Niccolò Machiavelli: biografia e opere principali

Niccolò Machiavelli: biografia essenziale e opere principali per orientarsi nello studio della letteratura italiana.

Antonio Garofano Antonio Garofano 9 min di lettura

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Opere collegate

Niccolò Machiavelli (1469-1527) è stato un politico, storico e scrittore fiorentino, fondatore della scienza politica moderna: la sua opera più famosa è Il Principe, accanto ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, all’Arte della guerra, alle Istorie fiorentine e alla commedia La Mandragola. In una lettera all’amico Vettori del 1513 racconta come, la sera, smessi gli abiti da contadino, entrasse nello studio a dialogare con gli antichi, «mi pasco di quel cibo, che solum è mio»: è da quelle sere che nasce il Principe.

Il segretario fiorentino

Formazione e carriera nella Repubblica

Nacque a Firenze il 3 maggio 1469 in una famiglia di antica tradizione ma di modeste risorse. Ricevette una formazione umanistica e lesse i classici latini, in particolare gli storici. Nel 1498, dopo la caduta di Savonarola, fu nominato segretario della Seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina e poi dei Dieci di Balia, l’organo che si occupava di guerra e politica estera.

Le missioni diplomatiche

Per quattordici anni svolse missioni presso il re di Francia, l’imperatore, il papa e presso Cesare Borgia, detto il Valentino, che osservò da vicino negli anni 1502-1503. Da queste esperienze nacquero relazioni e scritti in cui già si vede il suo metodo: osservare i fatti e ricavarne regole generali. Sostenne la creazione di una milizia cittadina, per non dipendere dalle truppe mercenarie.

La caduta e l’esilio all’Albergaccio

Nel 1512, con il ritorno dei Medici, la Repubblica cadde e Machiavelli fu allontanato da ogni incarico. Nel 1513, sospettato di aver partecipato a una congiura, fu imprigionato e torturato, poi liberato. Si ritirò nel podere dell’Albergaccio a Sant’Andrea in Percussina, vicino a San Casciano. In una celebre lettera all’amico Francesco Vettori (10 dicembre 1513) racconta le sue giornate e la composizione di un «opuscolo» sui principati: è Il Principe.

Gli ultimi anni

Frequentò gli Orti Oricellari, cenacolo di intellettuali fiorentini, e riottenne a poco a poco la fiducia dei Medici, che gli commissionarono le Istorie fiorentine. Nel 1527, quando i Medici furono di nuovo cacciati, la nuova Repubblica lo guardò con sospetto. Morì a Firenze il 21 giugno 1527.

Conviene soffermarsi su quegli anni di esilio, perché spiegano tutto il resto. Machiavelli non era un filosofo chiuso in biblioteca: era un funzionario che aveva passato quattordici anni a scrivere rapporti, a trattare con re e condottieri, a organizzare la milizia fiorentina. Perdere tutto, nel 1512, fu per lui un trauma, e la prigionia del 1513, con i tratti di corda della tortura, lo segnò. Nella lettera a Vettori del 10 dicembre di quell’anno descrive le sue giornate all’Albergaccio con un’ironia amara: la mattina nel bosco a sorvegliare i tagliaboschi, poi all’osteria a giocare a carte con l’oste, il mugnaio e il fornaio, litigando per pochi soldi; la sera, invece, si spoglia della veste di tutti i giorni, piena di fango, si mette «panni reali e curiali» ed entra nelle antiche corti degli antichi uomini, dove non prova noia, non teme la povertà, non lo sbigottisce la morte. Da quei colloqui con gli storici antichi nasce il Principe. L’esilio, insomma, trasforma un tecnico della politica in uno scrittore.

Il Principe e il resto

Il Principe

Trattato in ventisei capitoli, dedicato a Lorenzo de’ Medici duca di Urbino e pubblicato postumo nel 1532. Analizza i tipi di principato, il modo di conquistarli e mantenerli, le milizie, le qualità del principe e il rapporto tra virtù e fortuna; si chiude con l’esortazione a liberare l’Italia dai «barbari». Scheda su Il Principe.

