“Gli ho detto” riferito a una donna è un errore? E “a me mi piace”? Chi studia Lettere arriva a Linguistica italiana con molte certezze scolastiche, e il primo effetto del corso è smontarle con metodo. Non per dire che tutto va bene, ma per capire come funziona davvero la lingua che parli ogni giorno.
L’esame si sostiene di solito al primo anno della triennale in Lettere (L-10), soprattutto nel curriculum moderno, e vale tra 6 e 12 crediti. Studia l’italiano contemporaneo nei suoi livelli (suoni, forme, frasi, parole, testi) e nelle sue varietà. Molti docenti fanno uno scritto con esercizi: trascrizione fonetica, analisi morfologica, riconoscimento di fenomeni del neostandard. Altri solo l’orale. Controlla il programma del tuo corso.
| Esame | Linguistica italiana |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere (L-10), spesso al 1° anno; Filologia moderna (LM-14) |
| Crediti | in genere 6-12 CFU |
| SSD | LIFI-01/A (ex L-FIL-LET/12) |
| Prova | scritto con esercizi (trascrizione, analisi) e/o orale |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
Linguistica italiana non si studia come una materia letteraria. Qui servono definizioni precise, simboli, esempi. Ogni sezione ti dà i concetti di base e li applica all’italiano, con esempi che puoi riutilizzare all’esame. Quando trovi un simbolo fonetico tra parentesi quadre [ ] stiamo parlando di suoni concreti; tra barre oblique / / di fonemi, cioè unità distintive del sistema.
Concetti di base
Lingua, varietà, norma
La linguistica descrive, non prescrive. Il suo compito è capire come una lingua funziona, non stabilire che cosa sia giusto. Questo non vuol dire che la norma non esista: esiste, ed è un oggetto di studio. Ma un fenomeno diffuso nel parlato di tutti gli italiani colti (per esempio “gli” usato per “a loro”) è un dato da spiegare, non un errore da correggere.
Ferdinand de Saussure, nel Corso di linguistica generale (pubblicato postumo dagli allievi nel 1916), distingue la langue, il sistema condiviso, dalla parole, l’atto individuale. Distingue anche lo studio sincronico (la lingua in un momento dato) da quello diacronico (la lingua nel tempo). Linguistica italiana è soprattutto sincronica; la diacronia è il campo della Storia della lingua italiana.
Le dimensioni della variazione
Una lingua non è un blocco unico. Varia lungo almeno quattro dimensioni, secondo la classificazione ormai standard (risale a Eugenio Coseriu, rielaborata in Italia soprattutto da Gaetano Berruto):
- diatopica, nello spazio: l’italiano di Milano non è quello di Napoli;
- diastratica, secondo lo strato sociale e il livello di istruzione;
- diafasica, secondo la situazione comunicativa, dal formale all’informale: i “registri”;
- diamesica, secondo il mezzo: scritto, parlato, trasmesso.
A queste si aggiunge la variazione diacronica, nel tempo. Sono assi intrecciati: il parlato informale tende a coincidere con varietà più basse, lo scritto formale con varietà più alte.
Cosa ti chiedono all’orale (concetti di base)
Che differenza c’è fra variazione diafasica e diastratica? La diastratica dipende dal parlante: dal suo livello sociale e di istruzione. La diafasica dipende dalla situazione: lo stesso parlante usa registri diversi in un colloquio di lavoro e al bar con gli amici. Un professore universitario può dire “ma che cavolo dici” in famiglia (scelta diafasica bassa) senza appartenere a una varietà diastratica bassa.
Perché la linguistica è “descrittiva”? Perché il suo obiettivo è descrivere e spiegare come i parlanti usano effettivamente la lingua, non stabilire regole di correttezza. La norma è a sua volta un fatto sociale, che la linguistica studia: chi la fissa, come cambia, quanto è seguita. Questo non significa che tutto sia accettabile in ogni contesto, ma che l’accettabilità dipende dalla varietà e dalla situazione.
Fonetica e fonologia
Suoni e fonemi
La fonetica studia i suoni linguistici come fenomeni fisici e articolatori. La fonologia studia come i suoni funzionano in un sistema per distinguere significati. L’unità della fonologia è il fonema: il suono minimo che distingue due parole. Si individua con le “coppie minime”: “pane” e “cane” differiscono per un solo suono, quindi /p/ e /k/ sono fonemi distinti. “Pesca” con /e/ chiusa (il pescare) e “pesca” con /ɛ/ aperta (il frutto) mostrano che in italiano standard /e/ e /ɛ/ sono fonemi diversi.
Un fonema può realizzarsi in modi diversi, detti allofoni, senza cambiare il significato. In italiano la nasale davanti a /k/ o /g/ si pronuncia velare, [ŋ], come in “banca” [ˈbaŋka]: è un allofono di /n/, non un fonema autonomo.
Le vocali
L’italiano standard ha sette vocali toniche: /i/, /e/, /ɛ/, /a/, /ɔ/, /o/, /u/. In posizione atona le vocali medie aperte e chiuse non si distinguono, e il sistema si riduce a cinque: /i e a o u/. La distinzione fra /e/ e /ɛ/, /o/ e /ɔ/ segue la pronuncia fiorentina, ed è quella che trovi nei dizionari; ma la distribuzione varia molto nelle pronunce regionali. Un milanese dice “perché” con la e aperta, un romano con la e chiusa (come lo standard).
