Ludovico Ariosto (Reggio Emilia 1474 - Ferrara 1533) è il poeta dell’Orlando furioso, il grande poema cavalleresco del Rinascimento. Accanto al Furioso, le sue opere principali sono le sette Satire, le commedie (La Cassaria, I Suppositi, Il Negromante, La Lena) e le Rime. Passò quasi tutta la vita al servizio degli Este di Ferrara, e non ne fu mai del tutto contento: avrebbe voluto soltanto stare a casa a scrivere.
Le opere di Ariosto in ordine
- Carmina, poesie latine degli anni giovanili (dal 1494 circa)
- La Cassaria (1508) e I Suppositi (1509), le prime commedie, rappresentate alla corte di Ferrara
- Orlando furioso: prima edizione nel 1516 (40 canti), seconda nel 1521, terza e definitiva nel 1532 (46 canti)
- Satire, sette componimenti in terzine scritti tra il 1517 e il 1525, stampati dopo la morte (1534)
- Il Negromante (1520) e La Lena (1528); Gli studenti resta incompiuta. Tutte nella scheda sulle commedie
- Rime, liriche in volgare composte lungo tutta la vita
- Cinque canti, un possibile seguito del Furioso, pubblicati postumi nel 1545
Una vita alla corte estense
Gli studi e la famiglia
Ariosto nasce a Reggio Emilia l’8 settembre 1474, primo di dieci figli di Niccolò, capitano della cittadella al servizio degli Este. Da ragazzo si trasferisce a Ferrara. Il padre lo vuole giurista e lui studia legge per cinque anni, controvoglia, finché non ottiene di dedicarsi alle lettere. Nel 1500 il padre muore e Ludovico, come primogenito, deve occuparsi dei fratelli e delle sorelle: da quel momento il problema del denaro e di un impiego sicuro non lo lascerà più.
Al servizio del cardinale Ippolito
Nel 1503 entra al servizio del cardinale Ippolito d’Este, fratello del duca Alfonso I. Non fa il poeta di corte, fa il funzionario: viaggi, ambascerie, missioni delicate, anche presso papa Giulio II. Intanto lavora al poema, che esce nel 1516 dedicato proprio a Ippolito. Il cardinale, a quanto si racconta, non ne fu impressionato. Quando nel 1517 Ippolito parte per l’Ungheria, Ariosto si rifiuta di seguirlo e perde il posto. Di questa scelta parla nella prima satira, con un tono tra il risentito e il sollevato.
Il duca Alfonso e la Garfagnana
Nel 1518 passa al servizio del duca Alfonso I. Tra il 1522 e il 1525 è commissario ducale in Garfagnana, una terra di montagna contesa e infestata dai banditi. Ci va per necessità e ci soffre: le lettere di quegli anni raccontano un uomo onesto e scrupoloso, che si sente fuori posto. Tornato a Ferrara, si stabilisce in una casa modesta in contrada Mirasole, sulla cui facciata fa scrivere un distico latino diventato famoso: «parva sed apta mihi», piccola ma adatta a me. Sposa in segreto Alessandra Benucci, la donna amata da anni, e si dedica alla revisione del poema. Muore a Ferrara il 6 luglio 1533.
L’Orlando furioso
Il poema riprende la storia lasciata a metà da Matteo Maria Boiardo nell’Orlando innamorato. Lo sfondo è la guerra tra i cristiani di Carlo Magno e i saraceni di Agramante, ma il vero motore è il desiderio: tutti inseguono qualcosa, una donna, un cavallo, una spada, e quasi nessuno lo ottiene. Già l’attacco dice che l’orizzonte è largo e mescolato:
«Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto»
I fili principali sono tre. C’è Orlando, il paladino più forte, che si innamora di Angelica e impazzisce quando scopre che lei ha sposato il fante saraceno Medoro: è il canto XXIII, uno dei più letti a scuola. C’è la guerra tra le due religioni, che si chiude con la vittoria cristiana. E c’è l’amore tra Ruggiero e Bradamante, da cui secondo la finzione del poema nascerà la casa d’Este. A metà tra comico e meraviglioso, Astolfo vola sulla Luna in groppa all’ippogrifo per recuperare il senno di Orlando, chiuso in un’ampolla. La follia del paladino è raccontata nel dettaglio nella pagina sulla pazzia di Orlando, e la guida generale è in Orlando furioso.
Le tre edizioni non sono semplici ristampe. Per quella del 1532 Ariosto rivede la lingua sul modello fiorentino proposto da Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525) e aggiunge sei canti con nuovi episodi, come quello di Olimpia. Il lavoro sulla forma lo occupa fino agli ultimi mesi di vita.
