La storia non è il passato. È il racconto che qualcuno fa del passato, scegliendo che cosa ricordare, quali fonti usare, che domande porre, come scrivere. La storiografia è appunto la scrittura della storia, e la storia della storiografia studia come questa scrittura è cambiata: da Erodoto, che voleva impedire che le imprese degli uomini svanissero con il tempo, fino agli storici di oggi, che lavorano con archivi digitali, statistiche, fonti orali e immagini.
L’esame si trova nei corsi di Storia, Lettere, Filosofia e Scienze storiche, e vale di solito tra 6 e 12 crediti. Il programma comprende in genere un manuale che ripercorre la storiografia dall’antichità a oggi, un’antologia di testi e uno o più saggi monografici (sulla scuola delle Annales, sulla microstoria, sullo storicismo, sul rapporto tra storia e memoria). All’orale ti chiedono di collocare autori e opere, di spiegare concetti di metodo e di commentare passi di storici.
| Esame | Storia della storiografia |
|---|---|
| Corsi di laurea | Storia, Lettere, Filosofia, Scienze storiche |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | varia secondo il corso, spesso HIST-02/A (ex M-STO/02) o HIST-03/A (ex M-STO/04) |
| Prova | orale, con discussione di testi storiografici |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
Ho seguito un ordine cronologico, perché la storia della storiografia è prima di tutto una storia di idee e di pratiche che si succedono e si rispondono. Ogni sezione presenta gli autori principali, le opere da conoscere e le domande di metodo che quegli autori hanno posto. Le parti dedicate al Novecento sono più ampie, perché sono quelle su cui di solito si concentrano gli esami.
Un consiglio: per ogni storico che studi, chiediti sempre tre cose. Perché scrive, cioè quale scopo dà alla storia (ricordare, insegnare, giustificare un potere, capire)? Come lavora, cioè quali fonti usa e come le critica? Per chi scrive, cioè chi è il suo pubblico? Con queste tre domande riuscirai a confrontare autori lontanissimi tra loro, da Tucidide a Marc Bloch, e a costruire risposte solide all’orale.
Che cos’è la storiografia
Storia e storiografia
In italiano la parola “storia” indica sia gli eventi passati sia il racconto che se ne fa. Per evitare l’ambiguità si usa “storiografia” per il secondo significato. Il tedesco distingue tra Geschichte (ciò che è accaduto) e Historie o Geschichtsschreibung (il racconto). Il greco historíe, da cui deriva la parola, significava originariamente “ricerca, indagine”: la storia nasce come inchiesta.
Fonti, metodo, scrittura
Ogni storiografia ha tre componenti. Le fonti, cioè le tracce del passato (documenti scritti, testimonianze, oggetti, immagini, edifici, dati quantitativi, ricordi orali). Il metodo, cioè il modo in cui le fonti vengono raccolte, criticate e interpretate. La scrittura, cioè la forma narrativa o argomentativa con cui lo storico presenta i risultati. Nel corso dei secoli ciascuna di queste componenti è cambiata: le fonti si sono moltiplicate, il metodo si è fatto più rigoroso, la scrittura è passata dalla retorica antica alla monografia accademica, e oggi anche alla divulgazione multimediale.
Il dibattito sulla verità
Una domanda attraversa tutta la storia della disciplina: la storia può essere vera, oggettiva? Gli antichi la consideravano un genere letterario vicino alla retorica, ma con l’obbligo della verità. Nell’Ottocento la storia si presenta come scienza. Nel Novecento la critica della narrazione (Hayden White) ha sottolineato gli elementi letterari della scrittura storica, suscitando una reazione forte da parte di chi difende la possibilità di una conoscenza storica fondata sulle prove (Carlo Ginzburg). All’esame è utile conoscere i termini di questo dibattito.
La storiografia greca
Erodoto
Erodoto di Alicarnasso (V secolo a.C.), che Cicerone chiamò “padre della storia”, scrive le Storie per raccontare le guerre tra Greci e Persiani e le loro cause. Nel proemio dichiara di esporre i risultati della sua ricerca perché le imprese degli uomini non svaniscano con il tempo e le opere grandi e meravigliose, compiute dai Greci e dai barbari, non restino senza gloria. Erodoto viaggia, interroga, confronta versioni diverse, a volte le riporta tutte lasciando al lettore il giudizio. Le sue Storie comprendono lunghe digressioni etnografiche sull’Egitto, sulla Scizia, sulla Persia: la storia è anche conoscenza dei popoli e dei costumi.