Le vocali si classificano per altezza della lingua (alte, medie, basse), per avanzamento (anteriori, centrale, posteriori) e per arrotondamento delle labbra (le posteriori sono arrotondate).
Le consonanti
Si classificano per modo di articolazione (occlusive, fricative, affricate, nasali, laterali, vibranti, approssimanti), per luogo (bilabiali, labiodentali, dentali/alveolari, palatali, velari) e per sonorità (sorde o sonore).
Qualche punto che all’esame si chiede spesso:
Le affricate: /ts/ e /dz/ (scritte entrambe “z”: “pazzo” e “mezzo”), /tʃ/ e /dʒ/ (“cena”, “gelo”).
La s intervocalica: in fiorentino e nello standard tradizionale può essere sorda (“casa” [ˈkasa]) o sonora (“rosa” [ˈrɔza]), in modo lessicalmente determinato; nel Nord è sempre sonora, nel Centro-Sud prevalentemente sorda. La distinzione ha pochissime coppie minime (“fuso” del verbo fondere e “fuso” per filare) e non è più percepita dai parlanti come norma.
Le consonanti doppie (geminate): in italiano la lunghezza consonantica è distintiva (“pala”/”palla”, “caro”/”carro”). Alcune consonanti sono sempre lunghe fra vocali, anche se scritte scempie: /ʎ/ (“figlio”), /ɲ/ (“sogno”), /ʃ/ (“pesce”), /ts/ e /dz/.
Il raddoppiamento fonosintattico: nell’italiano di base toscana la consonante iniziale di una parola si allunga dopo certe parole, come “a”, “e”, “che”, “tre”, “è”, le parole tronche: “a casa” [akˈkaːsa], “città bella” [tʃitˈtabˈbɛlla]. Non si scrive (salvo nelle univerbazioni: “davvero”, “ossia”, “sopraffare”), e nel Nord non si fa.
L’accento e la sillaba
L’accento italiano è libero (può cadere su sillabe diverse) e distintivo: “àncora” e “ancóra”, “prìncipi” e “princìpi”. Le parole si dividono in tronche (ossitone), piane (parossitone, la maggioranza), sdrucciole (proparossitone), bisdrucciole. La sillaba ha un nucleo vocalico obbligatorio; le sillabe aperte terminano in vocale, quelle chiuse in consonante. La divisione in sillabe ortografica (“pa-sta”) non coincide sempre con quella fonologica (“pas-ta”): un buon esempio da portare all’orale.
La trascrizione
All’esame scritto ti chiederanno probabilmente di trascrivere parole o frasi in IPA (International Phonetic Alphabet). Alcune regole: segna l’accento con l’apice prima della sillaba tonica ([ˈkaːsa]), la lunghezza vocalica in sillaba tonica aperta non finale con [ː] (se il docente lo richiede), le geminate raddoppiando il simbolo ([ˈpalla]). Attenzione ai digrammi: “gn” è un solo suono, [ɲ]; “sc” davanti a e/i è [ʃ]; “gl” davanti a i è di solito [ʎ], ma non in “glicine” [ˈɡliːtʃine].
Il manuale classico per questa parte è Luciano Canepari, Manuale di pronuncia italiana (Zanichelli), o, più agile, la parte di fonetica in Maurizio Dardano, Manuale di linguistica italiana.
Cosa ti chiedono all’orale (fonetica e fonologia)
Che cos’è una coppia minima? È una coppia di parole che differiscono per un solo suono nella stessa posizione e hanno significati diversi: “pane”/”cane”, “pala”/”palla”, “pèsca”/”pésca”. Serve a dimostrare che due suoni sono fonemi distinti nel sistema di una lingua. Se sostituendo un suono con un altro il significato non cambia, i due suoni sono allofoni dello stesso fonema.
Che cos’è il raddoppiamento fonosintattico? È l’allungamento della consonante iniziale di una parola quando segue certe parole, in particolare monosillabi forti (“a”, “e”, “che”, “tra”) e parole tronche: “a Roma” si pronuncia [arˈroːma]. È tipico del toscano e dell’italiano centro-meridionale, mentre nel Nord non si realizza. Si vede nella grafia solo in parole composte come “davvero” e “frattanto”.
Morfologia
Morfemi e parole
La morfologia studia la struttura interna delle parole. L’unità minima dotata di significato è il morfema. In “ragazze” ci sono due morfemi: la radice (o morfema lessicale) “ragazz-” e la desinenza (morfema grammaticale) “-e”, che indica femminile plurale. Si distingue la morfologia flessiva (le forme di una stessa parola: “canto”, “canti”, “cantava”) da quella derivativa (la formazione di parole nuove: “cantante”, “canterino”).
La flessione
Il nome italiano ha genere (maschile, femminile) e numero (singolare, plurale). Le classi flessive principali sono tre: -o/-i (“libro”), -a/-e (“casa”), -e/-i (“fiore”, “nave”). Ci sono poi i nomi in -a maschili (“poeta”/”poeti”), quelli invariabili (le parole tronche: “città”; i monosillabi: “re”; i prestiti: “film”), i plurali irregolari (“uomo”/”uomini”) e i nomi con doppio plurale (“braccio”: “i bracci” della gru, “le braccia” del corpo).
Il verbo ha la flessione più ricca: persona, numero, tempo, modo, aspetto, diatesi. Tre coniugazioni, con -are produttiva (i verbi nuovi entrano tutti lì: “googlare”, “chattare”). Fra i fenomeni da conoscere: l’alternanza della radice nei verbi irregolari (“vengo”/”vieni”), l’ampliamento in -isc- nella terza coniugazione (“finisco”).
