La storia moderna va, nella periodizzazione italiana, dalla fine del Quattrocento al Congresso di Vienna del 1815, o secondo alcuni alla Rivoluzione francese. Tre secoli e mezzo in cui nascono lo Stato moderno, gli imperi coloniali, la spaccatura religiosa dell’Europa, la scienza sperimentale, il capitalismo commerciale, l’idea di diritti dell’uomo. È un esame denso, e i docenti si aspettano due cose: che tu sappia orientarti nella cronologia e nella geografia di un continente in continuo conflitto, e che tu conosca i grandi dibattiti storiografici che hanno dato forma a questo periodo.
Questi appunti seguono un ordine in parte cronologico e in parte tematico. Per ogni blocco trovi i fatti essenziali, il problema storiografico principale e le domande che ricorrono all’orale. Il periodo precedente è negli appunti di Storia medievale, quello successivo in Storia contemporanea.
| Esame | Storia moderna |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere (L-10), Storia (L-42), Filosofia (L-5), Scienze politiche (L-36); magistrali LM-84 |
| Crediti | in genere 6-12 CFU |
| SSD | HIST-02/A (ex M-STO/02) |
| Prova | orale, spesso preceduto da un test scritto; quasi sempre con uno o due saggi monografici |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Che cosa rende “moderna” l’età moderna
Le date e i loro significati
Il 1492 è la data più usata come inizio: Colombo raggiunge le Americhe, i re cattolici completano la conquista di Granada e, nello stesso anno, espellono gli ebrei dai loro regni; in Italia muore Lorenzo il Magnifico. Altri preferiscono il 1453, con la caduta di Costantinopoli, o il 1494, con la discesa di Carlo VIII in Italia. Nella storiografia anglosassone si parla di early modern per il periodo fino al 1750-1800 circa, e la modernità piena comincia con le rivoluzioni.
Ogni data sottolinea un aspetto diverso: l’espansione europea nel mondo, la fine del Medioevo cristiano-orientale, l’inizio della crisi del sistema degli stati italiani. All’orale, se ti chiedono quando comincia l’età moderna, la risposta migliore è spiegare perché la scelta dipende da ciò che si vuole mettere in evidenza.
Le grandi trasformazioni
Si possono riassumere i caratteri del periodo in alcune grandi trasformazioni, che ritornano in tutti i manuali. L’Europa entra in contatto stabile con l’Africa, l’Asia e soprattutto le Americhe, e costruisce i primi imperi mondiali. L’unità religiosa dell’Occidente si spezza con le Riforme protestanti. I sovrani costruiscono apparati amministrativi, fiscali e militari sempre più ampi. La stampa a caratteri mobili, introdotta da Gutenberg a Magonza verso la metà del Quattrocento, cambia la circolazione delle idee. La rivoluzione scientifica trasforma il modo di conoscere la natura. Alla fine del periodo, la rivoluzione industriale e quelle politiche aprono un mondo nuovo.
Cosa ti chiedono all’orale (periodizzazione)
Perché il 1492 è una data simbolica? Perché nello stesso anno si concentrano la scoperta dell’America, la fine della presenza musulmana in Spagna con la caduta di Granada e l’espulsione degli ebrei dai regni spagnoli. Indica l’apertura dell’Europa verso il mondo e la costruzione di monarchie più forti e più uniformi sul piano religioso.
Che cosa si intende per early modern? La definizione anglosassone della prima età moderna, dal tardo Quattrocento alla fine del Settecento, intesa come un’epoca di transizione fra Medioevo e modernità industriale.
Il mondo si allarga: esplorazioni e imperi
Portoghesi e Spagnoli
L’espansione atlantica cominciò con i Portoghesi, che nel Quattrocento esplorarono le coste africane: Bartolomeu Dias doppiò il capo di Buona Speranza nel 1488, e Vasco da Gama raggiunse l’India nel 1498. Gli Spagnoli, con Colombo, si diressero a ovest. Il trattato di Tordesillas del 1494 divise fra le due corone le terre da scoprire lungo un meridiano a ovest delle isole di Capo Verde: per questo il Brasile, raggiunto da Cabral nel 1500, divenne portoghese.
La conquista del continente americano fu rapidissima: Hernán Cortés abbatté l’impero azteco fra il 1519 e il 1521, Francisco Pizarro quello inca negli anni Trenta. Il crollo demografico delle popolazioni indigene fu catastrofico, causato soprattutto da malattie europee contro cui non avevano difese, come il vaiolo, ma anche dalla violenza, dal lavoro forzato, dalla distruzione delle società. Le stime sulla popolazione precolombiana sono molto discusse, ma tutti gli studiosi concordano su una perdita di grandi proporzioni nel corso del Cinquecento.
Il dibattito sulla conquista
Già nel Cinquecento la conquista sollevò un dibattito morale e giuridico. Il domenicano Bartolomé de Las Casas denunciò le violenze contro gli indios nella Brevísima relación de la destrucción de las Indias (1552). Nella disputa di Valladolid del 1550-1551, Las Casas si scontrò con Juan Ginés de Sepúlveda, che giustificava la conquista con la teoria aristotelica della schiavitù naturale. Il teologo Francisco de Vitoria, a Salamanca, discusse i diritti dei popoli indigeni e i limiti della guerra giusta, ponendo le basi del diritto internazionale.