Tucidide
Tucidide di Atene scrive la storia della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), a cui ha partecipato come stratego. Il suo metodo è molto più severo: dichiara di aver controllato con cura le informazioni, di aver escluso il favoloso, e di scrivere non per il piacere di un ascolto immediato ma per chi vorrà conoscere con chiarezza i fatti passati e quelli che, per la natura umana, si ripeteranno simili. Definisce la sua opera con una formula famosa:
κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν (Thuc. I 22, 4)
Un possesso per sempre, piuttosto che un pezzo di bravura da ascoltare sul momento. Tucidide distingue tra le cause occasionali della guerra e la causa più vera, la crescita della potenza ateniese che spaventò Sparta. Inserisce nel racconto discorsi che ricostruisce secondo verosimiglianza, come l’epitafio di Pericle e il dialogo dei Meli. È considerato il modello della storiografia politica e “pragmatica”.
Dopo Tucidide
Senofonte continua il racconto di Tucidide nelle Elleniche e scrive l’Anabasi, resoconto della spedizione dei Diecimila. In età ellenistica si sviluppano la storiografia “tragica”, che punta a emozionare, e la storiografia erudita. Polibio (II secolo a.C.), greco deportato a Roma, scrive le Storie per spiegare come Roma sia riuscita in poco più di cinquant’anni a dominare quasi tutto il mondo abitato. Polibio teorizza la storia pragmatica, utile a uomini politici e militari, insiste sulla visione universale e sull’esperienza diretta, e propone la teoria dell’anaciclosi, il ciclo delle costituzioni, e della costituzione mista come ragione della stabilità di Roma.
La storiografia romana
Annalistica e Catone
A Roma i primi storici scrivono in greco, come Fabio Pittore alla fine del III secolo a.C. Il primo a scrivere storia in latino è Catone il Censore, con le Origines, di cui restano frammenti. La tradizione degli annali, il racconto anno per anno, segue il modello delle registrazioni dei pontefici.
Sallustio, Cesare, Livio
Cesare scrive i Commentarii sulla guerra gallica e sulla guerra civile, in apparenza semplici materiali, in realtà testi di grande abilità propagandistica. Sallustio scrive monografie (La congiura di Catilina, La guerra giugurtina) in cui la storia diventa analisi della decadenza morale della repubblica. Tito Livio, in età augustea, racconta in 142 libri la storia di Roma dalla fondazione, Ab urbe condita: la storia come raccolta di esempi da imitare o da evitare.
Cicerone e la storia maestra di vita
La definizione più celebre della storia nell’antichità è di Cicerone, nel De oratore:
Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (De or. II 36)
La storia testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità. La formula historia magistra vitae riassume un’idea che dominerà per secoli: la storia serve perché offre esempi utili per agire. Lo storico tedesco Reinhart Koselleck ha mostrato come questa idea sia entrata in crisi solo tra Settecento e Ottocento, quando il futuro ha cominciato a essere percepito come radicalmente diverso dal passato. Nello stesso passo Cicerone chiede che la storia abbia come prima legge di non osare dire nulla di falso e di non tacere nulla di vero.
Tacito
Tacito (I-II secolo d.C.) scrive le Historiae e gli Annales, che raccontano la storia dell’impero dalla morte di Augusto. Dichiara di voler scrivere sine ira et studio, senza rancore né parzialità, ma il suo racconto è un’analisi cupa del potere imperiale e della servilità del senato. Il suo stile breve e denso, fatto di sentenze, ne farà un modello per la riflessione politica moderna. Accanto a Tacito, Svetonio scrive le Vite dei Cesari, inaugurando la biografia imperiale.
Il medioevo
Storia sacra e storia universale
Con il cristianesimo la storia acquista un senso nuovo: non più ciclica, ma lineare, dalla creazione al giudizio finale, guidata dalla Provvidenza. Eusebio di Cesarea (IV secolo) scrive la Storia ecclesiastica e una Cronaca universale, tradotta e continuata in latino da Girolamo. Agostino, nella Città di Dio, scritta dopo il sacco di Roma del 410, interpreta la storia come conflitto tra la città terrena e la città di Dio. Orosio, suo discepolo, scrive le Storie contro i pagani, che saranno il manuale di storia universale del medioevo.
Storie dei popoli
Nell’alto medioevo nascono le storie dei nuovi popoli: Gregorio di Tours per i Franchi, Beda il Venerabile per gli Angli (Historia ecclesiastica gentis Anglorum, 731), Paolo Diacono per i Longobardi (Historia Langobardorum). Beda contribuì alla diffusione della datazione a partire dalla nascita di Cristo, cioè dell’era cristiana.
Cronache e annali
La forma più diffusa nel medioevo è la cronaca, prodotta nei monasteri e poi nelle città. Le cronache registrano gli eventi in ordine cronologico, spesso senza distinguere tra fatti politici, prodigi e notizie locali. Nel basso medioevo, nelle città italiane, nascono cronache cittadine in volgare: la Nuova Cronica di Giovanni Villani (Trecento), ricca di dati economici e demografici su Firenze, è una fonte preziosa e un esempio di storiografia mercantile. Fuori dall’Europa, lo storico arabo Ibn Khaldun (XIV secolo), nella Muqaddima, propone una vera teoria della storia, basata sul ciclo delle dinastie e sul concetto di solidarietà di gruppo (asabiyya).
