All’Italia di Leopardi: testo e parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 19 min di lettura

All’Italia è la canzone civile che apre i Canti, scritta a Recanati nel 1818 in strofe di endecasillabi e settenari. Il senso, in breve: l’Italia è una donna ferita e in catene, i suoi figli muoiono in guerre straniere; il poeta torna allora con la fantasia alle Termopili e fa cantare Simonide in lode dei Greci caduti per la patria.

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All’Italia apre i Canti. Leopardi la scrive a Recanati nel settembre 1818, a vent’anni, e la stampa a Roma insieme alla canzone Sopra il monumento di Dante, con una dedica a Vincenzo Monti. È una canzone civile: nella prima metà il poeta guarda l’Italia ridotta a una donna ferita e incatenata, i cui figli muoiono in guerre altrui; nella seconda metà torna con la fantasia alle Termopili e lascia la parola al poeta greco Simonide, che canta i caduti per la patria. Conviene leggerla in due tempi, come è costruita: prima l’Italia di allora, poi le Termopili.

Il testo di All’Italia

O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi 5
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè! quante ferite,
che lividor, che sangue! oh, qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo 10
e al mondo: — Dite, dite;
chi la ridusse a tale? — E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sí che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata, 15
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.
— Piangi, ché ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria. 20

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
ché fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive, 25
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica: — Giá fu grande, or non è quella? —
Perché, perché? Dov’è la forza antica?
dove l’armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando? 30
chi ti tradí? Qual arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l’auree bende?
Come cadesti o quando
da tanta altezza in cosí basso loco? 35
Nessun pugna per te? non ti difende
nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo
combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl’italici petti il sangue mio. 40

Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi
e di carri e di voci e di timballi:
in estranie contrade
pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi. Italia, attendi. Io veggio, o parmi, 45
un fluttuar di fanti e di cavalli,
e fumo e polve, e luccicar di spade
come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
piegar non soffri al dubitoso evento? 50
A che pugna in quei campi
l’itala gioventude? O numi, o numi!
pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
non per li patrii lidi e per la pia 55
consorte e i figli cari,
ma da nemici altrui,
per altra gente, e non può dir morendo:
— Alma terra natia,
la vita che mi desti ecco ti rendo. — 60

Oh venturose e care e benedette
l’antiche etá, che a morte
per la patria correan le genti a squadre,
e voi sempre onorate e gloriose,
o tessaliche strette, 65
dove la Persia e il fato assai men forte
fu di poch’alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l’onda
e le montagne vostre al passeggere
con indistinta voce 70
narrin siccome tutta quella sponda
coprîr le invitte schiere
de’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l’Ellesponto si fuggia, 75
fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
e sul colle d’Antela, ove morendo
si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salía,
guardando l’etra e la marina e il suolo. 80

E di lacrime sparso ambe le guance,
e il petto ansante, e vacillante il piede,
toglieasi in man la lira:
— Beatissimi voi,
ch’offriste il petto alle nemiche lance 85
per amor di costei ch’al sol vi diede;
voi, che la Grecia cole e il mondo ammira.
Nell’armi e ne’ perigli
qual tanto amor le giovanette menti,
qual nell’acerbo fato amor vi trasse? 90
Come sí lieta, o figli,
l’ora estrema vi parve, onde ridenti
correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch’a danza e non a morte andasse
ciascun de’ vostri, o a splendido convito: 95
ma v’attendea lo scuro
Tartaro, e l’onda morta;
né le spose vi fôro o i figli accanto,
quando su l’aspro lito
senza baci moriste e senza pianto. 100

Ma non senza de’ Persi orrida pena
ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
or salta a quello in tergo e sí gli scava
con le zanne la schiena, 105
or questo fianco addenta or quella coscia;
tal fra le perse torme infuriava
l’ira de’ greci petti e la virtute.
Ve’ cavalli supini e cavalieri;
vedi intralciare ai vinti 110
la fuga i carri e le tende cadute,
e correr fra’ primieri
pallido e scapigliato esso tiranno;
ve’ come infusi e tinti
del barbarico sangue i greci eroi, 115
cagione ai Persi d’infinito affanno,
a poco a poco vinti dalle piaghe,
l’un sopra l’altro cade. Oh viva! oh viva!
beatissimi voi
mentre nel mondo si favelli o scriva. 120