Lo scambio colombiano e la tratta atlantica
Lo storico Alfred Crosby, nel 1972, chiamò “scambio colombiano” il trasferimento di piante, animali, malattie e persone fra i due lati dell’Atlantico: il mais, la patata, il pomodoro, il cacao arrivarono in Europa; il cavallo, il bestiame, il grano, la canna da zucchero, ma anche le epidemie, arrivarono in America.
Le piantagioni di zucchero, poi di tabacco e cotone, furono lavorate da schiavi africani. La tratta atlantica, dal Cinquecento all’Ottocento, deportò circa dodici milioni e mezzo di africani, secondo le stime della banca dati Slave Voyages, e molti morirono durante la traversata. È uno dei grandi temi della storiografia recente, che ha studiato i legami fra schiavitù, commercio triangolare e sviluppo economico europeo.
Economia-mondo
Due storici hanno proposto una visione complessiva di questi cambiamenti. Fernand Braudel, in Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II (1949), studiò il Mediterraneo su tre tempi: il tempo lungo della geografia, quello medio delle strutture economiche e sociali, quello breve degli eventi politici. Immanuel Wallerstein, dal 1974, con Il sistema mondiale dell’economia moderna, descrisse la nascita di un’economia-mondo capitalistica con un centro, l’Europa nordoccidentale, una semiperiferia e una periferia che forniva materie prime e lavoro forzato. Più di recente, Kenneth Pomeranz, con La grande divergenza (2000), ha sostenuto che ancora nel Settecento le regioni più avanzate della Cina erano comparabili all’Inghilterra, e che il distacco europeo dipese dal carbone e dalle risorse coloniali.
Cosa ti chiedono all’orale (esplorazioni e imperi)
Che cosa stabilì il trattato di Tordesillas? Divise le terre da scoprire fra Spagna e Portogallo lungo un meridiano a ovest delle isole di Capo Verde, attribuendo al Portogallo l’Africa, la rotta delle Indie e il Brasile, e alla Spagna il resto delle Americhe.
Che cosa fu la disputa di Valladolid? Il confronto fra Las Casas, difensore dei diritti degli indios, e Sepúlveda, che giustificava la conquista e la sottomissione degli indigeni come inferiori per natura.
Che cos’è lo scambio colombiano? Il trasferimento di piante, animali, malattie e persone fra Vecchio e Nuovo Mondo dopo il 1492, che trasformò l’alimentazione, l’ecologia e la demografia di entrambi.
Lo Stato moderno e le guerre d’Italia
Che cos’è lo Stato moderno
La costruzione dello Stato è uno dei fili conduttori dell’esame. Federico Chabod, in un celebre saggio, sostenne che lo Stato del Rinascimento si caratterizza per tre elementi: la diplomazia permanente, un esercito stabile, una burocrazia di funzionari fedeli al sovrano. La storiografia successiva ha corretto l’immagine di uno Stato che cresce in modo lineare verso l’accentramento. Gli storici, a partire dagli studi sulle monarchie composite di John Elliott, hanno mostrato che gli Stati dell’età moderna erano spesso aggregati di regni, province e città con leggi, privilegi e istituzioni diverse, tenuti insieme dalla persona del sovrano. La monarchia spagnola, per esempio, comprendeva Castiglia, Aragona, Napoli, Sicilia, Milano, i Paesi Bassi, le Americhe, ciascuno con il proprio ordinamento.
In Italia gli studi su società, fisco e amministrazione degli stati regionali hanno insistito sulla contrattazione fra il centro e i corpi locali: comunità, feudatari, città soggette, ordini privilegiati. Lo Stato moderno non cancella i poteri intermedi, ma li integra e li negozia.
Le guerre d’Italia
Nel 1494 Carlo VIII di Francia scese in Italia per rivendicare il regno di Napoli. Fu l’inizio di oltre sessant’anni di guerre, in cui la penisola divenne il campo di battaglia delle grandi monarchie. Francesco Guicciardini, nella Storia d’Italia, presenta il 1494 come l’inizio delle calamità italiane; Machiavelli, nel Principe del 1513, riflette sulla debolezza militare degli stati italiani e sulla necessità di milizie proprie.
Il conflitto si concentrò poi sulla rivalità fra Francesco I di Francia e Carlo V d’Asburgo, che riuniva le eredità di Castiglia, Aragona, Borgogna e degli Asburgo, ed era stato eletto imperatore nel 1519. Il sacco di Roma del 1527, compiuto dalle truppe imperiali, colpì profondamente i contemporanei. La pace di Cateau-Cambrésis del 1559 sancì il predominio spagnolo in Italia: Milano, Napoli, la Sicilia e la Sardegna erano sotto la corona di Spagna.
Carlo V e l’impero universale
Carlo V incarnò l’ultimo tentativo di realizzare un impero cristiano universale. Dovette fronteggiare contemporaneamente la Francia, gli Ottomani di Solimano il Magnifico, che assediarono Vienna nel 1529, e la Riforma protestante in Germania. Nel 1556, stanco e sconfitto nel suo progetto, abdicò e divise i suoi domini: la Spagna con le colonie, l’Italia e i Paesi Bassi al figlio Filippo II, i domini austriaci e la corona imperiale al fratello Ferdinando.
