Letteratura italiana dal ‘500 all’800: appunti di studio

Appunti dal tardo Cinquecento all’Ottocento: Barocco, Galileo, Arcadia, Goldoni, Parini, Alfieri, Foscolo, Manzoni, Leopardi, Belli e Nievo.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Fra la Gerusalemme liberata e I Malavoglia passano tre secoli che a scuola si studiano di corsa: il Barocco in due pagine, l’Arcadia in mezza, e poi subito Foscolo e Manzoni. All’università non funziona così. In questo esame ti chiedono di capire come cambia l’idea stessa di letteratura: dalla meraviglia barocca alla ragione illuminista, dal teatro delle maschere alla commedia di carattere, dall’imitazione dei classici alla poesia come espressione di un io moderno.

È di solito la seconda annualità di letteratura italiana, dopo quella dalle origini al Cinquecento. Il programma ha una parte istituzionale e alcune letture integrali: quasi sempre I promessi sposi, una commedia di Goldoni, le Ultime lettere di Jacopo Ortis o i Sepolcri, una scelta ampia dei Canti. Spesso c’è un approfondimento monografico, per esempio su Leopardi o sul teatro del Settecento.

Il periodo precedente lo trovi negli appunti dalle origini al ‘500, quello successivo negli appunti di letteratura moderna e contemporanea.

Esame Letteratura italiana dal ‘500 all’800
Corsi di laurea Lettere (L-10), spesso seconda annualità di letteratura italiana
Crediti in genere 6-12 CFU
SSD ITAL-01/A (ex L-FIL-LET/10)
Prova orale su manuale, antologia e letture integrali (una commedia di Goldoni, I promessi sposi, i Canti)

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Il tardo Cinquecento e la Controriforma

Un clima nuovo

Il Concilio di Trento (1545-1563) cambia il quadro culturale. La Chiesa cattolica risponde alla Riforma protestante con un rafforzamento dell’ortodossia: nel 1559 viene pubblicato il primo Indice dei libri proibiti voluto da papa Paolo IV, e l’Inquisizione romana, riorganizzata nel 1542, controlla la produzione intellettuale. Alcune opere vengono vietate o “rassettate”, cioè corrette per eliminare i passi ritenuti offensivi: è il caso del Decameron, che circola in edizioni espurgate a partire dal 1573.

Gli scrittori si muovono in uno spazio più stretto. La letteratura deve essere morale, la poesia deve rispettare le regole della Poetica di Aristotele, riscoperta e commentata in quegli anni (il commento di Ludovico Castelvetro è del 1570). Le discussioni teoriche su che cosa sia un poema epico, sul verosimile, sull’unità d’azione, attraversano tutto il secondo Cinquecento. Torquato Tasso, che hai incontrato alla fine dell’altro esame, è l’autore che vive più drammaticamente questa tensione fra libertà poetica e regole.

Giordano Bruno e Tommaso Campanella

Due filosofi segnano la fine del secolo e il passaggio al Seicento. Giordano Bruno, frate domenicano uscito dall’ordine, viaggia per l’Europa e scrive dialoghi in volgare (La cena de le Ceneri, De l’infinito, universo e mondi, Spaccio de la bestia trionfante) in cui sostiene l’infinità dell’universo e la pluralità dei mondi. Processato dall’Inquisizione, viene bruciato vivo a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600. Tommaso Campanella, calabrese, passa quasi trent’anni in carcere a Napoli dopo una congiura antispagnola; in prigione scrive la Città del Sole, utopia di una repubblica comunitaria governata dalla sapienza.

Cosa ti chiedono all’orale (Controriforma)

Che effetti ha la Controriforma sulla letteratura? Dopo il Concilio di Trento si rafforza il controllo della Chiesa sulla cultura: l’Indice dei libri proibiti, dal 1559, e l’Inquisizione romana vigilano sulle opere. Alcuni testi, come il Decameron, circolano solo in versioni corrette. La letteratura deve avere un fine morale e la poesia si misura con le regole della Poetica di Aristotele. Tasso, con i suoi scrupoli e le revisioni della Gerusalemme, è la figura emblematica di questo clima.

Il Seicento: Barocco e scienza

Marino e la poetica della meraviglia

Il Seicento letterario è dominato dal gusto barocco. La parola chiave è “meraviglia”: la poesia deve stupire, sorprendere il lettore con metafore inattese, giochi di parole, accostamenti arditi. Giovan Battista Marino, il poeta più celebre del secolo, lo dice in un verso famoso: “È del poeta il fin la meraviglia […] chi non sa far stupir, vada alla striglia”. L’Adone (Parigi, 1623) è un poema enorme, oltre quarantamila versi, che racconta l’amore fra Venere e Adone con continue digressioni descrittive. Più che una storia è un repertorio di meraviglie verbali: la descrizione della rosa, del canto dell’usignolo, dei cinque sensi.

