Italiano e linguaggi specialistici: appunti di studio

Appunti su Italiano e linguaggi specialistici: lingue speciali, tecnicismi, sintassi nominale, medicina, diritto, burocrazia, scienza, domande d’orale.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Prendi il bugiardino di un antinfiammatorio. “Controindicazioni: ipersensibilità al principio attivo; ulcera peptica attiva; grave insufficienza epatica.” Tre righe, e dentro c’è quasi tutto quello che studierai in questo corso: parole con un solo significato, nomi al posto dei verbi, nessun soggetto che agisce, una tradizione che parte dal greco e passa per il latino dei medici.

Italiano e linguaggi specialistici è un insegnamento di linguistica italiana che trovi soprattutto nelle magistrali di Filologia moderna, ma anche nei corsi di comunicazione e in qualche triennale. Vale di solito 6 crediti. Il programma prevede una parte teorica sulle lingue speciali (definizioni, lessico, sintassi, testi) e una parte applicata a singoli settori: medicina, diritto, burocrazia, scienza, economia. All’orale capita spesso di dover analizzare un breve testo.

Esame Italiano e linguaggi specialistici
Corsi di laurea Filologia moderna (LM-14), Lettere, Scienze della comunicazione
Crediti di solito 6 CFU
SSD LIFI-01/A (ex L-FIL-LET/12)
Prova orale, spesso con analisi di un testo specialistico

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

La materia è nuova per molti, ma ha un vantaggio: gli esempi li trovi ovunque. Ti consiglio di tenere da parte, mentre studi, una cartellina con testi veri, un contratto d’affitto, un referto, una circolare scolastica, il foglietto di un farmaco. Ogni concetto che leggi qui prova a ritrovarlo lì dentro.

Le prime sezioni sono teoriche e valgono per tutti i settori. Poi passo ai linguaggi uno per uno. I termini tecnici della disciplina li metto in grassetto la prima volta che compaiono: sono quelli che il docente si aspetta di sentire. E non studiare a memoria gli esempi che ti do: inventane di tuoi, presi dai testi della cartellina. All’orale un esempio personale, analizzato bene, vale più di una definizione ripetuta alla perfezione, e lo vedo ogni volta.

Che cos’è una lingua speciale

Le definizioni

La definizione da sapere a memoria è quella di Michele Cortelazzo: una lingua speciale è una varietà funzionale di una lingua naturale, che dipende da un settore di conoscenze o da una sfera di attività specialistiche, usata, nella sua interezza, da un gruppo di parlanti più ristretto della totalità dei parlanti di quella lingua, per soddisfare i bisogni comunicativi, prima di tutto referenziali, di quel settore. Riassumendo: non è un’altra lingua, è l’italiano usato da un gruppo per uno scopo preciso.

Attenzione ai termini, perché in Italia ne circolano tanti:

  • lingue speciali (o specialistiche) è il termine più diffuso negli studi italiani, calcato sul tedesco Fachsprachen;
  • linguaggi settoriali è l’espressione resa popolare da Gian Luigi Beccaria con il volume I linguaggi settoriali in Italia (1973);
  • sottocodici è il termine di Gaetano Berruto, che li considera varietà diafasiche, legate alla situazione e all’argomento;
  • tecnoletti si usa a volte per indicare le varietà dei settori tecnici.

Molti studiosi distinguono poi le lingue specialistiche in senso stretto, con un lessico tecnico proprio (medicina, chimica, diritto), dai linguaggi settoriali in senso largo, come quello giornalistico, sportivo o pubblicitario, che non hanno una vera terminologia ma usano la lingua comune in modo caratteristico.

Lingua speciale e gergo

Un errore frequente all’orale è confondere lingua speciale e gergo. Il gergo, come quello della malavita o di certi mestieri ambulanti, nasce per escludere chi è fuori, cioè per non farsi capire. La lingua speciale nasce per comunicare in modo preciso, ed è aperta a chi ne impara le regole. Certo, anche il linguaggio dei medici può risultare oscuro a un paziente, ma è un effetto, non lo scopo.