Cosa ti chiedono all’orale (Stato e guerre d’Italia)
Che cosa si intende per monarchia composita? Uno Stato formato da più regni e territori, ciascuno con le proprie leggi e istituzioni, uniti dalla persona del sovrano. Il concetto, elaborato da Elliott, corregge l’idea di uno Stato moderno uniforme e accentrato.
Perché il 1494 è una data spartiacque per l’Italia? Perché la discesa di Carlo VIII apre una lunga stagione di guerre in cui gli stati italiani perdono la loro autonomia, fino al predominio spagnolo sancito nel 1559.
Riforme e confessioni
Lutero e la Riforma
Nel 1517 Martin Lutero, monaco agostiniano e professore a Wittenberg, rese note le sue novantacinque tesi contro la vendita delle indulgenze. Il gesto, secondo la tradizione, consistette nell’affissione delle tesi alla porta della chiesa del castello, ma il fatto è discusso: sappiamo con certezza che le inviò all’arcivescovo di Magonza. Le idee di Lutero si diffusero rapidamente grazie alla stampa. I punti centrali erano la giustificazione per sola fede, l’autorità della sola Scrittura, il sacerdozio universale dei credenti.
Scomunicato nel 1521 e messo al bando dall’impero dopo la dieta di Worms, Lutero fu protetto dal principe elettore di Sassonia. La Riforma si legò alle rivendicazioni dei principi tedeschi e, per un momento, a quelle dei contadini, che si ribellarono nel 1524-1525; Lutero li condannò duramente. La pace di Augusta del 1555 stabilì il principio che in seguito fu riassunto nella formula cuius regio, eius religio: ogni principe sceglieva la religione dei propri sudditi, fra cattolicesimo e luteranesimo.
Calvino e l’Inghilterra
Giovanni Calvino, a Ginevra, elaborò una teologia più rigorosa, con la dottrina della predestinazione, e un’organizzazione ecclesiastica che controllava la vita morale della città. Il calvinismo si diffuse in Francia, nei Paesi Bassi, in Scozia, in parte della Germania. In Inghilterra Enrico VIII ruppe con Roma per ragioni dinastiche, per ottenere l’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona, e con l’Atto di supremazia del 1534 si proclamò capo della Chiesa d’Inghilterra. La Chiesa anglicana assunse una forma definitiva sotto Elisabetta I.
Max Weber, in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905), sostenne che l’etica calvinista, con la sua valorizzazione del lavoro e del successo come segno della grazia, avesse favorito la mentalità capitalistica. La tesi è stata molto discussa e criticata, ma resta un riferimento all’orale.
Il concilio di Trento e la Controriforma
La risposta cattolica ebbe il suo centro nel concilio di Trento, che si riunì con interruzioni fra il 1545 e il 1563. Il concilio ribadì la dottrina tradizionale su sacramenti, giustificazione, valore della tradizione accanto alla Scrittura, e avviò una riforma della disciplina ecclesiastica: obbligo di residenza per i vescovi, istituzione dei seminari, controllo sul clero. Nel 1542 era stata riorganizzata l’Inquisizione romana, e nel 1559 fu pubblicato il primo Indice dei libri proibiti promulgato da un papa. Nuovi ordini religiosi, soprattutto i Gesuiti, fondati da Ignazio di Loyola e approvati nel 1540, ebbero un ruolo decisivo nell’educazione e nelle missioni.
Controriforma, Riforma cattolica, confessionalizzazione
Il nome stesso del fenomeno è oggetto di dibattito. “Controriforma” sottolinea la reazione contro il protestantesimo; Hubert Jedin propose di distinguere una “Riforma cattolica”, nata prima di Lutero dalle esigenze interne di rinnovamento, dalla Controriforma vera e propria. Più di recente, Wolfgang Reinhard e Heinz Schilling hanno proposto il concetto di confessionalizzazione: in tutta Europa, cattolica e protestante, le Chiese e gli Stati collaborarono nel disciplinare i fedeli e nel creare identità religiose definite, con catechismi, visite pastorali, controllo dei costumi. Il concetto mette in luce le somiglianze fra mondi che si consideravano nemici.
Cosa ti chiedono all’orale (Riforme)
Quali sono i principi fondamentali della teologia di Lutero? La giustificazione per sola fede, l’autorità della sola Scrittura e il sacerdozio universale dei credenti.
Che cosa stabilì la pace di Augusta? Che ogni principe dell’impero potesse scegliere fra cattolicesimo e luteranesimo per sé e per i propri sudditi, principio poi riassunto nella formula cuius regio, eius religio. Il calvinismo restava escluso.
Che cos’è la confessionalizzazione? Il processo, studiato da Reinhard e Schilling, con cui Chiese e Stati, cattolici e protestanti, lavorarono insieme per disciplinare i fedeli e costruire identità confessionali precise.
