Satire di Ludovico Ariosto

Scheda di analisi di Satire: contesto, struttura, temi, stile e strumenti per lo studio.

Antonio Garofano Antonio Garofano 19 min di lettura

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Indice della pagina

Che cosa trovi in ogni sezione

  1. 1. Dati essenziali
  2. 2. Riassunto delle Satire
  3. 3. Le sette satire
  4. 4. Il personaggio che dice “io”
  5. 5. Temi
  6. 6. Stile
  7. 7. Contesto
  8. 8. Il modello di Orazio
  9. 9. Domande frequenti
  10. 10. Per lo studio
  11. 11. Tre livelli di lettura
  12. 12. Collegamenti per l’orale
  13. 13. Bibliografia essenziale
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Mappa concettuale

Tutta Satire in una pagina: che cosa sono, la forma, i destinatari, i signori, i luoghi e temi. Clicca sull’immagine per ingrandirla.

Mappa concettuale su Satire di Ariosto: che cosa sono, la forma, i destinatari, i signori, i luoghi, temi

Per lo studio: da ricordare, personaggi e un passo spiegato

Da ricordare

  • Sette satire in terza rima, scritte tra il 1517 e il 1525 e stampate dopo la morte dell’autore.
  • Sono lettere in versi a parenti e amici: il modello è Orazio.
  • Il tema che torna sempre è la libertà personale contro il servizio a corte.
  • Il tono è colloquiale, pieno di aneddoti e piccoli apologhi.

Personaggi e luoghi

I destinatari sono persone vere: il fratello Alessandro, l’amico Ludovico da Bagno, il fratello Galasso, il cugino Annibale Malaguzzi, Pietro Bembo. Sullo sfondo stanno i due signori che Ariosto serve, il cardinale Ippolito d’Este e il duca Alfonso.

I luoghi sono Ferrara, la casa e gli studi che il poeta non vuole lasciare; Roma, con la corte papale; la Garfagnana, dove Ariosto fa il commissario per tre anni e si sente in esilio.

Un passo spiegato

Tre versi che riassumono tutto il libro. Ariosto non vuole viaggiare per far carriera: gli basta la sua terra.

Chi vuol andar a torno, a torno vada, Vegga Inghilterra, Ungheria, Francia, e Spagna: A me piace abitar la mia contrada.Satira III (ed. 1809)

Parafrasi

Chi vuole girare il mondo lo giri pure, vada a vedere Inghilterra, Ungheria, Francia e Spagna: a me piace vivere nella mia terra.

Le Satire di Ludovico Ariosto sono sette componimenti in terzine dantesche, scritti fra il 1517 e il 1525 e pubblicati postumi nel 1534. Hanno la forma di lettere in versi indirizzate a parenti e amici, nelle quali il poeta del Furioso parla di sé: del servizio presso gli Estensi, del desiderio di una vita tranquilla, del matrimonio, dell’educazione del figlio, delle ambizioni della corte papale. Questa scheda presenta ogni satira e spiega perché sono il testo più autobiografico di Ariosto.

In sintesi

  • Che cosa sono: sette lettere in versi, in terzine, scritte da Ariosto a parenti e amici tra il 1517 e il 1525. Furono stampate a Ferrara nel 1534, un anno dopo la sua morte.
  • Di che cosa parlano: nel 1517 Ariosto non segue il cardinale Ippolito d’Este in Ungheria. Poi va a Roma, fa il commissario in Garfagnana dal 1522 al 1525, scrive di matrimonio e cerca un maestro di greco per il figlio Virginio.
  • Perché si studiano: sono il testo in cui Ariosto parla di sé e del prezzo della vita di corte. L’«io» però è un personaggio letterario sul modello di Orazio, non un diario.
  • Come studiarle qui: parti dal riassunto e dalle sette schede, poi leggi i tre livelli di lettura e i collegamenti per l’orale.

Tempo di lettura: circa 16 minuti.

Dati essenziali

  • Autore: Ludovico Ariosto (1474-1533).
  • Genere: satira in forma di epistola in versi.
  • Metro: terzine di endecasillabi a rima incatenata.
  • Composizione: 1517-1525 circa.
  • Pubblicazione: postuma, 1534.
  • Modello: le Satire e le Epistole di Orazio.

