Parallelismo figura retorica: significato ed esempi

Antonio Garofano Antonio Garofano 7 min di lettura

Il parallelismo è la figura retorica che dispone due o più frasi, o parti di frase, secondo la stessa struttura: stesso ordine delle parole, stessa costruzione sintattica, spesso lo stesso ritmo. Un esempio che tutti conoscono è il «Veni, vidi, vici» attribuito a Cesare: tre verbi, tre forme identiche, una dopo l’altra. Il lettore riconosce lo schema e lo sente ripetersi, e proprio per questo ricorda.

Parallelismo in breve

Definizione: il parallelismo ripete la stessa struttura sintattica in due o più frasi o parti di frase vicine.

Cinque esempi brevi

  • Dante, Inferno V: «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, […] / Amor, ch’a nullo amato amar perdona, […] / Amor condusse noi ad una morte».
  • Petrarca, Canzoniere 61: «Benedetto sia ’l giorno, et ’l mese, et l’anno».
  • Manzoni, Il cinque maggio: «dall’Alpi alle Piramidi, / dal Manzanarre al Reno».
  • Ariosto, Orlando furioso I, 1: «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto».
  • Un proverbio: «Chi va piano va sano e va lontano».

In ogni caso lo schema si ripete uguale, e il lettore è portato a confrontare quello che c’è dentro.

Significato: come funziona il parallelismo

Il nome viene dal greco parállēlos, «che corre accanto». L’immagine è quella di due binari: le frasi procedono affiancate, con la stessa forma, e invitano a confrontare ciò che c’è dentro. A volte il contenuto è simile e allora la figura insiste, rafforza; a volte è opposto e allora il parallelismo fa da cornice a un’antitesi. In entrambi i casi la forma uguale mette le idee sullo stesso piano.

Quello che conta è la struttura, non le singole parole. Se si ripete soltanto un termine all’inizio del verso, siamo davanti a un’anafora; se l’ordine si inverte (A-B, B-A) abbiamo un chiasmo. Il parallelismo vero richiede che la seconda frase «ricalchi» la prima: soggetto e verbo, oppure nome e aggettivo, oppure complemento e verbo, nello stesso ordine.

Esempi di parallelismo nella letteratura italiana

Dante, la porta dell’Inferno

«Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l’etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente.»
(Inferno III, 1-3)

Qui il parallelismo lavora insieme all’anafora: «per me si va» apre tutti e tre i versi, e la seconda metà di ciascuno (complemento di luogo più aggettivo) conserva la stessa forma. L’effetto è quello di un’iscrizione incisa nella pietra, solenne e senza scampo. Chi entra legge tre volte la stessa frase con tre varianti, e ogni variante stringe un po’ di più.

Petrarca, le contraddizioni dell’amore

«Pace non trovo, et non ò da far guerra; / e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio.»
(Canzoniere 134, 1-2)

Il sonetto è costruito quasi interamente su coppie parallele. «E temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio»: ogni membro ha la stessa misura e lo stesso legame con la congiunzione, ma i contenuti si scontrano. È un esempio perfetto di parallelismo al servizio dell’antitesi: la simmetria della forma rende ancora più evidente il disordine interiore del poeta.

Manzoni, Il cinque maggio

«la fuga e la vittoria, / la reggia e il tristo esiglio: / due volte nella polvere, / due volte sull’altar.»

Manzoni riassume la parabola di Napoleone con una serie di coppie costruite allo stesso modo. Gli ultimi due versi sono quasi identici, cambia solo il punto d’arrivo: la polvere della sconfitta, l’altare del trionfo. In quattro versi c’è un’intera vita, e la struttura parallela le dà un andamento quasi da epigrafe.

Carducci, Pianto antico

«Sei ne la terra fredda, / sei ne la terra negra.»