Il secolo di ferro: guerre di religione e crisi del Seicento
Francia e Paesi Bassi
Nella seconda metà del Cinquecento la Francia fu sconvolta dalle guerre di religione fra cattolici e ugonotti, i calvinisti francesi. L’episodio più tragico fu la notte di San Bartolomeo, il 24 agosto 1572, quando migliaia di protestanti furono uccisi a Parigi e in altre città. Le guerre si conclusero con Enrico IV di Borbone, protestante convertito al cattolicesimo per salire al trono, che con l’editto di Nantes del 1598 concesse agli ugonotti libertà di culto in luoghi definiti e alcune piazzeforti. Luigi XIV lo revocherà nel 1685.
Nei Paesi Bassi, la politica di Filippo II, accentratrice e intransigente sul piano religioso, provocò una rivolta iniziata nel 1566 e diventata guerra aperta. Le province settentrionali si unirono nell’Unione di Utrecht del 1579 e nel 1581 dichiararono decaduto il re. La Repubblica delle Province Unite divenne nel Seicento la prima potenza commerciale del mondo, con la Compagnia delle Indie orientali, fondata nel 1602. La Spagna ne riconobbe l’indipendenza solo nel 1648.
Filippo II e il Mediterraneo
Filippo II governò un impero immenso dalla nuova capitale, Madrid, e dal palazzo-monastero dell’Escorial. Nel Mediterraneo, la Lega santa sconfisse la flotta ottomana a Lepanto nel 1571, una vittoria di grande eco simbolica ma di effetti strategici limitati. Nel 1580 Filippo divenne anche re del Portogallo. Nel 1588 l’Invincibile Armata, inviata contro l’Inghilterra di Elisabetta I, fu sconfitta e dispersa dalle tempeste.
La guerra dei Trent’anni
Iniziata nel 1618 con la defenestrazione di Praga, quando i nobili protestanti boemi gettarono da una finestra due funzionari imperiali, la guerra dei Trent’anni coinvolse quasi tutta l’Europa. Cominciata come conflitto religioso all’interno dell’impero, divenne una guerra fra potenze, con la Francia cattolica del cardinale Richelieu alleata dei protestanti contro gli Asburgo. La Germania subì perdite demografiche gravissime, in alcune regioni fino a un terzo della popolazione o più.
La pace di Westfalia del 1648 riconobbe il calvinismo accanto alle altre confessioni nell’impero, l’indipendenza delle Province Unite e della Confederazione svizzera, e rafforzò l’autonomia dei principi tedeschi. Si parla spesso di “sistema westfaliano” come origine di un ordine internazionale fondato su stati sovrani; molti storici considerano questa lettura una semplificazione, ma la formula resta diffusa in relazioni internazionali.
La crisi generale del Seicento
Nel 1954 Eric Hobsbawm parlò di una “crisi generale” dell’economia europea nel Seicento, interpretata come una fase di passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Nel 1959 Hugh Trevor-Roper propose un’altra lettura: una crisi dei rapporti fra lo Stato, con le sue corti costose, e la società, che si manifestò nelle rivolte degli anni Quaranta del secolo. In quegli anni, infatti, scoppiarono quasi contemporaneamente la rivoluzione inglese, la Fronda in Francia, la rivolta della Catalogna e del Portogallo contro la Spagna, quella di Masaniello a Napoli nel 1647.
Il dibattito è ripreso con Geoffrey Parker, che in Global Crisis (2013) ha collegato le crisi del Seicento a scala mondiale, dalla Cina dei Ming all’Europa, al raffreddamento climatico della cosiddetta piccola era glaciale, che provocò carestie, epidemie e rivolte. La spiegazione climatica è utile, ma va combinata con fattori politici e fiscali, a cominciare dal costo crescente delle guerre.
Cosa ti chiedono all’orale (Seicento)
Che cosa stabilì l’editto di Nantes? Concesse agli ugonotti libertà di culto in luoghi definiti, diritti civili e alcune piazzeforti, ponendo fine alle guerre di religione in Francia. Fu revocato da Luigi XIV nel 1685.
Che cosa si intende per crisi generale del Seicento? Un insieme di difficoltà economiche, demografiche e politiche che colpì l’Europa e altre parti del mondo, con un picco di rivolte negli anni Quaranta. Le interpretazioni vanno da Hobsbawm (crisi economica di transizione) a Trevor-Roper (crisi fra Stato e società) a Parker (crisi globale con forte componente climatica).
Perché la pace di Westfalia è importante? Perché chiude la guerra dei Trent’anni, riconosce il calvinismo, l’indipendenza delle Province Unite e della Svizzera, e rafforza i principi tedeschi. È spesso considerata l’origine del sistema degli stati sovrani, anche se questa lettura è discussa.
L’Europa orientale e gli Ottomani
Un esame di storia moderna non può fermarsi all’Europa occidentale. L’impero ottomano, dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453, si estese nei Balcani, in Ungheria, in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale, e raggiunse l’apogeo con Solimano il Magnifico, sultano dal 1520 al 1566. Per l’Europa cristiana fu insieme un nemico, un partner commerciale e diplomatico, perfino un alleato: la Francia di Francesco I si alleò con il sultano contro Carlo V. Il secondo assedio di Vienna, nel 1683, fu respinto da un esercito di soccorso comandato dal re polacco Giovanni Sobieski; da allora gli Ottomani cominciarono a perdere terreno, e con la pace di Karlowitz del 1699 cedettero l’Ungheria agli Asburgo.
