L’Infinito sono quindici endecasillabi sciolti, una sola situazione e un periodo che scorre quasi senza interruzioni da un verso all’altro. Proprio per questo la parafrasi è utile: costringe a sciogliere gli enjambement e a capire dove finisce ogni frase. Qui il testo è diviso in quattro blocchi, ciascuno con la sua riscrittura in prosa e le parole da non sbagliare.
Leopardi scrive la poesia a Recanati nel 1819, a ventun anni; la pubblica nel 1825 e la inserisce poi nei Canti, tra quelli che chiamerà idilli.
Il testo
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Parafrasi blocco per blocco
Versi 1-3: il colle e la siepe
Mi è sempre stato caro questo colle solitario, e anche questa siepe, che impedisce allo sguardo di vedere gran parte dell’orizzonte più lontano.
Da sapere. «Ermo» significa solitario, appartato. «Il guardo esclude»: la siepe esclude lo sguardo, cioè gli impedisce di arrivare fino in fondo. Notate che il poeta ama anche la siepe, cioè proprio l’ostacolo.
Versi 4-8: lo spazio immaginato
Ma stando seduto e guardando, immagino nel pensiero, al di là della siepe, spazi senza fine, silenzi che vanno oltre ogni misura umana e una quiete profondissima; e lì il cuore quasi si spaventa.
Da sapere. «Mi fingo» viene dal latino fingere, «plasmare»: vuol dire «mi raffiguro», non «faccio finta». «Ove per poco il cor non si spaura» significa che il cuore è sul punto di spaventarsi: «per poco non» equivale a «quasi». L’infinito non si vede, si costruisce con la mente, e ha qualcosa di sgomentante.
Versi 8-13: il vento e il tempo
E appena sento il vento stormire tra queste piante, metto a confronto quel silenzio infinito con questa voce; e mi viene in mente l’eternità, e le epoche passate, e quella presente e viva, con i suoi suoni.
Da sapere. «Vo comparando» è una perifrasi, «vado confrontando», che indica un’azione che dura. «Le morte stagioni» sono le età passate, non le stagioni dell’anno. «Il suon di lei» si riferisce alla stagione presente. Dallo spazio si passa al tempo: è il secondo movimento della poesia.
Versi 13-15: il naufragio
Così il mio pensiero si perde in questa immensità, e naufragare in questo mare mi è dolce.
Da sapere. «S’annega» e «naufragar» costruiscono una metafora marina: l’immensità diventa un mare in cui il pensiero affonda. Osservate i dimostrativi: all’inizio «quest’ermo colle», «questa siepe», poi «quella» e «quello» per ciò che è lontano, e alla fine «questa / immensità» e «questo mare». L’infinito, che prima era «quello», alla fine è diventato vicino.
Prima di passare al commento
La parafrasi dice che cosa afferma il testo; l’analisi spiega come e perché. In verifica tenete separati i due livelli. Gli errori più frequenti sono tre: tradurre «mi fingo» con «fingo», dire che la siepe è l’infinito (è il limite che permette di immaginarlo) e confondere le «morte stagioni» con l’autunno e l’inverno. Se riuscite a ripetere il percorso in una frase, siepe, spazio immaginato, vento, tempo, naufragio, avete capito la struttura.
Per il commento c’è l’analisi testuale dell’Infinito; per provare una traccia d’esame, la Tipologia A svolta sull’Infinito.
Per il metodo passo passo: come fare una parafrasi. Altri materiali nella sezione Per la scuola.
Una frase da portare all’orale
«La siepe non è l’infinito: è il limite che lo fa immaginare.» Se partite da qui, evitate i tre errori classici (tradurre male «mi fingo», confondere siepe e infinito, ridurre le «morte stagioni» alle stagioni climatiche). Il resto dell’idillio si dispone da solo.
Analisi in breve
L’Infinito si regge su un’opposizione semplice: da una parte ciò che è vicino e si vede (il colle, la siepe, le piante mosse dal vento), dall’altra ciò che è lontano e si può solo immaginare (gli spazi, i silenzi, l’eterno). Leopardi segna il passaggio con i dimostrativi «questo» e «quello», e alla fine li rovescia: l’immensità diventa «questa», il mare «questo». Il pensiero non osserva più l’infinito da fuori, ci è dentro.
È una delle prime applicazioni poetiche della teoria del piacere che Leopardi svilupperà nello Zibaldone: l’uomo desidera un piacere infinito, la realtà non glielo dà, e allora l’immaginazione si accende proprio quando qualcosa impedisce di vedere. Per questo la siepe è necessaria. Anche il suono conta: le parole lunghe e vaghe («interminati», «sovrumani», «profondissima») allargano il verso, mentre gli enjambement fanno scivolare la frase da un endecasillabo all’altro, come il pensiero che si perde.
Altre parafrasi dei Canti: La sera del dì di festa, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, A Silvia, Il sabato del villaggio.
Contesto in breve
L’infinito apre la serie degli idilli, che Leopardi pubblica nel 1826 nei Versi e poi raccoglie nei Canti. Il colle esiste davvero: è il monte Tabor, alle spalle del palazzo di famiglia a Recanati. Ma la poesia non descrive un paesaggio. Racconta un’esperienza della mente, e infatti di quel paesaggio nomina solo tre cose: un colle, una siepe, qualche pianta.
Se ve lo chiedono in verifica
Tre errori ricorrenti. Il primo: dire che la poesia è divisa in strofe. È un unico blocco. Il secondo: leggerla come una poesia del pessimismo cosmico, che invece arriverà anni dopo. Il terzo: inventare simboli che il testo non autorizza, come la siepe «simbolo della società che opprime».
Per allenarvi c’è la Tipologia A svolta sull’Infinito. Per il metodo, le guide Parafrasi: come farla e Analisi del testo (Tipologia A). Altri materiali sono in Per la scuola.
Domande frequenti
Che cosa rappresenta la siepe nell’Infinito?
La siepe è il limite che impedisce di vedere l’orizzonte. Proprio perché nasconde il paesaggio, spinge il poeta a immaginare spazi senza fine: senza siepe non ci sarebbe l’infinito immaginato.
Che cosa vuol dire «io nel pensier mi fingo»?
Significa «mi raffiguro con il pensiero», «immagino». Il verbo viene dal latino fingere, plasmare, e non ha il senso di «fare finta».
Che cosa sono le «morte stagioni»?
Sono le epoche passate, i tempi che non esistono più. Non si riferiscono alle stagioni dell’anno.
Quando è stato scritto L’infinito?
A Recanati nel 1819, quando Leopardi aveva ventun anni. Uscì per la prima volta nel 1825 su una rivista, poi nei Versi del 1826, e infine nei Canti.
Che metro usa L’infinito?
Quindici endecasillabi sciolti, cioè senza rima, con molti enjambement.
[…] immaginato dal poeta, e gli enjambement allungano il respiro della frase. Chi ha studiato la parafrasi dell’Infinito riconoscerà subito il […]