I Greci non hanno inventato il ricordo del passato: lo avevano già le cronache dei re assiri, le liste egizie, i racconti biblici. Hanno però inventato un modo particolare di raccontarlo, in prosa, firmato da un autore che dice “io”, che spiega come ha raccolto le informazioni, che confronta versioni diverse e cerca le cause degli eventi. La parola stessa, historíē, nella lingua ionica di Erodoto vuol dire “ricerca”, “indagine”. La storia della storiografia greca segue questo genere dalla nascita, nel VI-V secolo a.C., fino agli storici di lingua greca dell’impero romano.
L’esame si trova nei corsi di Lettere classiche, Storia e Scienze dell’antichità, e vale di solito tra 6 e 12 crediti. Il programma comprende in genere un manuale, una scelta di passi degli storici (in traduzione o, nei corsi di filologia, in greco) e un tema monografico: un libro di Erodoto o di Tucidide, gli storici frammentari, Polibio. All’orale ti chiedono di collocare autori e opere, di spiegare i problemi di metodo e di commentare un passo.
| Esame | Storia della storiografia greca |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere classiche, Storia, Filologia e Scienze dell’antichità |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | STAN-01/A (ex L-ANT/02, Storia greca) |
| Prova | orale, con lettura e commento di passi in traduzione o in greco |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
L’ordine è cronologico, perché ogni storico greco scrive sapendo che cosa hanno fatto i predecessori, e spesso polemizzando con loro. Tucidide corregge Erodoto senza nominarlo, Polibio attacca Timeo per pagine intere, Luciano ironizza su tutti. Seguire questo dialogo è il modo migliore per capire la materia.
Per ogni autore chiediti quattro cose: che cosa racconta (l’oggetto), come raccoglie le informazioni (le fonti e il metodo), perché scrive (lo scopo dichiarato) e come scrive (lo stile, i discorsi, la struttura). Con queste domande riesci a confrontare autori lontani e a costruire risposte ordinate.
Un avvertimento: molti storici greci sono conservati solo in frammenti, citati da autori posteriori. Per questo una parte del corso riguarda il modo in cui li conosciamo, cioè la raccolta dei frammenti di Felix Jacoby. Non è un dettaglio erudito: senza questa consapevolezza rischi di dare per sicure notizie che dipendono da una citazione indiretta.
Le origini
Prima della storiografia
Prima della prosa storica ci sono l’epica e la genealogia. I poemi omerici raccontano un passato eroico, la guerra di Troia, e già contengono un’idea di memoria: le Muse sono figlie di Mnemosyne, la Memoria, e il poeta canta le “glorie degli uomini” (kléa andrôn) perché non svaniscano. Esiodo, nella Teogonia e nel Catalogo delle donne, organizza dèi ed eroi in genealogie, e nelle Opere e giorni propone il mito delle cinque età, una prima riflessione sul tempo e sul declino dell’umanità.
L’epica però parla per ispirazione divina: il poeta non spiega come conosce ciò che canta, lo sa perché glielo dicono le Muse. La storiografia nasce quando qualcuno comincia a dire: lo so perché l’ho visto, perché l’ho chiesto, perché l’ho confrontato. È il passaggio dal sapere ispirato al sapere costruito, che corrisponde, in Ionia, alla nascita della filosofia naturale.
Un altro antecedente sono le liste e le cronache locali: elenchi di magistrati, di sacerdoti, di vincitori olimpici, registri dei templi. Erano strumenti per contare il tempo, prima che esistesse una cronologia comune. Gli storici successivi li useranno come ossatura: la datazione per Olimpiadi, introdotta in modo sistematico da Timeo nel III secolo, nasce proprio dalla lista dei vincitori di Olimpia.
Ecateo e i logografi
Il primo prosatore di cui sappiamo qualcosa è Ecateo di Mileto, attivo tra la fine del VI e l’inizio del V secolo. Scrisse una Periegesi (o Periodo della terra), una descrizione del mondo conosciuto accompagnata da una carta, e delle Genealogie, in cui rielaborava i miti eroici. L’inizio delle Genealogie, tramandato in frammento, è famoso perché vi compare per la prima volta un autore che si presenta con il proprio nome e giudica le tradizioni: Ecateo dice di scrivere ciò che gli sembra vero, perché i racconti dei Greci sono molti e ridicoli. È il primo gesto critico verso il mito, anche se Ecateo lo applica in modo ingenuo, razionalizzando i racconti (per esempio riducendo le dimensioni di un mostro mitico a quelle di un serpente).
Ecateo e gli altri prosatori ionici del V secolo (Carone di Lampsaco, Xanto di Lidia, Ellanico di Lesbo) sono chiamati tradizionalmente logografi, cioè “scrittori di racconti in prosa”. La categoria è discussa: viene da una definizione antica e raggruppa autori diversi. Tieni presente almeno Ellanico di Lesbo, contemporaneo di Erodoto, autore di molte opere di genealogia, etnografia e cronologia, e di una storia dell’Attica (Atthís) che Tucidide critica per l’imprecisione cronologica.