Lo strumento principe della poetica barocca è la metafora, che il teorico Emanuele Tesauro, nel Cannocchiale aristotelico (1654), esalta come la figura più ingegnosa, capace di cogliere legami nascosti fra cose lontane. I poeti marinisti cantano soggetti insoliti: la donna che si pettina i pidocchi, la bella zoppa, la bella balbuziente, l’orologio. È una poesia che per due secoli è stata disprezzata come vuota e artificiosa: De Sanctis e Croce la giudicarono severamente. Oggi la critica l’ha rivalutata, vedendovi la reazione a un mondo in cui le certezze tradizionali stavano crollando.

Galileo scrittore

Il Seicento è anche il secolo della rivoluzione scientifica, e Galileo Galilei è un protagonista della storia letteraria, non solo di quella della scienza. Sceglie il volgare per raggiungere un pubblico ampio. Il Sidereus nuncius (1610), in latino, annuncia le scoperte fatte con il cannocchiale: i satelliti di Giove, le montagne della Luna. Ma Il Saggiatore (1623) e il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) sono in italiano.

Il Dialogo mette in scena tre personaggi: Salviati, che sostiene il sistema copernicano; Sagredo, l’uomo colto e aperto che si lascia convincere; Simplicio, difensore del sistema aristotelico-tolemaico. La forma dialogica, ereditata dalla tradizione rinascimentale, diventa uno strumento di persuasione e di ironia. Nel 1633 Galileo viene processato e costretto all’abiura. Nel Saggiatore c’è la frase che devi conoscere: il libro della natura “è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche”.

Italo Calvino considerava Galileo uno dei massimi prosatori italiani, e in più interventi ne ha lodato la precisione e la leggerezza. Una citazione così, all’orale, collega il Seicento al Novecento in modo efficace.

Altre voci del secolo

Alessandro Tassoni scrive La secchia rapita (1622), poema eroicomico su una guerra fra Modena e Bologna per una secchia di legno: un poema che usa le forme dell’epica per un soggetto meschino, con effetto parodico. Paolo Sarpi, frate servita veneziano, scrive la Istoria del Concilio tridentino (1619, pubblicata a Londra sotto pseudonimo), opera fortemente critica nei confronti della curia romana. A Napoli Giambattista Basile scrive in dialetto napoletano Lo cunto de li cunti, pubblicato postumo fra il 1634 e il 1636: la prima grande raccolta europea di fiabe, che contiene versioni antiche di Cenerentola e della Bella addormentata, prima di Perrault e dei Grimm.

Cosa ti chiedono all’orale (Seicento)

Che cos’è la poetica della meraviglia? È la poetica del Barocco, per cui il fine della poesia è stupire il lettore. Marino la riassume nel verso “È del poeta il fin la meraviglia”. Lo strumento principale è la metafora, che collega cose lontane in modo inatteso, come teorizza Tesauro nel Cannocchiale aristotelico. Ne derivano soggetti insoliti, descrizioni sovrabbondanti, giochi verbali.

Perché Galileo è importante anche per la letteratura? Perché scrive in volgare opere come il Saggiatore e il Dialogo sopra i due massimi sistemi, con una prosa chiara, precisa e ironica, che fonda la prosa scientifica italiana. Il Dialogo usa la forma rinascimentale del dialogo per un fine argomentativo, con tre personaggi che rappresentano posizioni diverse. Calvino lo considerava il maggiore prosatore italiano.

Il primo Settecento: Arcadia, Metastasio, Vico

L’Arcadia

Nel 1690 a Roma viene fondata l’Accademia dell’Arcadia, attorno al ricordo di Cristina di Svezia, che a Roma aveva tenuto un circolo letterario. I fondatori, fra cui Giovan Mario Crescimbeni e Gian Vincenzo Gravina, si danno nomi pastorali e immaginano di vivere nella mitica Arcadia greca. Il programma è una reazione al “cattivo gusto” barocco: semplicità, chiarezza, razionalità, ritorno ai modelli classici e a Petrarca. Le colonie dell’Arcadia si diffondono in tutta Italia, e per molti decenni essere arcade significa far parte della repubblica delle lettere.

La poesia arcadica è spesso leggera e cantabile: canzonette, sonetti amorosi, scene pastorali. Il poeta più rappresentativo è Paolo Rolli, ma il vero erede della musicalità arcadica è Metastasio.

Metastasio e il melodramma

Pietro Trapassi, che grecizzò il suo nome in Metastasio, allievo di Gravina, diventa il poeta cesareo alla corte di Vienna dal 1730. I suoi libretti per il melodramma (Didone abbandonata, Olimpiade, Attilio Regolo, La clemenza di Tito) vengono musicati centinaia di volte dai compositori di tutta Europa. Il suo merito è aver dato al melodramma una struttura razionale: i recitativi, in endecasillabi e settenari sciolti, fanno avanzare l’azione; le arie, brevi strofe rimate e cantabili, esprimono i sentimenti dei personaggi e spesso chiudono la scena. Le sue ariette erano memorizzate e citate come proverbi in tutta Europa.