I pronomi personali conservano tracce di casi, cioè forme diverse per soggetto e complemento: “io”/”me”/”mi”, “egli”/”lui”/”lo”/”gli”. I pronomi clitici (atoni) si appoggiano al verbo: “lo vedo”, “vedendolo”, “dammelo”. Le combinazioni di clitici hanno regole precise (“glielo”, “me ne”).
La formazione delle parole
I procedimenti principali: derivazione con suffissi (“lavor-atore”, “gentil-ezza”) e prefissi (“in-felice”, “ri-fare”); alterazione, tipica dell’italiano (“casetta”, “casona”, “casaccia”); composizione (“capostazione”, “portaombrelli”, “agrodolce”); conversione, cioè il cambio di categoria senza affissi (“il bere”, “il perché”). Ci sono poi le parole formate con elementi dotti greci e latini (“telefono”, “biologia”), le sigle e gli acronimi (“Rai”, “Onu”), le parole macedonia (“cantautore”, da cantante + autore).
Un problema classico: i composti con il verbo come primo elemento (“portalettere”, “lavastoviglie”) sono tipici delle lingue romanze e hanno la testa esterna, cioè non sono “un tipo di porta” ma “qualcosa che porta”.
Cosa ti chiedono all’orale (morfologia)
Che differenza c’è fra flessione e derivazione? La flessione produce forme diverse della stessa parola, secondo categorie grammaticali obbligatorie (genere, numero, tempo, persona): “gatto”, “gatti”, “gatta”. La derivazione forma parole nuove, spesso di categoria diversa, aggiungendo affissi: “gatto”, “gattino”, “gattile”. La flessione non cambia il significato lessicale, la derivazione sì.
Che cosa sono i clitici? Sono pronomi atoni che non hanno accento proprio e si appoggiano al verbo: prima, se il verbo è finito (“lo vedo”), o dopo, attaccati, se è un infinito, un gerundio o un imperativo (“vederlo”, “vedendolo”, “guardalo”). Possono combinarsi secondo un ordine fisso: “me lo”, “glielo”, “ce ne”. La loro posizione e combinazione sono tra i fenomeni più tipici della sintassi delle lingue romanze.
Sintassi
La frase semplice
La sintassi studia come le parole si combinano in sintagmi e frasi. Il sintagma è un gruppo di parole organizzato attorno a una testa: un sintagma nominale (“il libro di Marco”) ha per testa un nome, un sintagma verbale un verbo, un sintagma preposizionale una preposizione.
Il modello oggi più usato nell’insegnamento universitario, e anche in molte scuole, è quello della grammatica valenziale, che deriva dal linguista francese Lucien Tesnière (Éléments de syntaxe structurale, 1959) ed è stato diffuso in Italia soprattutto da Francesco Sabatini. Al centro della frase c’è il verbo, che “chiede” un certo numero di argomenti, come un atomo con le sue valenze. “Piovere” è zerovalente (piove); “dormire” monovalente (qualcuno dorme); “mangiare” bivalente (qualcuno mangia qualcosa); “dare” trivalente (qualcuno dà qualcosa a qualcuno); “trasferire” tetravalente (qualcuno trasferisce qualcosa da un luogo a un altro). Gli argomenti formano il nucleo della frase; gli altri elementi sono circostanti o espansioni.
È un modello diverso dall’analisi logica tradizionale, che elenca “complementi” senza distinguere quelli necessari da quelli facoltativi. Saper spiegare questa differenza è una domanda classica.
L’ordine delle parole
L’ordine non marcato dell’italiano è soggetto-verbo-oggetto (SVO): “Maria legge il giornale”. Ma l’italiano è molto libero, e l’ordine cambia per ragioni di struttura informativa: ciò che è già noto (tema o topic) tende a stare all’inizio, l’informazione nuova (rema o comment) alla fine.
L’italiano è una lingua a soggetto nullo (pro-drop): il soggetto pronominale si omette normalmente (“Parto domani”), perché la desinenza verbale basta a identificarlo. Esprimerlo serve a dare enfasi o contrasto (“Io parto, tu resti”).
Il soggetto può stare dopo il verbo, soprattutto con i verbi inaccusativi e quando è informazione nuova: “È arrivato Marco”, “Ha telefonato tua madre”. È un fenomeno del tutto normale, non un’inversione stilistica.
Le costruzioni marcate
Le costruzioni marcate servono a mettere in rilievo una parte della frase. Sono fondamentali per capire l’italiano parlato.
La dislocazione a sinistra: un elemento viene anticipato e ripreso da un clitico. “Il giornale, l’ho già letto”. “A me, mi piace” è una dislocazione a sinistra con ripresa pronominale: il pronome tonico anticipato viene ripreso dal clitico. È stigmatizzata dalla scuola, ma ha una funzione precisa: segnalare il tema. Si trova già in testi antichi.
La dislocazione a destra: l’elemento viene ripreso da un clitico prima di essere nominato. “L’ho già letto, il giornale”. Spesso ha una funzione di chiarimento o di ripresa.
La frase scissa: “È Marco che ha rotto il vaso”, “È per questo che sono venuto”. Mette a fuoco un elemento, contrapponendolo implicitamente ad altri.
Il “c’è presentativo”: “C’è un signore che ti cerca”. Introduce un elemento nuovo nel discorso.
