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Satire (Ariosto 1809)
SATIRE
LODOVICO
ARIOSTO
PISA
DALLA TIPOGRAFIA
DELLA SOCIETÀ LETTERARIA
MDCCCIX.
Indice
Satira I
. A M. Alessandro Ariosto ed a M. Lodovico Da Bagno
Dimostra di qual condizione debbano esser coloro che procacciano di fare acquisti nelle corti; e come la sua lunga servitù, ed il suo divino Poema fosser male rimunerati dal suo Signore.
Satira II
A M. Galasso Ariosto
Dimostra nella persona di sè medesimo, la natura esser di poco contenta: quanto sia da prezzarsi la libertà: quanto è piena di fastidj la vita de’ Prelati, e quanto misera la condizione de’ Cortigiani.
Satira III
. Ad Annibale Malaguzzo
Seguita pure in dannare la servitù delle corti: duolsi delle promesse a lui dal Pontefice non osservate: dimostra le cagioni delle malagevolezze, che si trovano in acquistare le ricchezze: ed in ultimo danna l’avarizia e la malvagità de’ Cortigiani.
Satira IV
. A M. Sigismondo Malaguzzo
Per certo governo datogli dal Duca dimostra, quanto egli fosse mal atto ad altro esercizio, che a quel delle Muse: e che l’essere preso da amore non è laudabile molto ne gli uomini di tempo.
Satira V
. A M. Annibale Malaguzzo
Dimostra esser buona cosa il maritarsi; indi piacevolmente ci fa vedere, quanto malagevol fia poter conservare la moglie pudica.
Satira VI
. A m. Pietro Bembo
Dimostra le doti, che si ricercano in coloro, che debbono esser posti alla cura d’istruire i giovani nelle buone lettere.
Satira VII
. A M. Bonaventura Pistofilo segretario del duca
Dimostra gli uomini con l’accrescimento della fortuna mutar costumi ed essere ingrati verso quelli, dai quali hanno avuto alcun servizio; e come l’animo suo era di viversi ne’ suoi studj mediocre e di tranquilla vita.
Satira I
M. ALESSANDRO
ARIOSTO
ED A
M. LODOVICO
DA BAGNO
SATIRA PRIMA
Dimostra di qual condizione debbano esser coloro che procacciano di fare acquisti nelle corti; e come la sua lunga servitù, ed il suo divino Poema fosser male rimunerati dal suo Signore.
o desidero intendere da voi,
Alessandro fratel, compar mio Bagno,
Se la corte ha memoria più di noi;
Se più il Signor mi accusa, se compagno
Per me si lieva, e dice la cagione,
Perchè, partendo gli altri, io qui rimagno.
O tutti dotti ne la adulazione,
(L’arte, che più tra noi si studia e cole,)
L’aiutate a biasmarmi oltre a ragione.
Pazzo chi al suo Signor contradir vole;
Se ben dicesse, c’ha veduto il giorno
Pieno di stelle, e a mezza notte il Sole.
O ch’egli lodi, o voglia altrui far scorno;
Di varie voci subito un concento
S’ode accordar di quanti n’ha d’intorno.
E chi non ha per umiltà ardimento
La bocca aprir, con tutto il viso applaude,
E par, che voglia dire, anch’io consento.
Ma, se in altro biasmarmi, almen dar laude
Dovete, che volendo io rimanere,
Lo dissi a viso aperto, e non con fraude:
Dissi molte ragioni, e tutte vere;
Delle quali per sè sola ciascuna
Esser mi dovea degna di tenere.
Prima la vita, a cui poche o nessuna
Cosa ho da preferir: che far più breve
Non voglio, che ’l Ciel voglia, o la fortuna.
Ogni alterazíone, ancor che leve,
C’havessi il mal, ch’io sento, o ne morrei,
O il Valentino, e il Postumo errar deve.
Oltre, che ’l dicano essi, io meglio i miei
Casi d’ogni altro intendo; e quai compensi
Mi siano utili so, so quai sien rei.
So mia natura, come mal conviensi
Co i freddi verni, e costì sotto il polo
Gli avete voi, più che in Italia, intensi:
E non mi nocerebbe il freddo solo,
Ma il caldo de le stufe, c’ho sì infesto,
Che più, che da la peste, me gl’involo.
Nè il verno altrove s’abita, in cotesto
Paese vi si mangia, giuoca, e bee,
E vi si dorme, e vi si fa anco il resto.
Chi quindi vien, come sorbir si dee
L’aria, che tien sempre in travaglio il fiato,
De le montagne prossime Rifee?
Dal vapor, che dal stomaco elevato
Fa catarro a la testa, e cala al petto,
Mi rimarrei una notte soffocato:
È il vin fumoso a me via più interdetto,
Che ’l tosco; costì a inviti si tracanna,
E sacrilegio è non ber molto e schietto.
I cibi tutti son con pepe e canna
Di Amomo, e d’altri aromati, che tutti,
Come nocivi, il medico mi danna.
Qui mi potresti dir, ch’io avrei ridutti,
Ove sotto il cammin sedería al foco,
Nè piè, nè ascelle odorerei, nè rutti;
E le vivande condiriami il cuoco,
Come io volessi, ed inacquarmi il vino
Potre’ a mia posta, e nulla berne, o poco.
Dunque voi altri insieme, io dal mattino
A la sera starei solo a la cella,
Solo a la mensa, come un Certosino?
Bisognerieno pentole, e vasella
Da cucina, e da camera, e dotarme
Di masserizie, qual sposa novella.