Vico

Giambattista Vico, filosofo napoletano, pubblica la Scienza nuova nel 1725, poi riscritta nelle edizioni del 1730 e del 1744. Contro il razionalismo cartesiano, Vico sostiene che l’uomo può conoscere davvero solo ciò che ha fatto, cioè la storia (il principio del “verum ipsum factum”). La storia delle nazioni passa per tre età: degli dèi, degli eroi, degli uomini. Nelle età primitive gli uomini erano “poeti” per natura, pensavano per immagini e miti; la poesia viene prima della filosofia. Una delle sezioni più famose è la “Discoverta del vero Omero”: Omero non sarebbe un singolo poeta, ma la voce collettiva del popolo greco. Vico fu poco letto nel suo tempo, e riscoperto nell’Ottocento e nel Novecento.

Cosa ti chiedono all’orale (primo Settecento)

Qual è il programma dell’Arcadia? L’Arcadia, fondata a Roma nel 1690, vuole reagire al cattivo gusto barocco con una poesia semplice, chiara, razionale, ispirata ai classici e a Petrarca. I soci assumono nomi pastorali e immaginano una comunità ideale di poeti-pastori. Ne nasce una poesia leggera e musicale, diffusa in tutta Italia attraverso le colonie dell’accademia.

Che cosa sostiene Vico nella Scienza nuova? Che l’uomo può conoscere con certezza solo ciò che ha fatto, e quindi la storia. Le nazioni attraversano tre età, degli dèi, degli eroi e degli uomini, e nelle prime gli uomini pensano per immagini e miti, sono poeti per natura. Per questo la poesia viene prima della ragione filosofica. La “Discoverta del vero Omero” interpreta Omero come espressione collettiva del popolo greco.

L’Illuminismo e il teatro

Milano e il Caffè

Nella seconda metà del Settecento le idee dell’Illuminismo francese arrivano in Italia. A Milano, sotto il governo austriaco, i fratelli Pietro e Alessandro Verri, Cesare Beccaria e altri fondano l’Accademia dei Pugni e pubblicano il periodico Il Caffè (1764-1766), che discute di economia, diritto, scienza, lingua, costume, con uno stile brillante e polemico. Sulla Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca trovi i dettagli negli appunti di Storia della lingua italiana.

Nel 1764 Cesare Beccaria pubblica Dei delitti e delle pene, un breve trattato contro la tortura e la pena di morte, che ha un successo europeo: tradotto in francese, commentato da Voltaire, letto da sovrani e giuristi. La sua tesi è che la pena deve essere proporzionata al delitto, certa piuttosto che crudele, e che la pena di morte non è né utile né necessaria. A Napoli l’Illuminismo ha altri protagonisti, come Antonio Genovesi, titolare dal 1754 di una cattedra di “commercio e meccanica”, una delle prime cattedre di economia in Europa, e Gaetano Filangieri, con la Scienza della legislazione.

Goldoni e la riforma del teatro

Carlo Goldoni è il grande riformatore del teatro comico italiano. Quando comincia a scrivere, la scena è dominata dalla commedia dell’arte: maschere fisse (Arlecchino, Pantalone, il Dottore, Brighella), canovacci su cui gli attori improvvisano, lazzi ripetuti. Goldoni sostituisce gradualmente le maschere con personaggi realistici e il canovaccio con un testo scritto per intero. Nella prefazione alla prima raccolta delle sue commedie (1750) indica i suoi due “libri”: il “Mondo” e il “Teatro”, cioè l’osservazione della realtà e la conoscenza del mestiere teatrale.

Il servitore di due padroni conserva ancora le maschere, ma nella stagione 1750-1751 Goldoni scrive per scommessa sedici commedie nuove, fra cui La bottega del caffè. Poi arrivano i capolavori: La locandiera (1753), con Mirandolina, la locandiera che fa innamorare il misogino Cavaliere di Ripafratta e poi sposa il cameriere Fabrizio; i Rusteghi (1760), in veneziano, sui padri borghesi autoritari; la Trilogia della villeggiatura (1761); Sior Todero brontolon; Le baruffe chiozzotte (1762), con i pescatori di Chioggia e il loro dialetto. Nel 1762 Goldoni parte per Parigi, dove lavora per la Comédie-Italienne e scrive le sue memorie in francese, i Mémoires. Muore a Parigi nel 1793.

Il suo grande avversario veneziano è Carlo Gozzi, che contro il realismo goldoniano propone le fiabe teatrali, come L’amore delle tre melarance (1761) e Turandot (1762), recuperando le maschere e il meraviglioso.

Cosa ti chiedono all’orale (Illuminismo e Goldoni)

In che cosa consiste la riforma di Goldoni? Goldoni sostituisce progressivamente la commedia dell’arte, basata su maschere fisse e improvvisazione degli attori su un canovaccio, con una commedia interamente scritta, con personaggi realistici e caratteri osservati dalla vita. I suoi modelli sono il Mondo e il Teatro: l’osservazione della società e la conoscenza della scena. La Locandiera, con Mirandolina, è l’esempio più compiuto.

Che cosa sostiene Beccaria in Dei delitti e delle pene? Beccaria critica la tortura e la pena di morte. La pena deve essere proporzionata al reato, pubblica, rapida e soprattutto certa, perché è la certezza della pena, non la sua crudeltà, a dissuadere dal delitto. La pena di morte non è né utile né necessaria. Il libro, del 1764, ebbe una risonanza europea.

