Meschino · Pronuncia: /mesˈkiːno/ · Sillabazione: me-schì-no
Meschino significa gretto, piccolo d’animo, incapace di generosità: è meschino chi si vendica per una sciocchezza, chi conta ogni favore fatto, chi gode del passo falso altrui. In un senso più antico, che sopravvive ancora oggi, vuol dire anche povero, misero, di poco valore, come in «una paga meschina» o «una figura meschina».
Che cosa vuol dire, in breve
Nell’italiano di oggi la parola lavora quasi sempre sul piano morale. Se dico che un collega ha avuto un comportamento meschino, non sto parlando del suo conto in banca: sto dicendo che ha agito per un interesse piccolo, magari alle spalle di qualcuno. C’è però anche il significato materiale, legato alla scarsità: una casa meschina è una casa povera e spoglia, un risultato meschino è un risultato deludente, molto al di sotto delle attese. Il contesto di solito toglie ogni dubbio.
Una persona meschina: com’è fatta
Quando si parla di una persona meschina si pensa a qualcuno che ragiona in piccolo. Non è per forza cattivo in senso grave; è piuttosto uno che non sa guardare oltre il proprio tornaconto. Tiene il conto dei torti, sminuisce i successi degli altri, cerca la rivalsa anche quando non serve a nulla. Pensate a chi, dopo una lite, racconta in giro un segreto che gli era stato affidato: è il tipico gesto meschino, più che crudele, sottile e un po’ vigliacco.
Il sostantivo che indica questa qualità è meschinità («la meschinità di certe ripicche»), mentre l’avverbio è meschinamente. Il femminile è meschina, il plurale meschini e meschine.
Sinonimi e contrari di meschino
I sinonimi cambiano a seconda del senso. Per il significato morale i più vicini sono gretto, piccino, ristretto, ignobile, vile; se la piccolezza riguarda il denaro si va verso taccagno o avaro. Per il senso materiale funzionano meglio misero, scarso, modesto, insufficiente. Attenzione alle sfumature: gretto insiste sulla chiusura mentale, vile sulla mancanza di coraggio, meschino tiene insieme un po’ di tutte e due le cose.
Tra i contrari, i più naturali sono generoso, magnanimo (letteralmente «di animo grande», l’opposto esatto), nobile e liberale.
Etimologia: dall’arabo miskīn
La parola viene dall’arabo miskīn, «povero, bisognoso», entrato nelle lingue romanze durante il Medioevo, nei secoli dei contatti nel Mediterraneo. Lo stesso prestito ha dato lo spagnolo mezquino, il portoghese mesquinho e il francese mesquin, che oggi hanno più o meno lo stesso valore spregiativo dell’italiano.
All’inizio, dunque, il meschino era semplicemente un povero, uno sventurato, e in italiano antico poteva indicare anche un servo. Dante lo usa proprio così nel canto IX dell’Inferno, quando Virgilio riconosce le Furie: «E quei, che ben conobbe le meschine / de la regina de l’etterno pianto» (vv. 43-44). Le «meschine» sono le ancelle di Proserpina, la regina dell’oltretomba. Allo stesso filone appartiene il titolo del Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, romanzo cavalleresco dei primi del Quattrocento: il protagonista è un ragazzo sventurato, venduto come schiavo, che non sa chi siano i suoi genitori.
Il passaggio dal senso sociale a quello morale è avvenuto lentamente, e non è un caso isolato: anche misero e miserabile hanno fatto lo stesso percorso, dalla povertà materiale alla povertà d’animo.
Esempi d’uso
Qualche frase per sentire come suona la parola nei due significati:
- «È stato meschino a ricordarle quel vecchio errore davanti a tutti.»
- «Non fare il meschino: dividi la vincita con chi ti ha aiutato.»
- «Dopo tanti anni di lavoro, una liquidazione così è davvero meschina.»
- «Davanti al suo coraggio abbiamo fatto una figura meschina.»
Un consiglio da insegnante: nei temi, meschino è un aggettivo forte, e funziona meglio se riferito a un gesto preciso che a una persona intera. «Una vendetta meschina» dice molto; «è un meschino», senza altro, rischia di suonare come un insulto generico.
Se vi interessano le parole che hanno cambiato significato nel tempo, nella sezione Parola del giorno ne trovate molte altre. Per il passo dantesco citato, potete partire dalla guida all’Inferno; per la lingua della poesia antica è utile anche la scheda su Dante Alighieri.
Comportamento meschino: come riconoscerlo (e descriverlo)
Alla voce «comportamento meschino» i dizionari rimandano all’aggettivo, ma a scuola serve qualcosa di più operativo. Un comportamento è meschino quando il movente è piccolo rispetto alla posta in gioco: si tradisce una fiducia per una soddisfazione momentanea, si sminuisce un compagno per sentirsi superiori, si rifiuta un favore minimo per principio di ripicca. Non è necessariamente un reato; è una mancanza di misura.
Nei temi e nelle analisi del personaggio conviene partire dal gesto, non dall’etichetta. Dire «Don Abbondio è meschino» è troppo secco e un po’ scorretto: meglio osservare che, di fronte a una minaccia, sceglie la via più comoda e lascia Renzo e Lucia senza protezione. Il giudizio morale nasce dal concreto. Stesso metodo con un personaggio novecentesco: se qualcuno mente per invidia, dite che cosa mente e a chi fa danno.
Una frase da tenere a mente: la meschinità si misura sul contrasto tra ciò che si poteva fare e ciò che si è scelto di fare. Se il contrasto è piccolo, parlate di debolezza; se è netto e volontario, allora sì, di meschinità.
Meschino nei testi: tre usi da ricordare
Oltre al Dante delle «meschine» e al Guerrin Meschino, la parola torna spesso nella prosa ottocentesca con il senso di «misero, di poco conto». Manzoni, nei Promessi sposi, parla di «meschini» nel senso sociale di gente povera o di poca autorità, non sempre di gente moralmente gretta. Attenzione, quindi, al contesto storico: fino all’Ottocento i due valori convivono.
In poesia lirica moderna «meschino» è quasi sempre spregiativo. Se lo incontrate in un testo d’esame, chiedetevi subito: povertà materiale o piccolezza d’animo? La risposta cambia l’interpretazione del passo.
Per ripassare le figure del romanzo manzoniano partite dal riassunto dei Promessi sposi; per Dante, dalla scheda su Dante.
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