Dimensione orizzontale e verticale

Il modello di Lothar Hoffmann, ripreso da Cortelazzo, ti chiede di pensare le lingue speciali su due assi. L’asse orizzontale distingue i settori: medicina, fisica, diritto, economia, e i sottosettori al loro interno. L’asse verticale distingue i livelli di specializzazione dentro uno stesso settore: dal testo tra specialisti (l’articolo scientifico), al testo didattico (il manuale universitario), fino alla divulgazione (la pagina scientifica del quotidiano) e alla comunicazione con il pubblico (il foglietto illustrativo). Il lessico e la sintassi cambiano molto lungo questo asse.

Ecco perché all’orale, davanti a un testo, la prima domanda da porsi è sempre: chi scrive a chi?

Cosa ti chiedono all’orale (definizioni)

Come si definisce una lingua speciale? Secondo Cortelazzo è una varietà funzionale della lingua naturale, legata a un settore di conoscenze o di attività specialistiche, usata da un gruppo ristretto di parlanti per i bisogni comunicativi, soprattutto referenziali, di quel settore. Non è una lingua a sé: ne condivide la grammatica, ma ha un lessico specifico e tendenze sintattiche e testuali proprie. Si distingue dal gergo perché non ha lo scopo di escludere.

Che cosa sono la dimensione orizzontale e quella verticale? La dimensione orizzontale riguarda la divisione per settori disciplinari e sottosettori. Quella verticale riguarda i livelli di specializzazione dentro lo stesso settore: dalla comunicazione tra esperti alla didattica, alla divulgazione. Lo stesso concetto medico può essere espresso con un termine tecnico in un articolo scientifico e con una parafrasi in un opuscolo per i pazienti.

Il lessico: tecnicismi e terminologia

Le proprietà del termine

Il cuore di una lingua speciale è la terminologia. Il termine tecnico ideale ha alcune proprietà che la parola comune non ha:

  • monoreferenzialità: un termine, un solo concetto. “Ipertensione” in medicina indica una cosa precisa, mentre “pressione” nella lingua comune significa tante cose;
  • assenza di sinonimi, o almeno la tendenza ad averne pochi;
  • neutralità emotiva: il termine non ha connotazioni;
  • sistematicità: i termini si organizzano in serie coerenti.

Sono proprietà ideali. Nella pratica i sinonimi esistono (in medicina “infarto miocardico” e “infarto del miocardio”), e la polisemia rientra quando lo stesso termine passa da un settore all’altro: “operazione” significa cose diverse per un chirurgo, un banchiere e un matematico.

Tecnicismi specifici e collaterali

Questa distinzione si deve a Luca Serianni ed è irrinunciabile. I tecnicismi specifici sono i termini propri del settore, indispensabili per indicare un concetto: “appendicectomia”, “usucapione”, “ossidoriduzione”. I tecnicismi collaterali sono parole o espressioni che non sono necessarie per la precisione, ma caratterizzano lo stile del settore e segnano l’appartenenza al gruppo. Il medico scrive che il paziente “accusa” un dolore o “riferisce” una febbre, non che “ha” un dolore; il giurista dice che una norma “dispone” o “prevede”. Serianni ha studiato in particolare la lingua medica, e i suoi esempi sono quelli da citare.

Come si formano i termini

Le lingue speciali creano parole con mezzi che conosci già, ma in modo più sistematico.

  • Derivazione con suffissi specializzati. In medicina -ite indica un’infiammazione (gastrite, otite), -osi una condizione degenerativa o non infiammatoria (artrosi, fibrosi), -oma un tumore o una tumefazione (carcinoma, lipoma), -algia un dolore (nevralgia). In chimica -ato e -ito distinguono i sali di acidi diversi (solfato, solfito).
  • Composizione, spesso con elementi greci e latini (confissi): elettro-, cardio-, -logia, -grafia. Un’elettrocardiografia è un termine composto interamente di elementi colti.
  • Sintagmi terminologici, cioè gruppi di parole che funzionano come un termine unico: “infarto del miocardio”, “codice di procedura civile”, “tasso di interesse”.
  • Sigle e acronimi: TAC, PIL, IVA, DNA.
  • Eponimi, termini tratti da nomi propri: morbo di Parkinson, legge di Ohm, il “volt” da Volta.
  • Rideterminazione semantica (o terminologizzazione): una parola comune riceve un significato tecnico. “Forza”, “lavoro”, “massa” in fisica, “memoria” in informatica.
  • Prestiti, soprattutto dall’inglese nei settori più recenti (informatica, economia, marketing), e calchi: “disco rigido” da hard disk.

