Lingua e letteratura greca I: appunti per l’esame

Appunti di Lingua e letteratura greca I: verbo e sintassi per tradurre, metrica, e letteratura arcaica da Omero ed Esiodo alla lirica di Saffo e Pindaro.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Il greco all’università fa più paura del latino, e un po’ a ragione: il verbo ha più forme, la sintassi più sfumature, e i testi del primo anno sono spesso poetici, con dialetti diversi dall’attico che hai studiato al liceo. Ma è anche la lingua in cui ogni particella dice qualcosa, e in cui la traduzione diventa un esercizio di finezza. Se impari a leggere Omero in metrica e a capire perché un aoristo non è un imperfetto, questo esame ti dà una soddisfazione che pochi altri danno.

La struttura più diffusa: una prova scritta (traduzione con vocabolario, oppure un test di morfologia e sintassi) e un orale, dove leggi, traduci e commenti passi in programma, di solito un canto omerico e una scelta di lirici, con domande di storia letteraria sull’età arcaica. Chi non ha fatto il greco al liceo frequenta di norma un corso di base o un lettorato prima di sostenere l’esame.

Il quadro completo della letteratura greca, fino all’età imperiale, è negli appunti di Letteratura greca. Qui trovi soprattutto la lingua e l’età arcaica; l’età classica ed ellenistica, con la prosa attica e il teatro, è in Lingua e letteratura greca II.

Esame Lingua e letteratura greca I
Corsi di laurea Lettere (L-10), primo anno, curriculum classico
Crediti in genere 6-12 CFU
SSD HELL-01/B (ex L-FIL-LET/02)
Prova spesso scritto di traduzione o test di lingua, poi orale con lettura metrica, traduzione e commento

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Il verbo greco: aspetto prima che tempo

L’idea di aspetto

La cosa più importante da capire del verbo greco è che i temi verbali non esprimono prima di tutto il tempo, ma l’aspetto, cioè il modo in cui l’azione è vista. Il tema del presente indica un’azione in svolgimento, durativa o ripetuta; il tema dell’aoristo indica un’azione vista nel suo complesso, puntuale, senza riferimento alla durata; il tema del perfetto indica lo stato risultante da un’azione compiuta.

Il valore temporale (passato, presente, futuro) esiste solo all’indicativo, segnalato dall’aumento per i tempi storici. Negli altri modi conta solo l’aspetto. Un imperativo aoristo come “γράψον” (scrivi, una volta) e uno presente come “γράφε” (scrivi, continua a scrivere, abitualmente) non differiscono nel tempo ma nel modo di guardare l’azione. Lo stesso vale per l’infinito, il congiuntivo, l’ottativo, il participio. Se traduci un participio aoristo sempre con “avendo fatto”, spesso sbagli: ha valore di anteriorità solo perché l’azione vista come compiuta tende a precedere quella principale.

Il perfetto come stato

“Οἶδα”, so, è un perfetto, letteralmente “ho visto” e quindi so. “Τέθνηκε” significa “è morto”, cioè “giace morto”, non “morì”. Il perfetto greco descrive una condizione presente prodotta da un’azione passata. Per questo un perfetto si traduce molto spesso con un presente italiano.

Le diatesi: il medio

Oltre all’attivo e al passivo il greco ha il medio, che indica un’azione in cui il soggetto è coinvolto in modo particolare: fa qualcosa per sé, su di sé, nel proprio interesse. “Λούω” è lavo, “λούομαι” mi lavo; “παύω” faccio cessare, “παύομαι” cesso; “λύω” sciolgo, “λύομαι” sciolgo per me, quindi riscatto (un prigioniero). Molti verbi hanno solo forme medie (deponenti), e alcuni il futuro medio con valore attivo: “ἀκούσομαι”, ascolterò. Al presente e al perfetto medio e passivo hanno le stesse forme: è il contesto a decidere.

L’ottativo

L’ottativo è il modo che i liceali temono di più, ma i suoi usi principali sono pochi. In frase indipendente esprime un desiderio realizzabile (“εἴθε γένοιο”, possa tu diventare) oppure, con “ἄν”, una possibilità (“λέγοι ἄν τις”, qualcuno potrebbe dire). Nelle subordinate dipendenti da un tempo storico può sostituire il congiuntivo o l’indicativo: è l’ottativo obliquo, tipico dei discorsi riferiti. Saperlo riconoscere ti evita molti errori nella prosa di Senofonte e Tucidide.

Cosa ti chiedono all’orale (verbo)

Che cosa si intende per aspetto verbale in greco? È il modo in cui l’azione viene presentata: durativa o ripetuta nel tema del presente, puntuale o complessiva nel tema dell’aoristo, come stato risultante nel tema del perfetto. Il tempo, cioè la collocazione nel passato, presente o futuro, è espresso solo all’indicativo, con l’aumento per i tempi storici. Negli altri modi, come l’imperativo o l’infinito, conta solo l’aspetto.

Che cos’è la diatesi media? È una forma verbale che indica un’azione in cui il soggetto è particolarmente coinvolto, perché la compie su di sé, per sé o nel proprio interesse. Per esempio λούω significa lavo, λούομαι mi lavo; λύω sciolgo, λύομαι riscatto. Molti verbi sono deponenti, cioè hanno solo forme medie con significato attivo.