Se separatamente cucinarme
Vorrà mastro Pasquino una o due volte,
Quattro, e sei mi farà il viso de l’arme.
S’io vorrò de le cose, ch’avrà tolte
Francesco di Sivier per la famiglia,
Potrò mattina e sera averne molte.
S’io dirò: spenditor, questo mi piglia,
Che l’umido crudel poco nudrisce;
Questo no, ch’ l catar troppo assottiglia:
Per una volta, o due, che mi obbedisce,
Quattro, e sei se lo scorda, e perchè teme,
Che non gli sia accettato, non ardisce.
Io mi riduco al pane; e quindi freme
La collera; cagion, che a li due motti
Gli amici, ed io, siamo a contesa insieme:
Mi potreste anco dir: degli tuoi scotti
Fa, che ’l tuo fante comprator ti sia;
Mangia i tuoi polli a li tuo’ alari cotti.
Io per la mala servitute mia
Non ho dal Cardinale ancora tanto,
Ch’io possa fare in corte l’osterìa.
Apollo, tua mercè, tua mercè, santo
Collegio de le Muse, io non mi trovo
Tanto per voi, ch’io possa farmi un manto;
E se ’l Signor m’ha dato, onde far nuovo
Ogn’anno mi potrei più d’un mantello;
Che m’abbia per voi dato, non approvo.
Egli l’ha detto; io dirlo a questo, a quello
Voglio, ed i versi miei posso a mia posta
Mandare al Culiseo per lo suggello.
Opra, ch’in esaltarlo abbia composta,
Non vuol, ch’ad acquistar mercè sia buona:
Di mercè degno è l’ir correndo in posta.
A chi nel Barco, e in villa il segue, dona,
A chi lo veste, e spoglia, o pone i fiaschi
Nel pozzo per la sera in fresco a nona.
Vegghi la notte in fin, che i Bergamaschi
Si levino a far chiodi, sì che spesso
Col torchio in mano addormentato caschi.
S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo,
Dice, ch’io l’ho fatto a piacere, e in ozio;
Più grato fora essergli stato appresso.
E se in cancellerìa m’ha fatto sozio
A Melan del Costabil, sì c’ho il terzo
Di quel, ch’al notajo vien d’ogni negozio;
Gliè, perchè alcuna volta io sprono, e sferzo
Mutando bestie, e guide, e corro in fretta
Per monti, e balze, e con la morte scherzo.
Fa a mio senno, Maron, tuoi versi getta
Con la lira in un cesso, e un’arte impara,
Se beneficio vuoi, che sia più accetta.
Ma tosto che n’hai, pensa che la cara
Tua libertà non meno abbi perduta,
Che se giocata te l’avessi a zara;
E che mai più, (se ben a la canuta
Età vivi, e viva egli di Nestorre )
Questa condizion non ti si muta.
E se disegni mai tal nodo sciorre;
Buon patto avrai, se con amore e pace
Quel, che t’ha dato, si vorrà ritorre.
A me per esser stato contumace
Di non voler Agria veder, nè Buda,
Che si ritoglia il suo già non mi spiace;
Se ben le miglior penne, ch’a la muda
Avea rimesse, mi tarpasse; come
Che da l’amor, e grazia sua mi escluda:
Che senza fede, e senza amor mi nome,
E che dimostri con parole, e cenni,
Che ’n odio, e che in dispetto abbia ’l mio nome.
E questo fu cagion, ch’io mi ritenni
Di non gli comparir innanzi mai
Dal dì, che indarno ad escusar mi venni.
Ruggier, se a la progenie tua mi fai
Sì poco grato, e nulla mi prevaglio,
Che gli alti gesti, e ’l tuo valor cantai;
Che debbo fare io qui? poi ch’io non vaglio
Smembrar su la forcina in aria starne,
Nè so a sparvier, nè a can metter guinzaglio?
Non feci mai tai cose, e non so farne,
Agli usatti, o agli spron, per ch’io son grande,
Non mi posso adattar per porne, o trarne.
Io non ho molto gusto di vivande,
Che scalco sia: fui degno esser al mondo,
Quando viveano gli uomini di ghiande.
Non vo’ il conto di man torre a Gismondo:
Andar più a Roma in posta non accade
A placar la grand’ira di Secondo.
E, quando accadesse anco in questa etade,
Col mal, ch’ebbe principio allora forse,
Non si convien più correr per le strade.
Se far cotai servigi, e raro terse
Di sua presenza de’, chi d’oro ha sete,
E stargli, come Artofilace a l’Orse:
Più tosto che arricchir, voglio quìete;
Più tosto, che occuparmi in altra cura
Sì, che inondar lasci il mio studio a Lete;
Il qual, se al corpo non può dar pastura,
Lo dà a la mente con sì nobil esca,
Che merta di non star senza cultura.
Fa, che la povertà meno m’incresca,
E fa, che la ricchezza sì non ami,
Che di mia libertà per suo amor esca.
Quel, ch’io non spero aver, fa ch’io non brami:
Che nè sdegno, nè invidia mi consumi,
Perchè Marone, o Celio il Signor chiami.
Ch’io non aspetto a mezza estate i lumi
Per esser col Signor veduto a cena,
Ch’io non lascio accecarmi in questi fumi;
Io men vo solo, e, a piedi, ove mi mena
Il mio bisogno; e quando io vo a cavallo,
Le bisacce gli attacco su la schiena:
E credo, che sia questo minor fallo,
Che di farmi pagar, s’io raccomando
Al Prencipe la causa d’un vassallo.
O mover liti in beneficj, quando
Ragion non v’abbia; e facciami i piovani
Ad offerir pension venir pregando.