Parini e Alfieri

Parini

Giuseppe Parini, sacerdote di origine modesta, precettore nelle case nobili milanesi, è il poeta dell’Illuminismo lombardo. Il Giorno è un poemetto satirico in endecasillabi sciolti che descrive la giornata di un “giovin signore”, un giovane aristocratico ozioso. Le prime due parti, il Mattino (1763) e il Mezzogiorno (1765), escono in vita; il Vespro e la Notte restano incompiuti e vengono pubblicati postumi.

La tecnica è l’ironia antifrastica: il poeta finge di essere il precettore del giovane e di ammirarne le abitudini, ma la descrizione minuziosa e solenne della toilette, della colazione, del pranzo ne mostra tutta la vacuità. L’episodio più famoso è quello della “vergine cuccia” nel Mezzogiorno: la cagnolina della dama morde un servo, che le dà un calcio; il servo viene licenziato e ridotto alla miseria con la famiglia, mentre la cagnolina viene coccolata. In pochi versi c’è tutta la critica a una nobiltà che ha perso il senso dell’umanità.

Parini scrive anche le Odi, su temi civili e morali (La salubrità dell’aria, L’innesto del vaiuolo, La caduta), con un classicismo misurato che anticipa il neoclassicismo.

Alfieri

Vittorio Alfieri, nobile piemontese, è una figura opposta a Parini: aristocratico ribelle, viaggiatore inquieto, che a un certo punto decide di diventare scrittore tragico e si impone una disciplina feroce. Nella Vita, l’autobiografia, racconta di essersi fatto legare alla sedia dal servitore per non correre da una donna di cui voleva liberarsi e restare a scrivere (l’episodio è riportato da lui stesso, e conviene presentarlo come autorappresentazione). Va in Toscana a “disfrancesarsi” e imparare l’italiano.

Le sue tragedie, diciannove nell’edizione definitiva, mettono in scena il conflitto fra l’individuo eroico e il tiranno. Le più importanti: Saul (1782), il re d’Israele tormentato dall’angoscia e dalla perdita del favore divino, e Mirra (1786), la principessa innamorata del padre, che custodisce fino alla morte il suo segreto. Lo stile è aspro, spezzato, pieno di inversioni ed enjambement, lontano dalla cantabilità metastasiana. Nel trattato Della tirannide (1777) sostiene che il tiranno può essere combattuto anche con il suicidio o il tirannicidio. Alfieri diventò un modello per le generazioni risorgimentali.

Cosa ti chiedono all’orale (Parini e Alfieri)

Come funziona l’ironia nel Giorno di Parini? Il poeta si finge precettore del giovin signore e descrive con tono solenne e ammirato le sue occupazioni oziose. L’ironia è antifrastica: il lettore capisce che l’elogio è in realtà una condanna. L’episodio della vergine cuccia mostra l’ingiustizia di una società in cui un animale di lusso conta più di un servo e della sua famiglia.

Qual è il tema centrale delle tragedie di Alfieri? Il conflitto fra la libertà dell’individuo e la tirannide, esterna o interiore. Nel Saul il re è vittima di un’angoscia interiore che lo porta al suicidio; in Mirra la protagonista lotta contro una passione colpevole che non può confessare. Lo stile è aspro e concentrato, con una lingua tesa che rompe la musicalità tradizionale.

Il secondo Settecento oltre Goldoni

Critica militante e preromanticismo

Il Settecento italiano non è solo Arcadia e Illuminismo milanese. A Venezia Giuseppe Baretti pubblica la Frusta letteraria (1763-1765), un periodico di recensioni scritte sotto lo pseudonimo di Aristarco Scannabue, con un tono aggressivo e spesso ingiusto: attacca l’Arcadia, Goldoni, la pedanteria accademica. Baretti aveva vissuto a lungo a Londra, dove frequentava Samuel Johnson, e porta in Italia un’idea di critica come giudizio franco e personale. Il periodico viene soppresso dalla censura veneziana.

Melchiorre Cesarotti, padovano, traduce in versi italiani i Canti di Ossian (1763), i poemi che lo scozzese James Macpherson aveva presentato come opera di un antico bardo gaelico e che erano in gran parte una sua invenzione. Il successo è enorme: paesaggi notturni e tempestosi, eroi malinconici, un’antichità diversa da quella greco-latina. È uno dei testi da cui passa in Italia la sensibilità preromantica, e lo stesso Foscolo ne sarà segnato. Lo stesso Cesarotti, come hai visto in Storia della lingua, è autore del Saggio sulla filosofia delle lingue.