Prima divelte, in mar precipitando,
spente nell’imo strideran le stelle,
che la memoria e il vostro
amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando 125
verran le madri ai parvoli le belle
orme del vostro sangue. Ecco, io mi prostro,
o benedetti, al suolo,
e bacio questi sassi e queste zolle,
che fien lodate e chiare eternamente 130
dall’uno all’altro polo.
Deh! foss’io pur con voi qui sotto, e molle
fosse del sangue mio quest’alma terra.
Ché, se il fato è diverso, e non consente
ch’io per la Grecia i moribondi lumi 135
chiuda prostrato in guerra,
cosí la vereconda
fama del vostro vate appo i futuri
possa, volendo i numi,
tanto durar quanto la vostra duri. 140

Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.

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Parafrasi di All’Italia

Ogni sequenza si apre con un clic. Nel titolo trovi i versi a cui si riferisce, così segui sul testo.

Versi 1-20: l’Italia come una donna in catene

O patria mia, vedo le mura, gli archi, le colonne, le statue e le torri solitarie dei nostri antenati, ma non vedo la gloria, non vedo l’alloro e le armi di cui erano carichi i nostri antichi padri. Ora, disarmata, mostri la fronte e il petto nudi. Ahimè, quante ferite, che lividi, che sangue! Oh, come ti vedo ridotta, bellissima donna! Io chiedo al cielo e al mondo: «Ditemi, ditemi: chi l’ha ridotta così?». E, peggio ancora, ha entrambe le braccia cariche di catene; così, con i capelli sciolti e senza velo, siede a terra trascurata e sconsolata, nascondendo il viso tra le ginocchia, e piange. Piangi, Italia mia, perché ne hai ben motivo: tu, nata per superare gli altri popoli sia nella buona sia nella cattiva sorte.

Parole e passaggi difficili. «Simulacri» = statue. «Erme» = solitarie, abbandonate. «Il lauro e il ferro» = l’alloro dei trionfi e le armature: indicano, per sineddoche, la gloria militare. «Carchi» = carichi. «Inerme» = senza armi. «Formosissima» = bellissima, superlativo latino. «Al cielo e al mondo»: il destino avverso e la cattiveria degli uomini. «Sparte» = sparse, sciolte. «Negletta» = trascurata nella persona. «Ché ben hai donde» = perché ne hai ben ragione (come in Dante, Purgatorio VI). Gli ultimi due versi si leggono in due modi. Fornaciari prende «vincer» nel senso di superare: l’Italia, che un tempo superava tutte le nazioni nella prosperità, ora le supera nella sventura. Straccali e Marenduzzo intendono invece che l’Italia è nata per dominare le genti sempre, nella buona sorte con le armi di Roma, nella cattiva con le arti e gli studi; Straccali si appoggia alla prima stampa del 1818, che ha «Il mondo a vincer nata». Nella parafrasi trovi questa seconda lettura.

Versi 21-40: «L’armi, qua l’armi: io solo combatterò»

Anche se i tuoi occhi fossero due sorgenti inesauribili, il pianto non potrebbe mai essere pari al tuo danno e alla tua vergogna; perché fosti signora e ora sei una povera serva. Chi parla o scrive di te e, ricordando la tua gloria passata, non dice: «Un tempo fu grande, ora non è più quella»? Perché, perché? Dov’è la forza antica? Dove sono le armi, il valore e la fermezza? Chi ti ha tolto la spada dal fianco? Chi ti ha tradito? Quale astuzia, quale lavoro continuo, quale potenza così grande riuscì a strapparti il manto e il diadema d’oro? Come e quando sei caduta da tanta altezza in un luogo così basso? Nessuno combatte per te? Nessuno dei tuoi ti difende? Le armi, qua le armi: combatterò io solo, cadrò io solo. Concedimi, o cielo, che il mio sangue sia fuoco nei petti degli italiani.

