La sera del dì di festa è un idillio di 46 endecasillabi sciolti che Leopardi compone a Recanati nella primavera del 1820, poco dopo L’infinito. È una notte di luna, dopo una giornata di festa: la donna amata dorme serena, il poeta resta sveglio e sente tutto il peso della propria infelicità. Poi un canto per la strada gli fa pensare a quanto passa in fretta ogni cosa. Qui sotto trovate il testo, la parafrasi divisa per sequenze, l’analisi e le domande frequenti.
Il testo
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
giá tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, ché t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e giá non sai né pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sí benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
e l’antica natura onnipossente,
che mi fece all’affanno. — A te la speme
nego — mi disse, — anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. —
Questo dí fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non giá ch’io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in cosí verde etate! Ahi! per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dí festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de’ nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi, e il fragorío
che n’andò per la terra e l’oceáno?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e piú di lor non si ragiona.
Nella mia prima etá, quando s’aspetta
bramosamente il dí festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto, che s’udía per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
giá similmente mi stringeva il core.
Parafrasi
Versi 1-10: la notte serena e la donna che dorme
La notte è dolce e limpida, senza vento, e la luna si posa tranquilla sopra i tetti e in mezzo agli orti, e da lontano fa vedere nitida ogni montagna. O donna mia, ormai ogni sentiero è silenzioso, e dalle finestre traspare qua e là, rara, la luce di qualche lume notturno: tu dormi, perché un sonno facile ti ha accolta nelle tue stanze tranquille; nessuna preoccupazione ti tormenta; e non sai né immagini quale ferita mi hai aperto nel petto.
Da sapere. «Queta» è quieta, «rivela» significa «rende visibile», «lampa» è la lampada, «cura» la preoccupazione. Il quadro iniziale è uno dei paesaggi notturni più famosi della poesia italiana: tutto è calmo, ed è proprio questa calma a far risaltare il dolore di chi parla.
Versi 11-16: la natura che nega la speranza
Tu dormi: io mi affaccio a salutare questo cielo, che sembra così benevolo, e l’antica natura onnipotente, che mi ha creato per soffrire. «A te nego la speranza», mi ha detto, «perfino la speranza; e i tuoi occhi non brillino d’altro che di pianto».
Da sapere. «In vista» vuol dire «in apparenza»: il cielo sembra benigno, ma non lo è. «Mi fece all’affanno» significa «mi fece per il dolore». Qui la natura parla direttamente e condanna il poeta: è già un’anticipazione della natura indifferente e nemica dei testi successivi.
Versi 17-24: il ricordo della festa e la disperazione
Oggi è stato un giorno di festa: ora ti riposi dai divertimenti; e forse in sogno ricordi a quanti sei piaciuta oggi e quanti sono piaciuti a te: non io, e del resto non lo spero, ritorno nei tuoi pensieri. Intanto io mi domando quanto mi resti ancora da vivere, e qui mi getto a terra, e grido, e tremo di rabbia. Che giorni orribili, in un’età così giovane!
Da sapere. «Trastulli» sono i divertimenti, «ti rimembra» vale «ti ricordi», «chieggo» è «chiedo», «fremo» significa «mi agito, tremo». «Verde etate» è la giovinezza: Leopardi ha ventidue anni.
Versi 24-39: il canto dell’artigiano e la fine di tutto
Ahi! Per la strada sento poco lontano il canto solitario dell’artigiano che torna a notte fonda, dopo i divertimenti, alla sua povera casa; e il cuore mi si stringe con violenza al pensiero di come al mondo tutto passa e quasi non lascia traccia. Ecco, il giorno di festa è già fuggito, e al giorno di festa segue il giorno feriale, e il tempo porta via con sé ogni vicenda umana. Dov’è ora la voce di quei popoli antichi? Dov’è la fama dei nostri antenati illustri, e il grande impero di Roma, e le sue armi, e il fragore che si diffuse per la terra e per il mare? Tutto è pace e silenzio, tutto il mondo riposa, e di loro non si parla più.