Memorie e libretti

Il Settecento è il secolo delle autobiografie. Oltre alla Vita di Alfieri e ai Mémoires di Goldoni, c’è la Histoire de ma vie di Giacomo Casanova, scritta in francese negli ultimi anni nel castello di Dux, in Boemia: un ritratto vivacissimo dell’Europa del tempo, con la celebre fuga dai Piombi di Venezia. E ci sono le Memorie di Lorenzo Da Ponte, il librettista veneto che scrisse per Mozart Le nozze di Figaro (1786), Don Giovanni (1787) e Così fan tutte (1790), e che finì la sua vita a New York, dove insegnò letteratura italiana alla Columbia. Se all’orale ti chiedono del melodramma, poter passare da Metastasio a Da Ponte mostra che conosci l’evoluzione del genere: dall’opera seria, con le sue arie solenni, all’opera buffa, con personaggi più vivi e intrecci più mossi.

Cosa ti chiedono all’orale (secondo Settecento)

Perché l’Ossian di Cesarotti è importante? Perché la traduzione dei poemi pubblicati da Macpherson, presentati come opera di un antico bardo scozzese, diffonde in Italia un gusto nuovo: paesaggi selvaggi e notturni, malinconia, eroismo primitivo, un’antichità nordica alternativa a quella classica. È uno dei canali principali della sensibilità preromantica, che influenzerà Foscolo e altri autori del primo Ottocento.

Neoclassicismo e Foscolo

Il Neoclassicismo

Fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento il gusto europeo si orienta verso l’antico, sull’esempio delle teorie di Johann Joachim Winckelmann, che vedeva nell’arte greca una “nobile semplicità e quieta grandezza”, e delle scoperte di Ercolano e Pompei. In Italia il neoclassicismo ha in Antonio Canova lo scultore e in Vincenzo Monti il poeta più celebre. Monti è un letterato di straordinaria abilità, capace di cantare successivamente il papa, Napoleone e gli Austriaci; la sua traduzione dell’Iliade (1810), fatta non dal greco ma da traduzioni latine e italiane, è considerata un capolavoro di lingua poetica. Foscolo lo chiamò, con una battuta celebre e maliziosa, “gran traduttor dei traduttor d’Omero” (l’epigramma è del 1810, quando i due avevano rotto i rapporti). Monti rispose con una quartina altrettanto cattiva, in cui accusava Foscolo, nato Niccolò, di essere così falso da aver falsato perfino il proprio nome, “quando in Ugo cangiò ser Nicoletto”.

Foscolo

Ugo Foscolo nasce nel 1778 a Zante, isola ionica allora veneziana, da padre veneziano e madre greca. Si forma a Venezia, sostiene la causa rivoluzionaria e napoleonica, e vive la delusione del trattato di Campoformio (1797), con cui Napoleone cede Venezia all’Austria. Dopo il ritorno degli Austriaci nel 1814-1815 sceglie l’esilio: prima la Svizzera, poi l’Inghilterra, dove muore, povero, nel 1827.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis (edizione del 1802, poi rivista nel 1816 e nel 1817) sono un romanzo epistolare, sul modello del Werther di Goethe e della Nouvelle Héloïse di Rousseau. Jacopo, giovane patriota veneto deluso da Campoformio, si innamora di Teresa, promessa a un altro, e infine si toglie la vita. L’amore impossibile e la patria perduta si sovrappongono. Il romanzo inaugura in Italia il tema dell’esule e dell’intellettuale deluso dalla storia.

I sonetti maggiori (Alla sera, In morte del fratello Giovanni, A Zacinto) sono fra i testi più antologizzati della letteratura italiana. In A Zacinto Foscolo si paragona a Ulisse, che però poté tornare in patria, mentre a lui è destinata “illacrimata sepoltura”.

Dei Sepolcri (1807) è un carme di 295 endecasillabi sciolti, scritto in risposta all’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), esteso all’Italia nel 1806, che imponeva le sepolture fuori dalle città e regolava le iscrizioni. Il punto di partenza è materialista: per i morti la tomba non ha alcun valore. Ma per i vivi le tombe sono fondamentali: mantengono la “corrispondenza d’amorosi sensi” fra vivi e morti, sono la base della civiltà, ispirano grandi azioni. Le tombe dei grandi in Santa Croce a Firenze (Machiavelli, Michelangelo, Galileo) sono un richiamo all’Italia futura; la poesia, infine, vince il silenzio dei secoli e rende eterni anche i vinti, come Ettore. All’orale ti chiederanno quasi sicuramente di ricostruire questo percorso.

Le Grazie, poemetto incompiuto, sono il testo più neoclassico di Foscolo: un’opera sulla funzione civilizzatrice della bellezza.

Cosa ti chiedono all’orale (Foscolo)

Qual è il ragionamento dei Sepolcri? Foscolo parte da una premessa materialista: per i morti la tomba non ha alcun valore, perché la morte è la fine di tutto. Ma le tombe hanno un grande valore per i vivi: conservano il legame affettivo con i defunti, la corrispondenza d’amorosi sensi, e sono un fondamento della civiltà umana. Le tombe dei grandi ispirano azioni nobili, come quelle di Santa Croce. Alla fine la poesia supera anche la distruzione delle tombe, e tramanda la memoria degli eroi, come Omero ha fatto con Ettore.