Parole e passaggi difficili. «Fonti vive» = sorgenti perenni. «Scorno» = vergogna, umiliazione. «Donna» = signora (latino domina), opposto ad «ancella», serva. «Vanto» = gloria. «Costanza» = fermezza. «Ti discinse il brando» = ti slacciò la spada, cioè ti disarmò. «Arte… fatica… possanza» = astuzia, lavoro assiduo, forza smisurata. «Il manto e l’auree bende» = le insegne della regina. «Procomberò» = cadrò combattendo, con la faccia rivolta al nemico: non è «soccomberò», che vuol dire arrendersi (lo spiega già il Mestica, citato da Marenduzzo).

Versi 41-60: italiani che muoiono per altri

Dove sono i tuoi figli? Sento rumore di armi, di carri, di voci e di tamburi: i tuoi figli combattono in terre straniere. Ascolta, Italia, ascolta. Vedo, o mi sembra di vedere, un ondeggiare di fanti e di cavalli, e fumo e polvere, e un luccicare di spade come lampi nella nebbia. Non ti consoli? E non sopporti di volgere gli occhi tremanti verso l’esito incerto della battaglia? Per che cosa combatte in quei campi la gioventù italiana? O dèi, o dèi: le spade italiane combattono per un’altra terra. Povero chi muore in guerra non per difendere le coste della patria, la moglie affettuosa e i figli cari, ma ucciso dai nemici di altri, per un altro popolo, e non può dire morendo: «Terra natale, la vita che mi hai dato, eccola, te la restituisco».

Parole e passaggi difficili. «Timballi» = timpani, tamburi. «Estranie contrade» = paesi stranieri. Leopardi ha in mente le guerre di Napoleone fuori d’Italia, e soprattutto la campagna di Russia del 1812, a cui presero parte circa ventimila italiani (Marenduzzo); Straccali riporta il giudizio di Carducci, che qui vede «la marcia degli italiani in Russia». «Fluttuar» = muoversi come onde. «Tremebondi lumi» = occhi che tremano. «Dubitoso evento» = esito incerto. «Acciari» = spade. «Pia consorte» = moglie affettuosa. Il verso finale è la frase che il soldato italiano non può pronunciare.

Versi 61-80: le Termopili

Fortunate, care e benedette le epoche antiche, quando i popoli correvano in schiere a morire per la patria; e voi, sempre onorate e gloriose, strette della Tessaglia, dove la Persia e il destino furono molto meno forti di poche anime libere e generose! Io credo che le piante, i sassi, le acque e i vostri monti raccontino al viandante, con una voce confusa, come tutta quella riva fu coperta dalle schiere invincibili dei corpi che si erano votati alla Grecia. Allora Serse, vile e crudele, fuggiva attraverso l’Ellesponto, diventato oggetto di scherno fino agli ultimi discendenti; e sul colle di Antela, dove la schiera santa, morendo, si sottrasse alla morte, saliva Simonide, guardando il cielo, il mare e la terra.

Parole e passaggi difficili. Qui il discorso passa dall’Italia alla Grecia. Le «tessaliche strette» sono il passo delle Termopili, dove Leonida, con trecento Spartani e qualche centinaio di alleati, tenne testa all’esercito di Serse finché il traditore Efialte non mostrò ai Persiani un sentiero alle loro spalle (Marenduzzo, Fornaciari). «Fato»: qui i commenti non coincidono. Fornaciari lo spiega come «la morte stessa» che schiacciava i Greci; Straccali, seguito da Marenduzzo, come il destino, la forza nascosta che regola le vicende umane, e fa notare che nel canto la parola cambia senso (al v. 90 è la morte, al v. 134 la sorte). La parafrasi segue Straccali. «Passeggere» = viandante. «Indistinta voce» = voce confusa, come un mormorio. «Devoti» = votati, sacrificati. La fuga di Serse per l’Ellesponto in realtà viene dopo la sconfitta navale di Salamina. «Ludibrio» = oggetto di scherno. «Nepoti» = discendenti. «Morendo si sottrasse da morte» = con la morte del corpo conquistò la fama immortale. Antela era una città vicina alle Termopili, dove si riuniva il consiglio degli Anfizioni; il colle è quello su cui i Greci si ritirarono quando seppero di essere stati traditi (Straccali, Fornaciari, che cita Erodoto). Simonide di Ceo è il poeta greco che celebrò davvero i caduti delle Termopili.