Dal latino all’inglese

Una nota storica. Fino al Settecento la lingua della scienza europea era il latino. In Italia però già Galileo scelse il volgare per opere come il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), proprio per arrivare a un pubblico più ampio. Alla fine del Settecento la nomenclatura chimica di Lavoisier e dei suoi collaboratori (1787) fondò un sistema di termini costruito su regole, e la nomenclatura binomiale di Linneo aveva già fatto lo stesso per la botanica e la zoologia. Oggi la lingua veicolare di quasi tutte le scienze è l’inglese, e l’italiano riceve una quantità di anglicismi, adattati o no.

Cosa ti chiedono all’orale (lessico)

Che differenza c’è tra tecnicismo specifico e tecnicismo collaterale? La distinzione è di Serianni. Il tecnicismo specifico è necessario per indicare con precisione un concetto del settore, come “appendicectomia” o “usucapione”. Il tecnicismo collaterale non è necessario dal punto di vista del significato, ma è tipico dello stile del settore e ne marca il registro: il medico dice che il paziente “accusa” un dolore, il giurista che la legge “dispone”. Il secondo tipo è spesso ciò che rende difficile un testo per i non esperti.

Come si formano i termini tecnici? Con derivazione da suffissi specializzati (-ite, -osi in medicina), composizione con elementi greci e latini (cardiologia), sintagmi fissi (infarto del miocardio), sigle (TAC), eponimi (morbo di Parkinson), rideterminazione di parole comuni (massa, lavoro in fisica) e prestiti, oggi soprattutto dall’inglese. La sistematicità di questi meccanismi è proprio ciò che distingue una terminologia da un semplice lessico.

Sintassi e testualità

Lo stile nominale

Se il lessico è la parte più visibile, la sintassi è quella più caratteristica. La tendenza principale è la nominalizzazione: al posto di un verbo si usa un nome. Non “se il paziente è allergico”, ma “in caso di allergia”; non “quando la domanda è stata presentata”, ma “a seguito della presentazione della domanda”. I nomi d’azione in -zione, -mento, -tura si moltiplicano, e con loro le catene di complementi introdotte da “di”.

Lo stile nominale ha vantaggi: è compatto, permette di condensare molte informazioni, rende i concetti oggetti di cui si può parlare. Ma ha anche un costo, perché nasconde chi fa che cosa e quando.

La deagentivizzazione

Collegata alla nominalizzazione è la deagentivizzazione, cioè la cancellazione dell’agente. La si ottiene con il passivo senza complemento d’agente (“è stato somministrato un antibiotico”), con il si impersonale o passivante (“si procede all’esame”), con costruzioni nominali. Nella scienza serve a presentare il risultato come oggettivo, indipendente da chi osserva. Nel linguaggio burocratico, spesso, serve a non dire chi è responsabile.

Altre tendenze

  • Uso del participio presente con valore verbale, quasi scomparso nella lingua comune: “la documentazione comprovante il possesso dei requisiti”.
  • Preferenza per il presente atemporale (“il farmaco agisce”, “la norma stabilisce”).
  • Uso di verbi supporto con un nome: “effettuare un controllo”, “procedere alla verifica”, “dare comunicazione”.
  • Riduzione dei connettivi, ma uso di connettivi formali (“pertanto”, “ove”, “qualora”).
  • Forte ricorso a elenchi, numerazioni, tabelle, formule.

Il testo

Ogni settore ha i suoi generi testuali, con strutture molto rigide. L’articolo scientifico segue di solito lo schema detto IMRaD (Introduction, Methods, Results and Discussion). La sentenza ha una struttura fissata dal codice di procedura: intestazione, svolgimento del processo, motivi della decisione, dispositivo. Il foglietto illustrativo segue uno schema stabilito dalla normativa sui farmaci. Saper riconoscere il genere è metà dell’analisi.

Cosa ti chiedono all’orale (sintassi)

Che cos’è lo stile nominale e perché è tipico dei testi specialistici? È la tendenza a esprimere azioni e processi con nomi invece che con verbi: “in caso di somministrazione” invece di “se si somministra”. Consente di condensare molte informazioni e di trattare i processi come concetti stabili. Ha però l’effetto di rendere il testo più astratto e meno trasparente, perché spariscono tempi, persone e soggetti.