Che rapporto c’è fra l’Ortis e il Werther? L’Ortis riprende dal Werther di Goethe la forma del romanzo epistolare, il tema dell’amore impossibile e il suicidio finale del protagonista. Ma Foscolo aggiunge una dimensione politica assente in Goethe: Jacopo è un patriota deluso dal trattato di Campoformio, e la sua disperazione è anche civile. L’amore per Teresa e l’amore per la patria perduta si intrecciano.

Il Romanticismo e Manzoni

La polemica classico-romantica

Nel gennaio 1816 la rivista milanese Biblioteca italiana pubblica un articolo di Madame de Staël, Sulla maniera e la utilità delle traduzioni, in cui invita gli italiani a tradurre le letterature moderne straniere per uscire dall’imitazione dei classici. Si apre una polemica. Lo stesso anno Giovanni Berchet pubblica la Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, una sorta di manifesto del Romanticismo italiano: la poesia deve rivolgersi al “popolo”, cioè al ceto medio colto, né ai “parigini” raffinati né agli “ottentotti” rozzi. Nel 1818-1819 esce il Conciliatore, il giornale dei romantici milanesi (Silvio Pellico, Ludovico di Breme, Pietro Borsieri), soppresso dalla censura austriaca.

Il Romanticismo italiano ha caratteri propri: è meno irrazionalista di quello tedesco, più attento alla funzione civile e morale della letteratura, legato all’impegno patriottico.

Manzoni prima del romanzo

Alessandro Manzoni, nipote di Cesare Beccaria per parte di madre, si converte al cattolicesimo nel 1810. Scrive gli Inni sacri, poi le odi civili: Marzo 1821, sui moti piemontesi, e Il cinque maggio, scritto di getto alla notizia della morte di Napoleone nel 1821, che si chiude con la domanda sulla “gloria” (“Fu vera gloria? Ai posteri / l’ardua sentenza”).

Le tragedie, Il conte di Carmagnola (1820) e Adelchi (1822), rompono con le unità aristoteliche di tempo e di luogo. Manzoni difende questa scelta nella Lettre à M. Chauvet (scritta nel 1820, pubblicata nel 1823). Nell’Adelchi introduce i cori, dove l’autore commenta l’azione: celebre quello sul popolo latino oppresso, “un volgo disperso che nome non ha”, e quello sulla morte di Ermengarda. Nella Lettera sul Romanticismo al marchese Cesare d’Azeglio (1823) formula la sua poetica: la letteratura deve avere “l’utile per iscopo, il vero per soggetto, e l’interessante per mezzo”.

I promessi sposi

Il romanzo è ambientato in Lombardia fra il 1628 e il 1630, durante la dominazione spagnola: la storia di Renzo e Lucia, due giovani del popolo il cui matrimonio è impedito dal signorotto don Rodrigo. La trama si intreccia con la grande storia: la carestia, la rivolta del pane a Milano, la discesa dei lanzichenecchi, la peste del 1630. La finzione del manoscritto secentesco ritrovato, che l’autore dichiara di aver “rifatto” nella lingua, è un omaggio all’artificio narrativo e insieme una riflessione sulla scrittura della storia.

Le scelte da saper spiegare: il protagonista popolare, una novità assoluta nella letteratura italiana alta; il narratore onnisciente e ironico, che commenta, giudica, dialoga con i “venticinque lettori”; la Provvidenza, che non è un deus ex machina ma una presenza misteriosa, spesso incomprensibile agli uomini; il rapporto fra storia e invenzione, che Manzoni teorizza nel saggio Del romanzo storico (1850), dove arriva a mettere in dubbio la legittimità stessa del genere. I personaggi da sapere: don Abbondio, la monaca di Monza, l’Innominato e la sua conversione, il cardinale Federigo Borromeo, fra Cristoforo. Sulle tre redazioni e sulla questione linguistica trovi i dettagli negli appunti di Storia della lingua italiana.

Collegata al romanzo è la Storia della colonna infame, pubblicata in appendice all’edizione del 1840-1842: la ricostruzione del processo agli “untori” del 1630, condannati con la tortura. Manzoni non accusa i tempi, ma i giudici, che avrebbero potuto e dovuto agire secondo giustizia anche con le leggi del loro tempo.

Cosa ti chiedono all’orale (Manzoni)

Che ruolo ha la Provvidenza nei Promessi sposi? La Provvidenza è la presenza di Dio nella storia, che agisce in modo misterioso e non sempre comprensibile. Non risolve meccanicamente le situazioni, ma si manifesta attraverso le scelte libere degli uomini, come la conversione dell’Innominato. La peste stessa, che colpisce giusti e malvagi, mostra che la Provvidenza non coincide con una giustizia terrena. Nel finale Renzo e Lucia arrivano a un “sugo” della storia: i guai vengono anche senza colpa, e la fiducia in Dio li rende più sopportabili.

Qual è la poetica della Lettera sul Romanticismo? Manzoni sostiene che la letteratura deve avere l’utile come scopo, il vero come soggetto e l’interessante come mezzo. Rifiuta la mitologia classica e le regole imposte, e vuole una letteratura che parli a un pubblico ampio, morale ma non astratta, fondata sulla verità storica.