Anco fa che al Ciel levo ambe le mani,
Ch’abito in casa mia comodamente,
Voglia tra cittadini, o tra villani;
E che ne i ben paterni il rimanente
Del viver mio senza imparar nuov’arte
Posso, e senza rossor far di mia gente:
Ma perchè cinque soldi da pagarte,
Tu che noti, non ho; rimetter voglio
La mia favola al loco onde si parte.
Aver cagion di non venir mi doglio,
Detto ho la prima, e s’io vo’ l’altre dire,
Nè questo basterà, nè un altro foglio.
Pur ne dirò anco un’altra, che patire
Non debbo, che, levato ogni sostegno,
Casa nostra in ruina abbia a venire.
Di cinque, che noi siam, Carlo è nel regno,
Onde cacciaro i Turchi il mio Cleandro;
E di starvi alcun tempo fa disegno.
Galasso vuol ne la città di Evandro
Por la camicia sopra la guarnaccia:
E tu sei col Signore ito, Alessandro.
Ecci Gabriel, ma che vuoi tu, ch’ei faccia?
Che da fanciul restò per mala sorte
De li piedi impedito e de le braccia.
Egli non fu nè in piazza mai, nè in corte;
Ed a chi vuol ben reggere una casa,
Questo si può comprendere, che importe.
A la quinta sorella, che è rimasa,
È di bisogno apparecchiar la dote,
Che le siam debitori, or che si accasa.
L’età di nostra madre mi percuote
Di pietà il cor, che da tutti in un tratto
Senza infamia lasciata esser non puote.
Io son di dieci il primo, e vecchio fatto
Di quaranta quattr’anni, e il capo calvo
Da un tempo in qua sotto la cuffia appiatto.
La vita, che mi avanza, me la salvo
Meglio, ch’io so: ma tu, che diciott’anni
Dopo me t’indugiasti a uscir de l’alvo,
Gli Ungari a veder torna, e gli Alemanni;
Per freddo e caldo segui il Signor nostro;
Servi per amendue, rifà i miei danni.
Il qual se vuol di calamo, e d’inchiostro
Di me servirsi, e non mi tor da bomba,
Digli: Signore, il mio fratello è vostro.
Io stando qui farò con chiara tromba
Il suo nome sonar forse tant’alto,
Che tanto mai non si levò colomba.
A Filo, a Cento, in Ariano, e a Calto
Arriverei, ma non sino al Danubio,
Ch’io non ho piè gagliardi a sì gran salto.
Ma se a volger di nuovo avessi al subio
I quindici anni, che in servirlo ho spesi,
Passar la Tana ancor non stare’ in dubio.
Se avermi dato, onde ogni quattro mesi
Ho venticinque scudi, nè sì fermi,
Che molte volte non mi sian contesi,
Mi debbe incatenar, schiavo tenermi,
Obligarmi ch’io sudi, e tremi senza
Rispetto alcun, ch’io muoia, o ch’io m’infermi;
Non gli lasciate aver questa credenza:
Ditegli, che più tosto, ch’esser servo,
Torrò la povertade in pazienza.
Un asino fu già, ch’ogni osso e nervo
Mostrava di magrezza, e entrò pel rotto
Del muro, ove di grano era uno acervo.
E tanto ne mangiò, che l’epa sotto
Si fece più d’una gran botte grossa,
Fin che fu sazio, e non però di botto.
Temendo poi, che gli sien peste l’ossa,
Si sforza di tornar, dond’entrato era;
Ma par, che ’l buco più capir nol possa.
Mentre s’affanna, e uscir indarno spera,
Gli disse un topolino: se vuoi quinci
Uscir, tratti, compar, quella panciera.
A vomitar bisogna, che cominci
Ciò c’hai nel corpo, e che ritorni macro,
Altrimenti quel buco mai non vinci.
Or concludendo dico, che se ’l sacro
Cardinal comperato avermi stima
Con li suoi doni, non mi è acerbo ed acro
Renderli, e tor la libertà mia prima.
Satira II
M. GALASSO
ARIOSTO
SATIRA SECONDA
Dimostra nella persona di sè medesimo, la natura esser di poco contenta: quanto sia da prezzarsi la libertà: quanto è piena di fastidj la vita de’ Prelati, e quanto misera la condizione de’ Cortigiani.
erchè ho molto bisogno, più che voglia
D’esser in Roma, ora che i Cardinali
A guisa de le serpi mutan spoglia:
Or che son men pericolosi i mali
A’ corpi, ancor che maggior peste affliga
Le travagliate menti de’ mortali;
Quando la ruota, che non pur castiga
Ision rio, si volge in mezzo a Roma
L’anime a cruccíar con lunga briga.
Galasso, appresso il tempio, che si noma,
Da quel Prete valente, che l’orecchia
A Marco allontanar fè da la chioma;
Stanza per quattro bestie mi apparecchia,
Contando me per due, con Gianni mio,
Poi metti un mulo, e un’altra rozza vecchia.
Camera, o buca, ove a stanzare abbia io,
Che luminosa sia, che poco saglia,
E da far foco comoda, desío.
Nè de’ cavalli ancor meno ti caglia,
Che poco giovería, ch’avesse poste,
Dovendo lor mancar poi fieno, o paglia.
Sia prima un materasso, che a le coste
Faccia vezzi, di lana, o di cotone
Sì, che la notte io non abbia ire a l’oste.
Provvedimi di legna secche e buone,
Di chi cucini pur così a la grossa
Un poco di vaccina, o di montone.