La sintassi che serve per tradurre

L’articolo

L’articolo greco è molto più versatile di quello italiano. Può sostantivare qualsiasi elemento: un aggettivo (“οἱ ἀγαθοί”, i buoni), un avverbio (“οἱ νῦν”, quelli di ora, i contemporanei), un infinito (“τὸ φιλοσοφεῖν”, il filosofare), un participio (“ὁ λέγων”, colui che parla), un’intera espressione (“τὰ τῆς πόλεως”, gli affari della città). La posizione conta: un aggettivo in posizione attributiva, fra articolo e nome (“ὁ ἀγαθὸς ἀνήρ”), è un attributo; in posizione predicativa, fuori dal gruppo articolo-nome (“ἀγαθὸς ὁ ἀνήρ”), è un predicato: l’uomo è buono.

Il participio

Il participio è il cuore della sintassi greca. Può essere attributivo (con l’articolo: “ὁ παρὼν καιρός”, l’occasione presente), sostantivato (“οἱ φεύγοντες”, i fuggitivi), congiunto (accordato con un elemento della frase, con valore temporale, causale, concessivo, finale con il futuro), assoluto (il genitivo assoluto, equivalente all’ablativo assoluto latino) e predicativo, con verbi come “τυγχάνω” (mi trovo a), “λανθάνω” (sfuggo), “φθάνω” (precedo), “παύομαι” (smetto). “Ἔλαθε φυγών” non significa “sfuggì fuggendo” ma “fuggì di nascosto”. È uno degli errori più comuni negli scritti.

Le particelle

Le particelle sono la musica del greco. “Μέν… δέ” crea una contrapposizione o una semplice coordinazione (“da una parte… dall’altra”, ma spesso basta un “e” o un “mentre”); “γάρ” spiega, “infatti”; “οὖν” conclude, “dunque”; “δή” sottolinea, “appunto”, “proprio”; “γε” restringe, “almeno”, “proprio”. “Ἄν” non ha una traduzione fissa, ma dà valore potenziale o eventuale alla frase. Non devi tradurle tutte: un buon traduttore le rende con l’ordine delle parole, con la punteggiatura, con un avverbio. Ma devi sempre capire che cosa fanno.

Le negazioni

Il greco ha due negazioni: “οὐ” per i fatti, negazione oggettiva; “μή” per le volontà, le ipotesi, i divieti, negazione soggettiva. Quindi “μή” con l’imperativo e il congiuntivo esortativo, nelle finali, nelle condizionali, con l’infinito non dichiarativo, e con il participio quando ha valore condizionale. Due negazioni composte rafforzano la negazione invece di annullarla: “οὐδεὶς οὐδέν”, nessuno niente.

Cosa ti chiedono all’orale (sintassi)

Come si traduce un participio predicativo con λανθάνω? Con λανθάνω, sfuggo, il participio esprime l’azione principale e il verbo reggente indica la modalità: ἔλαθε φυγών significa fuggì di nascosto, letteralmente sfuggì all’attenzione fuggendo. Lo stesso accade con τυγχάνω, che indica il caso, mi trovo a, e con φθάνω, che indica anticipo, precedo nel fare.

Che differenza c’è fra οὐ e μή? Οὐ è la negazione oggettiva, usata per negare fatti nelle frasi dichiarative all’indicativo. Μή è la negazione soggettiva, usata per volontà, divieti, ipotesi e timori: con l’imperativo, con il congiuntivo esortativo o proibitivo, nelle finali e nelle condizionali, e con il participio di valore condizionale.

Morfologia: nomi, accenti, contrazioni

Gli accenti

Gli accenti greci sono un tormento per molti studenti, ma all’università ti chiedono almeno di saperli leggere e di non sbagliarli nelle parole più comuni. L’accento greco antico era musicale, cioè di altezza, non di intensità come l’italiano. Le regole principali: l’accento può cadere solo su una delle ultime tre sillabe (legge del trisillabismo); se l’ultima sillaba è lunga, l’accento non può risalire oltre la penultima; il circonflesso può stare solo su una vocale lunga o un dittongo, e solo sulla penultima o sull’ultima sillaba; sulla penultima lunga, se l’ultima è breve, l’accento è obbligatoriamente circonflesso (δῶρον). Le enclitiche (τις, τε, γε, le forme atone di εἰμί e φημί) si appoggiano alla parola precedente e possono farle acquistare un secondo accento: ἄνθρωπός τις.

Perché contano? Perché distinguono parole diverse. “Τίς” con l’accento è interrogativo, chi?; “τις” atono è indefinito, qualcuno. “Ἦ” è un’interiezione o l’imperfetto di εἰμί, “ἤ” significa o, oppure, “ἡ” è l’articolo femminile. Un accento sbagliato, in traduzione, può cambiare il senso della frase.

La terza declinazione e le contrazioni

La terza declinazione è la più varia, perché i temi in consonante subiscono modifiche a contatto con le desinenze: φύλαξ (tema φυλακ-), ἐλπίς (tema ἐλπιδ-), γένος (tema in -σ, γένεος > γένους per contrazione, dopo la caduta del sigma intervocalico). Per trovare una parola sul vocabolario devi risalire al nominativo, e per farlo devi riconoscere il tema dal genitivo. Il dizionario Montanari, il GI, indica per ogni nome il genitivo: imparalo insieme al nominativo, come in latino.