Che cosa si intende per deagentivizzazione? La cancellazione dell’agente dell’azione, ottenuta con il passivo senza complemento d’agente, con il si impersonale o passivante e con le nominalizzazioni. Nei testi scientifici dà un’impressione di oggettività; nei testi amministrativi può rendere difficile capire chi deve fare cosa. È uno dei tratti più presi di mira dalle proposte di semplificazione.

Il linguaggio della medicina

La medicina è il settore più studiato in Italia, anche grazie a Serianni, che le ha dedicato il volume Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente (2005). Il titolo stesso nasce da un esempio di lingua medica.

Il lessico medico è di base greco-latino. Dal greco vengono gran parte dei nomi di malattie e di procedure: “gastroenterite”, “ematologia”, “anestesia”. Dal latino molti termini anatomici, perché la nomenclatura anatomica internazionale è in latino. Tipica è la serie dei suffissi già visti: -ite, -osi, -oma, -patia, -ectomia (asportazione), -tomia (incisione), -scopia (esame visivo). Se sai che “ectomia” significa asportazione, capisci da solo cosa sono un’appendicectomia e una colecistectomia.

I tecnicismi collaterali sono numerosissimi: “il paziente accusa dolore”, “riferisce episodi di cefalea”, “si apprezza una tumefazione”, “esita in”, “quadro clinico”, “in regime di ricovero”. Ci sono anche abitudini sintattiche: la frase senza verbo nel referto (“Addome trattabile, non dolente alla palpazione”), l’aggettivo di relazione al posto del complemento (“lesione cutanea”, “dolore toracico”).

Sull’asse verticale la medicina offre gli esempi migliori. Lo stesso disturbo si chiama “cefalea” nel referto e “mal di testa” nel colloquio con il paziente. Il foglietto illustrativo dei farmaci è un genere ibrido: scritto da specialisti per non specialisti, è stato oggetto di molte proposte di riscrittura, perché la comprensione da parte dei pazienti è una questione di salute, non di stile.

Infine, la medicina riceve molti anglicismi, sia crudi (“screening”, “follow-up”, “stent”, “bypass”) sia adattati o calcati.

Cosa ti chiedono all’orale (medicina)

Analizza la frase “Il paziente riferisce dolore toracico e accusa dispnea da sforzo”. “Dolore toracico” e “dispnea” sono tecnicismi, il secondo di origine greca; “toracico” è un aggettivo di relazione che sostituisce “al torace”. “Riferisce” e “accusa” sono tecnicismi collaterali: non aggiungono precisione rispetto a “ha”, ma marcano il registro medico. “Da sforzo” è un sintagma tecnico con una preposizione tipica. Il soggetto è il paziente, ma il punto di vista è quello del medico che riporta.

Che rapporto c’è tra suffissi e significato nella terminologia medica? I suffissi hanno un valore abbastanza stabile: -ite indica un’infiammazione, -osi una condizione cronica o degenerativa, -oma una neoformazione, -ectomia un’asportazione, -scopia un esame visivo. Questo rende la terminologia sistematica e prevedibile per chi ne conosce le regole. Ci sono eccezioni storiche, ma il principio vale.

Il linguaggio giuridico

Caratteri generali

Il diritto è un caso particolare, perché non descrive una realtà esterna, ma la crea: una legge non racconta che una cosa è vietata, la vieta. I linguisti parlano di testi prescrittivi o normativi. Il linguaggio giuridico ha un rapporto speciale con la lingua comune: molti suoi termini sono parole comuni con un significato tecnico (“possesso”, “proprietà”, “detenzione” sono tre cose diverse per un giurista, mentre per il parlante comune sono quasi sinonimi).

Lessico e stile

Accanto ai termini di origine comune ci sono latinismi (“de cuius”, “ex nunc”, “ex tunc”, “ultra vires”, “in dubio pro reo”) e arcaismi (“all’uopo”, “testé”, “ove”, “avente causa”). Sono frequenti il participio presente (“il richiedente”, “l’avente diritto”), le formule fisse (“salvo quanto disposto”, “ai sensi dell’articolo”), il futuro con valore deontico (“il conduttore provvederà”), il presente indicativo con valore di obbligo (“il contraente è tenuto”).