Leopardi

Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 - Napoli, 1837) si forma da autodidatta nella biblioteca paterna, in “sette anni di studio matto e disperatissimo”, come scrive in una lettera a Pietro Giordani. Già nel 1816 prende posizione nella polemica classico-romantica, con una lettera ai compilatori della Biblioteca italiana che non viene pubblicata, e poi, difendendo gli antichi nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818, rimasto inedito in vita): per lui la poesia nasce dall’immaginazione e dalle illusioni, che gli antichi possedevano e i moderni hanno perso.

I Canti raccolgono la sua produzione poetica. Gli “idilli” degli anni giovanili (L’infinito, 1819; Alla luna; La sera del dì di festa) sono brevi testi in endecasillabi sciolti, in cui un’esperienza minima diventa occasione di meditazione. L’infinito è un testo che devi saper commentare verso per verso: la siepe che esclude lo sguardo e fa nascere l’immaginazione dell’infinito spaziale, poi la voce del vento che richiama l’infinito temporale, fino al “naufragar” dolce del pensiero.

Nel 1824, in un periodo di silenzio poetico, scrive gran parte delle Operette morali, dialoghi e prose satiriche in cui la riflessione filosofica prende la forma del mito, della favola, del paradosso. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese un uomo che ha passato la vita a fuggire le sofferenze incontra la Natura in persona, un’enorme donna seduta in Africa, e le chiede conto del male; lei risponde che il mondo non è fatto per l’uomo, e che la vita è un ciclo di produzione e distruzione in cui la felicità umana non conta. Alla fine l’Islandese viene divorato da due leoni, o sepolto da un vento di sabbia: Leopardi lascia aperte le due versioni, con ironia feroce. Dopo le Operette, i “grandi idilli” pisano-recanatesi del 1828-1830 (A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia) usano spesso la canzone libera, con strofe di lunghezza variabile e rime libere: una forma nuova, che Leopardi inventa. Poi il “ciclo di Aspasia”, per Fanny Targioni Tozzetti, e infine La ginestra, il testamento poetico.

Lo Zibaldone, il grande quaderno di pensieri scritto fra il 1817 e il 1832, oltre quattromila pagine, è il laboratorio della sua riflessione: la teoria del piacere, la poetica del “vago” e dell'”indefinito”, il rapporto fra natura e ragione.

Cosa ti chiedono all’orale (Leopardi)

Che cos’è la teoria del piacere? È la riflessione leopardiana, sviluppata nello Zibaldone, secondo cui l’uomo desidera un piacere infinito, per estensione e per durata, ma la realtà può dargli solo piaceri finiti. Per questo il desiderio non è mai soddisfatto e l’uomo è infelice. L’unico modo per avvicinarsi all’infinito è l’immaginazione, stimolata da sensazioni vaghe e indefinite, come accade nell’Infinito con la siepe che nasconde l’orizzonte.

Che cos’è la canzone libera leopardiana? È una forma metrica inventata da Leopardi: una canzone con stanze di lunghezza diversa, endecasillabi e settenari alternati liberamente, rime non obbligate e collocate senza schema fisso. La usa nei grandi idilli, come A Silvia, e consente un andamento più vicino al pensiero e alla memoria, al posto della rigidità della canzone petrarchesca.

La letteratura del Risorgimento

Intorno a Manzoni e Leopardi c’è una letteratura più minore, ma che all’orale ti può servire per dare spessore al quadro. Silvio Pellico, arrestato nel 1820 come carbonaro e chiuso per anni nella fortezza dello Spielberg, in Moravia, pubblica nel 1832 Le mie prigioni: un racconto pacato, senza invettive, della sua detenzione, in cui la rassegnazione cristiana prende il posto della rabbia politica. Proprio per questa mitezza il libro fu un’arma formidabile contro l’Austria, e si disse che aveva danneggiato l’impero più di una battaglia perduta (la frase è attribuita a vari personaggi, e conviene citarla come tradizione).

Sull’onda dei Promessi sposi si diffonde il romanzo storico: Tommaso Grossi scrive Marco Visconti (1834), Massimo d’Azeglio, genero di Manzoni, Ettore Fieramosca (1833), sulla disfida di Barletta, con un intento patriottico esplicito; Francesco Domenico Guerrazzi L’assedio di Firenze (1836), dai toni accesi e declamatori. Sono romanzi che guardano al passato per parlare del presente: l’Italia divisa e dominata dagli stranieri, il bisogno di riscatto.

Niccolò Tommaseo, dalmata di Sebenico, è lessicografo (il Dizionario dei sinonimi, poi il grande Dizionario della lingua italiana con Bernardo Bellini), poeta, patriota della Repubblica di San Marco nel 1848-1849, e autore di un romanzo psicologico, Fede e bellezza (1840). Giuseppe Giusti, toscano, scrive satire in versi contro i governi restaurati e contro i voltagabbana (il Brindisi di Girella). E Goffredo Mameli scrive nel 1847 Il canto degli italiani, musicato da Michele Novaro, che diventerà l’inno nazionale.