La Ionia e l’indagine
Non è un caso che la storiografia nasca in Ionia, la stessa regione in cui nascono la filosofia di Talete, Anassimandro ed Eraclito e la medicina ippocratica. Le città ioniche, sulla costa dell’Asia Minore, erano a contatto con i regni lidio e persiano, commerciavano con l’Egitto e il Mar Nero, conoscevano popoli diversi. L’esperienza della diversità dei costumi spinge al confronto, e il confronto spinge alla critica. L’indagine (historíē) è il metodo comune a filosofi, medici e storici: osservare, chiedere, confrontare, ragionare.
Erodoto
Vita e opera
Erodoto di Alicarnasso nacque intorno al 484 a.C. in una città dorica della Caria, sotto il dominio persiano, e morì dopo il 430. Viaggiò molto: in Egitto, a Babilonia, nel Mar Nero, in Grecia; visse ad Atene, dove conobbe probabilmente Pericle e Sofocle, e partecipò alla fondazione della colonia panellenica di Turi, in Magna Grecia. Le sue Storie sono state divise dagli eruditi alessandrini in nove libri, ciascuno intitolato a una Musa.
Il proemio e lo scopo
Il proemio presenta l’opera come esposizione della ricerca di Erodoto, compiuta perché gli avvenimenti degli uomini non siano cancellati dal tempo e le grandi imprese di Greci e barbari non restino senza gloria, e in particolare per spiegare per quale causa vennero a guerra tra loro. In poche righe ci sono tre elementi: il ricordo (che riprende la funzione dell’epica), l’equilibrio tra Greci e barbari (nessuna demonizzazione dei Persiani) e la ricerca della causa (aitíē), che sarà il cuore della storiografia successiva.
La struttura
Le Storie raccontano lo scontro tra Greci e Persiani, ma ci arrivano per una strada lunga. I primi libri seguono l’espansione dell’impero persiano, da Creso di Lidia a Ciro, Cambise e Dario, e a ogni popolo conquistato Erodoto dedica una digressione etnografica: il libro II è interamente dedicato all’Egitto, il IV agli Sciti e alla Libia. Dal libro V la narrazione si concentra sulla rivolta ionica e sulle guerre persiane: Maratona (490), Termopili e Salamina (480), Platea e Micale (479).
Le digressioni non sono divagazioni: fanno parte del progetto. Erodoto vuole spiegare chi erano i popoli che si sono scontrati, e lo fa descrivendone geografia, costumi, religione, storia. È anche il primo grande etnografo.
Il metodo
Erodoto distingue tra ciò che ha visto (ópsis), ciò che ha udito (akoé) e ciò che ha ragionato (gnóme). Riferisce spesso più versioni di un fatto e dichiara di non sentirsi obbligato a crederci: il suo compito è riferire ciò che si dice, non necessariamente crederlo. Questo atteggiamento, che a volte gli è stato rimproverato come credulità, è in realtà un principio di metodo: Erodoto conserva le tradizioni e lascia al lettore il giudizio, segnalando quale versione gli sembra più probabile.
Le sue fonti sono soprattutto orali: sacerdoti egizi, informatori locali, tradizioni familiari delle grandi casate greche, oracoli. Usa anche iscrizioni e monumenti, ma raramente documenti scritti.
Le idee
Nelle Storie agisce una concezione tragica della storia. Il destino dei potenti è instabile: chi è felice oggi può cadere domani, come spiega Solone a Creso nel celebre colloquio del libro I. Gli dèi colpiscono la tracotanza (hýbris) e l’eccesso, e la sconfitta di Serse è letta anche come punizione per aver voluto aggiogare il mare, gettando un ponte di navi sull’Ellesponto. Accanto a questa visione religiosa ci sono però spiegazioni politiche molto lucide: la libertà dei Greci contro il dispotismo persiano, il ruolo di Atene, il dibattito sulle costituzioni (libro III), in cui tre nobili persiani discutono i meriti della democrazia, dell’oligarchia e della monarchia. È il primo testo di teoria politica comparata che possediamo.
Padre della storia o padre delle bugie
Cicerone, nel De legibus, lo chiama “padre della storia”, ma nello stesso passo ricorda che nelle sue opere ci sono innumerevoli favole. Già nell’antichità Erodoto fu accusato di inventare: Plutarco gli dedicò un intero opuscolo, Sulla malignità di Erodoto, rimproverandogli di aver sminuito i Beoti e i Corinzi. Gli studi moderni hanno in gran parte rivalutato la sua attendibilità, anche grazie all’archeologia e alle fonti orientali, pur riconoscendo errori e ricostruzioni dubbie. Un filone di ricerca (Detlev Fehling) ha sostenuto che molte citazioni di fonti siano finzioni letterarie; la tesi è minoritaria ma è utile conoscerla.
Tucidide
Vita e opera
Tucidide era un aristocratico ateniese, nato intorno al 460 a.C. Nel 424 fu stratego e non riuscì a impedire la caduta di Anfipoli in mano allo spartano Brasida: per questo fu esiliato per vent’anni. L’esilio gli permise, come dice egli stesso, di osservare la guerra da entrambe le parti. La sua Storia della guerra del Peloponneso racconta il conflitto tra Atene e Sparta dal 431, ma si interrompe nel 411, a metà dell’ottavo libro: la morte gli impedì di completarla.