Il testo normativo ha una struttura rigida: articoli, commi, lettere, numeri. Rinvia continuamente ad altri testi (“ai sensi dell’art. 3, comma 2, lettera b”), ed è per questo che una legge letta da sola spesso non si capisce.

Linguaggio legislativo e giudiziario

Bisogna distinguere almeno il linguaggio delle leggi (legislativo), quello delle sentenze (giudiziario), quello della dottrina, cioè degli studiosi del diritto, e quello degli atti degli avvocati. Le sentenze sono famose per periodi lunghissimi, con lunghe subordinate e incisi. Esistono anche regole tecniche per la redazione delle leggi, a livello statale e regionale, che indicano come scrivere in modo chiaro e coerente.

Cosa ti chiedono all’orale (diritto)

Perché il linguaggio giuridico è un caso particolare tra le lingue speciali? Perché ha funzione prescrittiva: le norme non descrivono ma stabiliscono obblighi e diritti. Inoltre il suo lessico è in gran parte formato da parole della lingua comune rideterminate, come possesso e proprietà, che il giurista distingue con precisione. Per questo è insieme vicino e lontano dal parlante comune, che crede di capire parole che in realtà hanno un altro significato.

Quali sono i tratti sintattici tipici dei testi normativi? Il presente e il futuro con valore deontico, il participio presente sostantivato (il richiedente, l’avente diritto), le formule di rinvio ad altri testi (ai sensi dell’art.), l’organizzazione in articoli e commi. Le sentenze aggiungono periodi molto lunghi e ricchi di subordinate. Questi tratti garantiscono continuità e precisione, ma rendono il testo poco accessibile.

Il linguaggio burocratico e la semplificazione

L’antilingua

Il linguaggio burocratico non è una lingua speciale in senso stretto: non ha una terminologia propria, ma un insieme di abitudini stilistiche. È quello delle circolari, dei moduli, delle comunicazioni della pubblica amministrazione. Il testo più famoso che lo riguarda è un articolo di Italo Calvino, “L’antilingua”, pubblicato nel 1965 su Il Giorno e poi raccolto in Una pietra sopra. Calvino immagina un brigadiere che trascrive la deposizione di un uomo. L’uomo dice di essere andato in cantina ad accendere la stufa e di aver trovato dei fiaschi di vino; il brigadiere scrive che “il sottoscritto […] dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli”. Calvino chiama questo modo di scrivere antilingua, e lo descrive come un “terrore semantico”, la fuga davanti alle parole concrete.

I tratti

Il burocratese usa molte delle tendenze già viste, ma in modo eccessivo: nominalizzazioni a catena (“si procede all’effettuazione della verifica del possesso dei requisiti”), verbi supporto, passivi e impersonali, tecnicismi collaterali (“in ottemperanza a”, “a far data da”, “di cui all’oggetto”), forme arcaiche (“codesto ufficio”, “ivi”, “suddetto”). A questo si aggiungono sigle non spiegate e rinvii a norme.

La semplificazione

Dagli anni Novanta in Italia ci sono stati vari interventi per semplificare la lingua amministrativa. Il Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche fu promosso nel 1993 dal Dipartimento della Funzione pubblica, quando ministro era Sabino Cassese. Nel 1997 seguì il Manuale di stile curato da Alfredo Fioritto. Nel 2002 e nel 2005 sono arrivate direttive ministeriali sulla semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi. In ambito linguistico, Tullio De Mauro con il suo vocabolario di base ha dato uno strumento per misurare la comprensibilità delle parole. L’indice Gulpease, messo a punto in Italia negli anni Ottanta, misura la leggibilità di un testo sulla base di lunghezza delle parole e delle frasi.

Il principio della semplificazione non è scrivere male o banalizzare. È scegliere parole comuni quando non servono termini tecnici, usare frasi brevi, soggetti espliciti, verbi attivi, e spiegare termini e sigle.

Una riscrittura passo per passo

Prendi questa frase, del tutto verosimile: “Si rende noto che le istanze dovranno pervenire a codesto Ufficio entro e non oltre il termine perentorio del 30 giugno, corredate della documentazione comprovante il possesso dei requisiti di cui al punto 3.” Contiamo i problemi. Il “si rende noto” non dice chi parla. “Istanze” è un tecnicismo collaterale per “domande”. “Codesto” è un arcaismo, che in più costringe il lettore a capire chi sia l’ufficio. “Entro e non oltre” è una ridondanza, e “termine perentorio” lo è di nuovo. “Comprovante” è un participio presente con valore verbale. “Di cui al punto 3” è un rinvio.