Oltre l’Occidente latino
Una storia della storiografia attenta non si ferma all’Occidente latino. Nel mondo bizantino la tradizione classica continua senza interruzioni: Procopio di Cesarea (VI secolo) racconta le guerre di Giustiniano e scrive, in segreto, la Storia arcana, un violento attacco all’imperatore e a Teodora; Anna Comnena, figlia dell’imperatore Alessio I, scrive nel XII secolo l’Alessiade, una delle prime opere storiche scritte da una donna. In Cina la tradizione storiografica è antichissima: Sima Qian (II-I secolo a.C.) scrive le Memorie di uno storico, modello di tutte le storie dinastiche successive, organizzate in annali, tavole cronologiche, trattati e biografie. Nel mondo islamico, oltre a Ibn Khaldun, va ricordato al-Tabari (IX-X secolo), autore di una grande storia universale. Conoscere questi esempi ti permette, all’orale, di mostrare che l’interesse per la scrittura del passato non è un’esclusiva europea.
Umanesimo e Rinascimento
Il ritorno ai modelli antichi
Gli umanisti riprendono i modelli classici, soprattutto Livio. Leonardo Bruni scrive le Historiae Florentini populi (XV secolo), la prima storia di Firenze con criteri umanistici: uso critico delle fonti, discorsi inventati sul modello antico, celebrazione della libertà repubblicana. Gli umanisti introducono anche la divisione della storia in antica, media e moderna, considerando i secoli tra la fine di Roma e la loro epoca come un’età di mezzo, di decadenza.
Valla e la critica delle fonti
Lorenzo Valla dimostra nel 1440 che la cosiddetta Donazione di Costantino è un falso, usando argomenti linguistici, storici e giuridici. È il gesto fondatore della critica delle fonti: un documento va interrogato, confrontato con la lingua e le istituzioni dell’epoca a cui pretende di appartenere.
Machiavelli e Guicciardini
Niccolò Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e nelle Istorie fiorentine, usa la storia per ricavare leggi della politica, convinto che gli uomini e le loro passioni siano sempre gli stessi. Francesco Guicciardini, nella Storia d’Italia (scritta negli anni Trenta del Cinquecento), racconta le guerre d’Italia dal 1494 al 1534 con un’analisi minuziosa delle cause e delle intenzioni dei protagonisti, e con una forte diffidenza verso le regole generali: per lui ogni situazione è particolare, e conta la “discrezione”. La sua opera è considerata uno dei capolavori della storiografia moderna.
Storiografia e conflitti religiosi
Nel Cinquecento la storiografia diventa un’arma nelle controversie religiose. I protestanti delle Centurie di Magdeburgo ricostruiscono la storia della Chiesa per mostrarne la corruzione; il cardinale Cesare Baronio risponde con gli Annales ecclesiastici. Paolo Sarpi scrive la Istoria del Concilio tridentino (1619), pubblicata a Londra, critica verso la curia romana.
Cosa ti chiedono all’orale (dall’antichità al Cinquecento)
Che differenza c’è tra Erodoto e Tucidide? Erodoto raccoglie e confronta molte versioni, con ampie digressioni etnografiche; Tucidide seleziona con rigore, esclude il favoloso, si concentra sulla politica e sulla guerra e vuole lasciare un “possesso per sempre”.
Che cosa significa historia magistra vitae? È la formula di Cicerone (De or. II 36) secondo cui la storia insegna attraverso gli esempi del passato; Koselleck ha mostrato che questa concezione entra in crisi tra Settecento e Ottocento.
Che cos’è la storia pragmatica di Polibio? Una storia politica e militare, fondata sull’esperienza diretta e sulla visione universale, utile a chi governa; Polibio la usa per spiegare l’ascesa di Roma.
Perché il lavoro di Valla sulla Donazione di Costantino è importante? Perché dimostra la falsità di un documento con argomenti linguistici e storici, fondando la critica delle fonti.
Che differenza c’è tra Machiavelli e Guicciardini? Machiavelli cerca nella storia regole generali della politica; Guicciardini diffida delle regole e insiste sulla particolarità di ogni situazione e sulla discrezione del giudizio.
L’erudizione e l’Illuminismo
Gli eruditi del Seicento
Nel Seicento e nel primo Settecento si sviluppa l’erudizione: la raccolta sistematica e la critica dei documenti. I monaci benedettini della congregazione di Saint-Maur, in Francia, sono i protagonisti di questo lavoro. Jean Mabillon, nel De re diplomatica (1681), fonda la diplomatica, la disciplina che studia i documenti per stabilirne l’autenticità, rispondendo ai gesuiti bollandisti, che avevano messo in dubbio molti diplomi merovingi. In Italia il grande erudito è Ludovico Antonio Muratori, che pubblica i Rerum Italicarum Scriptores (dal 1723), una raccolta di fonti narrative medievali italiane, e le Antiquitates Italicae Medii Aevi.