Le contrazioni riguardano anche i verbi in -άω, -έω, -όω: τιμάω > τιμῶ, ποιέω > ποιῶ, δηλόω > δηλῶ. In Omero e in Erodoto le forme spesso non sono contratte (ποιέει invece di ποιεῖ), e questo è uno dei primi segnali che ti dice in quale dialetto è scritto il testo.

I dialetti e la lingua di Omero

Una lingua che nessuno parlava

Il greco antico non è una lingua unitaria: ci sono dialetti diversi (ionico, attico, eolico, dorico, arcadico-cipriota), e i generi letterari sono legati a dialetti specifici, indipendentemente dalla provenienza dell’autore. L’epica è in una lingua a base ionica con elementi eolici; la lirica corale in un dorico letterario; la lirica di Saffo e Alceo in eolico di Lesbo; la prosa storica di Erodoto in ionico; la tragedia ha i dialoghi in attico e i cori con colorito dorico.

La lingua omerica è una lingua artificiale, mai parlata da nessuno: un impasto di forme di epoche e dialetti diversi, accumulato nel corso di secoli di poesia orale. Accanto a forme ioniche si trovano forme eoliche, arcaismi e forme recenti, scelte spesso per ragioni metriche. Per esempio l’infinito può essere in -ειν, -μεν, -μεναι: il poeta sceglie la forma che entra nell’esametro.

Tratti da riconoscere

Alcuni tratti della lingua omerica che devi sapere: η al posto dell’α lungo attico, anche dopo ε, ι, ρ (“ἡμέρη” per “ἡμέρα”); genitivi in -οιο e -αο; dativi plurali in -οισι e -ῃσι; assenza frequente dell’aumento (“βῆ” per “ἔβη”); l’articolo usato spesso come pronome dimostrativo; la tmesi, cioè la separazione del preverbio dal verbo (“κατὰ δάκρυ χέουσα”). E il digamma: un suono [w] scomparso dall’ionico ma ancora presente nella lingua da cui deriva la tradizione epica. Non è scritto nei manoscritti, ma la metrica ne rivela la presenza, per esempio quando una parola che comincia per vocale impedisce l’elisione della precedente.

Le formule

Milman Parry, negli anni Venti e Trenta del Novecento, dimostrò che la lingua omerica è fatta di formule: espressioni fisse, spesso nome più epiteto, adattate a precise posizioni del verso. “Πόδας ὠκὺς Ἀχιλλεύς”, Achille dai piedi veloci; “γλαυκῶπις Ἀθήνη”, Atena dagli occhi lucenti; “ῥοδοδάκτυλος Ἠώς”, Aurora dalle dita di rosa. Per ogni personaggio e ogni posizione metrica esiste di norma una sola formula: è il principio di economia. Parry e il suo allievo Albert Lord studiarono i cantori epici jugoslavi, analfabeti, che improvvisavano poemi lunghissimi usando formule: era la prova che l’epica omerica nasce da una tradizione orale.

Cosa ti chiedono all’orale (lingua omerica)

Perché la lingua omerica si dice artificiale? Perché non corrisponde a nessun dialetto realmente parlato: è un impasto di forme ioniche, eoliche, arcaiche e recenti, stratificato in secoli di poesia orale. Le forme coesistono perché offrono alternative metriche: lo stesso infinito può avere tre desinenze, e il poeta sceglie quella adatta all’esametro.

Che cosa ha dimostrato Milman Parry? Che la dizione omerica è formulare: è composta di espressioni fisse, soprattutto nome più epiteto, legate a posizioni precise dell’esametro e organizzate secondo un principio di economia. Confrontando Omero con i cantori jugoslavi, Parry e Lord mostrarono che questo sistema è tipico della poesia orale improvvisata, e che i poemi omerici nascono da una lunga tradizione orale.

La metrica

L’esametro e la lettura

L’esametro greco segue gli stessi schemi del latino, che lo ha imitato: sei piedi, dattili o spondei nei primi quattro, quinto dattilo, sesto spondeo o trocheo. Le cesure più frequenti sono la pentemimere e la cesura “trocaica” o femminile, dopo la prima breve del terzo piede. Alla fine del quarto piede cade spesso una dieresi, detta bucolica.

Per leggere bene ti serve la prosodia: sillaba lunga per natura (η, ω, dittonghi, vocali lunghe) o per posizione (vocale seguita da due consonanti o da consonante doppia ζ, ξ, ψ). Fenomeni particolari: la correptio epica, per cui una vocale lunga o un dittongo in fine di parola davanti a vocale si abbrevia; la sinizesi, per cui due vocali si pronunciano come una. Il primo verso dell’Iliade:

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος

Μῆ-νιν ἄ | ει-δε θε | ὰ Πη | λη-ϊ-ά | δεω Ἀ-χι | λῆ-ος. La cesura è la pentemimere, dopo θεὰ. Nota “Πηληϊάδεω”: la desinenza -εω si legge in una sola sillaba lunga, per sinizesi. E la prima parola è “μῆνιν”, l’ira, il tema dell’intero poema.