Il metodo
Tucidide espone il suo metodo nel cosiddetto capitolo metodologico (I 20-22). Rifiuta le tradizioni accolte senza verifica e dichiara di aver scritto i fatti non secondo il primo informatore né secondo la propria opinione, ma solo dopo averli esaminati con la massima precisione, sapendo che i testimoni dello stesso evento non dicono le stesse cose, per memoria o per simpatia. Sa che l’assenza del favoloso renderà la sua opera meno piacevole all’ascolto, ma la scrive per chi vorrà conoscere con chiarezza ciò che è accaduto e ciò che, secondo la natura umana, accadrà di nuovo in modo simile. La frase finale è celebre:
κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν (Thuc. I 22, 4)
Cioè: l’opera è composta come un possesso per sempre, più che come un pezzo da competizione da ascoltare sul momento. È una presa di distanza dalle letture pubbliche e, implicitamente, da Erodoto.
I discorsi
Nella stessa sezione Tucidide spiega come ha trattato i discorsi: era difficile ricordarne le parole esatte, quelle che aveva ascoltato lui e quelle che gli erano state riferite, quindi ha fatto parlare ciascuno come gli sembrava che avrebbe dovuto parlare in quella circostanza, tenendosi il più vicino possibile al senso complessivo di ciò che era stato detto. I discorsi sono uno strumento di analisi: attraverso di essi Tucidide espone le ragioni delle parti, le strategie, le idee politiche. I più famosi sono l’epitafio di Pericle (II 35-46), elogio della democrazia ateniese, e il dialogo dei Meli (V 84-113), in cui gli Ateniesi affermano senza veli il diritto del più forte.
Cause e pretesti
Tucidide distingue tra le accuse e le occasioni immediate della guerra (le vicende di Corcira e di Potidea) e la causa più vera (alethestáte próphasis), che era la meno dichiarata: la crescita della potenza ateniese, che spaventò gli Spartani e li costrinse alla guerra (I 23). La distinzione tra causa profonda e occasione è uno dei lasciti più duraturi del suo pensiero; oggi si parla perfino di “trappola di Tucidide” nelle relazioni internazionali, per indicare il rischio di guerra tra una potenza dominante e una emergente.
La natura umana
Per Tucidide la storia è guidata dalla natura umana, non dagli dèi. Le pagine sulla peste di Atene (II 47-54) descrivono con precisione quasi medica i sintomi e il crollo morale della città; quelle sulla guerra civile di Corcira (III 82-83) mostrano come la guerra, “maestra violenta”, cambi perfino il significato delle parole. Il racconto della spedizione in Sicilia (libri VI-VII) ha una forza tragica: la tracotanza di Atene porta alla catastrofe, ma senza intervento divino.
La questione tucididea
Poiché l’opera è incompiuta, gli studiosi hanno discusso a lungo su quando Tucidide abbia scritto le varie parti: se abbia iniziato a scrivere durante la guerra e poi rielaborato, o se abbia composto tutto dopo il 404. È la cosiddetta questione tucididea, che ha avuto grande peso nella filologia tedesca dell’Ottocento e del primo Novecento. Oggi prevale un’attenzione all’unità artistica dell’opera, ma all’orale può esserti chiesto di riassumere i termini del problema.
Cosa ti chiedono all’orale (le origini, Erodoto, Tucidide)
Che cosa significa historíē? Nella lingua ionica vuol dire “ricerca”, “indagine”: è il metodo comune a storici, filosofi e medici della Ionia, fondato su osservazione, domande e confronto.
Chi erano i logografi? I prosatori ionici del VI-V secolo, come Ecateo di Mileto ed Ellanico di Lesbo, autori di genealogie, descrizioni geografiche e cronache locali. La categoria è antica ma discussa.
Come lavora Erodoto? Distingue ciò che ha visto, udito e ragionato; riferisce più versioni e dichiara di non essere obbligato a crederle; usa soprattutto fonti orali.
Perché Tucidide parla di un “possesso per sempre”? Perché vuole un’opera utile a capire anche il futuro, dato che la natura umana non cambia, e non un pezzo da ascoltare per piacere (I 22, 4).
Che cosa distingue la causa più vera della guerra dalle occasioni? Le occasioni sono le crisi di Corcira e Potidea; la causa più vera, meno dichiarata, è la paura spartana per la crescita della potenza ateniese (I 23).
Dopo Tucidide
Le continuazioni
L’incompiutezza dell’opera tucididea spinge altri storici a continuarla. Il più noto è Senofonte, le cui Elleniche riprendono il racconto dal 411, esattamente dove Tucidide si interrompe, e arrivano fino alla battaglia di Mantinea (362). Altri continuatori furono Teopompo e l’autore delle cosiddette Elleniche di Ossirinco, un’opera anonima conosciuta da frammenti di papiro trovati in Egitto all’inizio del Novecento, precisa e sobria, che molti considerano più vicina a Tucidide di quanto lo sia Senofonte. Il nome dell’autore è sconosciuto; sono state proposte varie attribuzioni (Cratippo, Teopompo, Androzione), nessuna definitiva.