Più a nord, la confederazione polacco-lituana fu per buona parte dell’età moderna uno dei più grandi stati d’Europa, con una monarchia elettiva e una nobiltà molto potente, finché le spartizioni del 1772, 1793 e 1795 la cancellarono dalla carta a vantaggio di Russia, Prussia e Austria. La Russia, con Pietro il Grande, zar dal 1682 e al governo personale dagli anni Novanta del Seicento, si aprì ai modelli occidentali, riformò l’esercito e l’amministrazione e fondò nel 1703 San Pietroburgo, la nuova capitale sul Baltico. La vittoria sulla Svezia nella grande guerra del Nord, conclusa nel 1721, fece della Russia una potenza europea.
La caccia alle streghe
Fra il Quattrocento e il Settecento, ma con un picco fra il 1560 e il 1650 circa, l’Europa conobbe un’ondata di processi per stregoneria. Le stime più accreditate parlano di circa centomila processi e di un numero di condanne a morte compreso fra quaranta e sessantamila, in grande maggioranza donne. Il Malleus maleficarum, il “martello delle streghe”, pubblicato nel 1486-1487 dal domenicano Heinrich Kramer, contribuì a diffondere l’idea della strega come alleata del diavolo.
La distribuzione dei processi è molto diseguale: furono numerosissimi nel Sacro Romano Impero, soprattutto nelle piccole signorie e nei principati ecclesiastici, mentre in Spagna e in Italia l’Inquisizione, paradossalmente, fu più cauta e condannò a morte relativamente poche persone per stregoneria. Gli storici spiegano il fenomeno combinando fattori diversi: le tensioni sociali nei villaggi, le crisi climatiche e agricole, la paura religiosa nell’età delle Riforme, la debolezza o la forza dei poteri centrali. Brian Levack, con La caccia alle streghe in Europa, ne ha dato una sintesi molto usata.
Inghilterra: rivoluzioni e parlamento
Il Seicento inglese è segnato dal conflitto fra la corona degli Stuart e il parlamento su tasse, religione e prerogative regie. La guerra civile, scoppiata nel 1642, vide la vittoria del parlamento e del suo esercito, il New Model Army di Oliver Cromwell. Nel 1649 il re Carlo I fu processato e decapitato, e l’Inghilterra divenne per un decennio una repubblica, il Commonwealth, poi governata da Cromwell come Lord Protettore. Nel dibattito di Putney del 1647, i Levellers, con le loro proposte di suffragio esteso, anticiparono temi della democrazia moderna.
Dopo la restaurazione degli Stuart nel 1660, il conflitto si riaprì con Giacomo II, cattolico. Nel 1688 il parlamento chiamò al trono la figlia protestante del re, Maria, con il marito Guglielmo d’Orange, statolder delle Province Unite: è la Gloriosa rivoluzione, quasi senza spargimento di sangue in Inghilterra. Il Bill of Rights del 1689 stabilì che il re non poteva sospendere le leggi né imporre tasse né mantenere un esercito in tempo di pace senza il consenso del parlamento. John Locke, nei Due trattati sul governo, pubblicati nel 1689, fornì una giustificazione teorica al diritto di resistenza contro un governo che viola i diritti naturali.
La storiografia ha interpretato queste vicende in modi diversi: la tradizione whig vi vedeva il progresso verso la libertà; gli storici marxisti, come Christopher Hill, una rivoluzione borghese; i revisionisti degli anni Settanta, come Conrad Russell, hanno insistito sulle cause contingenti e sul problema di governare insieme tre regni, Inghilterra, Scozia e Irlanda.
Cosa ti chiedono all’orale (Inghilterra)
Che cosa fu la Gloriosa rivoluzione? La sostituzione nel 1688 di Giacomo II con Guglielmo d’Orange e Maria, decisa dal parlamento, che portò al Bill of Rights e affermò la supremazia del parlamento sulla corona.
Come è stata interpretata la rivoluzione inglese? Come tappa del progresso delle libertà (whig), come rivoluzione borghese (Hill), o come prodotto di crisi contingenti e del problema dei tre regni (revisionisti come Russell).
L’assolutismo
Luigi XIV e il modello francese
Luigi XIV, re dal 1643 e al governo personale dal 1661 alla morte nel 1715, è il simbolo dell’assolutismo. Costruì Versailles come centro di una corte che teneva vicina e controllava l’alta nobiltà, si servì di ministri come Colbert per riorganizzare finanze, manifatture, commercio, inviò nelle province gli intendenti, funzionari revocabili che rappresentavano il potere regio. La frase “lo Stato sono io”, che gli viene attribuita, è con ogni probabilità apocrifa, ma riassume bene l’immagine che la monarchia voleva dare di sé.