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio

Commento ai primi dieci libri della storia di Roma di Livio, in cui Machiavelli riflette sulle repubbliche: la libertà, i conflitti tra plebe e senato come fonte di buone leggi, la religione come strumento di coesione civile. Scheda sui Discorsi.

Del Principe parleremo a lungo; ma non dimenticate gli altri libri. I Discorsi, scritti tra il 1513 e il 1519 commentando lo storico latino Tito Livio, mostrano un Machiavelli repubblicano, convinto che la libertà di Roma fosse nata proprio dai conflitti tra patrizi e plebei: un’idea scandalosa per chi considerava la discordia un male. La Mandragola, una commedia scritta forse nel 1518, racconta come il giovane Callimaco riesca a entrare nel letto della bella Lucrezia con la complicità del marito sciocco, della madre e di un frate corrotto: è il Principe trasferito in camera da letto, con lo stesso sguardo lucido sugli uomini.

Mandragola, Arte della guerra, Istorie fiorentine

La Mandragola è una commedia in cui il giovane Callimaco, con l’aiuto del parassita Ligurio e di un frate corrotto, riesce a conquistare Lucrezia, moglie dello sciocco messer Nicia: una satira amara della società fiorentina. Dell’arte della guerra (1521), in forma di dialogo, è l’unica opera politica pubblicata mentre l’autore era in vita. Le Istorie fiorentine ricostruiscono la storia di Firenze fino alla morte di Lorenzo il Magnifico (1492).

Virtù, fortuna, verità effettuale

Il capitolo XV del Principe contiene la frase che ogni studente dovrebbe saper citare. Machiavelli dice che, poiché vuole scrivere qualcosa di utile, gli è parso più conveniente «andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa». Molti, aggiunge, si sono immaginati repubbliche e principati che nessuno ha mai visto; ma c’è tanta distanza tra come si vive e come si dovrebbe vivere che chi trascura ciò che si fa per ciò che si dovrebbe fare impara a rovinarsi più che a salvarsi. È la nascita della scienza politica moderna: la politica va studiata com’è, non come vorremmo che fosse.

Da qui viene l’idea che la politica abbia regole proprie, diverse da quelle della morale privata. Un principe, scrive Machiavelli, deve imparare a poter essere non buono, e usare questa capacità secondo la necessità. Non è un elogio della malvagità: è la constatazione che chi governa risponde della sopravvivenza dello Stato, e che a volte una crudeltà ben usata, rapida e necessaria, evita mali maggiori. Il celebre capitolo XVIII lo dice con un’immagine animale: il principe deve essere volpe per riconoscere le trappole e leone per spaventare i lupi.

Le due parole chiave del suo pensiero sono virtù e fortuna. La virtù non è la virtù cristiana, ma l’energia, l’intelligenza, la capacità di decidere e di adattarsi ai tempi. La fortuna è l’insieme delle circostanze che non dipendono da noi. Nel capitolo XXV Machiavelli prova a misurarle: la fortuna è arbitra della metà delle nostre azioni, ma l’altra metà, o quasi, la lascia governare a noi. La paragona a un fiume in piena, che quando straripa distrugge tutto; ma nei tempi quieti gli uomini possono costruire argini e dighe. La lezione è attivissima: non serve lamentarsi della sorte, bisogna prepararsi. E siccome i tempi cambiano, chi vuole riuscire deve saper cambiare con loro, cosa che quasi nessuno sa fare. Il modello concreto di questa virtù, con i suoi limiti, è Cesare Borgia, il Valentino, che Machiavelli aveva conosciuto di persona e che fallì per un colpo di sfortuna, ammalandosi proprio quando moriva il padre, papa Alessandro VI. Approfondite nella scheda sul Principe.

Machiavelli e il machiavellismo

Oggi «machiavellico» significa cinico, astuto, senza scrupoli. È una parola che dice molto della fortuna di Machiavelli, e quasi niente del suo pensiero. La frase «il fine giustifica i mezzi», che gli viene attribuita da secoli, nelle sue opere non c’è. Come si è arrivati a questo equivoco?