Senofonte
Senofonte di Atene (circa 430-355) fu discepolo di Socrate, soldato e scrittore versatile. Partecipò alla spedizione dei Diecimila mercenari greci al servizio di Ciro il Giovane contro il fratello Artaserse, e dopo la morte di Ciro a Cunassa (401) guidò la ritirata attraverso l’Anatolia fino al Mar Nero. La racconta nell’Anabasi, in terza persona, con il celebre grido dei soldati che vedono finalmente il mare: “thálatta, thálatta”. Filospartano, visse a lungo in esilio nel Peloponneso.
Oltre alle Elleniche e all’Anabasi scrisse la Ciropedia, una biografia romanzata di Ciro il Grande come modello di sovrano, l’Agesilao, elogio del re spartano, e opere socratiche (Memorabili, Apologia, Simposio, Economico). La sua storiografia è meno rigorosa di quella di Tucidide: dà spazio agli aspetti morali e religiosi, tace o minimizza alcuni eventi (per esempio la fondazione della seconda lega navale ateniese), è influenzata dalle sue simpatie. Ma è una fonte essenziale per il IV secolo e un prosatore limpido, molto letto a scuola.
La storiografia del IV secolo
Il IV secolo vede una moltiplicazione delle forme storiografiche. Due allievi della scuola di Isocrate, secondo una tradizione antica, sono i principali storici del periodo: Eforo di Cuma, autore della prima storia universale greca, organizzata per argomenti e non per anni, in trenta libri; e Teopompo di Chio, autore delle Elleniche e delle Filippiche, una storia del mondo greco incentrata sulla figura di Filippo II di Macedonia, ricca di digressioni e di giudizi morali severi. Entrambi sono conservati in frammenti.
L’influenza di Isocrate e della retorica si vede nello stile curato, nell’attenzione all’effetto e alla funzione morale della storia. Gli studiosi moderni hanno parlato di storiografia “retorica”, distinta da quella “tragica” che si sviluppa poco dopo. Le etichette sono semplificazioni, ma servono a orientarsi.
Il IV secolo è anche il periodo della storiografia locale: gli attidografi scrivono storie dell’Attica (Androzione, Filocoro), ordinate per arconti, utili per la cronologia e la storia istituzionale ateniese. Accanto a loro si sviluppano le storie di singole città e regioni, che proseguiranno in età ellenistica.
Aristotele e la storia
Nella Poetica (capitolo 9) Aristotele afferma che la poesia è più filosofica e più seria della storia, perché la poesia dice piuttosto l’universale, la storia il particolare: la storia racconta ciò che è accaduto, per esempio ciò che fece o subì Alcibiade, la poesia ciò che potrebbe accadere secondo verosimiglianza o necessità. Il giudizio non è una condanna, ma mostra che per la filosofia del IV secolo la storia è conoscenza del contingente. Aristotele e la sua scuola raccolgono però materiali storici imponenti: la Costituzione degli Ateniesi, ritrovata su papiro alla fine dell’Ottocento, faceva parte di una raccolta di 158 costituzioni di città greche, e Aristotele compilò con Callistene la lista dei vincitori dei giochi pitici.
L’età ellenistica
Gli storici di Alessandro
La spedizione di Alessandro Magno (334-323) produce un’enorme letteratura. Callistene, nipote di Aristotele, accompagnò il re come storico ufficiale e ne esaltò le imprese, finché cadde in disgrazia e fu ucciso. Dopo la morte di Alessandro scrissero di lui alcuni protagonisti: Tolomeo, il generale divenuto re d’Egitto, e Aristobulo, un ingegnere della spedizione. Le loro opere sono perdute, ma sono le fonti principali di Arriano, che le giudica le più affidabili. Accanto a loro si sviluppa una tradizione più romanzesca, quella di Clitarco, che alimenta la cosiddetta “vulgata” su Alessandro, ripresa da Diodoro, Curzio Rufo e Giustino. Infine nasce il Romanzo di Alessandro, attribuito falsamente a Callistene, che avrà una diffusione enorme nel medioevo, in Oriente e in Occidente.
La storiografia tragica
Alcuni storici ellenistici, come Duride di Samo e Filarco, cercano di commuovere il lettore con scene drammatiche, descrizioni di sofferenze, colpi di scena. Polibio li critica duramente: lo storico, dice, non deve stupire con il meraviglioso né cercare di suscitare pietà come fanno i poeti tragici, ma riferire con verità ciò che è stato fatto e detto. Il concetto di “storiografia tragica” è stato molto discusso dai moderni: secondo alcuni non fu mai una scuola, ma solo una tendenza stilistica condannata da Polibio.
Timeo e l’Occidente
Timeo di Tauromenio (circa 350-260), esule ad Atene per cinquant’anni, scrisse una storia della Sicilia e dell’Occidente greco dalle origini alla prima guerra punica. Fu il primo a usare in modo sistematico la datazione per Olimpiadi, coordinandola con le liste dei magistrati di diverse città: un contributo decisivo alla cronologia. Fu anche tra i primi Greci a interessarsi seriamente di Roma. Polibio gli dedica l’intero libro XII delle Storie, accusandolo di essere uno storico da biblioteca, privo di esperienza politica e militare, e di essere ingiusto nei giudizi. Quella polemica è per noi una fonte preziosa sulle idee di metodo di entrambi.