Attenzione: le edizioni antiche e quelle moderne ordinano le satire in modo diverso. Qui si segue l’ordine cronologico adottato dalle edizioni critiche moderne; in un’antologia controlla sempre il destinatario, che è il riferimento più sicuro.

Riassunto delle Satire

Sono sette componimenti in terza rima, scritti tra il 1517 e il 1525 e indirizzati a parenti e amici. Il modello è Orazio: la satira come lettera in versi, che parte da un fatto personale e arriva a una riflessione morale, con molta ironia su se stessi.

La prima nasce da un rifiuto. Nel 1517 il cardinale Ippolito d’Este parte per l’Ungheria e Ariosto non lo segue: spiega che preferisce la sua Ferrara, il suo cibo, i suoi studi, e che il servizio presso il cardinale gli ha dato poco in cambio di molto. Da qui il filo che lega tutte le satire: il prezzo della vita di corte e il desiderio di una libertà modesta. Altre lettere parlano di un viaggio a Roma in cerca di benefici, della scelta di prendere moglie, delle difficoltà del governo della Garfagnana (dove Ariosto fu commissario dal 1522 al 1525, tra banditi e liti di paese), dell’educazione del figlio Virginio, per cui chiede a Pietro Bembo un buon maestro di greco, e infine del rifiuto di un incarico di ambasciatore presso il papa.

Leggerle accanto al Furioso aiuta: la stessa ironia sulle illusioni umane, qui applicata alla vita dell’autore.

Le sette satire

  • I, ad Alessandro Ariosto e Ludovico da Bagno (1517): il poeta spiega perché si è rifiutato di seguire il cardinale Ippolito d’Este in Ungheria. Si apre con una domanda ai due amici: «Io desidero intendere da voi, / Alessandro fratel, compar mio Bagno», se a corte ci si ricordi ancora di lui. Ariosto rivendica il diritto a restare a Ferrara, fra i suoi studi e i suoi affetti, anche a costo di perdere il favore del signore.
  • II, al fratello Galasso: in vista di un viaggio a Roma, chiede al fratello di trovargli un alloggio tranquillo, e intanto descrive con ironia l’avidità e gli intrighi della corte papale.
  • III, al cugino Annibale Malaguzzi: racconta come si trova al servizio del duca Alfonso. Contiene il celebre apologo degli uomini che salgono su un monte credendo di poter toccare la luna: il monte è la ruota della Fortuna, e chi vi sale per ambizione non trova la felicità sperata.
  • IV, a Sigismondo Malaguzzi (1523): scritta da Castelnuovo di Garfagnana, dove Ariosto era governatore per conto del duca. Descrive la fatica di amministrare una terra aspra, piena di banditi e di liti, e la nostalgia di Ferrara.
  • V, ad Annibale Malaguzzi: sul matrimonio. Il cugino sta per sposarsi, e Ariosto gli dà consigli sulla scelta della moglie, con toni ora seri ora comici.
  • VI, a Pietro Bembo: chiede aiuto per trovare un maestro di greco al figlio Virginio, e intanto traccia un ritratto pungente dei vizi degli umanisti.
  • VII, a Bonaventura Pistofilo: rifiuta l’incarico di ambasciatore presso papa Clemente VII. Vi si trova l’apologo della zucca che cresce in pochi giorni fino a superare il pero vicino, ma è destinata a seccare presto: immagine della fortuna rapida e fragile di chi sale troppo in alto.

Il personaggio che dice “io”

Nelle Satire Ariosto costruisce un ritratto di sé coerente: un uomo che ama la quiete, la casa, gli studi, la compagnia di pochi amici, e che preferisce una vita modesta ma libera all’ambizione della carriera. Non è un eroe e non vuole esserlo. Questo “io” è in parte una costruzione letteraria, sul modello di Orazio, ma è fondato su esperienze reali e documentabili: il rifiuto del viaggio in Ungheria, il governo della Garfagnana, le trattative con i duchi.

