Ad Angelo Mai di Leopardi: testo e parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 25 min di lettura

Ad Angelo Mai è una canzone del gennaio 1820, dodici strofe di quindici versi, endecasillabi e settenari. In breve: la scoperta dei libri di Cicerone diventa per Leopardi l’occasione per rimproverare un secolo vile, e per ricordare i grandi italiani, da Dante ad Alfieri, che ancora credevano nelle illusioni.

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Per intero il canto si intitola Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica. Alla fine del 1819 il Mai, filologo e custode della Biblioteca Vaticana, aveva scoperto in un palinsesto, sotto un commento di sant’Agostino ai Salmi, ampi frammenti del De re publica di Cicerone. Leopardi gli scrisse subito per congratularsi e compose la canzone nel gennaio del 1820, «in dieci o dodici giorni», come si legge su una copia della prima edizione conservata tra le carte napoletane (lo riportano Marenduzzo e Straccali). Uscì a Bologna nello stesso anno, con una dedica al conte Leonardo Trissino, e la polizia austriaca la proibì come poesia liberale. La scoperta diventa l’occasione per una rassegna dei grandi italiani, Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso e Alfieri, messi a confronto con un presente vile e annoiato. È lunga: leggila una strofa per volta, con la parafrasi accanto.

Il testo di Ad Angelo Mai

Italo ardito, a che giammai non posi
di svegliar dalle tombe
i nostri padri? ed a parlar gli meni
a questo secol morto, al quale incombe
tanta nebbia di tedio? E come or vieni 5
sí forte a’ nostri orecchi e sí frequente,
voce antica de’ nostri,
muta sí lunga etade? e perché tanti
risorgimenti? In un balen feconde
venner le carte; alla stagion presente 10
i polverosi chiostri
serbâro occulti i generosi e santi
detti degli avi. E che valor t’infonde,
italo egregio, il fato? O con l’umano
valor forse contrasta il fato invano? 15

Certo senza de’ numi alto consiglio
non è ch’ove piú lento
e grave è il nostro disperato obblio,
a percoter ne rieda ogni momento
novo grido de’ padri. Ancora è pio 20
dunque all’Italia il cielo; anco si cura
di noi qualche immortale:
ch’essendo questa o nessun’altra poi
l’ora da ripor mano alla virtude
rugginosa dell’itala natura, 25
veggiam che tanto e tale
è il clamor de’ sepolti, e che gli eroi
dimenticati il suol quasi dischiude,
a ricercar s’a questa etá sí tarda
anco ti giovi, o patria, esser codarda. 30

Di noi serbate, o gloriosi, ancora
qualche speranza? in tutto
non siam periti? A voi forse il futuro
conoscer non si toglie. Io son distrutto,
né schermo alcuno ho dal dolor, ché scuro 35
m’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno
è tal che sogno e fola
fa parer la speranza. Anime prodi,
ai tetti vostri inonorata immonda
plebe successe; al vostro sangue è scherno 40
e d’opra e di parola
ogni valor; di vostre eterne lodi
né rossor piú né invidia; ozio circonda
i monumenti vostri; e di viltade
siam fatti esempio alla futura etade. 45

Bennato ingegno, or, quando altrui non cale
de’ nostri alti parenti,
a te ne caglia; a te, cui fato aspira
benigno sí che per tua man presenti
paion que’ giorni allor che dalla dira 50
obblivione antica ergean la chioma,
con gli studi sepolti,
i vetusti divini, a cui natura
parlò senza svelarsi, onde i riposi
magnanimi allegrâr d’Atene e Roma. 55
Oh tempi, oh tempi avvolti
in sonno eterno! Allora anco immatura
la ruina d’Italia, anco sdegnosi
eravam d’ozio turpe, e l’aura a volo
piú faville rapía da questo suolo. 60

Eran calde le tue ceneri sante,
non domito nemico
della fortuna, al cui sdegno e dolore
fu piú l’averno che la terra amico.
L’averno: e qual non è parte migliore 65
di questa nostra? E le tue dolci corde
susurravano ancora
dal tocco di tua destra, o sfortunato
amante. Ahi! dal dolor comincia e nasce
l’italo canto. E pur men grava e morde 70
il mal che n’addolora
del tedio che n’affoga. Oh te beato,
a cui fu vita il pianto! A noi le fasce
cinse il fastidio; a noi presso la culla
immoto siede, e su la tomba, il nulla. 75

Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
ligure ardita prole,
quand’oltre alle Colonne, ed oltre ai liti,
cui strider l’onde all’attuffar del sole
parve udir su la sera, agl’infiniti[1] 80
flutti commesso, ritrovasti il raggio
del sol caduto, e il giorno
che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo;
e, rotto di natura ogni contrasto,
ignota immensa terra al tuo viaggio 85
fu gloria, e del ritorno
ai rischi. Ahi, ahi! ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare. 90

Nostri sogni leggiadri ove son giti
dell’ignoto ricetto
d’ignoti abitatori, o del diurno
degli astri albergo, e del rimoto letto
della giovane Aurora, e del notturno 95
occulto sonno del maggior pianeta?[2]
Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco, tutto è simile, e, discoprendo,
solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta 100
il vero, appena è giunto,
o caro immaginar; da te s’apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
e il conforto perí de’ nostri affanni. 105

Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo
sole splendeati in vista,
cantor vago dell’arme e degli amori,
che in etá della nostra assai men trista
empiêr la vita di felici errori: 110
nova speme d’Italia. O torri, o celle,
o donne, o cavalieri,
o giardini, o palagi! a voi pensando,
in mille vane amenitá si perde
la mente mia. Di vanitá, di belle 115
fole e strani pensieri
si componea l’umana vita: in bando
li cacciammo: or che resta? or poi che il verde
è spogliato alle cose? Il certo e solo
veder che tutto è vano, altro che il duolo. 120

O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa
tua mente allora, il pianto
a te, non altro, preparava il cielo.
O misero Torquato! il dolce canto
non valse a consolarti o a sciôrre il gelo 125
onde l’alma t’avean, ch’era sí calda,
cinta l’odio e l’immondo
livor privato e de’ tiranni. Amore,
amor, di nostra vita ultimo inganno,
t’abbandonava. Ombra reale e salda 130
ti parve il nulla, e il mondo
inabitata piaggia. Al tardo onore[3]
non sorser gli occhi tuoi; mercé, non danno,
l’ora estrema ti fu. Morte domanda
chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda. 135

Torna torna fra noi, sorgi dal muto
e sconsolato avello,
se d’angoscia sei vago, o miserando
esemplo di sciagura. Assai da quello,
che ti parve sí mesto e sí nefando, 140
è peggiorato il viver nostro. O caro,
chi ti compiangeria,
se, fuor che di se stesso, altri non cura?
chi stolto non direbbe il tuo mortale
affanno anche oggidí, se il grande e il raro 145
ha nome di follia;
né livor piú, ma ben di lui piú dura
la noncuranza avviene ai sommi? o quale,
se, piú de’ carmi, il computar s’ascolta,
ti appresterebbe il lauro un’altra volta? 150

Da te fino a quest’ora uom non è sorto,
o sventurato ingegno,
pari all’italo nome, altro ch’un solo,
solo di sua codarda etate indegno,
allobrogo feroce, a cui dal polo 155
maschia virtú, non giá da questa mia
stanca ed arida terra,
venne nel petto; onde, privato, inerme,
(memorando ardimento!) in su la scena
mosse guerra a’ tiranni: almen si dia 160
questa misera guerra
e questo vano campo all’ire inferme
del mondo. Ei primo e sol dentro all’arena
scese, e nullo il seguí, ché l’ozio e il brutto
silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto. 165

Disdegnando e fremendo, immacolata
trasse la vita intera,
e morte lo scampò dal veder peggio.
Vittorio mio, questa per te non era
etá né suolo. Altri anni ed altro seggio 170
conviene agli alti ingegni. Or di riposo
paghi viviamo, e scorti
da mediocritá: sceso il sapiente
e salita è la turba a un sol confine,
che il mondo agguaglia. O scopritor famoso, 175
segui; risveglia i morti,
poi che dormono i vivi; arma le spente
lingue de’ prischi eroi; tanto che infine
questo secol di fango o vita agogni
e sorga ad atti illustri, o si vergogni. 180

Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.

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Parafrasi di Ad Angelo Mai

Tieni il testo sott’occhio e apri una sequenza per volta: i numeri nel titolo rimandano ai versi.