Il tema sospeso (o anacoluto): “Giorgio, non gli ho ancora parlato” o, con rottura sintattica, “Io, mi sembra che…”. Il tema viene isolato all’inizio senza integrarlo nella struttura. È tipico del parlato. Manzoni lo usa in bocca a Renzo e a Perpetua.
La frase complessa
La frase complessa (periodo) unisce più frasi per coordinazione (paratassi) o subordinazione (ipotassi). Le subordinate possono essere esplicite, con verbo finito (“Penso che tu abbia ragione”), o implicite, con infinito, gerundio, participio (“Penso di avere ragione”). Si classificano per funzione: completive (soggettive, oggettive, dichiarative), relative, circostanziali (temporali, causali, finali, concessive, ipotetiche…).
Il periodo ipotetico ha tre tipi tradizionali: della realtà (“Se piove, resto a casa”), della possibilità (“Se piovesse, resterei a casa”), dell’irrealtà (“Se fosse piovuto, sarei restato a casa”). Nel parlato si diffonde l’uso dell’imperfetto indicativo nel periodo ipotetico dell’irrealtà: “Se lo sapevo, non venivo”. È un tratto del neostandard, di cui parliamo fra poco.
Cosa ti chiedono all’orale (sintassi)
Che cos’è la valenza di un verbo? È il numero di argomenti che il verbo richiede per formare una frase completa. “Piovere” non ne richiede nessuno, “dormire” uno, “mangiare” due, “dare” tre. Gli argomenti formano il nucleo della frase, gli altri elementi sono espansioni. Il modello deriva da Tesnière ed è stato diffuso in Italia da Francesco Sabatini; permette di distinguere ciò che è necessario da ciò che è accessorio, cosa che l’analisi logica tradizionale non fa.
“A me mi piace” è un errore? Dal punto di vista descrittivo è una dislocazione a sinistra con ripresa clitica: il pronome tonico viene anticipato come tema e ripreso dal clitico. La costruzione ha una funzione comunicativa precisa, l’enfasi sul tema, ed è diffusissima nel parlato di tutti i livelli. È considerata inadatta allo scritto formale, e la scuola la sanziona come ridondante. Si tratta quindi di una questione di registro e di varietà, non di grammaticalità in assoluto.
Il lessico
Strati e provenienze
Il lessico italiano ha strati diversi. Il nucleo è costituito dalle parole di tradizione ininterrotta dal latino parlato, che hanno subito tutte le trasformazioni fonetiche: “occhio” da OCULUM, “figlio” da FILIUM. Poi ci sono i latinismi (o cultismi), entrati in epoche successive per via dotta, che hanno conservato una forma più vicina al latino: “oculare”, “filiale”. Spesso le due trafile producono “allotropi”, coppie di parole dalla stessa base latina con forma e significato diversi: “vizio” e “vezzo” da VITIUM, “pieve” e “plebe” da PLEBEM, “cerchio” e “circolo” da CIRCULUM.
Ai latinismi si aggiungono i prestiti da altre lingue: germanismi antichi (“guerra”, “elmo”, “guancia”), arabismi (“zucchero”, “ammiraglio”, “zero”), francesismi e provenzalismi medievali e settecenteschi (“giardino”, “cavaliere”, “parrucca”), spagnolismi (“baciamano”, “sussiego”), e oggi soprattutto anglicismi.
I prestiti si distinguono in integrati, adattati alla fonologia e morfologia italiane (“bistecca” da beef steak), e non integrati, che mantengono la forma originale (“computer”, “weekend”). Ci sono poi i calchi, che traducono la struttura di una parola straniera: “grattacielo” da skyscraper, “fine settimana” da weekend.
Il vocabolario di base
Tullio De Mauro ha individuato il “vocabolario di base” dell’italiano: circa 7.000 parole (nella versione aggiornata del 2016), divise in lessico fondamentale (circa 2.000 parole, che coprono la grande maggioranza delle occorrenze in qualunque testo), lessico di alto uso e lessico di alta disponibilità (parole poco frequenti nei testi ma note a tutti, come “forchetta” o “dentifricio”). È uno strumento usato anche per valutare la leggibilità dei testi.
Semantica lessicale
Le relazioni di significato fra parole: sinonimia (raramente perfetta: “faccia” e “volto” non sono intercambiabili in tutti i contesti), antonimia (contrari graduabili come “caldo”/”freddo”, complementari come “vivo”/”morto”, inversi come “comprare”/”vendere”), iponimia e iperonimia (“rosa” è iponimo di “fiore”), polisemia (una parola con più significati collegati: “foglia” di albero e di carta) e omonimia (parole uguali con significati non collegati, spesso di etimologia diversa: “riso” cereale e “riso” il ridere).
Cosa ti chiedono all’orale (lessico)
Che cosa sono gli allotropi? Sono coppie di parole italiane che derivano dalla stessa base latina attraverso due trafile diverse: una popolare, con tutte le trasformazioni fonetiche, e una dotta, più vicina al latino. Esempi: “vizio” e “vezzo” (VITIUM), “pieve” e “plebe” (PLEBEM), “aia” e “area” (AREAM). Di solito la forma dotta ha un significato più astratto o tecnico.
Che cos’è il vocabolario di base di De Mauro? È l’insieme delle circa 7.000 parole più usate e conosciute dagli italiani, individuate con criteri statistici. Comprende il lessico fondamentale (circa 2.000 parole frequentissime), il lessico di alto uso e il lessico di alta disponibilità (parole poco frequenti ma note a tutti). Serve, fra l’altro, a misurare la comprensibilità di un testo.
