All’Italia è la canzone civile che apre i Canti, scritta a Recanati nel 1818 in strofe di endecasillabi e settenari. Il senso, in breve: l’Italia è una donna ferita e in catene, i suoi figli muoiono in guerre straniere; il poeta torna allora con la fantasia alle Termopili e fa cantare Simonide in lode dei Greci caduti per la patria.
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All’Italia apre i Canti. Leopardi la scrive a Recanati nel settembre 1818, a vent’anni, e la stampa a Roma insieme alla canzone Sopra il monumento di Dante, con una dedica a Vincenzo Monti. È una canzone civile: nella prima metà il poeta guarda l’Italia ridotta a una donna ferita e incatenata, i cui figli muoiono in guerre altrui; nella seconda metà torna con la fantasia alle Termopili e lascia la parola al poeta greco Simonide, che canta i caduti per la patria. Conviene leggerla in due tempi, come è costruita: prima l’Italia di allora, poi le Termopili.
Il testo di All’Italia
O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi 5
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè! quante ferite,
che lividor, che sangue! oh, qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo 10
e al mondo: — Dite, dite;
chi la ridusse a tale? — E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sí che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata, 15
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.
— Piangi, ché ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria. 20Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
ché fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive, 25
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica: — Giá fu grande, or non è quella? —
Perché, perché? Dov’è la forza antica?
dove l’armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando? 30
chi ti tradí? Qual arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l’auree bende?
Come cadesti o quando
da tanta altezza in cosí basso loco? 35
Nessun pugna per te? non ti difende
nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo
combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl’italici petti il sangue mio. 40Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi
e di carri e di voci e di timballi:
in estranie contrade
pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi. Italia, attendi. Io veggio, o parmi, 45
un fluttuar di fanti e di cavalli,
e fumo e polve, e luccicar di spade
come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
piegar non soffri al dubitoso evento? 50
A che pugna in quei campi
l’itala gioventude? O numi, o numi!
pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
non per li patrii lidi e per la pia 55
consorte e i figli cari,
ma da nemici altrui,
per altra gente, e non può dir morendo:
— Alma terra natia,
la vita che mi desti ecco ti rendo. — 60Oh venturose e care e benedette
l’antiche etá, che a morte
per la patria correan le genti a squadre,
e voi sempre onorate e gloriose,
o tessaliche strette, 65
dove la Persia e il fato assai men forte
fu di poch’alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l’onda
e le montagne vostre al passeggere
con indistinta voce 70
narrin siccome tutta quella sponda
coprîr le invitte schiere
de’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l’Ellesponto si fuggia, 75
fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
e sul colle d’Antela, ove morendo
si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salía,
guardando l’etra e la marina e il suolo. 80E di lacrime sparso ambe le guance,
e il petto ansante, e vacillante il piede,
toglieasi in man la lira:
— Beatissimi voi,
ch’offriste il petto alle nemiche lance 85
per amor di costei ch’al sol vi diede;
voi, che la Grecia cole e il mondo ammira.
Nell’armi e ne’ perigli
qual tanto amor le giovanette menti,
qual nell’acerbo fato amor vi trasse? 90
Come sí lieta, o figli,
l’ora estrema vi parve, onde ridenti
correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch’a danza e non a morte andasse
ciascun de’ vostri, o a splendido convito: 95
ma v’attendea lo scuro
Tartaro, e l’onda morta;
né le spose vi fôro o i figli accanto,
quando su l’aspro lito
senza baci moriste e senza pianto. 100Ma non senza de’ Persi orrida pena
ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
or salta a quello in tergo e sí gli scava
con le zanne la schiena, 105
or questo fianco addenta or quella coscia;
tal fra le perse torme infuriava
l’ira de’ greci petti e la virtute.
Ve’ cavalli supini e cavalieri;
vedi intralciare ai vinti 110
la fuga i carri e le tende cadute,
e correr fra’ primieri
pallido e scapigliato esso tiranno;
ve’ come infusi e tinti
del barbarico sangue i greci eroi, 115
cagione ai Persi d’infinito affanno,
a poco a poco vinti dalle piaghe,
l’un sopra l’altro cade. Oh viva! oh viva!
beatissimi voi
mentre nel mondo si favelli o scriva. 120Prima divelte, in mar precipitando,
spente nell’imo strideran le stelle,
che la memoria e il vostro
amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando 125
verran le madri ai parvoli le belle
orme del vostro sangue. Ecco, io mi prostro,
o benedetti, al suolo,
e bacio questi sassi e queste zolle,
che fien lodate e chiare eternamente 130
dall’uno all’altro polo.