Altri metri

Il distico elegiaco è formato da esametro e pentametro, come in latino. Il trimetro giambico, metro della poesia giambica e poi dei dialoghi tragici e comici, è formato da tre metri giambici (ognuno breve-lunga-breve-lunga, con possibilità di sostituzioni). La lirica monodica usa strofe come la saffica e l’alcaica, che Orazio porterà in latino. La lirica corale di Pindaro ha strutture triadiche: strofe, antistrofe ed epodo.

Cosa ti chiedono all’orale (metrica)

Leggi in metrica il primo verso dell’Iliade. Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος si scandisce in dattilo, dattilo, spondeo, dattilo, dattilo, spondeo. Πηληϊάδεω ha una sinizesi nella desinenza -εω, che vale una sola sillaba lunga. La cesura principale è la pentemimere, dopo θεὰ. La prima parola, μῆνιν, annuncia il tema del poema.

Omero

Iliade e Odissea

I due poemi omerici sono il fondamento della cultura greca: i Greci li imparavano a scuola, li citavano come autorità morale, ne ricavavano modelli di comportamento. L’Iliade, ventiquattro libri, racconta circa cinquanta giorni del decimo anno della guerra di Troia, dall’ira di Achille offeso da Agamennone, che gli ha tolto la schiava Briseide, ai funerali di Ettore. L’Odissea, ventiquattro libri, racconta il ritorno di Odisseo a Itaca dopo dieci anni di peregrinazioni, con una struttura più complessa: i primi quattro libri (la Telemachia) seguono il figlio Telemaco; il racconto delle avventure è fatto da Odisseo stesso alla corte dei Feaci (libri IX-XII); la seconda metà è dedicata al ritorno a Itaca e alla vendetta sui Proci.

La divisione in ventiquattro libri, uno per lettera dell’alfabeto, risale probabilmente ai filologi alessandrini. I due poemi sono di solito datati fra l’VIII e il VII secolo a.C., con l’Odissea considerata posteriore all’Iliade.

La questione omerica

Chi era Omero? Già gli antichi discutevano: alcuni grammatici alessandrini, detti “separatori” (χωρίζοντες), attribuivano i due poemi ad autori diversi. La questione moderna nasce con i Prolegomena ad Homerum di Friedrich August Wolf (1795): Omero non avrebbe potuto comporre poemi così lunghi senza la scrittura, quindi i poemi sarebbero il risultato di canti più brevi, riuniti più tardi. Una tradizione antica riferiva di una redazione fatta ad Atene al tempo di Pisistrato, nel VI secolo.

Nell’Ottocento si scontrano gli “analitici”, che cercano nei poemi gli strati e le incongruenze di autori diversi, e gli “unitari”, che difendono un unico poeta. Il Novecento cambia i termini del problema con Parry: i poemi nascono da una tradizione orale, formulare, di cantori (aedi) che improvvisavano su schemi tradizionali. Oggi molti studiosi pensano a un grande poeta, o a due, che alla fine di questa tradizione, forse già con l’aiuto della scrittura, ha dato ai poemi la forma monumentale che conosciamo.

Temi e personaggi

All’orale ti chiederanno di saper commentare un episodio. Alcuni fra i più amati dai docenti: l’incontro di Ettore e Andromaca nel libro VI, con il piccolo Astianatte che si spaventa dell’elmo del padre; l’ambasceria ad Achille nel IX, con il rifiuto dell’eroe e la riflessione sul valore della vita; la morte di Patroclo nel XVI; Priamo che bacia le mani di Achille per riavere il corpo del figlio, nel XXIV. Nell’Odissea: Nausicaa nel VI, il Ciclope nel IX, dove Odisseo si fa chiamare “Nessuno” (Οὖτις) e poi, accecato Polifemo, si salva perché il gigante grida agli altri Ciclopi che “Nessuno” lo sta uccidendo; il gioco di parole continua con “μή τις”, nessuno, che richiama “μῆτις”, l’astuzia, la qualità propria di Odisseo. Ma quando si allontana, Odisseo non resiste alla tentazione di gridare il suo vero nome, e così attira su di sé l’ira di Poseidone, padre del Ciclope: è proprio l’orgoglio dell’eroe a causare le sue peregrinazioni; la discesa nell’Ade con l’incontro con Achille nell’XI (“vorrei essere servo di un povero sulla terra piuttosto che re di tutti i morti”), il cane Argo nel XVII, il riconoscimento di Penelope, che mette alla prova Odisseo con il segreto del letto, nel XXIII.

Un concetto utile è quello di “civiltà di vergogna”, proposto da E.R. Dodds in I Greci e l’irrazionale (1951): nel mondo omerico l’eroe si regola sul giudizio sociale, dall’onore (τιμή) e dalla paura di perderlo, più che da un senso interiore di colpa. L’ira di Achille nasce proprio da un’offesa all’onore.

Un esempio: il proemio dell’Odissea

Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ
> πλάγχθη, ἐπεὶ Τροίης ἱερὸν πτολίεθρον ἔπερσε·
> πολλῶν δ’ ἀνθρώπων ἴδεν ἄστεα καὶ νόον ἔγνω.