Versi 1-15: i padri che tornano a parlare

Italiano coraggioso, perché non smetti mai di svegliare dalle tombe i nostri padri e li porti a parlare a questo secolo morto, sul quale pesa una nebbia così fitta di noia? E come mai arrivi ora così forte e così spesso alle nostre orecchie, voce antica dei nostri antenati, rimasta muta per tanto tempo? Perché tante resurrezioni? In un lampo le pergamene sono diventate feconde; i chiostri polverosi hanno custodito nascoste, per il nostro tempo, le parole nobili e sante degli antenati. Quale forza ti mette dentro il destino, nobile italiano? O forse il destino si oppone invano al valore umano?

Parole e passaggi difficili. «Italo ardito» = Angelo Mai, nato vicino a Bergamo nel 1782 (Marenduzzo). «A che» = perché. «Non posi» = non smetti. «Secol morto»: Leopardi chiama più volte il suo «il secolo della morte». «Nebbia di tedio» = l’apatia che pesa sugli animi. «Sí forte… e sí frequente» = per l’importanza e il numero delle scoperte. «Risorgimenti» = resurrezioni di testi creduti perduti; Fornaciari, citato da Marenduzzo, nota l’uso nuovo del plurale. «Feconde venner le carte»: il Mai riusciva a leggere, sotto la scrittura più recente dei palinsesti, il testo antico raschiato. «Chiostri» = le biblioteche dei conventi.

Versi 16-30: il cielo ha ancora pietà dell’Italia

Non è certo senza un alto disegno degli dèi che, proprio dove il nostro oblio disperato è più profondo e pesante, a ogni momento torna a colpirci un nuovo grido dei padri. Il cielo ha dunque ancora pietà dell’Italia, qualche dio si prende ancora cura di noi: perché, essendo questa l’ora, e dopo non ce ne sarà un’altra, di rimettere mano alla virtù arrugginita del popolo italiano, vediamo che il grido dei morti è così forte, e che la terra quasi si apre per lasciar uscire gli eroi dimenticati, a chiedere se, in un’età così tarda, ti piace ancora, patria, essere vile.

Parole e passaggi difficili. «Senza de’ numi alto consiglio» = senza la volontà degli dèi: Marenduzzo rimanda al virgiliano «non haec sine numine divum». «Disperato obblio» = la dimenticanza di ciò che fummo. «Rieda» = torni. «Pio» = pietoso. «Rugginosa» = arrugginita come una spada inutilizzata (Fornaciari e Marenduzzo). «Il clamor de’ sepolti» = la voce degli antichi, tornata alla luce. «Sí tarda»: i commenti si dividono. Fornaciari e Straccali intendono «invecchiata», rispetto all’antichità che per Leopardi è la giovinezza del genere umano; Marenduzzo, con il Tambara, preferisce legarlo a quanto detto prima: è tardi, e questa è l’ultima ora utile per risorgere. «Ti giovi» = ti piaccia, dal latino iuvat.

Versi 31-45: la domanda agli antichi

O uomini gloriosi, conservate ancora qualche speranza per noi? Non siamo morti del tutto? A voi forse non è vietato conoscere il futuro. Io sono distrutto e non ho difesa contro il dolore, perché il futuro per me è buio, e tutto quello che vedo fa sembrare la speranza un sogno e una favola. Anime valorose, nelle vostre case è venuto ad abitare un popolo senza onore e spregevole; per i vostri discendenti ogni valore, nei fatti e nelle parole, è oggetto di scherno; le vostre lodi eterne non ci fanno più né arrossire né provare invidia; l’abbandono circonda i vostri monumenti, e siamo diventati un esempio di viltà per le generazioni future.

Parole e passaggi difficili. «Non si toglie» = non è vietato (Straccali). «Schermo» = riparo. «Scuro m’è l’avvenire»: per il Tambara, citato da Marenduzzo, il poeta vede buio nel futuro dell’Italia. «Sogno e fola» = sogno e favola, da Petrarca. «Ai tetti vostri… plebe successe» = un popolo vile ha preso il vostro posto. «Né rossor piú né invidia» = la vostra gloria non ci fa vergognare della nostra pochezza e non ci spinge a imitarvi (Marenduzzo). «Ozio circonda i monumenti» = le vostre opere sono trascurate.