Deh! foss’io pur con voi qui sotto, e molle
fosse del sangue mio quest’alma terra.
Ché, se il fato è diverso, e non consente
ch’io per la Grecia i moribondi lumi 135
chiuda prostrato in guerra,
cosí la vereconda
fama del vostro vate appo i futuri
possa, volendo i numi,
tanto durar quanto la vostra duri. 140
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.
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Parafrasi di All’Italia
Ogni sequenza si apre con un clic. Nel titolo trovi i versi a cui si riferisce, così segui sul testo.
Versi 1-20: l’Italia come una donna in catene
O patria mia, vedo le mura, gli archi, le colonne, le statue e le torri solitarie dei nostri antenati, ma non vedo la gloria, non vedo l’alloro e le armi di cui erano carichi i nostri antichi padri. Ora, disarmata, mostri la fronte e il petto nudi. Ahimè, quante ferite, che lividi, che sangue! Oh, come ti vedo ridotta, bellissima donna! Io chiedo al cielo e al mondo: «Ditemi, ditemi: chi l’ha ridotta così?». E, peggio ancora, ha entrambe le braccia cariche di catene; così, con i capelli sciolti e senza velo, siede a terra trascurata e sconsolata, nascondendo il viso tra le ginocchia, e piange. Piangi, Italia mia, perché ne hai ben motivo: tu, nata per superare gli altri popoli sia nella buona sia nella cattiva sorte.
Parole e passaggi difficili. «Simulacri» = statue. «Erme» = solitarie, abbandonate. «Il lauro e il ferro» = l’alloro dei trionfi e le armature: indicano, per sineddoche, la gloria militare. «Carchi» = carichi. «Inerme» = senza armi. «Formosissima» = bellissima, superlativo latino. «Al cielo e al mondo»: il destino avverso e la cattiveria degli uomini. «Sparte» = sparse, sciolte. «Negletta» = trascurata nella persona. «Ché ben hai donde» = perché ne hai ben ragione (come in Dante, Purgatorio VI). Gli ultimi due versi si leggono in due modi. Fornaciari prende «vincer» nel senso di superare: l’Italia, che un tempo superava tutte le nazioni nella prosperità, ora le supera nella sventura. Straccali e Marenduzzo intendono invece che l’Italia è nata per dominare le genti sempre, nella buona sorte con le armi di Roma, nella cattiva con le arti e gli studi; Straccali si appoggia alla prima stampa del 1818, che ha «Il mondo a vincer nata». Nella parafrasi trovi questa seconda lettura.
Versi 21-40: «L’armi, qua l’armi: io solo combatterò»
Anche se i tuoi occhi fossero due sorgenti inesauribili, il pianto non potrebbe mai essere pari al tuo danno e alla tua vergogna; perché fosti signora e ora sei una povera serva. Chi parla o scrive di te e, ricordando la tua gloria passata, non dice: «Un tempo fu grande, ora non è più quella»? Perché, perché? Dov’è la forza antica? Dove sono le armi, il valore e la fermezza? Chi ti ha tolto la spada dal fianco? Chi ti ha tradito? Quale astuzia, quale lavoro continuo, quale potenza così grande riuscì a strapparti il manto e il diadema d’oro? Come e quando sei caduta da tanta altezza in un luogo così basso? Nessuno combatte per te? Nessuno dei tuoi ti difende? Le armi, qua le armi: combatterò io solo, cadrò io solo. Concedimi, o cielo, che il mio sangue sia fuoco nei petti degli italiani.