Gli storici orientali in greco
Un fenomeno tipico dell’età ellenistica è la nascita di storie nazionali scritte in greco da autori non greci. Beroso, sacerdote babilonese, scrisse i Babyloniaká, dedicati al re seleucide Antioco I; Manetone, sacerdote egizio, scrisse gli Aigyptiaká, da cui deriva la divisione della storia egizia in trenta dinastie che usiamo ancora oggi. Sono tentativi di far conoscere ai nuovi dominatori la propria tradizione, utilizzando archivi templari. Più tardi, nel I secolo d.C., lo storico ebreo Flavio Giuseppe scriverà in greco la Guerra giudaica e le Antichità giudaiche, nel solco di questa tradizione.
Polibio
Vita
Polibio di Megalopoli (circa 200-118) era figlio di uno stratego della lega achea e fu egli stesso ipparco. Dopo la vittoria romana di Pidna (168) fu deportato a Roma tra mille ostaggi achei. Lì divenne amico e consigliere di Scipione Emiliano, che accompagnò nella distruzione di Cartagine (146). Assistette quindi direttamente alla fase decisiva dell’espansione romana, e dopo la distruzione di Corinto (146) collaborò alla riorganizzazione della Grecia.
Le Storie
Le Storie in quaranta libri, di cui si conservano integri i primi cinque e ampi estratti degli altri, vogliono spiegare come e con quale forma di governo i Romani riuscirono, in meno di cinquantatré anni (dal 220 al 168), a sottomettere quasi tutto il mondo abitato. Il periodo fu poi esteso fino al 146. Per Polibio la storia diventa necessariamente universale, perché da quel momento gli eventi d’Italia, d’Africa, di Grecia e d’Asia si intrecciano in un unico corpo, una symplokē.
La storia pragmatica
Polibio chiama la sua opera storia pragmatica: una storia di fatti politici e militari, utile a chi deve governare e a chi deve sopportare i rovesci della fortuna. Lo storico ideale ha esperienza diretta della politica e della guerra, visita i luoghi, interroga i testimoni, e non si limita a leggere libri. Distingue con cura tra l’inizio (archḗ), il pretesto (próphasis) e la causa (aitía) di una guerra, sviluppando la lezione di Tucidide.
La costituzione mista
Nel libro VI Polibio spiega il successo di Roma con la sua costituzione. Ogni forma semplice (monarchia, aristocrazia, democrazia) degenera nella sua forma corrotta (tirannide, oligarchia, oclocrazia), in un ciclo di costituzioni (anakýklōsis). Roma sfugge al ciclo grazie alla costituzione mista, in cui i consoli rappresentano l’elemento monarchico, il senato quello aristocratico, i comizi quello popolare, in equilibrio reciproco. La teoria avrà una lunga fortuna, da Cicerone a Machiavelli fino ai padri costituenti americani.
La Fortuna
Polibio attribuisce un ruolo importante alla Týchē, la Fortuna, che sembra aver orientato tutti gli eventi verso il dominio romano. Ma il concetto non è coerente in tutta l’opera: a volte la Fortuna è una forza provvidenziale, a volte è il caso imprevedibile, a volte solo un nome per ciò che non si sa spiegare. Polibio stesso raccomanda di non ricorrere alla Fortuna quando si possono trovare cause razionali.
Cosa ti chiedono all’orale (dal IV secolo a Polibio)
Che rapporto c’è tra Senofonte e Tucidide? Le Elleniche di Senofonte riprendono il racconto dal 411, dove Tucidide si interrompe; Senofonte è però meno rigoroso, più attento alla morale e influenzato dalle sue simpatie spartane.
Che cosa sono le Elleniche di Ossirinco? Un’opera storica anonima del IV secolo, conservata da papiri egiziani, sobria e precisa, che continua Tucidide; l’autore è incerto.
Perché Aristotele dice che la poesia è più filosofica della storia? Perché la poesia dice l’universale, ciò che potrebbe accadere secondo verosimiglianza, mentre la storia racconta il particolare, ciò che è accaduto (Poetica 9).
Che cos’è la storiografia tragica? Una tendenza ellenistica (Duride, Filarco) a cercare l’effetto drammatico e la commozione; la conosciamo soprattutto attraverso le critiche di Polibio.
Che cosa intende Polibio per costituzione mista? Una costituzione che combina elementi monarchici (consoli), aristocratici (senato) e democratici (comizi), e che per questo sfugge al ciclo di degenerazione delle forme semplici.
I Greci e Roma
Posidonio
Posidonio di Apamea (circa 135-51), filosofo stoico che insegnò a Rodi ed ebbe tra i suoi ascoltatori Cicerone, scrisse una continuazione di Polibio in 52 libri, dal 146 fino all’epoca di Silla. L’opera è perduta, ma la conosciamo attraverso citazioni di Ateneo, Strabone e Diodoro. Posidonio era attentissimo all’etnografia (le sue descrizioni dei Celti sono celebri) e alle cause sociali dei conflitti, come le rivolte servili in Sicilia. In lui storia e filosofia stoica si intrecciano: l’ordine del mondo e la decadenza morale diventano categorie storiche.