Versi 46-60: come nel Rinascimento

O ingegno nato per le grandi cose, ora che a nessuno importa dei nostri grandi antenati, importi almeno a te: a te che il destino favorisce tanto che, per opera tua, sembrano tornati i giorni in cui, dall’antico e crudele oblio, alzavano di nuovo il capo, insieme agli studi sepolti, gli antichi divini, ai quali la natura parlò senza svelarsi, e che per questo rallegrarono i nobili riposi di Atene e di Roma. Oh tempi, tempi avvolti in un sonno eterno! Allora la rovina d’Italia non era ancora compiuta, sentivamo ancora sdegno per l’ozio vergognoso, e il vento portava via in volo da questa terra più di una scintilla.

Parole e passaggi difficili. «Bennato» = nato in buon punto. «Non cale» = non importa. «Alti parenti» = i grandi antenati. «Aspira» = è favorevole. «Que’ giorni» = l’Umanesimo, quando si riscoprivano i classici. «Dira obblivione» = l’oblio crudele del Medioevo. «Natura parlò senza svelarsi» = li ispirò con le favole, senza mostrare il vero, come spiega lo stesso Leopardi. «I riposi magnanimi»: per Marenduzzo e Straccali sono gli ozi che la patria concedeva agli antichi stessi tra un’impresa e l’altra; Marenduzzo ricorda anche chi intende i riposi dei cittadini, allietati dalle opere degli scrittori. «Anco immatura» = non ancora giunta al fondo. «Faville» = scintille di virtù, da Dante.

Versi 61-75: Dante e Petrarca

Erano ancora calde le tue ceneri sante, Dante, nemico mai vinto della sfortuna, tu per il cui sdegno e dolore l’inferno fu più amico della terra. L’inferno: e quale luogo non è migliore del nostro? E le tue corde dolci, Petrarca, amante sfortunato, vibravano ancora per il tocco della tua mano. Ahi, la poesia italiana comincia e nasce dal dolore. Eppure il male che ci fa soffrire pesa e morde meno della noia che ci soffoca. Beato te, Petrarca, per cui la vita fu pianto! A noi la noia ha stretto le fasce nella culla; accanto alla culla e sulla tomba ci siede immobile il nulla.

Parole e passaggi difficili. «Non domito nemico della fortuna» = Dante, «tetragono ai colpi di ventura» (Marenduzzo). «Più l’averno che la terra amico» = nell’Inferno Dante trovò sfogo allo sdegno che la terra gli negava. «Le tue dolci corde» = la poesia di Petrarca; anche Foscolo, ricorda Marenduzzo, lo chiama «il dolce di Calliope labbro». «Men grava e morde il mal… del tedio» = il dolore pesa meno della noia: Marenduzzo cita lo Zibaldone (1820) e il Dialogo di Torquato Tasso, dove il dolore è il rimedio più potente contro la noia. «A noi le fasce cinse il fastidio» = siamo nati già annoiati.

Versi 76-90: Colombo

Ma la tua vita, coraggioso figlio della Liguria, era allora tra le stelle e il mare, quando oltre le Colonne d’Ercole e oltre le coste dove, la sera, sembrava di sentire le onde stridere quando il sole ci si tuffava dentro, affidato al mare infinito, ritrovasti la luce del sole tramontato e il giorno che nasce quando da noi è finito; e, vinto ogni ostacolo della natura, una terra immensa e sconosciuta fu la gloria del tuo viaggio e dei rischi del ritorno. Ahi, ahi, ma il mondo, una volta conosciuto, non cresce, anzi diventa più piccolo; e il cielo pieno di suoni, la terra fertile e il mare sembrano molto più grandi al bambino che al sapiente.

Parole e passaggi difficili. «Ligure ardita prole» = Cristoforo Colombo; Marenduzzo ricorda il «uom della Liguria» del Tasso. «Colonne» = le Colonne d’Ercole, lo stretto di Gibilterra. «Cui strider l’onde…»: Leopardi stesso spiega in nota l’antica credenza che in Spagna e Portogallo si sentisse il mare stridere al tramonto, come un ferro rovente nell’acqua. «Commesso» = affidato. «Il giorno che nasce…» = gli antipodi, dove fa giorno quando da noi è notte. «Rotto di natura ogni contrasto» = superato ogni ostacolo. «Conosciuto il mondo… si scema»: Leopardi scrive altrove che «dopo scoperta l’America, la terra ci par più piccola» (Marenduzzo). «Etra sonante» = l’aria che porta i suoni. «Alma» = fertile.