Testo e pragmatica
Che cosa fa di un testo un testo
Un testo non è una somma di frasi. La linguistica testuale, sviluppata da Robert de Beaugrande e Wolfgang Dressler (Introduzione alla linguistica testuale, ed. orig. 1981), individua alcuni requisiti di testualità. I due fondamentali sono la coesione e la coerenza. La coesione riguarda i legami formali fra le parti: pronomi che riprendono un referente (anafora), connettivi (“quindi”, “tuttavia”, “infatti”), ripetizioni, sinonimi. La coerenza riguarda la continuità di senso: un testo può essere coeso e incoerente (“Ho comprato una Fiat. La Fiat è un’azienda di Torino. Torino è sulla riva del Po.”).
I connettivi sono uno dei punti più chiesti. Si classificano per funzione: additivi (“e”, “inoltre”), avversativi (“ma”, “però”), concessivi (“benché”), causali (“perché”, “poiché”), conclusivi (“quindi”, “dunque”), esplicativi (“cioè”, “infatti”). Molti hanno usi diversi nel parlato, dove diventano segnali discorsivi: “allora”, “cioè”, “praticamente”, “tipo”, che servono a prendere tempo, segnalare l’inizio di un turno, attenuare.
Atti linguistici e implicature
La pragmatica studia l’uso della lingua nel contesto. John L. Austin (How to Do Things with Words, 1962) ha mostrato che con le parole non descriviamo solo il mondo, ma compiamo azioni: promettere, battezzare, scommettere sono “atti linguistici”. Ogni enunciato ha un aspetto locutivo (che cosa si dice), illocutivo (che azione si compie) e perlocutivo (che effetto si produce). “Fa freddo qui” può essere, a livello illocutivo, una richiesta di chiudere la finestra.
Paul Grice ha formulato il principio di cooperazione e le massime conversazionali (quantità, qualità, relazione, modo). Quando un parlante viola apparentemente una massima, l’ascoltatore deduce un significato implicito, l’implicatura. Se a “Com’è il nuovo collega?” rispondi “Beh, è puntuale”, lasci intendere che non c’è molto altro di positivo da dire.
Un fenomeno tipicamente italiano è la deissi sociale: la scelta fra “tu”, “Lei” e, in certe regioni o registri, “Voi”. Il “Lei” di cortesia si è affermato fra Cinque e Seicento, e il fascismo cercò di imporre il “Voi” con una campagna del 1938.
Cosa ti chiedono all’orale (testo e pragmatica)
Che differenza c’è fra coesione e coerenza? La coesione è l’insieme dei legami formali tra le frasi di un testo: anafore, connettivi, ripetizioni, accordi. La coerenza è la continuità logica e di senso. Un testo può essere coeso ma incoerente, se le frasi sono collegate formalmente ma non costruiscono un senso unitario; o coerente con pochissimi segni di coesione, se il lettore ricostruisce i legami dal contesto.
Che cos’è un’implicatura conversazionale? È un significato che il parlante comunica senza dirlo esplicitamente, e che l’ascoltatore ricava presupponendo che il parlante stia cooperando. Grice l’ha descritta a partire dalle massime conversazionali: se una risposta sembra violarne una, l’ascoltatore cerca un significato ulteriore. Alla domanda “Hai finito la tesi?”, la risposta “Ho finito il primo capitolo” implica che la tesi non è finita.
Le varietà dell’italiano contemporaneo
Lo spazio linguistico italiano
Gaetano Berruto, in Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo (1987, nuova ed. 2012), ha proposto un modello dell’architettura dell’italiano: al centro lo standard e il neostandard, intorno le varietà marcate lungo i diversi assi. Ai poli più bassi l’italiano popolare e i dialetti; ai più alti l’italiano formale aulico e le lingue speciali.
Italiano standard e neostandard
L’italiano standard è la varietà codificata nelle grammatiche e nei dizionari, basata sul fiorentino letterario, insegnata a scuola. Ma nell’uso reale delle persone colte, nel parlato e in buona parte dello scritto non formale, si è affermata una varietà diversa, che Berruto ha chiamato “neostandard” e Francesco Sabatini, in un saggio del 1985, “italiano dell’uso medio”.
I tratti principali, molti dei quali hanno radici antiche nella lingua parlata:
- “lui”, “lei”, “loro” come pronomi soggetto al posto di “egli”, “ella”, “essi”;
- “gli” per “a lei” e per “a loro” (“gli ho detto” riferito a una donna o a più persone);
- l’imperfetto indicativo nel periodo ipotetico dell’irrealtà (“se lo sapevo, venivo”) e con valore di cortesia (“volevo un caffè”);
- la dislocazione a sinistra e a destra, la frase scissa, il “c’è presentativo”;
- il “che polivalente”, un “che” usato con valori diversi (temporale, causale, relativo generico): “il giorno che ci siamo conosciuti”, “vieni che ti spiego”;
- la riduzione del congiuntivo in alcune completive (“penso che ha ragione”), molto più limitata di quanto si dica;
- “ci” attualizzante con “avere” (“c’ho fame”), ancora sentito come informale;
- “cosa” interrogativo al posto di “che cosa”.
Alcuni di questi fenomeni sono già oggi accettati nello scritto medio (“lui” soggetto), altri restano marcati come informali (“c’ho”). Molti sono antichissimi: “gli” per “a lei” si trova in Boccaccio, il “che polivalente” nei testi medievali. Non sono “errori nuovi”, ma tratti del parlato che la norma grammaticale aveva escluso e che risalgono in superficie.