Temi

  • Libertà e servitù cortigiana: il contrasto fra dipendenza dal signore e desiderio di autonomia.
  • Critica dell’ambizione: gli apologhi della luna e della zucca mostrano la vanità della corsa al successo.
  • Vita privata: la casa, la famiglia, il figlio, il matrimonio.
  • Satira dei costumi: la corte papale, gli umanisti, il clero.

Stile

La terzina, metro di Dante, qui perde ogni solennità e diventa il veicolo di una conversazione familiare. Il tono è colloquiale, ironico, pieno di aneddoti, proverbi, battute. Ariosto mescola riflessione morale e racconto quotidiano, e usa gli apologhi, brevi racconti con morale, come strumenti di persuasione. È la stessa ironia sorridente del Furioso, applicata alla propria vita.

Contesto

Ariosto servì prima il cardinale Ippolito d’Este e poi il duca Alfonso I. Il rapporto con i signori fu sempre ambivalente: la corte gli garantiva sostentamento e prestigio, ma gli imponeva incarichi, viaggi, missioni diplomatiche che lo distoglievano dalla poesia. Le Satire sono la testimonianza più diretta di questa tensione, tipica della condizione dell’intellettuale nel Rinascimento. Per il quadro generale: Rinascimento: corti, politica e poema cavalleresco.

Il modello di Orazio

Orazio, nelle sue Satire ed Epistole, aveva creato un modello di poesia conversativa e morale, centrata sull’elogio della misura e della vita appartata. Ariosto lo riprende consapevolmente: come Orazio lodava il suo podere in Sabina, Ariosto loda la casa di Ferrara; come Orazio usava favole e aneddoti, Ariosto inventa i suoi apologhi. Ma la materia è tutta moderna, legata alla corte estense e alla Roma dei papi medicei.

Poetica e pensiero di Ariosto nelle Satire

Le Satire sono sette componimenti in terza rima, scritti tra il 1517 e la metà degli anni Venti e pubblicati dopo la morte dell’autore, nel 1534. Hanno la forma di lettere in versi indirizzate a parenti e amici, e il modello è Orazio, con le sue satire e le sue epistole.

Se il Furioso mostra il mondo da lontano, qui Ariosto parla di sé. Racconta il rifiuto di seguire il cardinale Ippolito d’Este in Ungheria, la fatica del servizio di corte, gli anni da commissario in Garfagnana, il desiderio di una vita tranquilla tra i libri. Il valore che difende è la libertà interiore, anche a costo di rinunciare a onori e guadagni. Lo dice in versi che gli studenti ricordano volentieri: «Chi vuole andare a torno, a torno vada», e poi «A me piace abitar la mia contrada».

Non è però un ritratto idillico. Ariosto conosce bene i compromessi a cui deve piegarsi un letterato senza ricchezze proprie, e li descrive con amarezza ironica. La saggezza delle Satire è quella di chi sa misurare i propri desideri.

Analisi stilistica dei testi

La terza rima, che in Dante serviva all’epica sacra, qui diventa uno strumento colloquiale. Ariosto la piega a un tono di conversazione, con domande al destinatario, piccoli apologhi, battute. Il lessico è più quotidiano di quello del poema, con riferimenti concreti a cavalli, denari, cibi, faccende di casa.

Frequenti sono gli apologhi, cioè brevi racconti morali inseriti nel discorso, secondo l’uso di Orazio. L’ironia, che nel Furioso è affidata al narratore, qui colpisce spesso lo stesso autore.

La critica letteraria sulle Satire

Per molto tempo le Satire sono state lette soprattutto come documento biografico, utile a conoscere la vita di Ariosto. La critica più recente le considera invece un’opera autonoma, importante per capire il rapporto tra l’intellettuale e la corte nel Cinquecento. Già Francesco De Sanctis, nella Storia della letteratura italiana, ne citava i versi sulla «contrada» per descrivere il carattere dell’autore.

Fonti per la verifica: Wikisource (Satire di Ariosto; De Sanctis, Storia della letteratura italiana, cap. XIII); Treccani, voce Ariosto.

Tre livelli di lettura delle Satire

Il riassunto dice di che cosa parla ogni lettera. Qui vediamo come sono costruite, che cosa vogliono dire e dove stanno nella storia. Per la parafrasi di un passo celebre apri Un passo spiegato; per i personaggi, Personaggi e luoghi.