“L’uomo dimmi, o Musa, dal multiforme ingegno, che molto errò, dopo che ebbe distrutto la sacra rocca di Troia; di molti uomini vide le città e conobbe la mente.”

Il primo commento riguarda la prima parola, “ἄνδρα”, l’uomo, all’accusativo: come l’Iliade comincia con “μῆνιν”, l’ira, l’Odissea comincia con l’uomo. Il nome di Odisseo non compare: arriverà solo al verso 21. Al suo posto c’è un epiteto, “πολύτροπον”, che può voler dire “dai molti giri”, cioè che ha viaggiato molto, oppure “dalle molte risorse”, astuto, versatile. L’ambiguità è probabilmente voluta, e Livio Andronico, che hai incontrato in latino, la tradusse con “versutum”.

Sul piano linguistico nota “ἔννεπε”, imperativo epico di un verbo che in attico non esiste; “πλάγχθη” e “ἔπερσε”, aoristi senza aumento, tipici della lingua omerica; “πτολίεθρον”, forma epica per “città”. “Μάλα πολλὰ” e “πολλῶν” ripetono la radice di “πολύτροπον”: il poema insiste fin dall’inizio sulla molteplicità, delle esperienze e dell’ingegno. Infine “νόον ἔγνω”: Odisseo non ha solo visto città, ne ha conosciuto la mente. È un eroe della conoscenza, ed è per questo che Dante, che non leggeva il greco, poté farne il simbolo della sete di sapere.

Cosa ti chiedono all’orale (Omero)

Che cosa sostiene Wolf nei Prolegomena? Wolf, nel 1795, sostiene che Omero non poteva conoscere la scrittura e che quindi non avrebbe potuto comporre poemi così lunghi e organici. I poemi sarebbero nati da canti più brevi trasmessi oralmente e riuniti solo più tardi, forse ad Atene nel VI secolo, all’epoca di Pisistrato. Con lui nasce la questione omerica moderna, che opporrà analitici e unitari.

Commenta l’incontro fra Priamo e Achille. Nel libro XXIV dell’Iliade il vecchio re di Troia entra di notte nella tenda di Achille, accompagnato da Ermes, e gli bacia le mani, le mani che hanno ucciso suo figlio, chiedendo il corpo di Ettore. Ricorda ad Achille il padre Peleo, anche lui vecchio e lontano. I due nemici piangono insieme, ciascuno per i propri morti. L’ira di Achille, tema del poema, si scioglie nella pietà: è la conclusione morale dell’Iliade.

L’epica oltre Omero

Omero non era l’unico poeta epico. Il “ciclo epico” comprendeva poemi che raccontavano le parti della saga troiana non narrate nei due poemi (le Ciprie, l’Etiopide, la Piccola Iliade, la Distruzione di Ilio, i Ritorni, la Telegonia) e il ciclo tebano. Ci sono arrivati solo in frammenti e nei riassunti tardi attribuiti a un certo Proclo. Sotto il nome di Omero ci sono giunti anche gli Inni omerici, componimenti in esametri dedicati agli dèi, probabilmente di epoche diverse: l’Inno a Demetra, con il rapimento di Persefone e l’origine dei misteri eleusini, e l’Inno a Ermes, con il dio neonato che ruba le vacche di Apollo e inventa la lira, sono i più belli. Nell’Inno ad Apollo il poeta si presenta come “uomo cieco, che abita nella rocciosa Chio”: è una delle fonti dell’immagine tradizionale di Omero cieco.

Esiodo

Esiodo, vissuto probabilmente fra l’VIII e il VII secolo a.C. ad Ascra, in Beozia, è il primo poeta greco che parla di sé. Nella Teogonia racconta di aver ricevuto l’investitura poetica dalle Muse, mentre pascolava le greggi sull’Elicona: le Muse gli dicono di saper raccontare molte menzogne simili al vero, ma anche, quando vogliono, la verità. Il poema racconta l’origine del mondo e degli dèi, dal Caos alla vittoria di Zeus, attraverso una successione di generazioni divine e di lotte (Urano, Crono, Zeus) che il mito greco ha in comune con altre tradizioni del Vicino Oriente, come il mito ittita di Kumarbi.

Le Opere e i giorni sono un poema didascalico rivolto al fratello Perse, con cui Esiodo è in lite per l’eredità. Contiene il mito di Prometeo e Pandora: Prometeo ruba il fuoco agli dèi per darlo agli uomini, e Zeus si vendica facendo plasmare la prima donna, Pandora, che apre il vaso (in greco un orcio, πίθος) da cui escono tutti i mali, mentre sul fondo resta solo la speranza. Il mito, raccontato anche nella Teogonia con varianti, spiega perché l’uomo deve faticare e soffrire, e ha una forte componente misogina che all’orale conviene saper riconoscere. Il poema contiene poi il mito delle cinque età dell’umanità (oro, argento, bronzo, eroi, ferro: noi viviamo nella peggiore), precetti sul lavoro dei campi, sulla giustizia (δίκη), sul calendario dei giorni fausti e infausti. Il lavoro è il solo modo onesto di vivere in un mondo duro. Virgilio nelle Georgiche si dichiarerà erede di Esiodo.