Versi 81-100: il canto di Simonide

Con le guance bagnate di lacrime, il petto ansimante e il piede malfermo, prendeva in mano la lira: «Beatissimi voi, che offriste il petto alle lance nemiche per amore di questa terra che vi fece nascere; voi, che la Grecia venera e il mondo ammira. Quale amore così grande trascinò le vostre giovani menti verso le armi e i pericoli, quale amore vi trascinò verso un destino così amaro? Come vi è sembrata così lieta, o figli, l’ultima ora, tanto che correste sorridendo al passo doloroso e duro? Sembrava che ognuno di voi andasse a una danza o a un banchetto splendido, e non alla morte: ma vi attendevano il buio Tartaro e l’acqua morta; e non avevate accanto né le mogli né i figli, quando sulla riva aspra moriste senza baci e senza pianto.

Parole e passaggi difficili. Da qui parla Simonide. «Costei ch’al sol vi diede» = la patria che vi ha dato alla luce. «Cole» = venera (latino colere, in senso religioso). «Acerbo fato» = morte amara, prematura. «Passo» = il passaggio dalla vita alla morte: Marenduzzo ricorda lo stesso uso in Petrarca e in altri canti di Leopardi. «Convito» = banchetto. Il Tartaro è il regno dei morti; l’«onda morta» sono i fiumi infernali. «Fôro» = furono. «Aspro lito» = riva sassosa, scabra.

Versi 101-120: la strage dei Persiani

Ma non moriste senza un’orribile pena e un’angoscia infinita dei Persiani. Come un leone in una mandria di tori ora salta sul dorso di uno e gli squarcia la schiena con le zanne, ora addenta il fianco di questo, ora la coscia di quello; così infuriavano tra le schiere persiane l’ira e il valore dei petti greci. Guarda i cavalli e i cavalieri rovesciati; guarda i carri e le tende crollate che intralciano la fuga ai vinti, e correre tra i primi, pallido e scapigliato, il tiranno in persona; guarda come gli eroi greci, bagnati e tinti del sangue dei barbari, causa di infinito dolore per i Persiani, a poco a poco, vinti dalle ferite, cadono l’uno sopra l’altro. Evviva, evviva, beatissimi voi, finché nel mondo si parlerà o si scriverà.

Parole e passaggi difficili. «Ma non senza» riprende il «senza baci… senza pianto» della strofa prima e lo rovescia. «Immortale angoscia» = dolore senza fine. La similitudine del leone viene da Omero e torna in Virgilio e nell’Ariosto (Straccali, Marenduzzo). Fornaciari osserva che Leopardi, con buon accorgimento, mette il leone in mezzo a tori, animali violenti e feroci come i Persiani. «Torme» = schiere, con una sfumatura di disprezzo. «Ve’» = vedi. «Supini» = rovesciati. «Esso tiranno» = Serse stesso: che fuggisse pallido e scapigliato non si legge in Erodoto, ma per Fornaciari non è inverosimile; Giustino, nel compendio delle storie di Pompeo Trogo, dice di Serse che in battaglia era sempre «primus in fuga, postremus in proelio», il primo a fuggire e l’ultimo a combattere (Fornaciari, Marenduzzo). «Infusi» = bagnati. «Mentre» = finché.

Versi 121-140: la tomba è un altare

Prima le stelle, staccate dal cielo, precipitando in mare, si spegneranno sfrigolando nel fondo, che il ricordo e l’amore per voi passino o diminuiscano. La vostra tomba è un altare; e qui verranno le madri a mostrare ai bambini le belle tracce del vostro sangue. Ecco, io mi prostro a terra, o benedetti, e bacio questi sassi e queste zolle, che saranno lodati e famosi per sempre da un polo all’altro. Oh, fossi anch’io qui sotto con voi, e fosse bagnata del mio sangue questa terra sacra! Ma se il destino è diverso e non mi concede di chiudere gli occhi morenti in guerra per la Grecia, almeno la modesta fama del vostro poeta possa, se gli dèi lo vogliono, durare presso i posteri quanto durerà la vostra».