Non curo d’un, che con sapori possa
Di varj cibi suscitar la fame,
Se fosse morta, e chiusa ne la fossa.
Unga il suo schidon pure, o il suo tegame,
Sin a l’orecchio a ser Vorano il muso
Venuto al mondo sol per far letame:
Che più cerca la fame, perchè giuso
Mandi i cibi nel ventre, che per trarre
La fame, cerchi aver de’ cibi l’uso.
Il nuovo camerier tal cuoco inarre
Di fave, e d’aglio uso a sfamarsi, poi
Che riposte i fratelli avean le marre,
Ed egli a casa avea tornato i buoi;
Ch’or vuol fagiani, or tortorelle, or starne,
Che sempre un cibo usar, par che l’annoi.
Or sa, che differenza è da la carne
Di capro e di cinghial, che pasca al monte,
Da quel che l’Elisea soglia mandarne,
Fa ch’io trovi dell’acqua non di fonte,
Di fiume sì, che già sei dì veduto
Non abbia Sisto, nè alcun altro ponte.
Non curo sì del vin, non già il rifiuto;
Ma a temprar l’acqua me ne basta poco,
Che la taverna mi darà a minuto.
Senza molt’acqua i nostri, nati in loco
Palustre, non assaggio, perchè puri
Dal capo tranno in giù che mi fa roco.
Cotesti, che farian? che son nei duri
Scogli de’ Corsi ladri, o d’infedeli
Greci, o d’instabil Liguri maturi?
Chiuso nel studio frate Ciurla, se li
Bea, mentre fuor il popolo digiuno
Lo aspetta, che gli sponga gli Evangeli:
E poi monti sul pergamo più d’uno
Gambaro cotto, rosso, e romor faccia,
E un minacciar, che ne spaventi ogn’uno,
Ed a messer Moschin pur dia la caccia,
A fra Gualengo, ed a’ compagni loro,
Che metton carestía ne la vernaccia.
Che fuor di casa, o in Gorgatello, o al Moro
Mangian grossi piccioni e cappon grassi,
Come egli in cella fuor del refettoro.
Fa che vi sian de’ libri, con ch’io passi
Quell’ore, che comandano i Prelati
Al lor uscier, che alcuno entrar non lassi.
Come anco fanno in su la terza i frati,
Che non li muove il suon del campanello,
Poi che si sono a tavola assettati.
Signor dirò, non s’usa più fratello,
Poi c’ha la vile adulazion Spagnuola
Messa la signorìa fin in bordello.
Signor (se fosse ben mozzo da spuola)
Dirò, fate, per Dio, che Monsignore
Reverendissimo oda una parola.
A gora non se puede: et es meiore:
Che vos torneis a la magnana; almeno
Fate ch’ei sappia, ch’io son qui di fuore.
Risponde, che ’l padron non vuol gli sieno
Fatte imbasciate, se venisse Pietro,
Paol, Giovanni, e il Mastro Nazareno:
Ma se fin dove col pensier penétro,
Avessi a penetrarvi occhi lincei,
O i muri trasparesser, come vetro;
Forse occupati in casa li vedrei,
Che giustissima causa di celarsi
Avrìan dal Sol, non che da gli occhi miei.
Ma sia a un tempo lor agio di ritrarsi,
E a noi di contemplar sotto il camino
Pe i dotti libri i saggi detti sparsi.
Che mi muova a veder monte Aventino,
So, che vorresti intendere, e dirolti:
È per legar tra carta piombo, e lino;
Sì che ottener, che non mi sieno tolti
Possa, pel viver mio, certi baiocchi,
Che a Melan piglio, ancor che non sian molti;
E proveder, ch’io sia il primo, che mocchi
Sant’Agata, se avvien ch’al vecchio Prete,
Sopravvivendogli io, di morir tocchi.
Dunque io darò del capo ne la rete?
Ch’io soglio dir, che ’l diavol tende a questi,
Che del sangue di Cristo han tanta sete.
Non è già mio pensier, ch’ella mi resti,
Ma che in mano a persona si riponga
Saggia, e scíente, e di costumi onesti;
Che con periglio suo poi ne disponga:
Io nè pianeta mai, nè tonicella,
Nè chierca vo’, che in capo mi si ponga.
Come nè stole, non credo anco anella
Mi leghin mai, che in mio poter non tenga
Di elegger sempre o questa cosa, o quella.
Indarno è, s’io son prete, che mi venga
Disir di moglie, e quando moglie io tolga,
Convien, che d’esser prete il desir spenga.
Or perchè so, com’io mi muti e volga
Di voler tosto, schivo di legarmi,
Donde se poi mi pento, io non mi sciolga.
Qui la cagion potresti dimandarmi,
Perchè mi levo in collo sì gran peso,
Per dover poi su ’n altro scaricarmi.
Perchè tu, e gli altri frati miei ripreso
M’avreste, e odiato forse, se offerendo
Tal don fortuna, io non l’avessi preso.
Sai ben, che ’l vecchio la riserva avendo
Inteso d’un costì, che la sua morte
Bramava, e di velen perciò temendo;
Mi pregò, che a pigliar venissi in corte
La sua rinunzia, che potría sol torre
Quella speranza, onde temea sì forte.
Opra fec’io, che si volesse porre
Ne le tue mani, o ad Alessandro, il cui
Ingegno da la chierca non aborre.
Ma nè di voi, nè di più giunti a lui,
D’amicizia fidar unqua ei si volle;
Io fuor di tutti scelto unico fui.
Questa opiníon mia so ben, che folle
Diranno molti, che salir non tenti,
La via, ch’uom spesso a grandi onori estolle.
