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Dati essenziali
- Autore: Ludovico Ariosto (1474-1533).
- Genere: satira in forma di epistola in versi.
- Metro: terzine di endecasillabi a rima incatenata.
- Composizione: 1517-1525 circa.
- Pubblicazione: postuma, 1534.
- Modello: le Satire e le Epistole di Orazio.
Attenzione: le edizioni antiche e quelle moderne ordinano le satire in modo diverso. Qui si segue l’ordine cronologico adottato dalle edizioni critiche moderne; in un’antologia controlla sempre il destinatario, che è il riferimento più sicuro.
Riassunto delle Satire
Sono sette componimenti in terza rima, scritti tra il 1517 e il 1525 e indirizzati a parenti e amici. Il modello è Orazio: la satira come lettera in versi, che parte da un fatto personale e arriva a una riflessione morale, con molta ironia su se stessi.
La prima nasce da un rifiuto. Nel 1517 il cardinale Ippolito d’Este parte per l’Ungheria e Ariosto non lo segue: spiega che preferisce la sua Ferrara, il suo cibo, i suoi studi, e che il servizio presso il cardinale gli ha dato poco in cambio di molto. Da qui il filo che lega tutte le satire: il prezzo della vita di corte e il desiderio di una libertà modesta. Altre lettere parlano di un viaggio a Roma in cerca di benefici, della scelta di prendere moglie, delle difficoltà del governo della Garfagnana (dove Ariosto fu commissario dal 1522 al 1525, tra banditi e liti di paese), dell’educazione del figlio Virginio, per cui chiede a Pietro Bembo un buon maestro di greco, e infine del rifiuto di un incarico di ambasciatore presso il papa.
Leggerle accanto al Furioso aiuta: la stessa ironia sulle illusioni umane, qui applicata alla vita dell’autore.
Le sette satire
- I, ad Alessandro Ariosto e Ludovico da Bagno (1517): il poeta spiega perché si è rifiutato di seguire il cardinale Ippolito d’Este in Ungheria. Si apre con una domanda ai due amici: «Io desidero intendere da voi, / Alessandro fratel, compar mio Bagno», se a corte ci si ricordi ancora di lui. Ariosto rivendica il diritto a restare a Ferrara, fra i suoi studi e i suoi affetti, anche a costo di perdere il favore del signore.
- II, al fratello Galasso: in vista di un viaggio a Roma, chiede al fratello di trovargli un alloggio tranquillo, e intanto descrive con ironia l’avidità e gli intrighi della corte papale.
- III, al cugino Annibale Malaguzzi: racconta come si trova al servizio del duca Alfonso. Contiene il celebre apologo degli uomini che salgono su un monte credendo di poter toccare la luna: il monte è la ruota della Fortuna, e chi vi sale per ambizione non trova la felicità sperata.
- IV, a Sigismondo Malaguzzi (1523): scritta da Castelnuovo di Garfagnana, dove Ariosto era governatore per conto del duca. Descrive la fatica di amministrare una terra aspra, piena di banditi e di liti, e la nostalgia di Ferrara.
- V, ad Annibale Malaguzzi: sul matrimonio. Il cugino sta per sposarsi, e Ariosto gli dà consigli sulla scelta della moglie, con toni ora seri ora comici.
- VI, a Pietro Bembo: chiede aiuto per trovare un maestro di greco al figlio Virginio, e intanto traccia un ritratto pungente dei vizi degli umanisti.
- VII, a Bonaventura Pistofilo: rifiuta l’incarico di ambasciatore presso papa Clemente VII. Vi si trova l’apologo della zucca che cresce in pochi giorni fino a superare il pero vicino, ma è destinata a seccare presto: immagine della fortuna rapida e fragile di chi sale troppo in alto.
Il personaggio che dice “io”
Nelle Satire Ariosto costruisce un ritratto di sé coerente: un uomo che ama la quiete, la casa, gli studi, la compagnia di pochi amici, e che preferisce una vita modesta ma libera all’ambizione della carriera. Non è un eroe e non vuole esserlo. Questo “io” è in parte una costruzione letteraria, sul modello di Orazio, ma è fondato su esperienze reali e documentabili: il rifiuto del viaggio in Ungheria, il governo della Garfagnana, le trattative con i duchi.
Temi
- Libertà e servitù cortigiana: il contrasto fra dipendenza dal signore e desiderio di autonomia.
- Critica dell’ambizione: gli apologhi della luna e della zucca mostrano la vanità della corsa al successo.
- Vita privata: la casa, la famiglia, il figlio, il matrimonio.
- Satira dei costumi: la corte papale, gli umanisti, il clero.
Stile
La terzina, metro di Dante, qui perde ogni solennità e diventa il veicolo di una conversazione familiare. Il tono è colloquiale, ironico, pieno di aneddoti, proverbi, battute. Ariosto mescola riflessione morale e racconto quotidiano, e usa gli apologhi, brevi racconti con morale, come strumenti di persuasione. È la stessa ironia sorridente del Furioso, applicata alla propria vita.
Contesto
Ariosto servì prima il cardinale Ippolito d’Este e poi il duca Alfonso I. Il rapporto con i signori fu sempre ambivalente: la corte gli garantiva sostentamento e prestigio, ma gli imponeva incarichi, viaggi, missioni diplomatiche che lo distoglievano dalla poesia. Le Satire sono la testimonianza più diretta di questa tensione, tipica della condizione dell’intellettuale nel Rinascimento. Per il quadro generale: Rinascimento: corti, politica e poema cavalleresco.
Il modello di Orazio
Orazio, nelle sue Satire ed Epistole, aveva creato un modello di poesia conversativa e morale, centrata sull’elogio della misura e della vita appartata. Ariosto lo riprende consapevolmente: come Orazio lodava il suo podere in Sabina, Ariosto loda la casa di Ferrara; come Orazio usava favole e aneddoti, Ariosto inventa i suoi apologhi. Ma la materia è tutta moderna, legata alla corte estense e alla Roma dei papi medicei.
Domande frequenti
Quante sono le Satire di Ariosto?
Sono sette, in terzine, scritte fra il 1517 e il 1525.
Perché Ariosto non volle andare in Ungheria?
Per non lasciare Ferrara, i suoi studi e i suoi affetti; lo spiega nella satira indirizzata al fratello Alessandro e a Ludovico da Bagno, rivendicando la propria libertà.
Che cos’è l’apologo della zucca?
Un breve racconto della satira a Pistofilo: una zucca cresce rapidamente fino a superare un pero, ma secca subito. Rappresenta la fortuna improvvisa e fragile.
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