Diodoro Siculo
Diodoro di Agirio, in Sicilia, scrisse nel I secolo a.C. una Biblioteca storica in quaranta libri, dalla preistoria mitica fino alla guerra gallica di Cesare. Ne restano integri i libri I-V e XI-XX. Diodoro è un compilatore: riassume le fonti precedenti, spesso seguendone una per volta (Eforo, Timeo, Ieronimo di Cardia, Polibio, Posidonio). Proprio per questo è prezioso: ci conserva il contenuto di opere perdute. La ricerca delle sue fonti (Quellenforschung) è stata un esercizio classico della filologia tedesca, ma gli studi recenti hanno rivalutato il suo progetto personale di storia universale, utile all’umanità.
Dionigi di Alicarnasso
Dionigi di Alicarnasso visse a Roma sotto Augusto e vi insegnò retorica. Scrisse le Antichità romane in venti libri, dalla fondazione fino alla prima guerra punica, con un intento dichiarato: mostrare ai Greci che i Romani erano in origine Greci, e che il loro dominio era quindi legittimo e non barbarico. Come critico letterario scrisse anche un opuscolo Su Tucidide, in cui ne critica lo stile oscuro e la struttura per estati e inverni. Il confronto tra Dionigi e Tucidide è un buon esempio di come gli antichi leggessero gli storici con criteri retorici.
Strabone e Nicola di Damasco
Due autori dell’età augustea completano il quadro. Strabone di Amasea scrisse dei Commentari storici, perduti, e una Geografia in diciassette libri, conservata, che descrive il mondo abitato e ne racconta anche la storia: geografia e storia, come in Erodoto, restano unite. Nicola di Damasco, consigliere di Erode il Grande, scrisse una storia universale in 144 libri e una biografia di Augusto giovane, di cui restano frammenti importanti.
L’età imperiale
Plutarco e la biografia
Plutarco di Cheronea (circa 46-dopo 119) non è uno storico in senso stretto, e lo dice lui stesso all’inizio della Vita di Alessandro: non scrive storie ma vite, e spesso un piccolo fatto, una parola, uno scherzo rivelano il carattere meglio delle battaglie con migliaia di morti. Le Vite parallele mettono a confronto un greco e un romano (Alessandro e Cesare, Demostene e Cicerone, Teseo e Romolo), con un intento morale: il lettore deve imparare dagli esempi. Plutarco usa una quantità enorme di fonti, molte perdute, ed è uno dei canali principali attraverso cui la storia antica è arrivata in Europa, da Montaigne a Shakespeare.
Arriano
Arriano di Nicomedia (II secolo d.C.), allievo del filosofo Epitteto, di cui trascrisse le lezioni, governatore della Cappadocia sotto Adriano, scrisse l’Anabasi di Alessandro, che imita fin dal titolo Senofonte. È il resoconto più affidabile della spedizione di Alessandro che possediamo, perché si fonda su Tolomeo e Aristobulo, che Arriano dichiara di preferire. Scrisse anche l’Indiké, che contiene il resoconto della navigazione di Nearco dall’Indo al Golfo Persico.
Appiano e Cassio Dione
Appiano di Alessandria (II secolo) scrisse una Storia romana organizzata per popoli e regioni conquistate, invece che per anni. I libri sulle guerre civili sono fondamentali per il periodo da Tiberio Gracco ad Azio. Cassio Dione di Nicea (nato prima del 163, morto dopo il 229), senatore e console, scrisse una Storia romana in ottanta libri, dalle origini al 229 d.C.; ne restano integri i libri sulla tarda repubblica e la prima età imperiale, gli altri attraverso epitomi bizantine. Come senatore, Dione racconta gli imperatori del suo tempo da testimone, con sguardo critico.
Luciano e il modo di scrivere la storia
Intorno al 166 d.C., durante la guerra partica di Lucio Vero, Luciano di Samosata scrisse l’opuscolo Come si deve scrivere la storia, l’unico trattato antico sull’argomento che ci sia giunto completo. Con ironia feroce prende in giro gli storici improvvisati che imitano Tucidide copiando frasi intere, che esagerano le vittorie romane, che lusingano i potenti. Il buon storico, dice, deve avere intelligenza politica e capacità di esporre; deve essere libero, senza paura e incorruttibile, straniero nei suoi libri e senza patria. Luciano scrisse anche la Storia vera, una parodia dei racconti di viaggio fantastici, considerata uno dei primi testi di fantascienza.
Erodiano e Dexippo
Il III secolo è rappresentato da Erodiano, autore di una storia degli imperatori da Marco Aurelio a Gordiano III, più retorica che precisa, e da Publio Erennio Dexippo, ateniese che guidò la difesa della città contro gli Eruli nel 267. Dei suoi Scythiká, sulle invasioni gotiche, sono stati scoperti di recente nuovi frammenti su un palinsesto viennese, letti con tecniche di imaging multispettrale: un esempio di come la storiografia frammentaria sia un campo ancora aperto.
La tarda antichità
Con l’affermazione del cristianesimo nascono nuove forme. Eusebio di Cesarea (circa 265-339) scrive una Cronaca, con tavole sincroniche che mettono in parallelo la storia biblica, quella greca, romana e orientale, e una Storia ecclesiastica, che inaugura un genere nuovo: la storia della Chiesa, ricca di citazioni letterali di documenti. È un cambiamento di metodo rilevante: la citazione testuale delle fonti, rara nella storiografia classica, diventa una pratica normale.