Italiano regionale e dialetti
L’italiano regionale è l’italiano parlato in una certa area, con tratti fonetici, lessicali e sintattici influenzati dal dialetto locale. È l’italiano reale della maggior parte degli italiani: tutti abbiamo un accento. Esempi: la sonorizzazione di /s/ intervocalica al Nord, il raddoppiamento fonosintattico al Centro-Sud, l’uso del passato prossimo al posto del remoto al Nord e del remoto al posto del prossimo in Sicilia (“stamattina andai al mercato”), lessemi regionali come “anguria” (Nord) e “cocomero” (Centro), “stracchino”, “mollica”/”midolla”.
I dialetti italiani non sono “deformazioni” dell’italiano, ma sistemi linguistici autonomi, sviluppati direttamente dal latino parlato, come il fiorentino da cui viene l’italiano. La classificazione più usata è quella di Giovan Battista Pellegrini (Carta dei dialetti d’Italia, 1977): dialetti settentrionali (gallo-italici e veneti), friulano, toscano, mediani e centro-meridionali, meridionali estremi (salentino, calabrese meridionale, siciliano), sardo. La linea La Spezia-Rimini (o Massa-Senigallia) separa grosso modo il Nord dal resto, con fenomeni come la sonorizzazione delle occlusive intervocaliche (latino FOCUM → “fogo” al Nord, “fuoco” in Toscana). Secondo i dati Istat del 2015, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia è in forte calo, ma l’uso alternato con l’italiano resta molto diffuso.
Scritto, parlato, trasmesso
La variazione diamesica è stata studiata molto negli ultimi decenni. Il parlato spontaneo ha caratteristiche proprie: progettazione in tempo reale, quindi pause, ripetizioni, false partenze, autocorrezioni; forte dipendenza dal contesto (deissi: “questo qui”, “là”); sintassi frammentata, con prevalenza della paratassi e delle costruzioni marcate; segnali discorsivi. Lo scritto formale ha invece progettazione accurata, ipotassi, lessico più vario e preciso.
Fra i due poli ci sono molte situazioni intermedie: il parlato letto (il telegiornale), lo scritto per essere detto (un discorso), e oggi soprattutto lo “scritto trasmesso” della comunicazione digitale (messaggi, chat, social), che ha caratteristiche del parlato in un mezzo scritto: abbreviazioni, emoji, punteggiatura espressiva, scarsa pianificazione. Giuseppe Antonelli ha proposto per questa varietà il nome di “e-taliano” (ne fa il punto nel saggio L’e-taliano tra storia e leggende, 2016).
Le lingue speciali
Le lingue speciali (o settoriali) sono le varietà usate in ambiti specialistici: la medicina, il diritto, l’economia, l’informatica. Hanno un lessico tecnico preciso e monosemico, e alcune tendenze sintattiche (nominalizzazione: “l’avvenuta consegna del pacco”, uso del passivo, dell’impersonale). Il burocratese, criticato da Italo Calvino nel celebre articolo sull'”antilingua” (1965), ne è la deformazione: preferenza per formule astratte e pompose (“recarsi” per “andare”, “effettuare” per “fare”). Su questo tema c’è un esame specifico, Italiano e linguaggi specialistici.
Cosa ti chiedono all’orale (varietà)
Che cos’è il neostandard? È la varietà di italiano usata oggi dalle persone colte nel parlato e nello scritto non formale, descritta da Berruto (che la chiama neostandard) e da Sabatini (italiano dell’uso medio). Accoglie tratti un tempo esclusi dalla norma: “lui” e “lei” soggetto, “gli” per “a lei” e “a loro”, l’imperfetto ipotetico, le dislocazioni, il “che polivalente”. Molti di questi tratti esistevano da secoli nel parlato e sono “risaliti” nella lingua media dopo l’Unità e soprattutto nel secondo Novecento.
Perché i dialetti non sono “italiano sbagliato”? Perché sono sistemi linguistici autonomi, nati dall’evoluzione del latino parlato nelle diverse aree, esattamente come il fiorentino. L’italiano è un dialetto, il fiorentino trecentesco, che per ragioni culturali (Dante, Petrarca, Boccaccio) e poi politiche è diventato lingua nazionale. Gli altri dialetti hanno grammatica, lessico e fonologia propri, a volte molto diversi dall’italiano.
Che caratteristiche ha il parlato spontaneo? È progettato mentre si parla, quindi presenta pause, ripetizioni, autocorrezioni, anacoluti. Dipende fortemente dalla situazione, e usa molti deittici. Preferisce la paratassi e le costruzioni marcate come le dislocazioni, che servono a organizzare l’informazione. Usa segnali discorsivi (“cioè”, “allora”, “insomma”) per gestire il turno e attenuare. Non è una forma imperfetta di scritto, ma un sistema con regole proprie.
Grafia, punteggiatura e dubbi di norma
Il rapporto fra grafia e suoni
L’ortografia italiana è considerata “trasparente”, ma non lo è del tutto. Lo stesso suono può essere scritto in modi diversi: [k] è “c” in “casa”, “ch” in “chiesa”, “q” in “quadro”. La stessa lettera può rappresentare suoni diversi: “c” è [k] in “casa” e [tʃ] in “cena”; “s” è sorda in “sale” e sonora in “sbaglio”. La grafia non segna la differenza fra /e/ ed /ɛ/, fra /o/ ed /ɔ/, né quella fra s sorda e sonora intervocaliche, né quella fra /ts/ e /dz/. Né segna l’accento, tranne sulle parole tronche (“città”, “perché”) e su alcuni monosillabi per distinguerli da omografi (“dà” verbo e “da” preposizione, “è” e “e”, “sé” e “se”).