Versi 91-105: i sogni svaniti

Dove sono finiti i nostri bei sogni sulle terre sconosciute abitate da popoli sconosciuti, sul luogo dove le stelle stanno durante il giorno, sul letto lontano della giovane Aurora, sul sonno nascosto del sole durante la notte? Ecco, sono svaniti in un attimo, e il mondo è disegnato in una piccola carta; ecco, tutto è uguale, e scoprendo cresce soltanto il nulla. Il vero, appena arriva, ci toglie te, caro immaginare; la nostra mente si allontana da te per sempre; gli anni ci sottraggono al tuo potere meraviglioso dei primi tempi, ed è morto il conforto dei nostri affanni.

Parole e passaggi difficili. «Ignoto ricetto d’ignoti abitatori» = le terre favolose abitate da giganti, pigmei, ciclopi, di cui Leopardi parla nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (Marenduzzo). «Diurno degli astri albergo» = dove si credeva stessero le stelle di giorno. «Rimoto letto della giovane Aurora»: secondo il mito dormiva in fondo all’oceano. «Maggior pianeta» = il sole; Leopardi annota che alcuni antichi lo credevano spento la notte, altri addormentato. «In breve carta» = su una carta geografica. «Discoprendo solo il nulla s’accresce» = più si scopre, più si capisce che l’universo è nulla. «S’apparta» = si allontana. «Poter tuo primo» = il potere che l’immaginazione aveva sugli uomini primitivi e sui bambini.

Versi 106-120: Ariosto

Intanto tu nascevi ai dolci sogni, e il primo sole della giovinezza ti splendeva davanti, poeta affascinante delle armi e degli amori, che in un’età molto meno triste della nostra riempirono la vita di illusioni felici: nuova speranza d’Italia. O torri, celle, donne, cavalieri, giardini, palazzi! Pensando a voi la mia mente si perde in mille piacevoli fantasie. La vita umana era fatta di cose vane, di belle favole e di pensieri strani: le abbiamo cacciate. Ora che resta, ora che il verde è stato tolto alle cose? Solo la certezza che tutto è vano, tranne il dolore.

Parole e passaggi difficili. «Nascevi… intanto» = Ariosto nasce mentre Colombo prepara la sua scoperta: nel 1492, nota Marenduzzo con il Negri, aveva diciotto anni. «Cantor vago dell’arme e degli amori» = richiama l’inizio del Furioso: «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori». «Felici errori» = illusioni che rendevano felici. «Nova speme d’Italia»: Marenduzzo lo riferisce all’Ariosto e segnala che il Negri lo riferirebbe piuttosto alle armi e agli amori. «Amenità» = belle fantasie. «Fole» = favole. «Il verde è spogliato alle cose» = alle cose è stata tolta la freschezza e la speranza, di cui il verde è il colore (Marenduzzo).

Versi 121-135: Tasso

O Torquato, Torquato, il cielo allora preparava a noi la tua mente altissima, e a te nient’altro che il pianto. O povero Torquato! Il tuo canto dolce non bastò a consolarti o a sciogliere il gelo di cui l’odio, l’invidia meschina dei privati e quella dei tiranni avevano circondato la tua anima, che era così calda. L’amore, ultima illusione della nostra vita, ti abbandonava. Il nulla ti sembrò una cosa reale e solida, e il mondo una spiaggia disabitata. I tuoi occhi non arrivarono a vedere l’onore tardivo: l’ultima ora fu per te una grazia, non un danno. Chi ha conosciuto la nostra infelicità chiede la morte, non la corona d’alloro.

Sul senso di «meschino» nella lingua antica, dove vuol dire anche misero e infelice, c’è la scheda meschino: significato ed esempi.

Parole e passaggi difficili. «Livor privato e de’ tiranni» = l’invidia dei cortigiani e l’ostilità del duca Alfonso II d’Este. Marenduzzo avverte che gli studi più recenti attribuiscono la sventura del Tasso soprattutto alla malattia mentale, e che Leopardi gli presta i propri sentimenti. «Amor… ultimo inganno»: l’amore è l’ultima illusione che lascia l’uomo, come nella Storia del genere umano; il v. 130 allude alla leggenda dell’amore del Tasso per Eleonora d’Este. «Ombra reale e salda ti parve il nulla»: Marenduzzo difende l’accostamento contraddittorio e ricorda il dantesco «trattando l’ombre come cosa salda». «Al tardo onore»: Tasso morì quando stava per essere incoronato poeta in Campidoglio, come spiega Leopardi in nota. «Mercé» = grazia. Fornaciari, citato da Marenduzzo, nota negli ultimi versi un gusto forse eccessivo per l’antitesi.