Vico
Giambattista Vico, nella Scienza nuova (1725, poi 1744), propone un principio rivoluzionario: gli uomini possono conoscere veramente la storia perché l’hanno fatta loro, il “vero” coincide con il “fatto”. Vico descrive il corso delle nazioni attraverso tre età (degli dèi, degli eroi, degli uomini) e i “ricorsi” storici, e considera i miti e la poesia come fonti per conoscere la mentalità dei popoli antichi. A lungo poco letto, sarà riscoperto nell’Ottocento e nel Novecento, in particolare da Croce.
Voltaire e la storia della civiltà
L’Illuminismo vuole una storia filosofica, critica, che non racconti solo battaglie e re ma i progressi dello spirito umano. Voltaire, con il Secolo di Luigi XIV (1751) e il Saggio sui costumi (1756), allarga la storia alle arti, alle scienze, ai costumi, e include l’Asia, la Cina, l’India. A Voltaire si deve anche l’espressione “filosofia della storia”. In Gran Bretagna Edward Gibbon scrive la Storia della decadenza e caduta dell’impero romano (1776-1789), che unisce erudizione e scrittura brillante, e attribuisce un ruolo importante al cristianesimo nella crisi dell’impero.
L’Ottocento: la storia come scienza
Ranke e il metodo storico
L’Ottocento è il secolo della storia. Nelle università tedesche la storia diventa una disciplina professionale, con seminari, riviste, edizioni di fonti. Il nome simbolo è Leopold von Ranke, che nella prefazione alla sua prima opera, le Storie dei popoli romanzi e germanici dal 1494 al 1514 (1824), scrive:
Man hat der Historie das Amt, die Vergangenheit zu richten, die Mitwelt zum Nutzen zukünftiger Jahre zu belehren, beigemessen: so hoher Ämter unterwindet sich gegenwärtiger Versuch nicht: er will bloß zeigen, wie es eigentlich gewesen (Ranke, 1824, Vorrede)
Si è attribuito alla storia il compito di giudicare il passato e di istruire il presente a vantaggio degli anni futuri: il presente tentativo non si arroga compiti così alti, vuole soltanto mostrare come sono andate davvero le cose. La formula “wie es eigentlich gewesen” è diventata il simbolo di una storia oggettiva, fondata sui documenti d’archivio, in particolare sui dispacci degli ambasciatori. Va però letta con attenzione: l’avverbio eigentlich può significare anche “nella sua essenza”, e Ranke era tutt’altro che un semplice raccoglitore di fatti; la sua storiografia aveva una dimensione religiosa e politica.
Lo storicismo
Lo storicismo tedesco (Ranke, Droysen, poi Dilthey e Meinecke) afferma che ogni epoca ha un valore proprio e va compresa nei suoi termini: per Ranke ogni epoca è “immediata a Dio”. Johann Gustav Droysen distingue tra il metodo delle scienze naturali, che spiegano, e quello della storia, che comprende. Wilhelm Dilthey sviluppa la distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito.
Storia e nazione
L’Ottocento è anche il secolo delle storie nazionali. In Francia Jules Michelet scrive la Storia di Francia e la Storia della Rivoluzione francese, con un forte senso del popolo come protagonista. In Germania si pubblicano i Monumenta Germaniae Historica (dal 1826), edizioni delle fonti medievali tedesche. In Italia, dopo l’Unità, nascono le Deputazioni di storia patria e l’Istituto storico italiano (1883). La storia serve a costruire l’identità nazionale.
Marx e il materialismo storico
Karl Marx e Friedrich Engels propongono una concezione materialistica della storia: i rapporti di produzione e la lotta tra le classi sono il motore del cambiamento storico; le idee, il diritto, la religione sono “sovrastrutture”. Il marxismo avrà un’enorme influenza sulla storiografia del Novecento, soprattutto nella storia economica e sociale.
Filosofia della storia: Hegel e Nietzsche
Accanto agli storici di professione, l’Ottocento conosce le grandi filosofie della storia. Per Hegel, nelle Lezioni sulla filosofia della storia (pubblicate postume nel 1837), la storia universale è il progresso nella coscienza della libertà: dall’Oriente, dove uno solo è libero, al mondo greco e romano, dove alcuni sono liberi, fino al mondo germanico-cristiano, dove tutti sono liberi in quanto uomini. Lo Spirito si realizza attraverso i popoli e i grandi individui, che sono strumenti di un disegno che li supera, secondo la cosiddetta “astuzia della ragione”. Ranke e lo storicismo reagiranno contro questa visione, accusandola di sacrificare la particolarità delle epoche a uno schema filosofico.