Questa povere, sciocche, inutil genti,
Sordide, infami, ha già levato tanto;
Che fatte le ha adorar da i Re potenti.
Ma chi mai fu sì saggio, o mai sì santo,
Che di esser senza macchia di pazzía,
O poca, o molta, dar si possa vanto?
Ognun tenga la sua; quest’è la mia,
Se a perder s’ha la libertà, non stimo
Il più ricco cappel, che in Roma sia.
Che giova a me sedere a mensa il primo,
Se per questo più sazio non mi levo
Di quel che è stato assiso a mezzo, o ad imo?
Come nè cibo, così non ricevo
Più quíete, più pace, o più contento;
Se ben di cinque mitre il capo aggrevo.
Felicitade istima alcun, che cento
Persone t’accompagnino a palazzo,
E che stia il volgo a riguardarti intento;
Io lo stimo miseria, e son sì pazzo,
Ch’io penso, e dico, che in Roma fumosa
Il Signore è più servo, che ’l ragazzo.
Non ha da servir questi in maggior cosa,
Che d’esser col signor quando cavalchi;
L’altro tempo a suo senno va, o si posa.
La maggior cura, che sul cor gli calchi,
È, che Fiammetta stia lontana, e spesso
Causi che l’ora del tinel gli valchi.
A questo, ove gli piace, è andar concesso
Accompagnato, e solo; a piè, a cavallo,
Fermarsi in ponte, in banchi, e in chiasso appresso.
Piglia un mantello o rosso, o nero, o giallo,
E se non l’ha, va in gonnellin leggiero;
Nè questo mai gli è attribuito a fallo,
Quell’altro per fodrar di verde il nero
Cappel, lasciati ha i ricchi ufficj, e tolto
Minor util, più spesa, e più pensiero.
Ha molta gente a pascere, e non molto
Da spender, che a le Bolle è già obligato
Del primo e del secondo anno il ricolto:
E del debito antico uno è passato,
Ed uno; e al terzo termine si aspetta
Esser sul muro in pubblico attaccato.
Gli bisogna a San Pietro andare in fretta;
Ma, perchè il cuoco, e lo spenditor manca,
Che gli sian dietro gli è la via interdetta.
Fuori è la mula, o che si duol d’un’anca,
O che le cinghie, o che la sella ha rotta,
O che da ripa vien sferrata, e stanca:
Se con lui fin il guattero non trotta,
Non può il misero uscir, che stima incarco
Il gire, e non aver dietro la frotta.
Non è il suo studio nè in Matteo, nè in Marco;
Ma specula, e contempla a far la spesa
Sì, che ’l troppo tirar non spezzi l’arco.
D’ufficj, di Badíe, di ricca Chiesa
Forse adagiato alcun vive giocondo,
Che nè la stalla, nè il tinel gli pesa.
Ah che ’l disío d’alzarsi il tiene al fondo:
Già il suo grado gli spiace, e a quello aspira,
Che dal sommo Pontefice è il secondo.
Giugne a quell’anco, e la voglia anco il tira
A l’alta sedia, che d’aver bramata
Tanto, indarno il Riario si martíra.
Che fia s’avrà la cattedra beata?
Tosto vorrà suoi figli, o suoi nepoti
Levar da la civil vita privata.
Non penserà d’Achivi, o d’Epiroti
Dar lor dominio, non avrà disegno
Ne la Moréa, o ne l’Arta far dispoti.
Non cacciarne Ottoman per dar lor regno,
Ove da tutta Europa avría soccorso,
E faría del suo ufficio, ufficio degno.
Ma spezzar la Colonna, e spegner l’Orso,
Per torgli Palestina, e Tagliacozzo,
E darli a’suoi, sarà il primo discorso.
E qual strozzato, e qual col capo mozzo,
In la Marca lasciando, e ’n la Romagna,
Trionferà del Cristian sangue sozzo.
Darà l’Italia in preda a Francia, o Spagna,
Che sozzopra voltandola, una parte
Al suo bastardo sangue ne rimagna.
Le scomuniche empir quinci le carte,
E quindi esser ministre si vedranno
L’indulgenze plenarie al fiero Marte.
Se’l Svizzero condurre, o l’Alemanno
Si dee, bisogna ritrovare i nummi,
E tutto al servitor ne vien il danno.
Ho sempre inteso, e sempre chiaro fummi,
Ch’argento, che lor basti, non han mai
Vescovi, Cardinali, e Pastor summi.
Sia stolto, indotto, vil, sia peggio assai;
Farà quel ch’egli vuol, se posto insieme
Avrà tesoro e chi baiar vuol, bai.
Perciò gli avanzi, e le miserie estreme
Fansi, di che la misera famiglia
Vive affamata, e grida indarno, e freme.
Quanto è più ricco, tanto più assottiglia
La spesa, che i tre quarti si delibra
Por da canto di ciò, che l’anno piglia.
Da l’otto oncie per bocca, a mezza libra
Si vien di carne, e al pan, di cui la veccia
Nata con lui nè il loglio, fuor si cribra.
Come la carne, e ’l pan, così la feccia
Del vin si dà, c’ha seco una puntura,
Che più mortal non l’ha spiedo, nè freccia;
O ch’egli fila, e mostra la paura,
Ch’ebbe a dar volta di fiaccarsi il collo,
Sì che men mal saría ber l’acqua pura.
Se la bacchetta per levar satollo
Lasciasse il cappellan, mi starei cheto,
Se ben non gusta mai vitel, nè pollo.