Versi 136-150: oggi sarebbe peggio

Torna, torna fra noi, alzati dalla tomba muta e sconsolata, se hai voglia di angoscia, esempio pietoso di sventura. Da quella vita che ti sembrò così triste e malvagia, la nostra è molto peggiorata. Caro Torquato, chi avrebbe pietà di te, se nessuno si cura d’altro che di se stesso? Chi non chiamerebbe follia il tuo dolore mortale anche oggi, quando ciò che è grande e raro si chiama pazzia, e ai grandi tocca non più l’invidia, ma l’indifferenza, che è ancora più dura? E chi, se si dà ascolto ai conti più che ai versi, ti preparerebbe un’altra volta l’alloro?

Parole e passaggi difficili. «Avello» = tomba. «Vago» = desideroso. «Miserando esemplo di sciagura» = esempio di sventura degno di pietà. «Mortale affanno» = il dolore che ti portò alla morte. «Né livor piú, ma… la noncuranza»: Marenduzzo cita lo Zibaldone, «Quanto è più dolce l’odio che l’indifferenza», e una lettera di Giordani su Leopardi, che avrebbe sopportato le percosse ma non la noncuranza. «Il computar» = l’arte dei numeri, del far soldi (Straccali); Marenduzzo rimanda a Orazio, Arte poetica.

Versi 151-165: Alfieri

Da te fino a oggi, ingegno sventurato, non è nato nessun uomo degno del nome italiano, tranne uno solo, troppo grande per la sua età vile: il fiero piemontese, a cui il coraggio virile venne nel petto dal cielo, non da questa mia terra stanca e sterile. Per questo, privato cittadino e senza armi (impresa memorabile!), mosse guerra ai tiranni sulla scena del teatro: si conceda almeno questa guerra misera, questo campo inutile, alla rabbia impotente del mondo. Lui per primo e da solo scese nell’arena, e nessuno lo seguì, perché ai nostri, sopra ogni cosa, oggi stanno a cuore l’ozio e il silenzio vergognoso.

Parole e passaggi difficili. «Altro ch’un solo» = Vittorio Alfieri. Quasi tutti i commentatori, nota Straccali, trovano ingiusto il giudizio, e già Giordani lamentava che Leopardi avesse dimenticato Parini. «Allobrogo feroce» = il fiero piemontese: gli Allobrogi abitavano la Savoia, e il nome passò ai sudditi dei Savoia; anche Parini aveva chiamato Alfieri «fero allobrogo» (Fornaciari, Straccali, Marenduzzo). «Feroce» = fiero, in senso buono, alla latina. «Polo» = cielo. «In su la scena» = con le tragedie. «Ire inferme» = sdegni impotenti. «Preme» = sta a cuore.

Versi 166-180: torna, scopritore

Sdegnoso e fremente, trascorse tutta la vita senza macchia, e la morte gli risparmiò di vedere di peggio. Vittorio mio, questa non era l’epoca né la terra per te. Ai grandi ingegni servono altri tempi e un altro paese. Ora viviamo contenti della quiete, guidati dalla mediocrità: il sapiente è sceso e la folla è salita allo stesso livello, che rende tutti uguali. O famoso scopritore, continua; sveglia i morti, visto che i vivi dormono; dai di nuovo armi alle voci spente degli antichi eroi, finché questo secolo di fango o desideri la vita e si alzi a imprese gloriose, o si vergogni.

Parole e passaggi difficili. «Lo scampò dal veder peggio»: Alfieri morì nel 1803, prima che l’Italia peggiorasse sotto il dominio francese (Marenduzzo). «Vittorio mio»: Marenduzzo ricorda un sonetto giovanile del 1817 in cui Leopardi lo chiama «Alfieri mio». «Altro seggio» = altro paese. «Scorti da mediocrità» = governati da uomini mediocri. «Sceso il sapiente e salita è la turba»: Fornaciari la dice un’espressione «divenuta proverbiale» e spiega, come Marenduzzo, che la folla ha avuto un’istruzione superficiale mentre mancano i veri dotti; tutti e due citano il Dialogo di Tristano e di un amico. «Agguaglia» = rende uguale. «Prischi» = antichi. «O vita agogni… o si vergogni» = o si risvegli, o almeno senta vergogna.