Una critica diversa viene da Friedrich Nietzsche, nella seconda delle Considerazioni inattuali, Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874). Nietzsche distingue tre modi di rapportarsi al passato: la storia monumentale, che cerca modelli di grandezza; la storia antiquaria, che conserva con devozione; la storia critica, che giudica e condanna il passato per liberarsene. Un eccesso di storia, sostiene, paralizza la vita e l’azione. Il saggio è una provocazione contro la cultura storicista dell’Ottocento, e viene spesso discusso nei corsi.
Burckhardt
Lo svizzero Jacob Burckhardt, con La civiltà del Rinascimento in Italia (1860), propone una storia della cultura che ha fissato per decenni l’immagine del Rinascimento come nascita dell’individuo moderno e dello Stato come “opera d’arte”. È un modello di storia culturale lontano da quello politico di Ranke.
Croce e la storiografia italiana
Ogni vera storia è contemporanea
In Italia la riflessione teorica più influente della prima metà del Novecento è quella di Benedetto Croce. In Teoria e storia della storiografia (1917) e nella Storia come pensiero e come azione (1938) sostiene che ogni vera storia è storia contemporanea, perché nasce da un interesse del presente e viene ripensata nel presente. Croce distingue la storia dalla cronaca, che è una storia morta, una registrazione di fatti senza vita. La sua Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928) e la Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932) sono anche opere di opposizione liberale al fascismo, centrate sulla “religione della libertà”.
Gli storici italiani del Novecento
La storiografia italiana del Novecento ha nomi importanti: Gaetano Salvemini, storico della Firenze medievale e della politica estera italiana, esule antifascista; Gioacchino Volpe, storico del medioevo e poi vicino al fascismo; Federico Chabod, autore di studi su Machiavelli e della Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (1951); Delio Cantimori, studioso degli eretici italiani del Cinquecento; Arnaldo Momigliano, storico del mondo antico e della storiografia, esule in Inghilterra per le leggi razziali, i cui saggi sulla storia della storiografia antica e moderna sono fondamentali; Franco Venturi, storico dell’Illuminismo e del populismo russo. Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, propone una lettura del Risorgimento come “rivoluzione passiva” che influenzerà molto la storiografia marxista del dopoguerra, e il concetto di “subalterni”.
Le Annales
Bloch e Febvre
Nel 1929 Marc Bloch e Lucien Febvre fondano a Strasburgo la rivista Annales d’histoire économique et sociale. Contro la storia “événementielle”, fatta di eventi politici, battaglie e trattati, propongono una storia-problema, che parte da una domanda e usa tutte le fonti possibili, e una storia totale, aperta alla geografia, all’economia, alla sociologia, alla psicologia. Bloch scrive I re taumaturghi (1924), sullo studio della credenza nel potere dei re di Francia e d’Inghilterra di guarire una malattia della pelle con il tocco, e La società feudale (1939-1940). Febvre scrive Il problema dell’incredulità nel XVI secolo (1942), su Rabelais, uno studio sulle mentalità. Bloch, ebreo e resistente, viene fucilato dai nazisti nel 1944; la sua Apologia della storia o Mestiere di storico, pubblicata postuma, è uno dei libri di metodo più belli mai scritti.
Braudel e la lunga durata
La seconda generazione delle Annales è dominata da Fernand Braudel. Nel Mediterraneo e il mondo mediterraneo all’epoca di Filippo II (1949), scritto in parte in un campo di prigionia tedesco, Braudel distingue tre tempi della storia: il tempo quasi immobile della geografia e dell’ambiente, la lunga durata; il tempo lento delle strutture economiche e sociali, delle “congiunture”; il tempo breve degli eventi, che Braudel paragona alla schiuma delle onde. In Civiltà materiale, economia e capitalismo (1979) studia la vita quotidiana e l’economia del mondo moderno.
La storia delle mentalità
La terza generazione, negli anni Sessanta e Settanta, sviluppa la storia delle mentalità e l’antropologia storica. Jacques Le Goff studia il tempo della Chiesa e il tempo del mercante e la nascita del purgatorio; Georges Duby la società feudale e l’immaginario; Emmanuel Le Roy Ladurie, con Montaillou (1975), ricostruisce la vita di un villaggio occitano del Trecento attraverso i verbali dell’Inquisizione; Philippe Ariès studia l’infanzia e la morte. Si sviluppa anche la storia quantitativa e “seriale”, basata su serie di dati di lungo periodo (prezzi, nascite, testamenti).
Cosa ti chiedono all’orale (dal Seicento alle Annales)
Che cosa ha fatto Mabillon? Ha fondato la diplomatica con il De re diplomatica (1681), elaborando criteri per stabilire l’autenticità dei documenti medievali.
Che cosa intendeva Ranke con «wie es eigentlich gewesen»? Che lo storico non deve giudicare né istruire, ma mostrare come sono andate davvero le cose, sulla base delle fonti; l’espressione è diventata il simbolo della storia oggettiva, ma va letta con cautela.