La storia comincia presto. Nel 1559 tutte le opere di Machiavelli finiscono nell’Indice dei libri proibiti, e per la Chiesa della Controriforma il suo nome diventa sinonimo di empietà. Nel 1576 l’ugonotto francese Innocent Gentillet pubblica un Anti-Machiavel in cui lo accusa di aver ispirato la strage di San Bartolomeo; nei teatri elisabettiani inglesi compare il personaggio del «Machiavel», il cattivo che complotta. Nel 1589 il gesuita Giovanni Botero scrive Della ragion di Stato, cercando di salvare la politica efficace senza rinunciare alla morale cattolica. Ancora nel 1740 il futuro re di Prussia Federico II firma un Anti-Machiavel, pubblicato a cura di Voltaire, salvo poi governare in modo molto machiavelliano.

Altri hanno letto Machiavelli in modo opposto. Per Rousseau il Principe era un libro dei repubblicani, perché fingendo di consigliare i tiranni ne mostrava i metodi ai popoli. Foscolo, nei Sepolcri, lo ricorda così: colui che, «temprando lo scettro a’ regnatori, / gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue». Nel Risorgimento l’ultimo capitolo, l’esortazione a liberare l’Italia dai barbari, ne fece un profeta dell’unità nazionale. Francesco De Sanctis lo considerò il fondatore del pensiero moderno; Benedetto Croce parlò di autonomia della politica dalla morale; Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, immaginò il partito politico come un «moderno Principe». Nessuno di questi Machiavelli è falso, ma nessuno è completo. Per un confronto con il suo contemporaneo più vicino vedete Guicciardini e Machiavelli.

Domande frequenti

Qual è l’opera più importante di Machiavelli?

Il Principe, scritto nel 1513 durante l’esilio all’Albergaccio e pubblicato nel 1532, è l’opera più letta e studiata; per capire il suo pensiero sulle repubbliche servono però anche i Discorsi.

Perché Machiavelli scrive Il Principe?

Allontanato dalla politica dopo il ritorno dei Medici, vuole mettere a frutto la sua esperienza di diplomatico e ottenere di nuovo un incarico; al tempo stesso spera in un principe capace di dare stabilità all’Italia divisa e invasa dagli eserciti stranieri.

Che differenza c’è tra virtù e fortuna?

La fortuna è l’insieme delle circostanze che l’uomo non controlla; la virtù è la capacità di prevederle e di adattarsi ai tempi. Il principe virtuoso sa cogliere l’occasione e prepararsi alle difficoltà.

Per l’interrogazione

  • Collega biografia e opere: carriera nella Repubblica (1498-1512), esilio, composizione del Principe (1513).
  • Spiega virtù, fortuna e verità effettuale con un esempio tratto dal testo.
  • Confronta Principe e Discorsi: principato e repubblica.
  • Colloca Machiavelli nel contesto delle guerre d’Italia: vedi Rinascimento, corti e politica.

Il contesto delle guerre d’Italia è nella pagina sul Quattrocento e Cinquecento; gli altri argomenti nell’indice del Quattrocento e del Cinquecento.

Opere principali di Niccolò Machiavelli

Consulta le schede di analisi e studio delle opere disponibili nel catalogo.

Machiavelli: mappa per lo studio

Profilo: segretario della Repubblica fiorentina e osservatore delle guerre d’Italia, Machiavelli non è soltanto l’autore di un manuale sul potere: riflette sulle forme dello Stato, sulle istituzioni e sui rapporti fra esperienza storica e azione politica.

Opere e domande chiave

  • Il Principe (1513, pubblicato nel 1532): come si fonda e si mantiene un principato? Ricorda la distinzione fra virtù e fortuna, la centralità delle armi proprie e la ricerca della “verità effettuale”.
  • Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio: riflessione sulla repubblica, sulle leggi e sulla libertà civile, costruita anche attraverso gli esempi della storia romana.
  • Mandragola: commedia che mostra la sua abilità teatrale e satirica, accanto alla produzione politica e storica.

Da non semplificare

La formula “il fine giustifica i mezzi” non è una citazione di Machiavelli. Per l’interrogazione è più corretto spiegare che egli studia la politica a partire dalle condizioni concrete, dal consenso, dalle leggi e dalla sicurezza dello Stato.

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