Cosa ti chiedono all’orale (Esiodo)

Che cosa racconta il mito delle età nelle Opere e i giorni? Esiodo descrive cinque stirpi umane che si succedono: d’oro, felici e senza fatica; d’argento, stolte e empie; di bronzo, violente; degli eroi, che combatterono a Tebe e a Troia; di ferro, la presente, condannata alla fatica e al dolore. L’età degli eroi interrompe la degradazione dei metalli, forse per inserire la tradizione epica nello schema. Il mito serve a giustificare la necessità del lavoro e della giustizia.

La lirica arcaica

Che cosa intendiamo per lirica

Con “lirica” i moderni indicano poesie molto diverse, unite dal fatto di essere cantate o recitate con accompagnamento musicale, in occasioni precise: il simposio, le feste religiose, i matrimoni, le vittorie atletiche. Gli antichi distinguevano generi in base al metro e all’occasione: elegia (in distici, recitata con l’aulo), giambo (in metri giambici, aggressivo e satirico), melica monodica (cantata da una sola voce, con la lira), melica corale (cantata e danzata da un coro). I testi ci sono arrivati quasi sempre in frammenti, attraverso citazioni di autori successivi o papiri.

Archiloco

Archiloco di Paro, vissuto nel VII secolo a.C., soldato mercenario, è il primo grande poeta giambico. Parla di sé con una libertà che sorprende: il frammento in cui confessa di aver abbandonato lo scudo in battaglia per salvarsi, e di poterne comprare un altro, rovescia il codice eroico omerico. La sua poesia aggressiva contro Licambe, che gli avrebbe negato in sposa la figlia Neobule, divenne leggendaria: secondo la tradizione padre e figlia si sarebbero impiccati per la vergogna. Il papiro di Colonia, pubblicato nel 1974, ci ha restituito un lungo epodo erotico.

Saffo e Alceo

A Lesbo, fra il VII e il VI secolo, scrivono in dialetto eolico Saffo e Alceo. Saffo è la prima voce femminile della letteratura occidentale. Viveva a Mitilene, attorno a lei c’era un gruppo di giovani donne (il “tiaso”), legate al culto di Afrodite e alla formazione prima del matrimonio. Di lei resta un’unica ode completa, l’inno ad Afrodite, e molti frammenti. Il frammento 31 (“Mi sembra pari agli dèi quell’uomo…”) descrive i sintomi dell’amore con una precisione fisica straordinaria: la lingua spezzata, il fuoco sotto la pelle, la vista che si oscura, il sudore, il tremito. Catullo lo tradurrà nel carme 51. Il frammento 16 afferma che la cosa più bella non è un esercito di cavalieri o di navi, ma “ciò che si ama”. Negli ultimi decenni nuovi papiri hanno restituito altri testi, come il carme della vecchiaia (pubblicato nel 2004) e, nel 2014, il “carme dei fratelli”.

Alceo, aristocratico di Mitilene, è il poeta della lotta politica, della fazione, dell’esilio, e del simposio: “Ora bisogna ubriacarsi” (νῦν χρῆ μεθύσθην), per la morte del tiranno Mirsilo. È il modello di Orazio per il “Nunc est bibendum”. L’immagine della nave nella tempesta, allegoria della città sconvolta dalle lotte civili, nasce con lui.

L’elegia: Tirteo, Mimnermo, Solone, Teognide

L’elegia arcaica non è, come quella latina, soprattutto poesia d’amore. È una poesia in distici di argomento vario: guerra, politica, morale, simposio.

Tirteo, a Sparta nel VII secolo, scrive elegie che esortano i giovani a combattere nella falange durante la seconda guerra messenica: è bello morire in prima fila per la patria, ed è vergognoso il vecchio caduto davanti ai giovani. Rispetto all’eroe omerico, che cerca la gloria individuale, l’ideale di Tirteo è collettivo: il cittadino-soldato che tiene la posizione accanto ai compagni.

Mimnermo di Colofone canta la brevità della giovinezza e l’orrore della vecchiaia, con un’immagine che risale a Omero: gli uomini sono come le foglie che la primavera fa nascere e che presto cadono. “Che vita, che gioia senza l’aurea Afrodite?”. Solone, il legislatore ateniese del VI secolo, usa l’elegia per spiegare e difendere le sue riforme politiche e per riflettere sulla giustizia divina, che punisce sempre l’ingiustizia, anche se tardi, magari nei figli. Sotto il nome di Teognide di Megara ci è giunta una raccolta di circa 1400 versi, la Silloge teognidea, rivolta in gran parte al giovane Cirno: precetti aristocratici, amarezza per la perdita del potere della nobiltà, amore, simposio. È una raccolta stratificata, che contiene anche versi di altri poeti.

Senofane di Colofone, poeta e filosofo, critica in elegie e altri metri l’immagine antropomorfica degli dèi tramandata da Omero ed Esiodo: se i buoi, i cavalli e i leoni avessero mani e sapessero disegnare, rappresenterebbero gli dèi con il loro aspetto.

Il giambo dopo Archiloco

Semonide di Amorgo scrive un lungo giambo contro le donne, paragonate a vari animali (la donna-scrofa, la donna-volpe, la donna-cagna), con l’eccezione della donna-ape, laboriosa e fedele. Ipponatte di Efeso, nel VI secolo, porta il giambo nei bassifondi: mendicanti, ladri, risse, un linguaggio crudo, e un verso speciale, il coliambo o “giambo zoppo”, con l’ultimo piede alterato. Callimaco, secoli dopo, lo prenderà a modello per i suoi Giambi.