Questo, dirai, può un servitor discreto
Patir; che quando un Monsignor suo accresce,
Accresce anch’egli, e n’ha da viver lieto.
Ma tal speranza a molti non riesce,
Che, per dar luogo a la famiglia nuova,
Più d’un vecchio d’ufficio, e d’onor esce.
Camerier, Scalco, e Secretario truova
Il Signor degni al grado; e n’hai buon patto,
Che dal servizio suo non ti rimuova.
Quanto ben disse il mulattier quel tratto,
Che tornando dal bosco ebbe la sera
Nuova, che ’l suo padron Papa era fatto.
Che per me stesse Cardinal meglio era;
Ho fin qui avuto da cacciar due muli,
Or n’avrò tre: chi più di me ne spera,
Compri pur quanto io n’ho d’aver, due giuli.
Satira III
ANNIBALE
MALAGUZZO
SATIRA TERZA
Seguita pure in dannare la servitù delle corti: duolsi delle
promesse a lui dal Pontefice non osservate: dimostra le
cagioni delle malagevolezze, che si trovano in acquistare
le ricchezze: ed in ultimo danna l’avarizia e la malvagità
de’ Cortigiani.
oi, che Annibal intendere vuoi, come
La fo col Duca Alfonso, e s’io mi sento
Più grave, o men, de le mutate some:
Perchè s’anco di questo mi lamento,
Tu mi dirai, c’ho il guidaresco rotto,
E ch’io son di natura un rozzon lento:
Senza molto pensar dirò di botto,
Che un peso e l’altro ugualmente mi spiace,
E fora meglio a nessun esser sotto.
Dimmi, or c’ho rotto il dosso, e se ti piace,
Dimmi, ch’io sia una rozza, e dimmi peggio:
In somma esser non so, se non verace:
Che, s’al mio genitor, tosto ch’a Reggio
Daria mi partorì, faceva il giuoco,
Che fè Saturno al suo ne l’alto seggio,
Sì che di me sol fosse questo poco,
Nel qual dieci tra i frati e le sirocchie
È bisognato, che tutti abbian loco;
La pazzia non avrei de le ranocchie
Fatta giammai, d’ir procacciando, a cui
Scoprirmi il capo, e piegar le ginocchie.
Ma poi che figliuol unico non fui,
Nè mai fu troppo a ’ miei Mercurio amico,
E viver son sforzato a spese altrui;
Meglio è, s’appresso il Duca mi nutrico,
Che andare a questo e a quel de l’umil volgo
Accattandomi il pan, come mendico.
So ben, che dal parer de i più mi tolgo:
Lo stare in corte stimano grandezza;
Io pel contrario a servitù rivolgo.
Stiaci volentier dunque chi l’apprezza:
Fuor n’uscirò ben io; s’un dì il Figliuolo
Di Maria vorrà usarmi gentilezza.
Non si adatta una sella, o un basto solo
Ad ogni dosso: ad un par che non l’abbia,
A l’altro stringe, e preme, e gli dà duolo.
Mal può durar il rosignuolo in gabbia:
Più vi sta il cardellino, e più il fanello:
La rondine in un dì vi muor di rabbia.
Chi brama onor di sproni, o di cappello,
Serva Re, Duca, Cardinale, o Papa;
Io no, che poco curo e questo, e quello.
In casa mia mi sa meglio una rapa,
Ch’io cuoco, e cotta su uno stecco inforco,
E mondo, e spargo poi di aceto e sapa;
Che a l’altrui mensa tordo, starna, o porco
Selvaggio: e così sotto una vil coltre,
Come di seta, o d’oro, ben mi corco:
E più mi piace di posar le poltre
Membra, che di vantarle, che a gli Sciti
Sian state, a gl’Indi, a gli Etiòpi, ed oltre.
De gli uomini son varj gli appetiti;
E chi piace la chierca, a chi la spada,
A chi la patria, a chi gli strani liti.
Chi vuol andar a torno, a torno vada,
Vegga Inghilterra, Ungheria, Francia, e Spagna:
A me piace abitar la mia contrada.
Visto ho Toscana, Lombardía, Romagna;
Quel Monte che divide, e quel che serra
Italia, e un mare e l’altro, che la bagna.
Questo mi basta; il resto de la terra,
Senza mai pagar l’oste, andrò cercando
Con Tolomeo, sia il mondo in pace, o in guerra.
E tutto il mar, senza far voti, quando
Lampeggi il ciel, sicuro in su le carte
Verrò, più che su i legni, volteggiando.
Il servigio del Duca, d’ogni parte,
Che ci sia buona, più mi piace in questa,
Che dal nido natío raro si parte.
Perciò gli studj miei poco molesta,
Nè mi toglie, onde mai tutto partire
Non posso, perchè il cor sempre ci resta.
Parmi vederti qui ridere, e dire,
Che non amor di patria, nè di studi,
Ma di donna è cagion, che non voglio ire.
Liberamente tel confesso; or chiudi
La bocca, che a difender la bugía
Non volli prender mai spada, nè scudi.
Del mio star qui qual la cagion si sia,
Io ci sto volentieri; ora nessuno
Abbia a tor, più di me, la cura mia.