Nella strofa finale della poesia scritta per la morte del figlio Dante, Carducci ripete la stessa frase cambiando un solo aggettivo. Il parallelismo qui non argomenta niente: insiste, come fa il dolore che torna sempre sullo stesso pensiero. È un buon esempio da portare quando si vuole mostrare che la figura può avere un effetto emotivo, non solo logico.

Leopardi, L’infinito

«interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete»

Tre gruppi formati da aggettivo e nome, legati dalla congiunzione: interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete. Il parallelismo allarga a poco a poco l’orizzonte immaginato dal poeta, e gli enjambement allungano il respiro della frase. Chi ha studiato la parafrasi dell’Infinito riconoscerà subito il passo.

Il parallelismo nella prosa e nei testi antichi

La figura non appartiene solo alla poesia. È frequentissima nella Bibbia, dove la poesia ebraica si regge proprio sul parallelismo dei membri: lo stesso concetto detto due volte con parole diverse. Basta pensare al libro del Qoèlet (Ecclesiaste): «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare». Anche l’Addio, monti dei Promessi sposi ha questa andatura: «Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi». Lo si legge ad alta voce e ci si accorge che il ritmo è quello di una poesia, pur essendo prosa.

Nei discorsi politici e nella pubblicità il parallelismo serve a farsi ricordare. Uno slogan con due membri simmetrici resta in testa più di una frase lunga e irregolare, ed è lo stesso principio che usavano gli oratori antichi.

Parallelismo, anafora, chiasmo: come non confonderli

È la domanda che torna più spesso in verifica. L’anafora ripete una o più parole all’inizio di versi o frasi successive; il parallelismo ripete una struttura. Possono stare insieme (Dante, Inferno III) ma non sono la stessa cosa: «sei ne la terra fredda, / sei ne la terra negra» è anafora e parallelismo; «e temo, et spero» è parallelismo senza anafora. Il chiasmo, invece, rovescia l’ordine nella seconda metà, disegnando una croce: è in un certo senso un parallelismo capovolto.

Come scriverlo in un’analisi del testo

Non basta scrivere «al verso 3 c’è un parallelismo». Conviene indicare i membri, mostrare che cosa si ripete nella struttura e dire a che cosa serve: insistere su un’idea, mettere a confronto due realtà, dare solennità, imitare un pensiero ossessivo. Una frase come «il parallelismo tra “sei ne la terra fredda” e “sei ne la terra negra” fa sentire il ritorno continuo del pensiero sulla morte del figlio» vale molto più di un’etichetta.

Un piccolo esercizio: prendete una poesia che state studiando e cercate due versi costruiti allo stesso modo. Poi chiedetevi se il contenuto si somiglia o si oppone. Nel primo caso parlerete di insistenza, nel secondo di parallelismo antitetico. Per avere tutte le figure a colpo d’occhio c’è l’elenco delle figure retoriche con esempi; se volete vedere come usarle dentro un commento completo, guardate il metodo per l’analisi del testo poetico. Vicine a questa scheda ci sono anche l’antitesi e il climax, che spesso si appoggiano proprio su una struttura parallela.

Parallelismo

Isolate due membri paralleli e dite che cosa binano (idee, ritmi, accuse). Senza effetto, l’etichetta non basta.

Parallelismo figura retorica: un esercizio da fare subito

Prendete due versi o due membri di frase e chiedetevi: l’ordine delle parti è lo stesso? Se sì, siete di fronte a un parallelismo (o almeno a una struttura parallela). Esempio scolastico classico: «conobbi il grande dolore / conobbi la grande gioia», stesso verbo, stesso schema, contenuto opposto. Qui il parallelismo lavora insieme all’antitesi.

In analisi del testo non basta etichettare. Dite l’effetto: simmetria che calma, simmetria che martella, simmetria che prepara un contrasto. Cesare («Veni, vidi, vici») usa il parallelismo per la velocità dell’azione; un salmo o un verso biblico lo usa per la solennità della ripetizione.

Per non confonderlo: antitesi, e le pagine su anafora e chiasmo nella sezione figure. Torna utile anche come si fa l’analisi del testo.

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