L’ironia e l’ottava
Il Furioso è scritto in ottave, la strofa dei cantari cavallereschi, ma Ariosto la rende elastica e leggerissima. Il narratore è sempre presente: commenta, sorride dei suoi personaggi, interrompe una storia sul più bello per riprenderne un’altra, una tecnica che i critici chiamano entrelacement. Un esempio celebre di ironia viene dal primo canto, quando Rinaldo e Ferraù, nemici e rivali in amore, smettono di combattere e montano sullo stesso cavallo per inseguire Angelica:
«Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui! / Eran rivali, eran di fé diversi»
L’esclamazione sembra un elogio della cavalleria; in realtà sorride di due uomini che si sono messi d’accordo solo perché inseguono la stessa donna. Questa distanza affettuosa dal mondo che racconta è il tratto più moderno di Ariosto. Per vedere come funziona il narratore su un testo, c’è l’esercitazione sul canto I.
Le Satire, le commedie, le Rime
Le Satire sono lettere in versi indirizzate a parenti e amici. Ariosto ci parla della vita di corte, della fatica di servire, dell’ambizione degli altri e del suo desiderio di una vita tranquilla. È il punto in cui lo conosciamo meglio come uomo, ed è anche un modello per la satira italiana successiva.
Le commedie sono tra le prime commedie regolari in volgare, costruite sul modello di Plauto e Terenzio ma ambientate in città contemporanee, con servi astuti, giovani innamorati e vecchi avari. Le prime due erano in prosa; più tardi Ariosto le riscrisse in versi. Le Rime, infine, seguono la tradizione petrarchesca con meno originalità, ma con la stessa cura formale.
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori
Il poema comincia con un verso che è un programma: «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto». In una sola ottava Ariosto annuncia la materia: le storie dei cavalieri di Carlo Magno, la guerra contro i saraceni, ma anche e soprattutto gli amori, le avventure, le meraviglie. Il Furioso riprende la storia dove l’aveva lasciata Matteo Maria Boiardo nell’Orlando innamorato, rimasto incompiuto: Orlando, il più grande dei paladini, è innamorato di Angelica, principessa del Catai, che fugge da tutti.
La struttura è quella dell’«entrelacement»: molte storie si intrecciano, si interrompono e riprendono, spesso sul più bello. Ariosto lascia un personaggio in pericolo alla fine di un canto e passa a un altro, con un gusto quasi da romanzo a puntate. Il lettore viene trascinato da una vicenda all’altra, come i cavalieri che inseguono continuamente qualcosa che sfugge.
La follia di Orlando
Il titolo dice il tema centrale. Nel canto XXIII Orlando arriva in un bosco e trova incisi sui tronchi degli alberi i nomi di Angelica e Medoro, un umile fante saraceno che lei ha curato e sposato. All’inizio non vuole crederci, cerca spiegazioni; poi un pastore gli racconta tutto e gli mostra il bracciale che Angelica gli ha lasciato in dono. Orlando impazzisce. Si strappa l’armatura, sradica gli alberi, devasta la campagna, uccide pastori e animali. Il più grande cavaliere della cristianità diventa una bestia.
È una scena terribile e insieme comica, e qui sta il segreto di Ariosto. La follia d’amore, che nella tradizione cortese era una nobile sofferenza, diventa una perdita totale della ragione. Nessuno ne è immune, nemmeno l’eroe più forte.
Astolfo sulla luna
Per guarire Orlando serve il suo senno, e il senno è finito sulla luna. Nel canto XXXIV il paladino inglese Astolfo vola fin lassù sull’ippogrifo, accompagnato da san Giovanni evangelista. Sulla luna c’è un vallone dove si raccoglie tutto ciò che sulla terra si perde: le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo sprecato nel gioco, i progetti mai realizzati, la fama dei potenti, i doni fatti ai signori per ottenere favori. E il senno degli uomini, conservato in ampolle, ognuna con il nome del proprietario. Astolfo trova quella di Orlando, la più grande, e scopre con sorpresa che anche lui ha perso una parte del suo.
L’episodio è uno dei più amati del poema, ed è un esempio perfetto dell’ironia ariostesca. Sotto la fantasia c’è una satira della società: le cortigianerie, le vanità, la follia di tutti, anche di chi si crede savio. Il poema ebbe tre edizioni, nel 1516, nel 1521 e nel 1532, l’ultima ampliata a quarantasei canti e rivista nella lingua secondo il modello toscano proposto da Bembo.
Per la verifica
Una risposta completa su Ariosto tocca quattro punti: la vita al servizio degli Este, con l’episodio del rifiuto di seguire Ippolito; le tre edizioni del Furioso con le date; i tre fili della trama e la follia di Orlando; l’ironia del narratore, con un esempio. Se vi chiedono un confronto, quello con Torquato Tasso è quasi obbligato: dove Ariosto moltiplica le storie e sorride, Tasso cerca un’azione sola, seria e cristiana. E chi ha fretta trova un ripasso veloce in Ariosto in 3 minuti.
Collegamenti per lo studio
Avete un fratello più piccolo o state cercando una versione più leggera? C’è anche Ariosto spiegato ai ragazzi, con le curiosità sull’ippogrifo e su Astolfo sulla luna.