Accanto alla storiografia ecclesiastica continua quella classicheggiante. Zosimo, pagano, scrive alla fine del V secolo una Storia nuova che attribuisce il declino dell’impero all’abbandono degli dèi tradizionali: una sorta di risposta polemica alle storie cristiane. Nel VI secolo Procopio di Cesarea racconta le guerre di Giustiniano contro Persiani, Vandali e Goti imitando Tucidide e Erodoto, e nella Storia arcana rovescia l’immagine ufficiale dell’imperatore. Con Procopio la tradizione greca passa a Bisanzio, dove continuerà per quasi mille anni, fino agli storici della caduta di Costantinopoli.
Gli storici in frammenti
Jacoby e i Fragmente
Gran parte della storiografia greca è perduta. La conosciamo attraverso citazioni e riassunti: Ateneo, Plutarco, Strabone, i lessici bizantini, gli scoli. Nel 1923 Felix Jacoby iniziò a pubblicare Die Fragmente der griechischen Historiker (FGrHist), una raccolta che ordina gli storici non per cronologia ma per genere: genealogia e mitografia, storia contemporanea e cronografia, storia locale ed etnografia. La raccolta, rimasta incompiuta alla sua morte (1959), è stata continuata da altri studiosi e oggi esiste anche come risorsa digitale, il Brill’s New Jacoby. Quando trovi in un manuale una sigla come “FGrHist 70 F 1”, indica l’autore numero 70 (Eforo) e il frammento 1.
Che cos’è un frammento
Un frammento storiografico non è quasi mai una citazione letterale. Spesso è una parafrasi, un riassunto, un’allusione, e porta con sé gli interessi dell’autore che cita: Ateneo cita gli storici quando parlano di banchetti e di lusso, quindi la nostra immagine di Teopompo o di Posidonio rischia di essere deformata da questa selezione. Gli studi recenti insistono sul concetto di “testo-copertura” (cover-text): prima di usare un frammento, devi capire chi lo cita, perché e come. È un principio che puoi esporre all’orale come esempio di consapevolezza metodologica.
Temi trasversali
Verità e piacere
Il dibattito sul rapporto tra verità e piacere attraversa tutta la storiografia greca. Erodoto concede spazio al meraviglioso; Tucidide lo esclude in nome dell’utilità; Duride e Filarco cercano l’effetto; Polibio li condanna; Luciano riassume la questione con ironia. Puoi organizzare un’intera risposta intorno a questo filo.
Autopsia e testimonianza
L’idea che il miglior storico sia testimone diretto (autopsia) o interroghi testimoni diretti è un’altra costante: la troviamo in Erodoto, si irrigidisce in Tucidide, diventa un criterio di giudizio in Polibio contro Timeo. Comporta una preferenza per la storia contemporanea, che spiega perché molti storici greci raccontino eventi vissuti.
I discorsi
Quasi tutti gli storici greci inseriscono discorsi diretti. Sono invenzioni o rielaborazioni, come ammette Tucidide, e servono a spiegare le motivazioni dei protagonisti. Polibio critica gli storici che inventano discorsi retorici, ma ne usa anch’egli. Il problema della loro attendibilità è un classico tema d’esame.
Storia e retorica
Gli antichi consideravano la storia un genere vicino alla retorica: Cicerone la definisce opus oratorium maxime. Questo non vuol dire che fosse falsa, ma che la scrittura curata, la scelta dei dettagli, la composizione drammatica erano parte del mestiere. Gli studi del secondo Novecento (Tony Woodman, per esempio) hanno insistito su questo punto, talvolta fino a ridurre la storiografia antica a letteratura; altri studiosi hanno reagito sottolineando l’impegno verso la verità. Conoscere le due posizioni ti permette di affrontare con equilibrio la domanda: gli storici antichi erano affidabili?
Gli studi moderni
Da Niebuhr a Momigliano
Lo studio critico degli storici greci è nato nell’Ottocento tedesco, con la Quellenforschung, la ricerca delle fonti: per ogni autore conservato si cercava di ricostruire da quali opere perdute derivasse. Il metodo ha prodotto risultati importanti, ma anche eccessi, riducendo autori come Diodoro o Plutarco a semplici copisti. Nel Novecento Arnaldo Momigliano ha dato un contributo decisivo con saggi come Lo sviluppo della biografia greca e Le radici classiche della storiografia moderna, mostrando come le categorie degli storici antichi (la storia politica, l’antiquaria, la biografia, la storia ecclesiastica) siano arrivate fino a noi. Momigliano ha anche studiato la fortuna di Erodoto, a lungo considerato bugiardo e poi rivalutato quando i viaggi di esplorazione dell’età moderna fecero apprezzare il suo metodo etnografico.
Nuove prospettive
Dagli anni Ottanta il dibattito si è allargato. François Hartog, ne Lo specchio di Erodoto, ha letto le digressioni etnografiche come costruzione dell’identità greca attraverso l’immagine dell’altro, il barbaro. Altri studiosi hanno applicato alla storiografia gli strumenti della narratologia, analizzando il punto di vista, il ritmo del racconto, il ruolo del narratore. Gli studi sulla memoria culturale hanno mostrato quanto la tradizione orale e la commemorazione civica abbiano influenzato gli storici. Il risultato è un’immagine più complessa: gli storici greci non sono né semplici cronisti né puri artisti, ma autori che costruiscono il passato con strumenti critici e letterari insieme.