Che cosa significa per Croce che ogni vera storia è contemporanea? Che la storia nasce da un interesse del presente e viene ripensata nel presente; il passato vive solo se è riattivato da domande attuali.
Che cosa proponevano Bloch e Febvre? Una storia-problema e una storia totale, aperta alle scienze sociali, contro la storia degli eventi politici; fondarono nel 1929 le Annales.
Quali sono i tre tempi di Braudel? La lunga durata della geografia e dell’ambiente, il tempo medio delle congiunture economiche e sociali, il tempo breve degli eventi.
Altri classici del Novecento europeo
Accanto alle Annales, il Novecento produce altri classici che compaiono spesso nei programmi. L’olandese Johan Huizinga, con L’autunno del Medioevo (1919), descrive la cultura borgognona del Tre e Quattrocento come il tramonto di un mondo, attraverso la sensibilità, i rituali, l’arte. Il tedesco Ernst Kantorowicz, emigrato negli Stati Uniti, scrive I due corpi del Re (1957), sulla teologia politica medievale e sulla distinzione tra il corpo naturale e mortale del sovrano e il suo corpo politico, che non muore. Norbert Elias, sociologo e storico, nel Processo di civilizzazione (1939) studia la trasformazione dei comportamenti (le buone maniere a tavola, il controllo delle emozioni) in rapporto alla formazione dello Stato moderno e della società di corte. Bloch, Kantorowicz ed Elias hanno in comune l’attenzione ai simboli, ai riti e alle mentalità: sono buoni esempi per mostrare come la storia del Novecento si sia aperta all’antropologia e alla sociologia.
La storiografia italiana sul Novecento
Un capitolo specifico, molto presente negli esami italiani, riguarda il modo in cui gli storici hanno raccontato il fascismo e la Resistenza. Nel dopoguerra prevalgono le interpretazioni del fascismo come “parentesi” nella storia d’Italia (Croce), come “rivelazione” dei mali antichi del paese (Piero Gobetti, Giustino Fortunato) o come reazione di classe (la lettura marxista). Dagli anni Sessanta Renzo De Felice pubblica una monumentale biografia di Mussolini, fondata su un ampio uso di archivi, e in un’intervista del 1975 sostiene che il regime abbia goduto di un vasto consenso negli anni Trenta: la tesi provoca un dibattito acceso. Emilio Gentile studia il fascismo come “religione politica” e come esperimento totalitario. Per la Resistenza, il libro di Claudio Pavone, Una guerra civile (1991), propone di leggere il periodo 1943-1945 come intreccio di tre guerre: patriottica contro l’occupante tedesco, civile tra italiani, di classe. L’uso dell’espressione “guerra civile”, a lungo evitato dalla storiografia di sinistra perché usato dai neofascisti, segnò una svolta. Questi dibattiti mostrano come la storiografia sia sempre anche una discussione pubblica sull’identità di un paese.
Il secondo Novecento
La storia sociale e la storia dal basso
In Gran Bretagna gli storici marxisti del gruppo legato alla rivista Past and Present (fondata nel 1952) sviluppano la storia sociale: Eric Hobsbawm, Christopher Hill, Rodney Hilton. Edward P. Thompson, con Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra (1963), propone una “storia dal basso”, che restituisce voce agli artigiani e ai lavoratori dimenticati, e definisce la classe non come una struttura ma come un processo e un’esperienza. Hobsbawm scrive la grande tetralogia sull’età delle rivoluzioni, del capitale, degli imperi e il Secolo breve (1994), e cura con Terence Ranger il volume L’invenzione della tradizione (1983), che mostra come molte tradizioni nazionali “antiche” siano recenti.
La microstoria italiana
Negli anni Settanta e Ottanta un gruppo di storici italiani propone la microstoria. Carlo Ginzburg, con Il formaggio e i vermi (1976), ricostruisce il mondo del mugnaio friulano Domenico Scandella, detto Menocchio, processato dall’Inquisizione nel Cinquecento per le sue idee sulla creazione. Giovanni Levi, con L’eredità immateriale (1985), studia un villaggio piemontese e un esorcista del Seicento. La collana “Microstorie” di Einaudi e la rivista Quaderni storici sono i luoghi di questo lavoro. La microstoria riduce la scala di osservazione per cogliere fenomeni che la storia generale non vede, e usa il concetto di “eccezionale normale” (Edoardo Grendi): un caso anomalo può rivelare le regole di una società. Ginzburg ha anche teorizzato il paradigma indiziario (1979), che accosta il lavoro dello storico a quello del medico, del conoscitore d’arte e del detective, che ricostruiscono una realtà invisibile a partire da tracce minime.