Parole e passaggi difficili. «Fonti vive» = sorgenti perenni. «Scorno» = vergogna, umiliazione. «Donna» = signora (latino domina), opposto ad «ancella», serva. «Vanto» = gloria. «Costanza» = fermezza. «Ti discinse il brando» = ti slacciò la spada, cioè ti disarmò. «Arte… fatica… possanza» = astuzia, lavoro assiduo, forza smisurata. «Il manto e l’auree bende» = le insegne della regina. «Procomberò» = cadrò combattendo, con la faccia rivolta al nemico: non è «soccomberò», che vuol dire arrendersi (lo spiega già il Mestica, citato da Marenduzzo).
Versi 41-60: italiani che muoiono per altri
Dove sono i tuoi figli? Sento rumore di armi, di carri, di voci e di tamburi: i tuoi figli combattono in terre straniere. Ascolta, Italia, ascolta. Vedo, o mi sembra di vedere, un ondeggiare di fanti e di cavalli, e fumo e polvere, e un luccicare di spade come lampi nella nebbia. Non ti consoli? E non sopporti di volgere gli occhi tremanti verso l’esito incerto della battaglia? Per che cosa combatte in quei campi la gioventù italiana? O dèi, o dèi: le spade italiane combattono per un’altra terra. Povero chi muore in guerra non per difendere le coste della patria, la moglie affettuosa e i figli cari, ma ucciso dai nemici di altri, per un altro popolo, e non può dire morendo: «Terra natale, la vita che mi hai dato, eccola, te la restituisco».
Parole e passaggi difficili. «Timballi» = timpani, tamburi. «Estranie contrade» = paesi stranieri. Leopardi ha in mente le guerre di Napoleone fuori d’Italia, e soprattutto la campagna di Russia del 1812, a cui presero parte circa ventimila italiani (Marenduzzo); Straccali riporta il giudizio di Carducci, che qui vede «la marcia degli italiani in Russia». «Fluttuar» = muoversi come onde. «Tremebondi lumi» = occhi che tremano. «Dubitoso evento» = esito incerto. «Acciari» = spade. «Pia consorte» = moglie affettuosa. Il verso finale è la frase che il soldato italiano non può pronunciare.
Versi 61-80: le Termopili
Fortunate, care e benedette le epoche antiche, quando i popoli correvano in schiere a morire per la patria; e voi, sempre onorate e gloriose, strette della Tessaglia, dove la Persia e il destino furono molto meno forti di poche anime libere e generose! Io credo che le piante, i sassi, le acque e i vostri monti raccontino al viandante, con una voce confusa, come tutta quella riva fu coperta dalle schiere invincibili dei corpi che si erano votati alla Grecia. Allora Serse, vile e crudele, fuggiva attraverso l’Ellesponto, diventato oggetto di scherno fino agli ultimi discendenti; e sul colle di Antela, dove la schiera santa, morendo, si sottrasse alla morte, saliva Simonide, guardando il cielo, il mare e la terra.
Parole e passaggi difficili. Qui il discorso passa dall’Italia alla Grecia. Le «tessaliche strette» sono il passo delle Termopili, dove Leonida, con trecento Spartani e qualche centinaio di alleati, tenne testa all’esercito di Serse finché il traditore Efialte non mostrò ai Persiani un sentiero alle loro spalle (Marenduzzo, Fornaciari). «Fato»: qui i commenti non coincidono. Fornaciari lo spiega come «la morte stessa» che schiacciava i Greci; Straccali, seguito da Marenduzzo, come il destino, la forza nascosta che regola le vicende umane, e fa notare che nel canto la parola cambia senso (al v. 90 è la morte, al v. 134 la sorte). La parafrasi segue Straccali. «Passeggere» = viandante. «Indistinta voce» = voce confusa, come un mormorio. «Devoti» = votati, sacrificati. La fuga di Serse per l’Ellesponto in realtà viene dopo la sconfitta navale di Salamina. «Ludibrio» = oggetto di scherno. «Nepoti» = discendenti. «Morendo si sottrasse da morte» = con la morte del corpo conquistò la fama immortale. Antela era una città vicina alle Termopili, dove si riuniva il consiglio degli Anfizioni; il colle è quello su cui i Greci si ritirarono quando seppero di essere stati traditi (Straccali, Fornaciari, che cita Erodoto). Simonide di Ceo è il poeta greco che celebrò davvero i caduti delle Termopili.