Da sapere. «Riede» significa «ritorna», «ostello» è la casa, «volgar» vuol dire comune, feriale; «accidente» è ogni avvenimento. Il passaggio dal canto di un uomo qualunque alla caduta di Roma è il movimento più forte della poesia: dal piccolo all’immenso, come nell’Infinito, ma qui al posto della dolcezza c’è lo sgomento.
Versi 40-46: il ricordo dell’infanzia
Quando ero bambino, nell’età in cui si aspetta con ansia il giorno di festa, appena la festa era finita io, addolorato, restavo sveglio nel letto; e a notte fonda un canto che si sentiva per i sentieri, e che allontanandosi si spegneva a poco a poco, già allora mi stringeva il cuore allo stesso modo.
Da sapere. «Premea le piume» significa «stavo disteso sul letto» (le piume del materasso e del cuscino). «Lontanando» è un gerundio coniato da Leopardi: «allontanandosi». Il finale torna all’infanzia e mostra che quel dolore il poeta lo conosceva già da bambino.
Analisi della Sera del dì di festa
Tre tempi in un solo testo
La poesia si muove su tre piani. C’è il presente della notte, con la luna e la donna addormentata. C’è il tempo della storia, con i popoli antichi e Roma che sono scomparsi senza rumore. E c’è il passato personale dell’infanzia, che chiude il testo. Il canto dell’artigiano fa da ponte tra il primo e il secondo piano; il canto «che s’udía per li sentieri» lega il secondo al terzo.
Il contrasto tra natura e uomo
All’inizio la natura sembra amica: la notte è «dolce e chiara», il cielo «sì benigno appare in vista». Pochi versi dopo la stessa natura parla e nega al poeta perfino la speranza. Già in questo idillio giovanile si vede il contrasto, centrale in tutta l’opera di Leopardi, tra la bellezza della natura e la sua indifferenza per il destino degli uomini.
La festa e il giorno dopo
La festa è un tema che Leopardi riprenderà nel Sabato del villaggio: il piacere sta nell’attesa, mentre il giorno di festa, appena passato, lascia solo vuoto. Nella Sera del dì di festa questo pensiero è ancora tutto emotivo, legato a una delusione d’amore; nel Sabato diventerà una riflessione pacata e quasi didattica.
Lo stile
Gli endecasillabi sciolti e i frequenti enjambement danno al testo un andamento di discorso. Il lessico mescola parole quotidiane (orti, tetti, balconi) e termini letterari (speme, riede, ostello). Le domande retoriche dei vv. 33-37, con l’anafora «or dov’è», riprendono il motivo antico dell’ubi sunt, la domanda su dove siano finiti i grandi del passato.
Collegamenti utili
- La sera del dì di festa nei Canti, testo integrale
- L’Infinito: parafrasi e Il sabato del villaggio: parafrasi
- Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: parafrasi
- Leopardi in breve: mappa concettuale
Domande frequenti
Quando Leopardi scrive La sera del dì di festa?
Nella primavera del 1820, a Recanati. È uno dei piccoli idilli, come L’infinito e Alla luna, e fu pubblicato per la prima volta nel 1825 con il titolo La sera del giorno festivo.
Chi è la donna a cui si rivolge il poeta?
Non ha un nome nel testo. È una giovane donna amata, che dorme serena e non sa nulla della sofferenza del poeta. Non conta tanto chi fosse davvero, quanto la distanza tra la sua tranquillità e il dolore di chi la guarda.
Qual è il tema principale?
La fugacità di tutte le cose: il giorno di festa passa, come sono passati i popoli antichi e l’impero di Roma. Accanto a questo c’è il dolore personale del poeta, a cui la natura nega la speranza.
Che metro usa la poesia?
Sono 46 endecasillabi sciolti, cioè senza rima, con molti enjambement.
Che cosa collega La sera del dì di festa al Sabato del villaggio?
Entrambe le poesie parlano della festa: il piacere vero è nell’attesa, mentre la festa vissuta e il giorno dopo portano delusione e malinconia.
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