La svolta linguistica
Negli anni Settanta lo storico americano Hayden White, in Retorica e storia (titolo italiano di Metahistory, 1973), analizza i grandi storici dell’Ottocento come scrittori, mostrando che le loro opere seguono forme narrative (romanzo, tragedia, commedia, satira) e figure retoriche. Ne deriva una discussione molto accesa sul rapporto tra storia e finzione. Ginzburg, in diversi saggi, ha difeso la nozione di prova e il legame tra storia e verità, soprattutto di fronte al negazionismo. Il dibattito tra White e Ginzburg è un tema classico degli esami.
Storia di genere, storia culturale, storia orale
Dagli anni Settanta si sviluppano la storia delle donne e poi la storia di genere: Joan W. Scott, nel saggio Il genere: un’utile categoria di analisi storica (1986), propone di studiare come le differenze tra i sessi siano costruite e usate per organizzare il potere. La nuova storia culturale (Robert Darnton, Natalie Zemon Davis, Peter Burke) studia simboli, rituali, pratiche di lettura. La storia orale usa le testimonianze raccolte con interviste: in Italia Alessandro Portelli e Luisa Passerini sono tra i protagonisti, e Portelli ha mostrato come anche gli “errori” della memoria siano informazioni preziose.
Storia e memoria
Negli ultimi decenni il rapporto tra storia e memoria è diventato centrale. Pierre Nora ha diretto i Luoghi della memoria (1984-1992), studio dei luoghi, simboli e riti in cui si è cristallizzata la memoria nazionale francese; in Italia Mario Isnenghi ha curato un’opera analoga. La storia della Shoah, i processi, le testimonianze dei sopravvissuti, le politiche della memoria e il negazionismo hanno posto agli storici domande nuove sul loro ruolo pubblico. La public history riflette su come la storia viene comunicata al di fuori dell’università, nei musei, nei media, nelle comunità.
Storia globale e storia digitale
Infine, la storia globale ha messo in discussione l’eurocentrismo della storiografia tradizionale, e la storia digitale offre nuovi strumenti per lavorare su grandi quantità di fonti. Sono campi che i programmi trattano spesso come conclusione aperta del corso.
Cosa ti chiedono all’orale (secondo Novecento)
Che cos’è la storia dal basso? Una storia che restituisce voce ai gruppi popolari e subalterni, spesso assenti dalle fonti ufficiali; il libro simbolo è quello di E. P. Thompson sulla formazione della classe operaia inglese.
Che cos’è la microstoria? Un approccio, nato in Italia negli anni Settanta, che riduce la scala di osservazione a un individuo, un villaggio o un episodio, per cogliere fenomeni invisibili alla storia generale; esempi, Il formaggio e i vermi di Ginzburg e L’eredità immateriale di Levi.
Che cos’è il paradigma indiziario? Il modello conoscitivo, descritto da Ginzburg, che ricostruisce una realtà nascosta a partire da tracce e indizi minimi, come fanno il medico, il conoscitore d’arte e il detective.
Che cosa sostiene Hayden White? Che le opere storiche hanno una struttura narrativa e retorica simile a quella letteraria; il dibattito con Ginzburg riguarda il rapporto tra storia, finzione e prova.
Che cosa sono i luoghi della memoria? Secondo Pierre Nora, i luoghi, i simboli, i riti e gli oggetti in cui una comunità ha cristallizzato la propria memoria collettiva.
Uso pubblico della storia e negazionismi
L’espressione uso pubblico della storia fu resa celebre da Jürgen Habermas durante l’Historikerstreit, la “disputa degli storici” tedeschi del 1986-1987. Lo storico Ernst Nolte aveva proposto di leggere i crimini nazisti come reazione al bolscevismo e ai gulag sovietici; Habermas e altri lo accusarono di voler relativizzare la Shoah e di “normalizzare” il passato tedesco per scopi politici. Da allora l’espressione indica il modo in cui il passato viene usato nei media, nella politica, nelle commemorazioni, nei programmi scolastici, spesso con finalità identitarie. In Italia ne ha discusso, tra gli altri, Nicola Gallerano.
Un caso estremo è il negazionismo, cioè la negazione dello sterminio degli ebrei d’Europa. Gli storici lo hanno combattuto non tanto con le leggi quanto con il metodo: Pierre Vidal-Naquet, ne Gli assassini della memoria, ha smontato le tesi negazioniste mostrando come manipolano le fonti. Il processo intentato a Londra dal negazionista David Irving contro la storica Deborah Lipstadt, concluso nel 2000 con la sconfitta di Irving, è diventato un esempio di come la critica delle fonti possa avere conseguenze pubbliche. Qui torna il tema da cui sei partito: se è vero che ogni storia è scritta da un punto di vista, non tutte le ricostruzioni hanno lo stesso valore, e la differenza la fanno le prove e il modo in cui vengono trattate. È un argomento ottimo per concludere un’esposizione all’orale, perché collega le questioni teoriche alla responsabilità civile dello storico.