Versi 81-100: il canto di Simonide
Con le guance bagnate di lacrime, il petto ansimante e il piede malfermo, prendeva in mano la lira: «Beatissimi voi, che offriste il petto alle lance nemiche per amore di questa terra che vi fece nascere; voi, che la Grecia venera e il mondo ammira. Quale amore così grande trascinò le vostre giovani menti verso le armi e i pericoli, quale amore vi trascinò verso un destino così amaro? Come vi è sembrata così lieta, o figli, l’ultima ora, tanto che correste sorridendo al passo doloroso e duro? Sembrava che ognuno di voi andasse a una danza o a un banchetto splendido, e non alla morte: ma vi attendevano il buio Tartaro e l’acqua morta; e non avevate accanto né le mogli né i figli, quando sulla riva aspra moriste senza baci e senza pianto.
Parole e passaggi difficili. Da qui parla Simonide. «Costei ch’al sol vi diede» = la patria che vi ha dato alla luce. «Cole» = venera (latino colere, in senso religioso). «Acerbo fato» = morte amara, prematura. «Passo» = il passaggio dalla vita alla morte: Marenduzzo ricorda lo stesso uso in Petrarca e in altri canti di Leopardi. «Convito» = banchetto. Il Tartaro è il regno dei morti; l’«onda morta» sono i fiumi infernali. «Fôro» = furono. «Aspro lito» = riva sassosa, scabra.
Versi 101-120: la strage dei Persiani
Ma non moriste senza un’orribile pena e un’angoscia infinita dei Persiani. Come un leone in una mandria di tori ora salta sul dorso di uno e gli squarcia la schiena con le zanne, ora addenta il fianco di questo, ora la coscia di quello; così infuriavano tra le schiere persiane l’ira e il valore dei petti greci. Guarda i cavalli e i cavalieri rovesciati; guarda i carri e le tende crollate che intralciano la fuga ai vinti, e correre tra i primi, pallido e scapigliato, il tiranno in persona; guarda come gli eroi greci, bagnati e tinti del sangue dei barbari, causa di infinito dolore per i Persiani, a poco a poco, vinti dalle ferite, cadono l’uno sopra l’altro. Evviva, evviva, beatissimi voi, finché nel mondo si parlerà o si scriverà.
Parole e passaggi difficili. «Ma non senza» riprende il «senza baci… senza pianto» della strofa prima e lo rovescia. «Immortale angoscia» = dolore senza fine. La similitudine del leone viene da Omero e torna in Virgilio e nell’Ariosto (Straccali, Marenduzzo). Fornaciari osserva che Leopardi, con buon accorgimento, mette il leone in mezzo a tori, animali violenti e feroci come i Persiani. «Torme» = schiere, con una sfumatura di disprezzo. «Ve’» = vedi. «Supini» = rovesciati. «Esso tiranno» = Serse stesso: che fuggisse pallido e scapigliato non si legge in Erodoto, ma per Fornaciari non è inverosimile; Giustino, nel compendio delle storie di Pompeo Trogo, dice di Serse che in battaglia era sempre «primus in fuga, postremus in proelio», il primo a fuggire e l’ultimo a combattere (Fornaciari, Marenduzzo). «Infusi» = bagnati. «Mentre» = finché.
Versi 121-140: la tomba è un altare
Prima le stelle, staccate dal cielo, precipitando in mare, si spegneranno sfrigolando nel fondo, che il ricordo e l’amore per voi passino o diminuiscano. La vostra tomba è un altare; e qui verranno le madri a mostrare ai bambini le belle tracce del vostro sangue. Ecco, io mi prostro a terra, o benedetti, e bacio questi sassi e queste zolle, che saranno lodati e famosi per sempre da un polo all’altro. Oh, fossi anch’io qui sotto con voi, e fosse bagnata del mio sangue questa terra sacra! Ma se il destino è diverso e non mi concede di chiudere gli occhi morenti in guerra per la Grecia, almeno la modesta fama del vostro poeta possa, se gli dèi lo vogliono, durare presso i posteri quanto durerà la vostra».