Un concetto discusso
Anche “assolutismo” è un termine dell’Ottocento. Gli storici recenti, come William Beik nel libro sulla Linguadoca del 1985, hanno mostrato che la monarchia di Luigi XIV governava collaborando con le élite provinciali, offrendo loro vantaggi in cambio di obbedienza, più che imponendosi dall’alto. Il potere “assoluto” significava che il re non era vincolato dalle leggi positive, ma restava sottoposto alla legge divina, alle leggi fondamentali del regno e, nella pratica, alla necessità del consenso. Il modello fu imitato in molte parti d’Europa, dalla Prussia alla Russia di Pietro il Grande.
Cosa ti chiedono all’orale (assolutismo)
Che cosa erano gli intendenti? Funzionari nominati e revocabili dal re, inviati nelle province per controllare giustizia, polizia e finanze. Furono uno strumento centrale dell’amministrazione di Luigi XIV.
Perché il concetto di assolutismo è discusso? Perché suggerisce un potere illimitato e accentrato, mentre le ricerche mostrano che la monarchia governava contrattando con le élite locali e rispettando limiti giuridici e religiosi.
L’Italia nell’età spagnola
Per molto tempo la storiografia italiana, a partire dal Risorgimento, ha descritto il Seicento come un secolo di decadenza, dominato dagli Spagnoli, dalla Controriforma e dalla rifeudalizzazione, cioè dal ritorno della nobiltà alla rendita fondiaria e ai poteri signorili. È l’immagine dei Promessi sposi di Manzoni, ambientati nella Lombardia spagnola del 1628-1630, con i bravi, la carestia, la peste.
Gli studi degli ultimi decenni hanno sfumato questo quadro. Il declino economico fu reale, soprattutto per le manifatture urbane del Centro-Nord, che persero mercati di fronte alla concorrenza inglese e olandese, ma non fu uniforme. La dominazione spagnola, inoltre, si fondava su un compromesso con le élite locali, che conservavano ampi spazi di potere. La rivolta di Napoli del 1647, iniziata con Masaniello contro una nuova gabella sulla frutta, mostra le tensioni di questo sistema, ma anche la sua capacità di sopravvivere.
Dopo la guerra di successione spagnola, conclusa dalle paci di Utrecht e Rastatt nel 1713-1714, l’Italia passò in gran parte sotto l’influenza austriaca. Nel corso del Settecento si consolidarono i Borbone a Napoli, gli Asburgo-Lorena in Toscana, i Savoia, che ottennero il titolo regio, prima di Sicilia e poi, dal 1720, di Sardegna.
Non tutta l’Italia, però, era spagnola. La Repubblica di Venezia conservò la propria indipendenza fino al 1797, quando Napoleone la cedette all’Austria con il trattato di Campoformio; nel Seicento combatté a lungo contro gli Ottomani, perdendo Creta nel 1669 dopo una guerra di oltre vent’anni. Lo Stato della Chiesa, con Roma capitale del cattolicesimo tridentino, fu un centro artistico di primo piano, dal barocco di Bernini e Borromini ai grandi cantieri papali. Il ducato di Savoia, con capitale Torino dal 1563, costruì uno stato militare e amministrativo efficiente, che nel Settecento diventerà il più solido della penisola. Anche questo pluralismo spiega perché la storia d’Italia in età moderna vada studiata stato per stato.
La rivoluzione scientifica e l’Illuminismo
Scienza e autorità
Fra la pubblicazione del De revolutionibus di Copernico nel 1543 e i Principia di Newton del 1687 si compie la rivoluzione scientifica. Galileo, con le osservazioni al cannocchiale del 1609-1610 e con il Dialogo sopra i due massimi sistemi del 1632, sostenne il sistema copernicano e un metodo fondato su esperienze sensate e dimostrazioni matematiche. Il processo del 1633 e l’abiura gli imposero il silenzio, e il suo caso è diventato il simbolo del conflitto fra scienza e autorità religiosa. Nascono in questo periodo le accademie scientifiche, come i Lincei a Roma nel 1603, la Royal Society a Londra nel 1660, l’Académie des sciences a Parigi nel 1666.
Illuminismo e riforme
L’Illuminismo, nel Settecento, applica la ragione critica alla religione, alla politica, all’economia, al diritto. Kant, nel 1784, lo definì l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. L’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, pubblicata dal 1751, fu il grande progetto collettivo del movimento. Montesquieu, nell’Esprit des lois del 1748, teorizzò la separazione dei poteri; Rousseau, nel Contratto sociale del 1762, la sovranità popolare.
In Italia Milano e Napoli furono due centri importanti. A Milano, intorno ai fratelli Verri e alla rivista Il Caffè, Cesare Beccaria scrisse Dei delitti e delle pene (1764), che criticava la tortura e la pena di morte e ebbe un’eco europea. Nel 1786 il granduca Pietro Leopoldo di Toscana abolì la pena di morte con il suo nuovo codice penale, uno dei primi stati a farlo. A Napoli Antonio Genovesi tenne una delle prime cattedre di economia, e Gaetano Filangieri scrisse la Scienza della legislazione.
I sovrani riformatori, come Maria Teresa e Giuseppe II in Austria, Federico II in Prussia, Caterina II in Russia, applicarono alcune idee illuministiche per rafforzare lo Stato: catasti, riforme fiscali, scuole, limitazione dei privilegi ecclesiastici. Si parla per loro di “dispotismo illuminato”, un’espressione che sottolinea il carattere autoritario di queste riforme.