Da ricordare

  • Scritta nel gennaio 1820 dopo la scoperta del De re publica di Cicerone; pubblicata a Bologna nel 1820 e vietata dalla censura austriaca.
  • Canzone di 12 strofe di 15 versi, endecasillabi e settenari.
  • Struttura a galleria: Dante e Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri, sempre messi a confronto con il presente.
  • Idee chiave: il dolore è meglio della noia; la scienza e le scoperte distruggono le illusioni («conosciuto il mondo non cresce, anzi si scema»).
  • Chiusa civile: le voci degli antichi devono scuotere «questo secol di fango».

Tracce di Maturità su Leopardi

Leopardi è uno degli autori più presenti nell’analisi del testo. Per allenarvi su una prova vera, con domande e svolgimento, partite da queste:

Tutte le altre sono raccolte nella pagina Tipologia A svolte.

Collegamenti utili

Fonti e approfondimenti

  • Giacomo Leopardi, Ad Angelo Mai, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
  • Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
  • Giacomo Leopardi, Poesie, scelte e commentate a uso delle scuole da Raffaello Fornaciari, G. Barbèra, Firenze 1889: copia digitale su Internet Archive.
  • I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
  • «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).

Glossario: le parole difficili della canzone

Le parole e le espressioni che più spesso mettono in difficoltà, spiegate in breve. Tenetele sotto mano mentre rileggete il testo.

  • Italo ardito: italiano coraggioso: è Angelo Mai, a cui si rivolge la canzone.
  • tedio: noia profonda, che pesa come una nebbia sul secolo (v. 5).
  • carte: i manoscritti ritrovati.
  • polverosi chiostri: le biblioteche dei conventi, dove i testi erano rimasti nascosti.
  • obblio: oblio, dimenticanza.
  • codarda: vile, senza coraggio (v. 30).
  • fola: favola, cosa non vera.
  • non cale: non importa.
  • averno: l’oltretomba (v. 64).
  • ligure ardita prole: coraggioso figlio della Liguria: Cristoforo Colombo.
  • Colonne: le Colonne d’Ercole, il limite del mondo conosciuto.
  • cantor vago dell’arme e degli amori: Ludovico Ariosto, poeta dell’Orlando furioso.


Quiz di verifica: Ad Angelo Mai

Otto domande per controllare se avete fissato i punti essenziali. Rispondete senza guardare il testo, poi aprite le soluzioni.

  1. Che cosa aveva scoperto Angelo Mai?

    A) Le lettere di Petrarca   B) Frammenti del De re publica di Cicerone   C) Un codice di Dante

  2. Quando compone Leopardi la canzone?

    A) Nel 1836   B) Nel gennaio 1820   C) Nel 1830

  3. Che cosa fece la polizia austriaca?

    A) La premiò   B) La proibì come poesia liberale   C) La fece ristampare a Vienna

  4. Che funzione aveva Angelo Mai in Vaticano?

    A) Archivista della Curia   B) Filologo e custode della Biblioteca Vaticana   C) Segretario del papa

  5. Quante strofe ha la canzone?

    A) 5 strofe di 14 versi   B) 3 strofe di 21 versi   C) 12 strofe di 15 versi

  6. Quale di questi grandi italiani NON compare nella rassegna?

    A) Colombo   B) Alfieri   C) Machiavelli

  7. Secondo la canzone, che cosa è peggio del dolore?

    A) L’esilio   B) La povertà   C) La noia

  8. Che cosa accade al mondo dopo le scoperte?

    A) Si riempie di speranza   B) Diventa più bello   C) Non cresce, anzi si scema

Soluzioni del quiz
  1. B) Frammenti del De re publica di Cicerone. In un palinsesto, sotto un commento di sant’Agostino ai Salmi.
  2. B) Nel gennaio 1820. «In dieci o dodici giorni».
  3. B) La proibì come poesia liberale. Era uscita a Bologna nello stesso 1820.
  4. B) Filologo e custode della Biblioteca Vaticana. Lo dice l’introduzione alla canzone.
  5. C) 12 strofe di 15 versi. Endecasillabi e settenari.
  6. C) Machiavelli. La galleria comprende Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso e Alfieri.
  7. C) La noia. «Men grava e morde il mal che n’addolora del tedio che n’affoga».
  8. C) Non cresce, anzi si scema. La scienza distrugge le illusioni.

Aggiornato il
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L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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