Livello formale: la lettera in versi e la terzina abbassata

Ogni satira comincia come una lettera, con il nome del destinatario nel primo verso o poco dopo. La prima: «Io desidero intendere da voi, / Alessandro fratel, compar mio Bagno». La terza: «Poi, che Annibal intendere vuoi, come / La fo col Duca Alfonso». La settima: «Pistofilo, tu scrivi che, se appresso / Papa Clemente ambasciator del Duca / Per un anno o per due voglio esser messo». C’è sempre una richiesta o una domanda pratica, e da quella parte la riflessione morale.

La seconda satira lo mostra bene. Ariosto sta per andare a Roma e scrive al fratello Galasso come farebbe con un agente: «Stanza per quattro bestie mi apparecchia, / Contando me per due, con Gianni mio». Poi chiede un materasso, la legna, un cuoco che faccia «un poco di vaccina, o di montone». Il lessico è fatto di cavalli, paglia, cibi e denari. Con le stesse parole Ariosto passa ai cardinali e alla corte romana.

Il metro è la terzina della Commedia, ma senza il peso dell’epica. De Sanctis, nel capitolo sull’Orlando furioso della sua Storia, parla di un «abbassamento della terzina a metro comico». Le immagini vengono dalla vita di tutti i giorni: «Mal può durar il rosignuolo in gabbia: / Più vi sta il cardellino, e più il fanello: / La rondine in un dì vi muor di rabbia». La corte, per lui, è una gabbia. Poco dopo c’è la rapa: «In casa mia mi sa meglio una rapa».

La naturalezza è però costruita. Il Dizionario biografico Treccani ricorda che tra le opere minori le Satire sono la più rifinita. La redazione definitiva è in un codice della Biblioteca Comunale di Ferrara, copia con correzioni dell’autore. La stampa del 1534, di Francesco Rosso da Valenza, riporta invece una fase più antica del testo. Il tono «mediocre» e conversevole è fedeltà a Orazio, non scrittura buttata giù.

Livello tematico: servire, restare, misurare il desiderio

Ogni lettera risponde alla stessa domanda: quanto costa servire? Nella prima Ariosto difende la sua libertà. Nella seconda guarda la corte di Roma. Nella terza misura i desideri. Nella quarta pesa la lontananza da Ferrara e dalla donna che ama. La quinta parla di matrimonio, la sesta dell’educazione di Virginio e dei vizi degli umanisti, la settima del rifiuto di un’ambasceria. Il manifesto è nella terza: «Chi brama onor di sproni, o di cappello, / Serva Re, Duca, Cardinale, o Papa; / Io no, che poco curo e questo, e quello».

Il tema torna in due apologhi. Nella terza satira gli uomini salgono su un monte per toccare la luna, e il monte è la ruota della Fortuna. Nella settima c’è la zucca. Vale la pena leggerne il punto centrale, nel testo dell’edizione pisana del 1809:

Fu già una Zucca, che montò sublime
In pochi giorni tanto, che coperse
A un Pero suo vicin l’ultime cime.
Satira VII (ed. 1809)

Parafrasi

Una volta una zucca salì tanto in alto, in pochi giorni, da coprire la cima di un pero che le stava vicino.

Il pero si sveglia, vede i frutti sconosciuti sopra la testa e le chiede chi sia. La zucca risponde che è cresciuta in tre mesi. Il pero, che ci ha messo trent’anni per arrivare a quell’altezza, le dice che il suo stelo mancherà in fretta, com’è cresciuto in fretta. Ariosto applica la favola alla propria speranza, che lo aveva spinto di corsa a Roma, e al seguito dei Medici di Leone X: Lorenzo, il duca di Nemours, il cardinale Bibbiena. Chi sale in un giorno può cadere in un giorno.