Cosa ti chiedono all’orale (scienza e Illuminismo)
Perché il caso Galileo è così importante? Perché rappresenta il conflitto fra il nuovo metodo scientifico, fondato sull’osservazione e sulla matematica, e l’autorità della Chiesa sull’interpretazione della Scrittura e della natura.
Qual è il contributo di Beccaria? Con Dei delitti e delle pene criticò la tortura e la pena di morte, sostenendo che la pena deve essere proporzionata, certa e utile alla società. Il libro ebbe un’enorme diffusione in Europa.
Che cos’è il dispotismo illuminato? La politica di sovrani che, nel Settecento, attuarono riforme ispirate all’Illuminismo per modernizzare e rafforzare lo Stato, senza rinunciare al potere assoluto.
L’età delle rivoluzioni
La rivoluzione americana
Dopo la guerra dei Sette anni, 1756-1763, la Gran Bretagna impose nuove tasse alle colonie americane per coprire i costi della guerra. Le colonie protestarono con lo slogan “nessuna tassazione senza rappresentanza”, e il conflitto sfociò nella guerra d’indipendenza. La Dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776, redatta soprattutto da Thomas Jefferson, affermava che tutti gli uomini sono creati uguali e hanno diritti inalienabili. La pace di Parigi del 1783 riconobbe gli Stati Uniti, che si diedero nel 1787 una costituzione federale. La contraddizione più evidente era la schiavitù, mantenuta negli stati del Sud.
La rivoluzione industriale
Dalla metà del Settecento, in Inghilterra, l’introduzione di macchine nell’industria tessile del cotone e l’uso della macchina a vapore, perfezionata da James Watt, avviarono un cambiamento profondo del modo di produrre. Gli storici discutono sulla rapidità del processo: alcuni preferiscono parlare di una lunga trasformazione più che di una rivoluzione improvvisa. Fra le cause si citano la rivoluzione agricola, la disponibilità di carbone, i capitali accumulati con il commercio e le colonie, un mercato interno ampio, salari elevati che spingevano a sostituire il lavoro con le macchine, come ha sostenuto Robert Allen.
La Rivoluzione francese
Nel 1789 la crisi finanziaria della monarchia costrinse Luigi XVI a convocare gli Stati generali. Il terzo stato si proclamò Assemblea nazionale, il 14 luglio il popolo di Parigi prese la Bastiglia, nell’agosto furono aboliti i privilegi feudali e approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Seguirono la monarchia costituzionale, la guerra contro le potenze europee dal 1792, la repubblica, l’esecuzione del re nel gennaio 1793, il Terrore giacobino, con Robespierre e il Comitato di salute pubblica, fino alla sua caduta nel luglio 1794, il Direttorio e infine il colpo di stato di Napoleone Bonaparte nel 1799.
Le interpretazioni della Rivoluzione
La Rivoluzione francese è forse l’evento più discusso della storiografia moderna. Per gran parte del Novecento ha dominato l’interpretazione sociale, di impronta marxista, di Georges Lefebvre e Albert Soboul: la Rivoluzione come rivoluzione borghese, che abbatte il feudalesimo e apre la strada al capitalismo. Lefebvre, nel libro sull’Ottantanove del 1939, distinse anche più rivoluzioni intrecciate: aristocratica, borghese, popolare urbana, contadina.
Dagli anni Sessanta gli storici revisionisti, come Alfred Cobban in Inghilterra e François Furet in Francia, hanno contestato questa lettura. Cobban mostrò che i rivoluzionari erano più spesso avvocati e funzionari che imprenditori capitalisti. Furet, in Critica della Rivoluzione francese (1978), propose di leggere la Rivoluzione come un evento politico e culturale, in cui la dinamica del discorso sulla sovranità popolare portò al Terrore. Gli studi successivi hanno insistito sulla cultura politica, sui simboli, sulla partecipazione femminile, sulla rivoluzione di Haiti, dove gli schiavi insorti nel 1791 portarono alla prima repubblica nera indipendente nel 1804.
Napoleone e il Congresso di Vienna
Napoleone, console e poi imperatore dal 1804, esportò in buona parte d’Europa le istituzioni nate dalla Rivoluzione: il codice civile del 1804, l’amministrazione centralizzata, l’abolizione dei privilegi feudali. In Italia nacquero la Repubblica e poi il Regno d’Italia al Nord, e il regno di Napoli fu affidato prima a Giuseppe Bonaparte e poi a Gioacchino Murat. Dopo la disastrosa campagna di Russia del 1812 e la sconfitta di Lipsia del 1813, Napoleone abdicò; tornato dall’Elba, fu definitivamente sconfitto a Waterloo nel 1815.
Il Congresso di Vienna, nel 1814-1815, ridisegnò la carta d’Europa sulla base dei principi di legittimità e di equilibrio, restaurando molte dinastie. Ma le trasformazioni introdotte nel periodo rivoluzionario e napoleonico non si cancellarono: da qui comincia la storia contemporanea.