S’io fossi andato a Roma, dirà alcuno,
A farmi uccellator de’ benefici,
Preso a la rete n’avrei già più d’uno:
Tanto più ch’ora de gli antichi amici
Del Papa, innanzi che virtude, o sorte
Lo sublimasse al sommo de gli uffici;
E prima, che gli aprissero le porte
I Fiorentini, quando il suo Giuliano
Si riparò ne la Feltresca corte;
Ove col formator del Cortigiano,
Col Bembo, e gli altri sacri al divo Apollo,
Facea l’esilio suo men duro, e strano;
E dopo ancor, quando levaro il collo
Medici ne la patria; e il Gonfalone,
Fuggendo del palazzo, ebbe il gran crollo;
E fin, che a Roma s’andò a far Leone,
Io gli fui grato sempre, e in apparenza
Mostrò amar più di me poche persone.
E più volte Legato, ed in Fiorenza
Mi disse, che al bisogno mai non era
Per far da me al fratel suo differenza.
Per questo parrà altrui cosa leggiera,
Che stando io a Roma, già m’avessi posta
La cresta dentro verde, e di fuor nera.
A chi parrà così, farò risposta
Con uno esempio: leggilo, che meno
Leggerlo a te, che a me scriverlo, costa.
Una stagion fu già, che sì il terreno
Arse, che ’l Sol di nuovo a Faetonte
De ’ suoi corsier parea aver dato il freno.
Secco ogni pozzo, secco era ogni fonte;
Li stagni, i rivi, e i fiumi più famosi
Tutti passar si potean senza ponte.
In quel tempo d’armenti, e de’ lanosi
Greggi, io non so s’io dico ricco, o grave
Era un pastor fra gli altri bisognosi;
Che poi che l’acqua per tutte le cave
Cercò in darno, si volse a quel Signore,
Che mai non suol fraudar, chi in lui fede have;
Ed ebbe lume, e inspirazion di core,
Ch’indi lontano trovería nel fondo
Di certa valle il desiato umore.
Con moglie e figli, e con ciò ch’avea al mondo,
Là si condusse; e con gli ordigni suoi
L’acqua trovò, nè molto andò profondo:
E non avendo con che attinger poi,
Se non un vaso picciolo ed angusto,
Disse: che mio sia ’l primo non v’annoi.
Di mogliema il secondo, e ’l terzo è giusto,
Che sia de’ figli, e il quarto, e fin che cessi
L’ardente sete, onde è ciascuno adusto.
Gli altri vo’ ad un ad un, che sien concessi,
Secondo le fatiche, a li famigli,
Che meco in opra a far il pozzo ho messi.
Poi su ciascuna bestia si consigli;
Che di quelle, che a perderle è più danno,
Innanzi a l’altre la cura si pigli.
Con questa legge un dopo l’altro vanno
A bere; e per non esser i sezzai,
Tutti ivi grandi i lor meriti fanno.
Questo una Gaza, che già amata assai
Fu dal padrone, ed in delizia avuta,
Vedendo, ed ascoltando, gridò: guai!
Io non gli son parente, nè venuta,
A far il pozzo, nè di più guadagno
Gli son per esser mai, ch’io gli sia suta;
Veggio, che dietro a gli altri mi rimagno:
Morrò di sete, quando non procacci
Di trovar per mio scampo altro rigagno.
Cugin, con questo esempio vo’ che spacci
Quei, che credon, che ’l Papa porre innanti
Mi debba a Neri, a Vanni, a Lotti,e a Bacci.
I nipoti, e i parenti, che son tanti,
Prima hanno a ber; poi quei, che l’ajutaro
A vestirsi il più bel di tutti i manti.
Bevuto ch’abbian questi, gli fia caro,
Che beano quei, che contra il Soderino
Per tornarlo in Firenze si levaro.
L’un dice: io fui con Pietro in Casentino,
E d’esser preso e morto a risco venni:
Io gli prestai denar, grida Brandino.
Dice un altro: a mie spese il frate tenni
Un anno, e lo rimessi in veste e in arme;
Di cavallo, e d’argento gli sovvenni.
Se fin, che tutti beano, aspetto a trarme
La volontà di bere; o me di sete,
O secco il pozzo d’acqua veder parme.
Meglio è star ne la solita quíete,
Che provar, s’egli è ver, che qualunque erge
Fortuna in alto, il tuffa prima in Lete.
Ma sia ver, se ben gli altri vi sommerge,
Che costui sol non accostasse al rivo,
Che del passato ogni memoria asterge.
Testimonio son io di quel, ch’io scrivo;
Ch’io non l’ho ritrovato, quando il piede
Gli baciai prima, di memoria privo.
Piegossi a me da la beata sede;
La mano, e poi le gote ambe mi prese,
E ’l santo bacio in amendue mi diede.
Di mezza quella Bolla anco cortese
Mi fu, de la qual ora il mio Bibiena
Espedito m’ha il resto a le mie spese.
Indi col seno, e con la falda piena
Di speme, ma di pioggia molle e brutto,
La notte andai fin al Montone a cena.
Or sia vero, che ’l Papa attenda tutto
Ciò, che già offerse, e voglia di quel seme,
Che già tant’anni sparsi, or darmi il frutto.
Sia ver, che tante mitre, e diademe
Mi doni, quante Giona di Cappella
A la messa Papal non vede insieme;
Sia ver, che d’oro m’empia la scarsella,
E le maniche, e ’l grembo; e se non basta,
M’empia la gola, il ventre, e le budella;
Sarà per questo piena quella vasta
Ingordigia d’aver? rimarrà sazia
Per ciò la sitibonda mia cerasta?
Dal Marocco al Catai, dal Nilo in Dazia,
Non che a Roma, anderò, se di potervi
Saziare i desiderj impetro grazia.
Ma, quando Cardinale, o de li servi
Io sia il gran servo; e non ritrovino anco
Termine i desiderj miei protervi;
In ch’util mi risulta essermi stanco
In salir tanti gradi? meglio fora
Starmi in riposo, o affaticarmi manco.