Come preparare l’esame
Il programma tipo
Il programma prevede di solito un manuale di storia della storiografia antica o della letteratura greca, un’antologia di passi degli storici e un approfondimento monografico. Nei corsi con prova in greco ti viene chiesto di leggere e tradurre una scelta di capitoli (spesso il proemio di Erodoto, il capitolo metodologico di Tucidide, l’epitafio di Pericle, alcune pagine di Polibio). Se il corso lo richiede, ripassa la morfologia ionica di Erodoto, diversa dall’attico di Tucidide e dalla koinè di Polibio.
Un piano in sei settimane
- Settimana 1: le origini, Ecateo, i logografi; lettura del proemio di Erodoto.
- Settimana 2: Erodoto, struttura, metodo, idee; lettura di un logos (Creso, Egitto, dibattito costituzionale).
- Settimana 3: Tucidide, capitolo metodologico, cause della guerra, discorsi, peste, Melii.
- Settimana 4: Senofonte, storici del IV secolo, attidografi, storici di Alessandro, storiografia tragica, Timeo.
- Settimana 5: Polibio, libri I, III, VI e XII; i Greci a Roma (Posidonio, Diodoro, Dionigi).
- Settimana 6: età imperiale e tarda antichità; frammenti e Jacoby; ripasso con schede di confronto.
Errori da evitare
Non presentare Erodoto come un credulone e Tucidide come uno storico “scientifico” in senso moderno: sono semplificazioni che i docenti non amano. Non confondere le Elleniche di Senofonte con le Elleniche di Ossirinco. Non attribuire a un autore notizie che conosci solo da un frammento senza dire chi lo cita. Ricorda le date essenziali: guerre persiane (490-479), guerra del Peloponneso (431-404), morte di Alessandro (323), Pidna (168), distruzione di Cartagine e Corinto (146).
Commentare un passo
Quando ti chiedono di commentare un passo, procedi così: colloca il passo nell’opera (libro, contesto narrativo); riassumi il contenuto; individua il problema storiografico (metodo, causa, discorso, giudizio morale); collegalo ad altri autori. Per esempio, commentando Tucidide I 22 puoi richiamare il proemio di Erodoto, le critiche di Polibio agli storici tragici e l’opuscolo di Luciano: in pochi minuti mostri di dominare l’intero sviluppo del genere.
Cosa ti chiedono all’orale (dall’età romana alla tarda antichità)
Perché Diodoro è importante pur essendo un compilatore? Perché riassume opere perdute (Eforo, Timeo, Ieronimo, Posidonio) e ce ne conserva il contenuto; oggi se ne valuta anche il progetto di storia universale.
Che cosa distingue la biografia di Plutarco dalla storia? Plutarco dichiara di scrivere vite e non storie: gli interessa il carattere, che si rivela anche nei piccoli gesti, con un fine morale.
Che cosa consiglia Luciano allo storico? Intelligenza politica, capacità espositiva, libertà e incorruttibilità; deve essere “senza patria” nei suoi libri e non adulare i potenti.
Che cos’è il FGrHist? La raccolta dei frammenti degli storici greci avviata da Felix Jacoby nel 1923, ordinata per generi; oggi continuata anche in forma digitale.
Che novità introduce Eusebio? La storia ecclesiastica come genere e la citazione letterale dei documenti; con la Cronaca, un sistema di tavole sincroniche tra storie diverse.
Glossario rapido
- Historíē: ricerca, indagine; il termine con cui Erodoto definisce la sua opera.
- Logografi: prosatori ionici del VI-V secolo, autori di genealogie e descrizioni geografiche.
- Autopsia: osservazione diretta da parte dello storico.
- Próphasis / aitía: pretesto o causa; distinzione centrale in Tucidide e Polibio.
- Storia pragmatica: per Polibio, la storia politica e militare utile all’uomo d’azione.
- Symplokē: l’intreccio degli eventi del mondo che, secondo Polibio, rende necessaria la storia universale.
- Anakýklōsis: il ciclo delle costituzioni.
- Attidografi: autori di storie locali dell’Attica.
- Quellenforschung: ricerca delle fonti di un autore antico.
Fonti e approfondimenti
Manuali e studi
- Arnaldo Momigliano, Le radici classiche della storiografia moderna, Sansoni.
- Domenico Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Laterza.
- John Marincola (a cura di), A Companion to Greek and Roman Historiography, Blackwell.
- François Hartog, Lo specchio di Erodoto, il Saggiatore.
- Luciano Canfora, Totalità e selezione nella storiografia classica, Laterza.
Testi citati
Il passo di Tucidide (I 22, 4) è riportato secondo il testo greco del Perseus Digital Library. Il giudizio di Cicerone su Erodoto “padre della storia” e sulla storia come opus oratorium maxime si legge nel De legibus (I 5), controllato su The Latin Library. Gli altri passi sono resi in parafrasi.
Per il contesto trovi gli appunti di Storia della storiografia, Storia greca, Storia romana, Letteratura greca, Papirologia e Storia del pensiero politico antico.