Ora la versione semplificata: “Inviate la domanda al nostro ufficio entro il 30 giugno. Allegate i documenti che dimostrano i requisiti elencati al punto 3. Dopo il 30 giugno non accetteremo domande.” Tre frasi brevi, soggetti chiari, verbi attivi, la stessa informazione giuridica. Notare che l’ultima frase recupera il valore di “perentorio”, che non è un dettaglio: semplificare non vuol dire perdere contenuti.

Cosa ti chiedono all’orale (burocrazia)

Che cosa intende Calvino per antilingua? Nell’articolo del 1965 pubblicato sul Giorno Calvino descrive la lingua burocratica come un’antilingua: un modo di scrivere che evita le parole concrete e le sostituisce con formule astratte e generiche, per paura di sembrare semplice. L’esempio è il verbale del brigadiere che trasforma “ho trovato dei fiaschi di vino” in un “rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli”. Calvino ci vede un “terrore semantico” e una perdita di vitalità della lingua.

Quali tecniche di semplificazione si possono applicare a un testo amministrativo? Sostituire le nominalizzazioni con verbi (“verificare” invece di “procedere alla verifica”), rendere esplicito il soggetto e usare la forma attiva, spezzare i periodi lunghi, sostituire i tecnicismi collaterali e gli arcaismi con parole comuni, spiegare sigle e rinvii normativi. Esistono indicazioni ufficiali, a partire dal Codice di stile del 1993, e strumenti come l’indice Gulpease.

Scienza, economia, informatica

Il linguaggio scientifico

Il linguaggio delle scienze naturali e matematiche è quello che si avvicina di più all’ideale terminologico: termini monoreferenziali, nomenclature regolate da organismi internazionali (la IUPAC per la chimica, i codici di nomenclatura per la botanica e la zoologia), uso di simboli e formule. Il testo scientifico unisce lingua naturale e linguaggi formali. La sua retorica tende all’impersonalità, ma studi recenti hanno mostrato che anche l’articolo scientifico ha strategie argomentative, per esempio le attenuazioni (“i dati sembrano suggerire”) con cui l’autore si protegge.

In Italia il caso storico da conoscere è Galileo, che nel Saggiatore (1623) scrive che il libro della natura è scritto in lingua matematica, “e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche”. Galileo sceglie il volgare e costruisce un lessico scientifico partendo spesso da parole comuni rideterminate. È una scelta che segna la storia della prosa scientifica italiana.

Il linguaggio economico

L’economia ha un lessico in parte tecnico (“inflazione”, “deflazione”, “prodotto interno lordo”, “spread”) e in parte metaforico. Le metafore economiche sono un argomento classico: il mercato “nervoso”, la borsa che “crolla” o “respira”, l’economia che “si surriscalda”. Sono metafore spesso organiche o meteorologiche, e il giornalismo le amplifica. Il settore finanziario è pieno di anglicismi non adattati (“rating”, “default”, “bond”, “spread”).

Il linguaggio dell’informatica

L’informatica è il settore in cui l’italiano ha ricevuto più prestiti in assoluto negli ultimi decenni: “computer”, “file”, “software”, “mouse”. Accanto ai prestiti ci sono i calchi (“scaricare” per download, “salvare” per save) e i verbi adattati alla coniugazione italiana (“formattare”, “chattare”, “postare”). Il francese e lo spagnolo hanno resistito di più: in francese si dice ordinateur, in spagnolo ordenador o computadora, mentre l’italiano ha accolto “computer”. È un ottimo esempio per parlare del rapporto tra politica linguistica e lingue speciali.

Cosa ti chiedono all’orale (scienza, economia, informatica)

Perché Galileo è importante per la storia del linguaggio scientifico italiano? Perché sceglie di scrivere in volgare opere come il Dialogo del 1632, invece del latino allora dominante, per raggiungere un pubblico più ampio. Costruisce un lessico tecnico in gran parte rideterminando parole comuni e dà alla prosa scientifica italiana un modello di chiarezza e argomentazione. Il passo del Saggiatore sulla natura scritta in lingua matematica è una dichiarazione di metodo.