Parole e passaggi difficili. «Divelte» = strappate. «Nell’imo» = nel fondo. «Strideranno» = sfrigoleranno come un ferro rovente nell’acqua: è un’iperbole, cioè un fatto impossibile, per dire che la loro gloria non morirà mai. «Trascorra o scemi» = passi o diminuisca. «La vostra tomba è un’ara» viene da un frammento di Simonide conservato da Diodoro Siculo, che Leopardi ricorda nella dedica a Monti. «Parvoli» = bambini. «Fien» = saranno. «Molle» = bagnata. «Lumi» = occhi. «Vereconda» = modesta. «Vate» = poeta. «Appo i futuri» = presso i posteri.

Da ricordare

  • Prima poesia dei Canti, scritta a Recanati nel settembre 1818 e stampata a Roma con Sopra il monumento di Dante, dedicata a Vincenzo Monti.
  • È una canzone civile, nella linea di Dante (Purgatorio VI) e di Petrarca («Italia mia»).
  • Prima parte (vv. 1-60): l’Italia come donna ferita e incatenata, il grido «L’armi, qua l’armi», gli italiani che muoiono in guerre altrui.
  • Seconda parte (vv. 61-140): le Termopili e il canto di Simonide per i caduti, esempio di chi muore per la propria patria.
  • Il legame tra le due parti è il contrasto: gli antichi Greci morivano per la patria, gli italiani di oggi per altri popoli.
  • Già i commentatori dell’Ottocento (De Sanctis, citato da Fornaciari) vi notavano molta retorica giovanile, accanto a un entusiasmo sincero.

Tracce di Maturità per allenarsi

Per mettere alla prova quello che avete studiato, provate una di queste prove svolte, prima da soli e poi confrontando:

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Collegamenti utili

Fonti e approfondimenti

  • Giacomo Leopardi, All’Italia, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
  • Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
  • Giacomo Leopardi, Poesie, scelte e commentate a uso delle scuole da Raffaello Fornaciari, G. Barbèra, Firenze 1889: copia digitale su Internet Archive.
  • I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
  • «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).

Glossario: parole da capire

Le parole e le espressioni che più spesso mettono in difficoltà, spiegate in breve. Tenetele sotto mano mentre rileggete il testo.

  • Simulacri: statue
  • Erme: solitarie, abbandonate
  • Ancella: serva
  • Procomberò: cadrò combattendo
  • Tessaliche strette: il passo delle Termopili


Quiz di verifica: All’Italia

Otto domande per controllare se avete fissato i punti essenziali. Rispondete senza guardare il testo, poi aprite le soluzioni.

  1. Che posto occupa All’Italia nei Canti?

    A) Apre la raccolta   B) La chiude   C) È al centro

  2. Quando e dove la scrive Leopardi?

    A) A Recanati nel 1818   B) A Napoli nel 1836   C) A Firenze nel 1831

  3. Con quale canzone viene stampata a Roma?

    A) A Silvia   B) Sopra il monumento di Dante   C) Il passero solitario

  4. Come appare l’Italia nella prima parte?

    A) Come una madre serena   B) Come una donna ferita e in catene   C) Come una regina trionfante

  5. Perché muoiono i figli d’Italia?

    A) Combattono in guerre straniere   B) In una rivolta   C) Per una pestilenza

  6. A quale battaglia antica torna la fantasia del poeta?

    A) Maratona   B) Le Termopili   C) Canne

  7. Quale poeta greco canta i caduti?

    A) Omero   B) Pindaro   C) Simonide

  8. Di che tipo di canzone si tratta?

    A) Una canzone civile   B) Una canzone d’amore   C) Un idillio

Soluzioni del quiz
  1. A) Apre la raccolta. È il primo dei Canti.
  2. A) A Recanati nel 1818. Ha vent’anni.
  3. B) Sopra il monumento di Dante. Le due canzoni escono insieme, con dedica a Monti.
  4. B) Come una donna ferita e in catene. Siede a terra e piange.
  5. A) Combattono in guerre straniere. Pugnano «per altra terra».
  6. B) Le Termopili. Le «tessaliche strette».
  7. C) Simonide. Sale sul colle di Antela con la lira.
  8. A) Una canzone civile. È poesia patriottica.

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L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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