue conseguenze), il samsara (il ciclo delle rinascite), il dharma (l’ordine cosmico e sociale, il dovere di ciascuno) e la liberazione (moksha) dal ciclo delle rinascite. Le grandi correnti devozionali si rivolgono a Vishnu (e ai suoi avatara, come Krishna e Rama), a Shiva, alla Dea.
Buddhismo
Il buddhismo nasce in India tra VI e V secolo a.C. (la data è discussa) con la predicazione di Siddhartha Gautama, il Buddha, cioè “il risvegliato”. Il suo insegnamento si riassume nelle quattro nobili verità: l’esistenza è sofferenza (duhkha); la sofferenza ha un’origine, il desiderio; la sofferenza può cessare; c’è una via per farla cessare, l’ottuplice sentiero. Il fine è il nirvana, l’estinzione del desiderio e la liberazione dalle rinascite. Il buddhismo nega l’esistenza di un sé permanente. Si divide in grandi correnti: il Theravada, diffuso nello Sri Lanka e nel Sud-est asiatico; il Mahayana, diffuso in Cina, Corea e Giappone, che valorizza la figura del bodhisattva, l’essere che rinvia la propria liberazione per aiutare gli altri; il Vajrayana, diffuso soprattutto in Tibet.
Giainismo e sikhismo
Il giainismo, contemporaneo del buddhismo, insiste sulla non violenza (ahimsa) assoluta verso ogni essere vivente e su un’ascesi molto severa. Il sikhismo, nato nel Punjab nel XV-XVI secolo con Guru Nanak, è una religione monoteista che riprende elementi della devozione induista e dell’islam mistico.
Le religioni della Cina e del Giappone
Confucianesimo e taoismo
In Cina la religione tradizionale comprende il culto degli antenati, il culto del Cielo, le pratiche divinatorie. Il confucianesimo, che si richiama a Confucio (VI-V secolo a.C.), è più una dottrina etica e politica che una religione nel senso occidentale: insiste sui rapporti gerarchici, sul rito, sulla virtù del governante, sulla pietà filiale. Il taoismo si richiama al Daodejing, attribuito a Laozi, e al Zhuangzi: al centro c’è il dao, la “via”, il principio che regola il cosmo, e l’ideale del non agire (wuwei). Accanto al taoismo filosofico si sviluppa un taoismo religioso, con pratiche per ottenere l’immortalità. Dal I secolo d.C. entra in Cina il buddhismo, e le tre tradizioni convivono e si mescolano.
Shintoismo
In Giappone lo shintoismo è il culto dei kami, potenze divine presenti nella natura, negli antenati, nei luoghi. Convive da secoli con il buddhismo. Tra la fine dell’Ottocento e il 1945 lo Stato giapponese promosse uno shintoismo di Stato, legato al culto dell’imperatore, che fu abolito dopo la Seconda guerra mondiale.
Un tema trasversale: morte e aldilà
Tutte le religioni elaborano risposte alla morte, ma in modi molto diversi, ed è un tema che compare spesso negli esami. Nell’Egitto antico la cura del corpo (la mummificazione) e i testi funerari dovevano garantire al defunto una vita nell’aldilà, dopo il giudizio davanti a Osiride, in cui il cuore veniva pesato contro la piuma della dea Maat. Nella Mesopotamia e nella Grecia arcaica l’aldilà è invece un luogo oscuro e triste, in cui i morti sopravvivono come ombre: è l’Ade omerico, dove Achille dice a Odisseo, nell’undicesimo libro dell’Odissea, che preferirebbe essere servo di un povero sulla terra piuttosto che re tra i morti. I culti misterici e l’orfismo promettono agli iniziati una sorte migliore.
Nelle religioni abramitiche si afferma l’idea di un giudizio individuale e di una resurrezione dei corpi alla fine dei tempi, con un destino eterno di salvezza o di condanna; il cristianesimo medievale elabora la dottrina del purgatorio, studiata dallo storico Jacques Le Goff nella Nascita del purgatorio (1981). Nelle religioni dell’India, invece, la morte non è una fine ma un passaggio nel ciclo delle rinascite, e la meta è uscire dal ciclo. De Martino, in Morte e pianto rituale, ha mostrato come il lamento funebre sia una tecnica culturale per superare la crisi del lutto, dal mondo antico alle campagne lucane del Novecento.
Confrontare queste risposte ti permette di mostrare all’orale due cose: che la storia delle religioni lavora per confronto, e che ogni risposta va capita nel suo contesto storico e sociale.
Religioni e modernità
Secolarizzazione
Per gran parte del Novecento le scienze sociali hanno sostenuto la teoria della secolarizzazione: con la modernizzazione la religione avrebbe perso importanza nella vita pubblica e privata. Dagli anni Settanta e Ottanta questa teoria è stata messa in discussione dalla rinascita religiosa in molte parti del mondo: la rivoluzione iraniana del 1979, la crescita dei movimenti evangelici e pentecostali in America latina e in Africa, il ruolo della religione nella politica statunitense. Il sociologo Peter Berger, che aveva sostenuto la secolarizzazione, parlò poi di “desecolarizzazione” del mondo. Oggi si preferisce parlare di trasformazione della religione più che di declino.