Come si comporta l’italiano davanti agli anglicismi informatici? Accoglie molti prestiti non adattati, come computer, file, software; ricorre a calchi, come scaricare e salvare; adatta verbi inglesi alla prima coniugazione, come formattare o postare. Rispetto al francese e allo spagnolo, che hanno coniato parole proprie come ordinateur e ordenador, l’italiano ha mostrato maggiore apertura ai prestiti diretti.

Settori di confine: giornalismo, sport, politica

Questi linguaggi non hanno una terminologia vera e propria, ma vale la pena conoscerli perché spesso fanno da tramite tra le lingue speciali e la lingua comune.

Il linguaggio giornalistico è il grande divulgatore: prende termini tecnici dalla medicina, dall’economia, dal diritto, e li porta al pubblico, spesso modificandone il senso. I titoli usano lo stile nominale (“Crollo della borsa, paura per i risparmi”) e frasi ellittiche.

Il linguaggio sportivo, studiato in Italia fin dagli anni Sessanta, ha creato parole ed espressioni entrate nella lingua comune: “melina”, “contropiede”, “zona Cesarini” (dal nome del calciatore Renato Cesarini, famoso per i gol negli ultimi minuti). Il giornalista Gianni Brera fu un inventore di parole instancabile; la più nota è “abatino”, per un calciatore elegante ma poco robusto.

Il linguaggio politico è un caso a parte, perché il suo scopo principale è persuadere, non informare. È famoso il “politichese” della Prima Repubblica, con espressioni come “convergenze parallele”, attribuita ad Aldo Moro anche se la formula esatta è discussa.

Cosa ti chiedono all’orale (settori di confine)

Il linguaggio sportivo è una lingua speciale? In senso stretto no: non ha una terminologia sistematica e monoreferenziale come la medicina o la chimica. Ha però un lessico caratteristico e procedimenti stilistici propri, ed è tra i linguaggi settoriali che hanno dato più parole alla lingua comune. Per questo viene studiato come linguaggio settoriale in senso largo.

Che ruolo ha il giornalismo rispetto alle lingue speciali? Fa da mediatore tra specialisti e pubblico: diffonde termini tecnici nella lingua comune, li semplifica, a volte li deforma. Questo processo, detto anche banalizzazione o determinologizzazione, fa sì che parole come “virus”, “spread” o “metastasi” acquistino significati più generici o metaforici. È uno dei canali principali del movimento lungo l’asse verticale.

Terminologia e lingua comune: gli scambi

La terminologia come disciplina

Esiste una disciplina che studia e cura i termini in modo sistematico: la terminologia. Il suo fondatore moderno è considerato l’ingegnere austriaco Eugen Wüster, che negli anni Trenta del Novecento propose un approccio normativo: partire dal concetto, definirlo, e assegnargli un termine univoco. È un approccio onomasiologico, cioè che va dal concetto alla parola, al contrario del dizionario comune, che va dalla parola al significato. Dal lavoro di Wüster discendono le norme internazionali sulla terminologia dell’ISO.

Oggi la terminologia lavora con banche dati multilingui, come IATE, la banca dati terminologica dell’Unione europea, ed è fondamentale per la traduzione specializzata. Un traduttore di un contratto o di un manuale tecnico non può scegliere il sinonimo che preferisce: deve usare il termine fissato in quel settore e in quella lingua. Le teorie più recenti, come la teoria comunicativa della terminologia di Maria Teresa Cabré, hanno criticato la rigidità del modello di Wüster, insistendo sul fatto che i termini vivono nei testi e variano secondo il contesto.

Dalla lingua speciale alla lingua comune

Gli scambi vanno in entrambe le direzioni. Da un lato, come hai visto, le lingue speciali prendono parole comuni e le rideterminano. Dall’altro, i termini tecnici escono dal loro settore e entrano nella lingua di tutti, perdendo precisione: è la determinologizzazione. “Allergico” diventa “allergico al lunedì”; “metastasi” diventa la diffusione di qualcosa di negativo; “virale” passa dalla medicina alla rete; “schizofrenico” viene usato, impropriamente, per “contraddittorio”. In molti casi il passaggio avviene attraverso il giornalismo e oggi attraverso i social.