Qui nascono molti dubbi pratici, che all’esame vengono chiesti per vedere se sai ragionare. Perché “qual è” senza apostrofo? Perché “qual” è una forma tronca che esiste anche davanti a consonante (“qual buon vento”), quindi c’è troncamento e non elisione. Perché “un’amica” con l’apostrofo e “un amico” senza? Perché “un” davanti a maschile è la forma normale dell’articolo, non un’elisione di “uno”; davanti al femminile invece “un'” è l’elisione di “una”. Il criterio è sempre lo stesso: l’apostrofo segnala la caduta di una vocale davanti a un’altra vocale.
La punteggiatura
La punteggiatura ha avuto storicamente due funzioni: segnalare le pause e l’intonazione della lettura (funzione prosodica) e mostrare la struttura sintattica e logica del testo (funzione sintattica e testuale). Nell’italiano contemporaneo prevale la seconda. Alcune regole che contano: non si separa con la virgola il soggetto dal verbo (“Il ragazzo che ho visto ieri, è partito” è un errore dello scritto); la virgola si usa invece per isolare gli incisi e le subordinate anteposte. Il punto e virgola segnala una pausa forte fra frasi collegate. I due punti introducono una spiegazione, un elenco, un discorso diretto. Nella scrittura digitale si osserva un uso espressivo e ridotto: punti esclamativi multipli, puntini di sospensione, scomparsa del punto finale nei messaggi brevi, che in chat può perfino essere letto come segnale di freddezza.
Per la storia della punteggiatura e il suo uso attuale c’è la Storia della punteggiatura in Europa a cura di Bice Mortara Garavelli (Laterza, 2008).
Alcuni dubbi frequenti, spiegati
“Piuttosto che” con valore disgiuntivo (“possiamo andare al mare piuttosto che in montagna piuttosto che al lago”, nel senso di “oppure”): è un uso nato nell’Italia settentrionale e diffuso nel parlato dagli anni Ottanta. È criticato perché il valore tradizionale è comparativo-avversativo (“preferisco il mare piuttosto che la montagna”) e l’uso nuovo può creare ambiguità. Sul tema l’Accademia della Crusca è intervenuta più volte.
“Gli” per “le” e “loro”: come si è visto, “gli” per “a loro” è ormai accettato anche nello scritto medio; “gli” per “a lei” resta marcato come colloquiale.
“Sé stesso” o “se stesso”: la grammatica tradizionale prescriveva di togliere l’accento a “se” quando è seguito da “stesso”, perché non c’è rischio di ambiguità con la congiunzione. Oggi molti grammatici, fra cui Luca Serianni, considerano più coerente scrivere sempre “sé”, e entrambe le grafie sono accettate.
L’uso del congiuntivo: si dice spesso che “sta morendo”. I dati non lo confermano in modo così netto. Il congiuntivo regge bene nelle subordinate in cui è l’unica forma possibile e dove ha un valore semantico chiaro (“benché”, “affinché”, le ipotetiche dell’irrealtà nello scritto). Arretra soprattutto in alcune completive rette da verbi d’opinione, nel parlato informale (“credo che è così”). È una ristrutturazione dell’uso, non una scomparsa.
Questi esempi servono a mostrarti il metodo: davanti a un dubbio, il linguista guarda l’uso reale, la storia della forma, la funzione comunicativa, il registro. E solo dopo dà un giudizio di adeguatezza.
Cosa ti chiedono all’orale (norma e grafia)
Perché “qual è” si scrive senza apostrofo? Perché si tratta di un troncamento, non di un’elisione: la forma “qual” esiste anche davanti a consonante (“qual buon vento”, “qual mai”), quindi non dipende dalla vocale successiva. L’apostrofo si usa solo per l’elisione, cioè la caduta di una vocale finale davanti a una parola che comincia per vocale, come in “l’amica” o “un’amica”.
Il congiuntivo sta scomparendo? Non in senso generale. Gli studi mostrano che resiste dove è obbligatorio o semanticamente significativo, per esempio dopo “benché” o nelle finali con “affinché”. Arretra invece, soprattutto nel parlato informale, in alcune completive con verbi d’opinione (“penso che ha ragione”), dove l’indicativo è già ampiamente diffuso. Si tratta di una ristrutturazione dei suoi usi, legata alla variazione diafasica e diamesica.
Italiano popolare e italiano degli stranieri
L’italiano popolare
Con “italiano popolare” si intende la varietà usata da parlanti e scriventi con scarsa istruzione e con un dialetto come lingua materna, quando cercano di usare la lingua nazionale. La definizione classica è di Tullio De Mauro, che nel 1970 parlò di “italiano popolare unitario”; Manlio Cortelazzo, negli stessi anni, lo descrisse come il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto. Il dibattito fra i due riguardava proprio il carattere unitario: per De Mauro i tratti comuni prevalevano sulle differenze regionali.