Nuovi movimenti religiosi
Dal XIX secolo nascono molti nuovi movimenti religiosi: i mormoni e i Testimoni di Geova negli Stati Uniti, la fede bahá’í in Iran, movimenti di origine asiatica diffusi in Occidente, forme di spiritualità individuale (la cosiddetta “New Age”). Lo studio di questi movimenti è un campo importante della disciplina, che richiede di evitare sia l’apologia sia la condanna.
Religione e spazio pubblico
Un tema molto attuale è il rapporto tra religione e spazio pubblico in società plurali: la laicità dello Stato, i simboli religiosi nelle scuole, la libertà religiosa, il dialogo tra religioni. La storia delle religioni offre a questi dibattiti strumenti preziosi: conoscere le religioni nella loro storia aiuta a evitare stereotipi e generalizzazioni.
Cosa ti chiedono all’orale (Asia e modernità)
Che cosa sono karman e samsara? Il karman è l’azione con le sue conseguenze, che determinano le rinascite; il samsara è il ciclo delle rinascite da cui le tradizioni indiane cercano la liberazione.
Quali sono le quattro nobili verità del buddhismo? L’esistenza è sofferenza; la sofferenza nasce dal desiderio; la sofferenza può cessare; c’è una via per farla cessare, l’ottuplice sentiero.
Il confucianesimo è una religione? È soprattutto una dottrina etica e politica, centrata su rito, gerarchia e pietà filiale; ma comprende pratiche rituali, come il culto degli antenati, e la domanda stessa mostra i limiti della nostra categoria di religione.
Che cos’è la teoria della secolarizzazione e perché è stata criticata? L’idea che la modernizzazione porti al declino della religione; è stata criticata dopo la rinascita religiosa degli ultimi decenni, e oggi si parla piuttosto di trasformazione.
Come preparare l’esame
Il programma tipo
Il programma comprende di solito un manuale introduttivo, un’antologia di testi teorici o di fonti, e una parte monografica. Le monografie più frequenti riguardano le religioni del mondo classico, il mito, il sacrificio, l’iniziazione, la magia, oppure un autore della scuola italiana (Pettazzoni, de Martino, Brelich).
Un piano in sei settimane
1. Prima settimana: definizioni, etimologie, storia della disciplina nell’Ottocento. 2. Seconda settimana: sociologia, fenomenologia, Eliade, scuola italiana. 3. Terza settimana: categorie (sacro, mito, rito, sacrificio, politeismo, magia). 4. Quarta settimana: religioni antiche e religioni abramitiche. 5. Quinta settimana: religioni dell’India, della Cina e del Giappone; modernità. 6. Sesta settimana: parte monografica e ripasso con le domande.
Errori da evitare
Non usare categorie cristiane come se fossero universali. Non presentare le religioni “primitive” come stadi inferiori: l’evoluzionismo ottocentesco è superato. Non confondere storia delle religioni e teologia. Non generalizzare: “gli induisti credono…” è quasi sempre una frase sbagliata, perché le tradizioni sono plurali. E quando citi un autore, collocalo: Frazer, Durkheim, Eliade e de Martino rispondono a domande diverse e appartengono a contesti diversi.
Lavorare sulle fonti
Molte fonti sono accessibili in traduzione: i testi vedici e buddhisti, il Corano, la Bibbia, i testi mesopotamici ed egiziani, gli autori greci e latini sulla religione. Leggerne anche pochi passi ti permette di parlare all’orale con esempi concreti, che sono sempre apprezzati. Un buon esercizio è scegliere tre testi brevi di tradizioni diverse sullo stesso tema (per esempio un inno vedico, un salmo e un inno omerico) e annotare per ciascuno chi parla, a chi si rivolge, che cosa chiede e in quale contesto rituale veniva recitato. Ti accorgerai che domande semplici come queste fanno emergere differenze profonde, molto più di una definizione astratta. Porta all’orale uno di questi confronti: è il modo più concreto per mostrare di aver capito il metodo comparativo della disciplina.
Glossario rapido
- Animismo: credenza in anime e spiriti, proposta da Tylor come forma originaria della religione.
- Enoteismo: culto di un dio principale senza negare l’esistenza di altri.
- Ierofania: manifestazione del sacro (Eliade).
- Liminalità: la fase di margine nei riti di passaggio (van Gennep, Turner).
- Numinoso: l’esperienza del sacro come mistero tremendo e affascinante (Otto).
- Ortoprassi: primato della pratica rituale corretta sulla credenza (opposta a ortodossia).
- Pantheon: l’insieme organizzato delle divinità di una religione politeista.
- Sincretismo: fusione di elementi di tradizioni religiose diverse.
- Totemismo: sistema che lega gruppi umani a specie animali o vegetali (Durkheim).
Fonti e approfondimenti
Manuali
- Giovanni Filoramo (a cura di), Manuale di storia delle religioni, Laterza.
- Angelo Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, Edizioni dell’Ateneo.
- Raffaele Pettazzoni, L’onniscienza di Dio, Einaudi.
Testi classici
- Émile Durkheim, Le forme elementari della vita religiosa, edizioni varie.
- Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri.
- Ernesto de Martino, Il mondo magico e La terra del rimorso, il Saggiatore e Einaudi.
- Arnold van Gennep, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri.
Testi citati
I passi di Cicerone (De natura deorum II 72) e di Lucrezio (I 101) sono riportati secondo The Latin Library.
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