Questi passaggi sono un ottimo argomento d’esame, perché mostrano che i confini tra lingue speciali e lingua comune non sono rigidi. Il vocabolario di base dell’italiano, studiato da Tullio De Mauro, contiene parole che un tempo erano tecnicismi, come “telefono” o “televisione”, e che oggi nessuno sente più come tali.

Cosa ti chiedono all’orale (terminologia)

Che cosa si intende per approccio onomasiologico in terminologia? Un approccio che parte dal concetto e cerca il termine che lo designa, invece di partire dalla parola per descriverne i significati. È il metodo proposto da Eugen Wüster: si definisce il concetto, lo si colloca in un sistema di concetti, e gli si assegna un termine univoco. È alla base del lavoro terminologico normativo, delle banche dati e delle norme ISO.

Che cos’è la determinologizzazione? Il passaggio di un termine tecnico nella lingua comune, con perdita della precisione originaria e spesso con estensione metaforica. Esempi sono “allergico”, “metastasi”, “virale”, usati fuori dal contesto medico. Il processo mostra che i confini tra lingue speciali e lingua comune sono permeabili e che i media hanno un ruolo decisivo nella circolazione delle parole.

Analizzare un testo specialistico

Ti lascio un metodo, perché all’orale il docente può darti un testo e chiederti di commentarlo. Procedi così.

Inquadramento

Chi scrive, a chi, per quale scopo? È un testo tra specialisti, didattico, divulgativo? Che genere è (sentenza, articolo scientifico, foglietto, circolare)? Già rispondere a queste domande ti fa guadagnare punti.

Lessico

Individua i tecnicismi specifici e quelli collaterali. Guarda la formazione delle parole: suffissi, composti, sigle, eponimi. Cerca prestiti e latinismi. Chiediti se ci sono termini spiegati o dati per scontati.

Sintassi

Conta i verbi e i nomi d’azione. Cerca passivi, si impersonali, participi presenti, verbi supporto. Misura la lunghezza dei periodi. Osserva i connettivi.

Testualità

Come è organizzato il testo? Ci sono titoli, elenchi, rinvii? È coerente con lo schema del genere? Per i testi rivolti al pubblico, è comprensibile? Potresti applicare a un paragrafo le regole di semplificazione e mostrare la differenza.

Facciamo una prova veloce. “Si comunica che a far data dal 1° marzo è sospesa l’erogazione del servizio di cui all’oggetto.” Inquadramento: comunicazione amministrativa al pubblico. Lessico: “a far data da”, “erogazione”, “di cui all’oggetto” sono tecnicismi collaterali del burocratese. Sintassi: si impersonale (“si comunica”), nominalizzazione (“l’erogazione”), nessun agente. Riscrittura: “Dal 1° marzo il servizio sarà sospeso.” Più breve, più chiaro, e non perde nessuna informazione.

Cosa ti chiedono all’orale (analisi)

Quali sono i passaggi per analizzare un testo specialistico? Inquadrare emittente, destinatario, scopo e genere; analizzare il lessico, distinguendo tecnicismi specifici e collaterali e osservando la formazione delle parole; studiare la sintassi, con attenzione a nominalizzazioni, passivi e impersonali; esaminare l’organizzazione del testo. Per i testi rivolti al pubblico si può valutarne la leggibilità e proporre una riscrittura.

Riscrivi “Si procede all’effettuazione del pagamento previa verifica della documentazione”. Una riscrittura possibile è: “Paghiamo dopo aver controllato i documenti.” Si eliminano il si impersonale e le nominalizzazioni (“effettuazione”, “verifica”), si esplicita il soggetto, si sostituisce “previa” con “dopo”. Se il contesto lo richiede, si può indicare chi paga e chi controlla.

Fonti e approfondimenti

Manuali e studi generali

  • Riccardo Gualdo, Stefano Telve, Linguaggi specialistici dell’italiano, Carocci.
  • Michele A. Cortelazzo, Lingue speciali. La dimensione verticale, Unipress.
  • Gian Luigi Beccaria (a cura di), I linguaggi settoriali in Italia, Bompiani.
  • Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci.

Settori

  • Luca Serianni, Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti.
  • Italo Calvino, “L’antilingua”, in Una pietra sopra, Mondadori.

Per il quadro storico dell’italiano trovi anche gli appunti di Storia della lingua italiana e di Linguistica italiana.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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