Cosa ti chiedono all’orale (elegia e giambo)

In che cosa l’ideale di Tirteo si distingue da quello omerico? L’eroe omerico cerca la gloria individuale e l’onore personale, anche contro la comunità, come Achille. Tirteo, a Sparta, esalta invece il cittadino-soldato che combatte nella falange accanto ai compagni e muore per la patria: il valore è collettivo e politico. Il suo modello è il guerriero che resta saldo al suo posto, non il campione che si distingue da solo.

I papiri e i testi nuovi

Una caratteristica della lirica greca è che il suo corpus cambia ancora oggi. Le sabbie d’Egitto, soprattutto a Ossirinco, hanno restituito dalla fine dell’Ottocento migliaia di frammenti di papiro, molti dei quali con testi lirici perduti. I Partenii di Alcmane, gran parte di Bacchilide, nuovi frammenti di Saffo, Stesicoro, Simonide: il nuovo Simonide, con l’elegia sulla battaglia di Platea, è stato pubblicato nel 1992. Quando studi un lirico, controlla sempre quale edizione stai usando, perché la numerazione dei frammenti cambia da un’edizione all’altra (per Saffo e Alceo, quella di Voigt è la più usata).

Anacreonte e la lirica corale

Anacreonte di Teo, nel VI secolo, canta l’amore, il vino e la vecchiaia con leggerezza e ironia. Sotto il suo nome circolò una raccolta di imitazioni tarde, le Anacreontee, che ebbero enorme fortuna in età moderna.

La lirica corale ha i suoi maggiori rappresentanti in Alcmane (Sparta, VII secolo), autore dei Partenii, canti per cori di fanciulle; in Stesicoro di Imera, che trasferisce nella lirica la materia epica in componimenti lunghi, quasi poemi cantati, e che secondo la tradizione, dopo aver diffamato Elena, fu accecato e riebbe la vista solo componendo una Palinodia, in cui negava che Elena fosse mai andata a Troia (“non è vero questo discorso”); in Simonide di Ceo, che fu tra i primi a farsi pagare per i suoi componimenti e a cui la tradizione attribuisce epigrammi per i caduti delle guerre persiane; nel nipote di Simonide, Bacchilide, le cui odi, quasi tutte perdute, sono riemerse da un papiro acquistato dal British Museum e pubblicato nel 1897; e soprattutto in Pindaro (518-438 a.C. circa), tebano. Gli Epinici, quattro libri di odi per i vincitori dei giochi Olimpici, Pitici, Nemei e Istmici, sono le sue opere conservate. La struttura tipica comprende la lode del vincitore, un mito, sentenze morali (gnomai), e una costruzione per triadi. Lo stile è difficile, con passaggi bruschi da un argomento all’altro, metafore audaci, una sintassi complessa. L’immagine dell’uomo “sogno di un’ombra” (σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωπος, Pitica VIII) è fra le più famose della poesia greca.

Cosa ti chiedono all’orale (lirica)

Commenta il frammento 31 di Saffo. Saffo osserva un uomo seduto davanti alla donna amata, che le parla e ride, e lo giudica simile agli dèi. Poi descrive gli effetti fisici che la vista della donna produce su di lei: la lingua si spezza, un fuoco sottile corre sotto la pelle, gli occhi non vedono, le orecchie rimbombano, il sudore, il tremito, il pallore, la sensazione di essere vicina alla morte. È un’analisi dell’esperienza amorosa attraverso il corpo, ripresa da Catullo nel carme 51 e citata nel trattato Del sublime, a cui dobbiamo la sua conservazione.

Che cosa celebra un epinicio di Pindaro? Celebra la vittoria di un atleta in uno dei grandi giochi panellenici. Ma la vittoria è occasione per una riflessione più ampia: Pindaro inserisce un mito legato al vincitore o alla sua città, sentenze morali sui limiti dell’uomo e sul favore degli dèi, e l’elogio della famiglia e della patria del vincitore. Il successo è un dono divino che illumina per un momento la vita dell’uomo, “sogno di un’ombra”.

Oralità, scrittura, simposio: il contesto della poesia arcaica

Per capire la poesia arcaica devi dimenticare l’idea moderna del poeta che scrive da solo per un lettore silenzioso. La poesia greca arcaica nasce per essere ascoltata, in occasioni precise, davanti a un pubblico che la conosce e spesso la condivide.

L’alfabeto greco viene adattato da quello fenicio probabilmente nell’VIII secolo a.C., con un’innovazione decisiva: i segni per le vocali, che i Fenici non scrivevano. Una delle iscrizioni più antiche è proprio poetica: la “coppa di Nestore”, trovata a Pitecusa, l’attuale Ischia, con versi che scherzano sulla coppa di Nestore descritta nell’Iliade. Ma per secoli la scrittura resta uno strumento di conservazione, mentre la poesia vive nella performance.