Il modo giusto di presentare questi autori all’orale non è come “minori” da elencare, ma come segni di un fenomeno: nell’Ottocento la letteratura diventa uno strumento di costruzione dell’identità nazionale, e molti scrittori sono anche cospiratori, soldati, uomini politici.

La poesia dialettale e il romanzo dopo Manzoni

L’Ottocento è anche il secolo di grandi poeti in dialetto. A Milano Carlo Porta scrive in milanese poemetti satirici e realistici, come Desgrazzi de Giovannin Bongee e Lament del Marchionn di gamb avert, e si schiera con i romantici. A Roma Giuseppe Gioachino Belli compone oltre duemila sonetti in romanesco, scritti soprattutto fra il 1830 e il 1837: nell’introduzione dichiara di voler lasciare “un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma”. È un ritratto spietato, comico e tragico, della città papale, del popolo e del potere. In vita Belli non li pubblicò, e chiese anzi che venissero distrutti.

Fra Manzoni e Verga, il romanzo più importante è Le confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo, scritto nel 1857-1858 e pubblicato postumo nel 1867 con il titolo Confessioni di un ottuagenario. Il protagonista, Carlo Altoviti, racconta da vecchio la sua vita, dalla fine della Repubblica di Venezia al Risorgimento, intrecciando la storia privata (l’amore per la Pisana, una delle figure femminili più vive dell’Ottocento) con quella nazionale. Nievo, garibaldino dei Mille, morì nel 1861 nel naufragio della nave che lo riportava dalla Sicilia.

Il secolo si chiude, per quanto riguarda la critica, con la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis (1870-1871), che legge l’intera tradizione come storia della coscienza nazionale, da Dante a Leopardi. È ancora oggi un’opera che vale la pena leggere, almeno nei capitoli su Machiavelli e su Leopardi.

Cosa ti chiedono all’orale (dialetto e Nievo)

Perché i sonetti di Belli sono importanti? Perché costituiscono un ritratto realistico e completo della plebe romana sotto il governo papale, con la sua lingua, la sua morale, le sue superstizioni e il suo rapporto con il potere. Belli dichiara di voler costruire un monumento della plebe di Roma, e lo fa con una forma tradizionale, il sonetto, usata per contenuti comici, crudi, tragici. Oltre duemila testi, non pubblicati in vita dall’autore.

Come preparare l’orale

Questo esame copre tre secoli, e il rischio è perdersi nei nomi. Ti conviene costruire tre o quattro fili che attraversano il periodo e ripassarli come percorsi.

Il primo è il teatro: dalla commedia dell’arte a Goldoni, dal melodramma di Metastasio a Da Ponte, dalla tragedia di Alfieri a quella di Manzoni, che rompe le unità aristoteliche. Il secondo è il rapporto fra letteratura e potere: Galileo e l’Inquisizione, gli illuministi e le riforme, Foscolo e Napoleone, i romantici e la censura austriaca. Il terzo è la lingua: la poetica della meraviglia barocca, la chiarezza arcadica, la discussione illuminista sulla Crusca, la scelta manzoniana del fiorentino vivo. Il quarto è l’io: dalla Vita di Alfieri all’Ortis, dalle memorie di Casanova al soggetto lirico di Leopardi.

Per le letture integrali vale la regola di sempre: leggi prima il testo, poi il manuale. Per I promessi sposi scegli tre o quattro capitoli da conoscere benissimo (l’incontro di don Abbondio con i bravi, la monaca di Monza, la notte dell’Innominato, la peste) e preparati a commentarli. Per Leopardi impara a memoria L’infinito e almeno l’inizio di A Silvia: citare a memoria, senza enfasi, fa sempre un’ottima impressione, e ti dà anche qualche secondo per organizzare la risposta.

Esami collegati

Il periodo precedente è negli appunti dalle origini al ‘500, quello successivo negli appunti di letteratura moderna e contemporanea. Per la sintesi complessiva ci sono gli appunti di Letteratura italiana. La questione della lingua, la Crusca e Manzoni linguista sono in Storia della lingua italiana; il contesto storico in Storia moderna. Tutti gli altri esami sono nell’indice degli esami.

Fonti e approfondimenti

  • Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, vol. II e III, Mondadori Università.
  • Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a cura di Ezio Raimondi e Luciano Bottoni, Principato, o a cura di Salvatore Silvano Nigro, Mondadori (Meridiani).
  • Giacomo Leopardi, Canti, a cura di Franco Gavazzeni, Rizzoli (BUR); Zibaldone, a cura di Rolando Damiani, Mondadori (Meridiani).
  • Ugo Foscolo, Opere, a cura di Franco Gavazzeni, Ricciardi.
  • Carlo Goldoni, Tutte le opere, a cura di Giuseppe Ortolani, Mondadori; per le singole commedie l’Edizione nazionale (Marsilio).
  • Giuseppe Gioachino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a cura di Marcello Teodonio, Newton Compton.
  • Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, varie edizioni (Einaudi, BUR).
  • Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio. Saggio sui Promessi sposi, Einaudi, 1974.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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