Come preparare l’esame
Un consiglio pratico per l’orale: prepara per ogni autore una scheda con tre voci fisse, cioè l’opera principale con la data, l’idea di storia che la regge e il metodo con cui tratta le fonti. Con queste tre voci puoi confrontare autori lontani tra loro, per esempio Tucidide e Ranke sul rapporto con la verità, Machiavelli e Croce sul legame tra storia e politica, Braudel e Ginzburg sulla scala dell’osservazione. I docenti apprezzano molto i confronti, perché mostrano che hai capito i problemi e non solo memorizzato i nomi.
Il programma tipo
Di solito il programma comprende un manuale di storia della storiografia (in Italia sono usati, tra gli altri, i volumi di Guido Abbattista, di Andrea Zannini e le sintesi curate da più autori), un’antologia di testi e uno o due saggi monografici. Molti docenti chiedono la lettura integrale di un classico: l’Apologia della storia di Bloch, Il formaggio e i vermi di Ginzburg, un libro di Braudel o di Momigliano.
Un piano in sei settimane
1. Prima settimana: concetti di base e storiografia greca. 2. Seconda settimana: storiografia romana e medievale. 3. Terza settimana: Umanesimo, Rinascimento, erudizione, Vico, Illuminismo. 4. Quarta settimana: Ottocento: Ranke, storicismo, storie nazionali, Marx, Burckhardt; Croce. 5. Quinta settimana: Annales, storia sociale, microstoria. 6. Sesta settimana: svolta linguistica, genere, memoria, storia globale; ripasso con le domande.
Errori da evitare
Non trattare la storia della storiografia come un elenco di nomi e titoli: per ogni autore spiega che cosa cambia nel modo di fare storia. Non ridurre Ranke a un positivista ingenuo. Non confondere storia delle mentalità e microstoria. Non presentare il dibattito tra White e Ginzburg come una questione astratta: ha conseguenze precise, per esempio sul negazionismo. E porta sempre esempi concreti di opere.
Lo storico al lavoro
Per capire la storia della storiografia è utile avere un’idea concreta di come lavora uno storico oggi. Il lavoro parte da una domanda, non da un argomento generico: non “la peste del 1630”, ma “come reagirono le istituzioni milanesi alla peste del 1630?”. Segue la ricerca della bibliografia, per sapere che cosa è già stato scritto e quali problemi restano aperti. Poi la ricerca delle fonti, negli archivi, nelle biblioteche, nelle banche dati: atti notarili, registri parrocchiali, corrispondenze, verbali, giornali, fotografie, interviste. Ogni fonte va sottoposta a critica: chi l’ha prodotta, quando, perché, per chi? È autentica? È completa? Che cosa tace? Infine la scrittura, con un apparato di note che permette al lettore di controllare le affermazioni: la nota a piè di pagina, come ha mostrato lo storico Anthony Grafton in un libro dedicato proprio a questo strumento, è il segno distintivo della storiografia moderna. Ogni passaggio di questa catena ha una sua storia, ed è proprio questa storia che il corso ti chiede di conoscere.
Leggere un testo storiografico
All’orale ti potrebbe capitare di commentare una pagina di uno storico. Chiediti: qual è la domanda dell’autore? Quali fonti usa? Come le interpreta? Che tipo di scrittura sceglie (narrativa, analitica, quantitativa)? Che cosa rivela del suo tempo? Con queste domande puoi commentare tanto un passo di Tucidide quanto una pagina di Braudel.
Glossario rapido
- Annales: rivista e scuola storica fondata nel 1929 da Bloch e Febvre.
- Cronaca: racconto di eventi in ordine cronologico, tipico del medioevo.
- Diplomatica: disciplina che studia l’autenticità e la forma dei documenti.
- Erudizione: raccolta e critica sistematica delle fonti, tipica di Sei e Settecento.
- Lunga durata: il tempo lentissimo delle strutture geografiche e ambientali (Braudel).
- Microstoria: riduzione della scala di osservazione a casi circoscritti.
- Storicismo: concezione che considera ogni fenomeno umano come prodotto storico da comprendere nel suo contesto.
- Storia-problema: storia che parte da una domanda, non da una sequenza di eventi.
Fonti e approfondimenti
Manuali
- Guido Abbattista, Introduzione alla storiografia moderna, il Mulino.
- Arnaldo Momigliano, Le radici classiche della storiografia moderna, Sansoni.
- Ernst Breisach, Historiography. Ancient, Medieval and Modern, University of Chicago Press.
Testi classici
- Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, Einaudi.
- Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi.
- Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi e Miti emblemi spie, Einaudi.
- Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi.
Testi citati
Il passo di Tucidide (I 22, 4) è riportato secondo il testo greco del Perseus Digital Library; quello di Cicerone (De oratore II 36) secondo The Latin Library; quello di Ranke secondo il testo della prefazione del 1824 pubblicato da German History in Documents and Images.
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