Livello storico-culturale: l’intellettuale e le corti

Il Treccani colloca le Satire negli anni che vanno dalla rottura con il cardinale Ippolito d’Este al ritorno a Ferrara dopo la Garfagnana. Le date sono queste: la prima nell’autunno 1517, quando Ariosto non segue Ippolito in Ungheria; la seconda in novembre-dicembre 1517, prima del viaggio a Roma; la terza nel maggio 1518. La quarta è del febbraio 1523, scritta in Garfagnana, dove Ariosto era partito il 20 febbraio 1522, per una provincia montuosa, infestata da briganti e da fazioni. La settima è del marzo-aprile 1524, la sesta del 1524-25. La data della quinta è incerta: gli studiosi oscillano tra il 1519 e il 1523.

Dietro ci sono due signori e due papi. Ippolito e il duca Alfonso I sono i padroni. Leone X, il Medici salito al soglio nel 1513, è il papa delle speranze deluse della terza satira. Con Clemente VII, un altro Medici, si apre la questione dell’ambasceria della settima. Ariosto chiede ciò che un letterato di corte non sempre ottiene: stare a casa, tra i libri.

La critica ha discusso a lungo quanto ci si possa fidare dell’«io». Il Dizionario biografico definisce illusoria l’idea delle Satire come diario, con «un Ariosto in veste da camera», e osserva che su questa idea si era fondata la simpatia dei lettori romantici. Il ritratto è letterario: sobrio, senza solennità, e sempre accompagnato da una constatazione amara dei vizi della società.

Collegamenti per l’orale

  • Letteratura latina: le Satire di Orazio, che il poeta stesso chiamava Sermones, cioè conversazioni, e le sue Epistole. Ariosto ne prende il tono e la misura. La polemica resta quasi sempre sorridente e non diventa mai aspra.
  • Letteratura italiana: l’ironia sorridente è la stessa dell’Orlando furioso. Le Rime contengono i capitoli in terzine, e uno di questi, il XIII, passa quasi intatto nel canto XLIV del poema. Nelle Commedie Ariosto prende in giro con altri mezzi la sciocchezza e l’inganno.
  • Il Cortegiano: Il libro del Cortegiano di Castiglione, pubblicato nel 1528, descrive la corte ideale, fatta di eleganza e di buone maniere. Le Satire ne descrivono il costo. Sono due testi sullo stesso mondo, e nessuno dei due dipende dall’altro.
  • Dante e il metro: la terzina viene dalla Divina Commedia. Ariosto la porta dal registro alto a quello familiare, e De Sanctis lo nota.

Domande frequenti

Quante sono le Satire di Ariosto?

Sono sette, in terzine, scritte fra il 1517 e il 1525.

Perché Ariosto non volle andare in Ungheria?

Per non lasciare Ferrara, i suoi studi e i suoi affetti; lo spiega nella satira indirizzata al fratello Alessandro e a Ludovico da Bagno, rivendicando la propria libertà.

Che cos’è l’apologo della zucca?

Un breve racconto della satira a Pistofilo: una zucca cresce rapidamente fino a superare un pero, ma secca subito. Rappresenta la fortuna improvvisa e fragile.

Per lo studio

Bibliografia essenziale

  • Ludovico Ariosto, Satire, edizione critica e commentata a cura di Cesare Segre, Einaudi, Torino 1987 (Collezione di poesia, 195).
  • Ludovico Ariosto, Satire, a cura di Emilio Russo, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2019 (Biblioteca italiana. Testi e studi, 12).
  • Satire di Lodovico Ariosto, Pisa, Tipografia della Società Letteraria, 1809: l’edizione da cui sono tratte le citazioni di questa pagina, consultabile su .
  • Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, cap. XIII, L’Orlando furioso, .

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Le Satire sono il testo in cui Ariosto parla di sé più direttamente, e per l’orale sono una miniera di dettagli biografici.

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Fonti e approfondimenti

  • Ludovico Ariosto, Orlando furioso, secondo l’edizione del 1532, a cura di Santorre Debenedetti e Cesare Segre, Commissione per i testi di lingua, Bologna 1960.
  • «ARIOSTO, Ludovico», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
  • «Ariòsto, Ludovico», voce dell’Enciclopedia Treccani online.
  • Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi Scuola, Milano 1991 (4 voll.).
  • Storia della letteratura italiana, diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Garzanti, Milano 1965-1969.
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L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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