Le fonti più studiate sono scritte: lettere di emigranti, diari, lettere di soldati della Prima guerra mondiale (studiate già da Leo Spitzer, che lavorando come censore a Vienna raccolse e analizzò la corrispondenza dei prigionieri di guerra italiani nel volume Italienische Kriegsgefangenenbriefe, 1921). Più recente è il lavoro sistematico di Paolo D’Achille, il saggio L’italiano dei semicolti (nella Storia della lingua italiana Einaudi curata da Serianni e Trifone, 1994), e la ricca documentazione conservata in archivi come l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Quando ti capita di leggere uno di questi testi, prova a distinguere i tratti dovuti al dialetto da quelli dovuti alla scarsa abitudine allo scritto: è un esercizio che i docenti apprezzano molto. Alcuni tratti ricorrenti, che ti conviene saper riconoscere in un testo:
- grafia incerta, con segmentazioni sbagliate (“lamico” per “l’amico”, “a vuto” per “ho avuto”) e scempiamenti o raddoppiamenti indebiti;
- uso esteso del “che” polivalente e ridondanze pronominali (“a me mi piace”);
- concordanze a senso e ipercorrettismi, cioè forme sbagliate prodotte dallo sforzo di essere corretti (un congiuntivo dove non serve, un registro alto mal padroneggiato);
- interferenze lessicali e morfologiche dal dialetto;
- formule epistolari ripetute, imparate a memoria (“vengo con questa mia a farvi sapere…”).
L’italiano popolare non è “italiano sbagliato” e basta: è la testimonianza di come milioni di persone si sono appropriate della lingua nazionale prima della scolarizzazione di massa. Oggi alcuni studiosi parlano di “nuovi semicolti” per chi, pur scolarizzato, padroneggia male lo scritto formale, e la scrittura digitale ha reso visibili molte di queste produzioni.
L’italiano come lingua seconda
Dagli anni Novanta l’Italia è diventata un paese di immigrazione, e l’acquisizione dell’italiano da parte di stranieri adulti è un campo di ricerca importante. Il riferimento principale è il Progetto di Pavia, coordinato da Anna Giacalone Ramat, che ha studiato come gli apprendenti costruiscono passo dopo passo il sistema della lingua. Il risultato più noto è che l’apprendimento segue sequenze abbastanza regolari, indipendenti in buona parte dalla lingua materna. Nel sistema verbale, per esempio, compare prima una forma base non flessa (spesso la terza persona del presente o l’infinito), poi il participio passato usato da solo per indicare il passato (“io mangiato”), poi l’ausiliare, poi l’imperfetto, e solo più tardi il futuro, il condizionale e il congiuntivo.
Le varietà intermedie degli apprendenti si chiamano “interlingue”: sono sistemi con regole proprie, non semplici collezioni di errori. Questo è un concetto che all’orale ti può tornare utile anche per collegare la linguistica italiana alla didattica dell’italiano L2, un settore che oggi offre anche sbocchi professionali (certificazioni come CILS, CELI, PLIDA).
Cosa ti chiedono all’orale (italiano popolare e L2)
Che cos’è l’italiano popolare? È la varietà di italiano usata da parlanti e scriventi poco istruiti e dialettofoni quando provano a usare la lingua nazionale. De Mauro la definì “italiano popolare unitario”, sottolineando i tratti comuni a tutto il paese. La studiamo soprattutto attraverso testi scritti come lettere di emigranti e di soldati, dove si notano grafia incerta, “che” polivalente, ridondanze pronominali e ipercorrettismi.
Che cos’è un’interlingua? È il sistema linguistico provvisorio di chi sta imparando una lingua seconda. Ha regole interne coerenti, anche se diverse da quelle della lingua d’arrivo. Gli studi del Progetto di Pavia hanno mostrato che gli apprendenti di italiano attraversano tappe abbastanza prevedibili, per esempio nel sistema verbale: prima forme non flesse, poi il participio per il passato, poi l’ausiliare e l’imperfetto.
Esami collegati
La Linguistica italiana si completa con la prospettiva storica della Storia della lingua italiana, con i concetti teorici della Linguistica generale e, per chi fa il curriculum classico, con la comparazione della Glottologia. Per l’origine romanza dell’italiano e dei suoi dialetti, vedi gli appunti di Filologia e linguistica romanza.
Fonti e approfondimenti
Manuali
- Maurizio Dardano, Manuale di linguistica italiana, Zanichelli.
- Luca Serianni, Giuseppe Antonelli, Manuale di linguistica italiana. Storia, attualità, grammatica, Bruno Mondadori (nuova ed. Pearson, 2017).
- Luca Serianni, con la collaborazione di Alberto Castelvecchi, Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria, UTET, 1988 (poi più volte ristampata).
- Gaetano Berruto, Massimo Cerruti, La linguistica. Un corso introduttivo, UTET Università.
- Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci, 1987 (nuova ed. 2012).
- Lorenzo Renzi, Giampaolo Salvi, Anna Cardinaletti (a cura di), Grande grammatica italiana di consultazione, 3 voll., Il Mulino, 1988-1995.
Strumenti e studi
- Luciano Canepari, Manuale di pronuncia italiana, Zanichelli.
- Tullio De Mauro, Il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, 2016 (consultabile online su Internazionale).
- Francesco Sabatini, L'”italiano dell’uso medio”: una realtà tra le varietà linguistiche italiane, in G. Holtus, E. Radtke (a cura di), Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, Narr, 1985.
- Giovan Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d’Italia, Pacini, 1977.
- Sergio Lubello (a cura di), L’e-taliano. Scriventi e scritture nell’era digitale, Franco Cesati, 2016 (con il saggio di Giuseppe Antonelli L’e-taliano tra storia e leggende).
- Italo Calvino, L’antilingua, “Il Giorno”, 3 febbraio 1965 (poi in Una pietra sopra, Einaudi, 1980).