Cosa ti chiedono all’orale (rivoluzioni)
Quali sono le principali interpretazioni della Rivoluzione francese? Quella sociale di Lefebvre e Soboul, che la vede come rivoluzione borghese contro il feudalesimo, e quella revisionista di Cobban e Furet, che ne contesta il carattere di classe e la legge come un evento politico e culturale.
Che cosa lasciò Napoleone in Europa? Il codice civile, un’amministrazione centralizzata, l’abolizione dei privilegi feudali in molti territori e, indirettamente, la nascita dei sentimenti nazionali in reazione al dominio francese.
Esercizio: commentare una fonte
All’orale di Storia moderna capita spesso di commentare un documento. Prendiamo l’articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, che afferma che gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti, e che le distinzioni sociali possono fondarsi solo sull’utilità comune.
Identifica il documento: è un testo approvato dall’Assemblea nazionale costituente, poche settimane dopo la presa della Bastiglia e l’abolizione dei privilegi feudali nella notte del 4 agosto. Sarà premesso alla costituzione del 1791.
Colloca il passo: è l’apertura della Dichiarazione, che subito dopo, all’articolo 2, indica come diritti naturali e imprescrittibili la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.
Spiega il contenuto: l’articolo nega il fondamento della società di ordini, in cui i diritti dipendevano dalla nascita e dall’appartenenza a un ceto, e afferma un’uguaglianza giuridica. Ammette però distinzioni sociali, se giustificate dall’utilità comune: non è un’uguaglianza economica.
Valuta: il testo ha limiti evidenti, che i contemporanei stessi notarono. Le donne restarono escluse dai diritti politici, e Olympe de Gouges rispose nel 1791 con una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina; la costituzione del 1791 distinse fra cittadini attivi e passivi in base al censo; la schiavitù nelle colonie fu abolita solo nel 1794, e ristabilita da Napoleone nel 1802. A Saint-Domingue, del resto, l’abolizione era già stata proclamata nel 1793 dal commissario Sonthonax, sotto la pressione della rivolta degli schiavi: la Convenzione la estese poi a tutte le colonie francesi.
Collega: puoi richiamare il modello della Dichiarazione d’indipendenza americana e delle dichiarazioni dei diritti degli stati americani, le idee di Locke e di Rousseau, e il dibattito storiografico fra interpretazione sociale e interpretazione politica della Rivoluzione.
Questo schema, identificare, collocare, spiegare, valutare, collegare, funziona con qualunque fonte: un editto, una lettera, un trattato di pace, una pagina di Machiavelli.
Gli storici da conoscere
Oltre ai nomi già citati, alcuni storici dell’età moderna tornano spesso. Fernand Braudel, erede delle Annales, è il maestro della storia di lunga durata. Delio Cantimori studiò gli eretici italiani del Cinquecento; Franco Venturi, con Settecento riformatore, ricostruì la circolazione delle idee illuministiche in Italia e in Europa. Carlo Ginzburg, con Il formaggio e i vermi (1976), dedicato al mugnaio friulano Menocchio processato dall’Inquisizione, ha reso celebre la microstoria, lo studio intensivo di un caso per illuminare strutture più ampie. Adriano Prosperi ha studiato l’Inquisizione e la disciplina dei fedeli in Tribunali della coscienza (1996).
Come prepararti
Lavora con un atlante storico: confini e dinastie cambiano continuamente, e senza carte le guerre del Cinque e Seicento si confondono. Costruisci una tabella delle paci principali, con le date e le conseguenze: Cateau-Cambrésis 1559, Augusta 1555, Westfalia 1648, Utrecht 1713, Parigi 1763 e 1783, Vienna 1815. All’orale una domanda sulle paci è molto frequente, perché permette di verificare insieme cronologia e geografia.
Per ogni grande tema, prepara il dibattito storiografico con almeno due posizioni e i nomi degli autori. Leggi con attenzione i saggi monografici in programma, partendo dall’introduzione, dove l’autore spiega con chi sta discutendo. Annota per ciascun saggio la tesi in due righe e tre esempi concreti: all’orale ti basteranno per dimostrare di averlo letto davvero.
Esami collegati
Il periodo precedente è negli appunti di Storia medievale, quello successivo in Storia contemporanea. Per la letteratura dello stesso periodo vedi Letteratura italiana dal ‘500 all’800; per la lingua, Storia della lingua italiana. Tutti gli altri esami sono nell’indice degli esami.
Fonti e approfondimenti
- Renata Ago, Vittorio Vidotto, Storia moderna, Laterza.
- Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi (ed. orig. 1949).
- John H. Elliott, A Europe of Composite Monarchies, in Past and Present, 137 (1992).
- Wolfgang Reinhard, Storia dello Stato moderno, il Mulino.
- Geoffrey Parker, Global Crisis. War, Climate Change and Catastrophe in the Seventeenth Century, Yale University Press, 2013.
- Franco Venturi, Settecento riformatore, Einaudi.
- François Furet, Critica della Rivoluzione francese, Laterza (ed. orig. 1978).
- Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Einaudi, 1976.
- Fonti in traduzione: Machiavelli, Il principe; Las Casas, Brevissima relazione della distruzione delle Indie; Beccaria, Dei delitti e delle pene.