Le occasioni sono diverse per ogni genere. L’epica è recitata dagli aedi, poi dai rapsodi, nelle corti e nelle feste. La lirica corale accompagna riti religiosi, processioni, matrimoni, vittorie atletiche, con un coro che canta e danza. L’elegia, il giambo e la lirica monodica vivono soprattutto nel simposio, il momento del bere insieme che segue il banchetto, fra uomini dello stesso gruppo sociale, spesso aristocratico: si canta a turno, si scherza, si discute di politica, di amore. Questo spiega molte cose: le allusioni a persone note a tutti, l’aggressività del giambo, le esortazioni rivolte a un “tu” preciso, l’uso di immagini condivise.

Bruno Gentili ha insistito su questo punto parlando di poesia “pragmatica”: un testo arcaico va sempre letto pensando alla situazione in cui veniva eseguito e al rapporto fra poeta e pubblico. All’orale, collegare un frammento alla sua occasione (il simposio per Alceo, il coro di fanciulle per Alcmane, la festa per la vittoria per Pindaro) è il modo migliore per dimostrare che hai capito come funziona questa poesia.

Cosa ti chiedono all’orale (contesto)

Perché si dice che la poesia arcaica è “poesia d’occasione”? Perché ogni testo nasce per un’esecuzione concreta: un rito, una festa, una vittoria, un simposio. Il poeta compone per un pubblico preciso, che conosce le persone e i fatti nominati, e il testo risponde a quella situazione. Per questo molti frammenti ci sembrano oscuri: manca il contesto che per gli ascoltatori era ovvio. Puoi citare l’esempio di Alceo, i cui carmi politici contro Pittaco presuppongono la cerchia dei compagni di eteria riuniti a bere, o quello degli epinici di Pindaro, scritti su commissione per celebrare un vincitore e la sua famiglia davanti alla città.

Che cosa dimostra la coppa di Nestore? Che già nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. circolavano versi scritti, due dei quali esametri (il primo è un trimetro giambico), e che chi li incideva conosceva le storie epiche su Nestore, anche se non possiamo dire con certezza che conoscesse la nostra Iliade. È un documento prezioso proprio perché unisce scrittura, simposio e memoria epica in un solo oggetto, trovato nella tomba 168 di Pitecusa (verso il 730 a.C.): a lungo attribuita a un ragazzo, ma uno studio del 2021 sui resti cremati ha riconosciuto più individui mescolati con resti animali.

I primi prosatori e i presocratici

Accanto alla poesia, fra il VI e il V secolo nasce la prosa. In Ionia, a Mileto, i primi filosofi (Talete, Anassimandro, Anassimene) cercano il principio (ἀρχή) di tutte le cose in termini naturali, non più mitici. Eraclito di Efeso scrive in uno stile oscuro, per aforismi (“tutto scorre”, la formula che gli viene attribuita, sintetizza la sua idea del divenire; il frammento sicuro dice che non si può scendere due volte nello stesso fiume). Parmenide di Elea, invece, scrive in esametri un poema sull’essere, che “è” e non può non essere. Ecateo di Mileto scrive opere geografiche e genealogiche in prosa: è uno dei precursori di Erodoto.

Per l’esame questa parte è di solito breve, ma conviene ricordare che filosofia e storiografia nascono negli stessi luoghi e negli stessi anni della lirica ionica, dentro la stessa cultura delle città greche d’Asia Minore.

Come prepararti

Il primo consiglio: leggi Omero ad alta voce in metrica ogni giorno, anche solo dieci versi. Dopo qualche settimana la lingua omerica ti diventerà familiare, e la traduzione sarà molto più rapida. Il secondo: per i lirici, impara a memoria due o tre frammenti brevi in greco (Saffo 31, le prime righe; Alceo sulla nave; Archiloco e lo scudo). Non per recitarli in modo teatrale, ma per poterli citare con naturalezza. Il terzo: per la parte di lingua, fai un quaderno con i paradigmi dei verbi irregolari più frequenti (λαμβάνω, ὁράω, ἔρχομαι, φέρω, λέγω): la metà degli errori di traduzione nasce da un aoristo non riconosciuto.

Esami collegati

L’intero arco della letteratura greca è negli appunti di Letteratura greca, il seguito in Lingua e letteratura greca II. Il contesto storico dell’età arcaica è in Storia greca. La lingua omerica nel quadro indoeuropeo la studi in Glottologia, e il riflesso latino della poesia greca in Lingua e letteratura latina I. Gli altri esami sono nell’indice degli esami.

Fonti e approfondimenti

  • Luigi Enrico Rossi, Roberto Nicolai, Storia e testi della letteratura greca, Le Monnier.
  • Pierre Chantraine, Grammaire homérique, Klincksieck: lo strumento di riferimento per la lingua omerica.
  • Bruno Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica, Laterza (poi Feltrinelli).
  • Bruno Gentili, Liana Lomiento, Metrica e ritmica. Storia delle forme poetiche nella Grecia antica, Mondadori Università.
  • E.R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, La Nuova Italia (ed. orig. 1951).
  • Milman Parry, The Making of Homeric Verse, a cura di Adam Parry, Oxford, 1971 (raccolta dei suoi scritti).
  • Franco Montanari, GI. Vocabolario della lingua greca, Loescher.
  • Per i testi: Omero nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti (Einaudi, con testo a fronte); i lirici nell’edizione BUR o Fondazione Valla.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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