Parole e passaggi difficili. «Divelte» = strappate. «Nell’imo» = nel fondo. «Strideranno» = sfrigoleranno come un ferro rovente nell’acqua: è un’iperbole, cioè un fatto impossibile, per dire che la loro gloria non morirà mai. «Trascorra o scemi» = passi o diminuisca. «La vostra tomba è un’ara» viene da un frammento di Simonide conservato da Diodoro Siculo, che Leopardi ricorda nella dedica a Monti. «Parvoli» = bambini. «Fien» = saranno. «Molle» = bagnata. «Lumi» = occhi. «Vereconda» = modesta. «Vate» = poeta. «Appo i futuri» = presso i posteri.
Da ricordare
- Prima poesia dei Canti, scritta a Recanati nel settembre 1818 e stampata a Roma con Sopra il monumento di Dante, dedicata a Vincenzo Monti.
- È una canzone civile, nella linea di Dante (Purgatorio VI) e di Petrarca («Italia mia»).
- Prima parte (vv. 1-60): l’Italia come donna ferita e incatenata, il grido «L’armi, qua l’armi», gli italiani che muoiono in guerre altrui.
- Seconda parte (vv. 61-140): le Termopili e il canto di Simonide per i caduti, esempio di chi muore per la propria patria.
- Il legame tra le due parti è il contrasto: gli antichi Greci morivano per la patria, gli italiani di oggi per altri popoli.
- Già i commentatori dell’Ottocento (De Sanctis, citato da Fornaciari) vi notavano molta retorica giovanile, accanto a un entusiasmo sincero.
Tracce di Maturità per allenarsi
Per mettere alla prova quello che avete studiato, provate una di queste prove svolte, prima da soli e poi confrontando:
- Collegamento per il colloquio: la libertà
- Percorso: guerra, memoria e testimonianza
- Analisi di una poesia: immagini, ritmo e significato
Tutte le altre sono raccolte nella pagina Tipologia A svolte.
Collegamenti utili
- All’Italia nell’indice dei Canti
- Ultimo canto di Saffo: parafrasi, un’altra delle canzoni giovanili
- Il primo amore: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, All’Italia, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- Giacomo Leopardi, Poesie, scelte e commentate a uso delle scuole da Raffaello Fornaciari, G. Barbèra, Firenze 1889: copia digitale su Internet Archive.
- I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
Glossario: parole da capire
Le parole e le espressioni che più spesso mettono in difficoltà, spiegate in breve. Tenetele sotto mano mentre rileggete il testo.
- Simulacri: statue
- Erme: solitarie, abbandonate
- Ancella: serva
- Procomberò: cadrò combattendo
- Tessaliche strette: il passo delle Termopili
Quiz di verifica: All’Italia
Otto domande per controllare se avete fissato i punti essenziali. Rispondete senza guardare il testo, poi aprite le soluzioni.
-
Che posto occupa All’Italia nei Canti?
A) Apre la raccolta B) La chiude C) È al centro
-
Quando e dove la scrive Leopardi?
A) A Recanati nel 1818 B) A Napoli nel 1836 C) A Firenze nel 1831
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Con quale canzone viene stampata a Roma?
A) A Silvia B) Sopra il monumento di Dante C) Il passero solitario
-
Come appare l’Italia nella prima parte?
A) Come una madre serena B) Come una donna ferita e in catene C) Come una regina trionfante
-
Perché muoiono i figli d’Italia?
A) Combattono in guerre straniere B) In una rivolta C) Per una pestilenza
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A quale battaglia antica torna la fantasia del poeta?
A) Maratona B) Le Termopili C) Canne
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Quale poeta greco canta i caduti?
A) Omero B) Pindaro C) Simonide
-
Di che tipo di canzone si tratta?
A) Una canzone civile B) Una canzone d’amore C) Un idillio
Soluzioni del quiz
- A) Apre la raccolta. È il primo dei Canti.
- A) A Recanati nel 1818. Ha vent’anni.
- B) Sopra il monumento di Dante. Le due canzoni escono insieme, con dedica a Monti.
- B) Come una donna ferita e in catene. Siede a terra e piange.
- A) Combattono in guerre straniere. Pugnano «per altra terra».
- B) Le Termopili. Le «tessaliche strette».
- C) Simonide. Sale sul colle di Antela con la lira.
- A) Una canzone civile. È poesia patriottica.
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