Nel tempo, ch’era nuovo il mondo ancora;
E che inesperta era la gente prima;
E non eran l’astuzie, che son ora;
A piè d’un alto monte, la cui cima
Parea toccasse il cielo, un popol, quale
Non so mostrar, vivea ne la valle ima;
Che più volte osservando la ineguale
Luna, or con corna, or senza, or piena, or scema,
Girare il cielo al corso naturale;
E credendo poter da la suprema
Parte del mondo giungervi, e vederla
Come si accresca, e come in sè si prema;
Chi con canestro, e chi con sacco per la
Montagna, cominciar correr in su,
Ingordi tutti a gara di tenerla.
Vedendo poi non esser giunti più
Vicini a lei, cadeano a terra lassi,
Bramando in van d’esser rimasi giù:
Quei, ch’alti li vedean dai poggi bassi,
Credendo che toccassero la Luna,
Dietro, venian con frettolosi passi.
Questo monte è la ruota di Fortuna,
Ne la cui cima il volgo ignaro pensa,
Ch’ogni quiete sia, nè ve n’è alcuna.
Se ne l’onor contento, o ne la immensa
Ricchezza si trovasse, io loderei
Non aver, se non qui, la voglia intensa.
Ma se vediamo i Papi, e i Re, che Dei
Stimiamo in terra, star sempre in travaglio,
Che sia contento in lor, dir non potrei.
Se di ricchezze al Turco, o s’io m’agguaglio,
Di dignitate al Papa, ed ancor brami
Salir più in alto, e mal me ne prevaglio;
Convenevol è ben, che ordisca e trami
Di non patire a la vita disagio,
Che, più di quanto ho al mondo, è ragion ch’ami.
Ma, se l’uomo è sì ricco, che sta ad agio
Di quel, che dà Natura, contentarse
Dovria, se fren pone al desir malvagio:
Che non digiuni, quando vorria trarse
L’ingorda fame, ed abbia fuoco e tetto,
Se dal freddo, o dal Sol vuol ripararse:
Nè gli convenga andare a piè, se astretto
È di mutar paese; ed abbia in casa
Chi la mensa apparecchi, e acconci il letto.
Chi mi può dare o mezza, o tutta rasa
La testa, più di questo? ci è misura ·
Di quanto pon capir tutte le vasa.
Convenevole è ancor, che s’abbia cura
De l’onor suo; ma tal, che non divenga
Ambizíone, e passi ogni misura.
Il vero onore è, ch’uom da ben ti tenga
Ciascuno, e che tu sia: che non essendo,
Forza è, che la bugia tosto si spenga.
Che Cavaliero, o Conte, o Reverendo
Il popolo ti chiami, io non t’onoro,
Se meglio in te, che ’l titol, non comprendo,
Che gloria t’è vestir di seta e d’oro,
E quando in piazza appari, o ne la chiesa
Ti si levi il cappuccio il popol soro?
Poi dica dietro: ecco chi diede presa
Per danari a’ Francesi Porta Giove,
Che ’l suo Signor gli avea data in difesa.
Quante collane, quante cappe nuove
Per dignità si comprano, che sono
Pubblici vituperj in Roma, e altrove?
Vestir di romagnuolo, ed esser buono,
Io mi contento: ed a chi vuol con macchia
Di bareria, l’oro e la seta dono.
Diverso al mio parer il Bomba gracchia,
E dice: abb’io pur roba, e sia l’acquisto
O venuto pel dado, o per la macchia:
Sempre ricchezze riverir ho visto
Più che virtù; poco il mal dir mi nuoce;
Se riniega anco, e si bestemmia Cristo:
Pian piano, Bomba, non alzar la voce:
Bestemmian Cristo gli uomini ribaldi
Peggior di quei, che lo chiovaro in croce.
Ma ben gli onesti, e i buoni dicon mal di
Te, e dicon ver, che carte false, e dadi
Ti danno i beni, c’hai mobili, e saldi.
E tu dai lor da dirlo, perchè radi
Più di te in questa terra straccian tele
D’oro, e broccati, velluti, e zendadi.
Quel, che dovresti ascondere, rivele;
A’ furti tuoi, che star devrian di piatto,
Per me’ mostrarli, allumi le candele:
E dai materia, ch’ogni savio, e matto
Intender vuol, come ville, e palazzi
Dentro e di fuor in sì pochi anni hai fatto;
E come così vesti, e così sguazzi;
E risponder è forza, che a te è avviso
Esser grand’uomo, e che dentro ne guazzi.
Pur che non se lo veggia dire in viso,
Non stima il Borno, che sia biasmo, s’ode
Mormorar dietro, ch’abbia il frate ucciso.
Se ben è stato in bando un pezzo, or gode
L’ereditate in pace; e chi gli agogna
Mal, freme in darno, e indarno se ne rode.
Quell’altro va se stesso a porre in gogna,
Facendosi veder con quella aguzza
Mitra, acquistata con tanta vergogna.
Non avendo più pel d’una cucuzza,
Ha meritato con brutti servigi
La dignitate, e ’l titolo che puzza
A gli spirti celesti, umani, e stigi.
Satira IV
M. SIGISMONDO
MALAGUZZO
SATIRA QUARTA
Per certo governo datogli dal Duca dimostra, quanto egli fosse mal atto ad altro esercizio, che a quel delle Muse: e che l’essere preso da amore non è laudabile molto ne gli uomini di tempo.
l ventesimo giorno di Febraio
Chiude oggi l’anno, che da questi monti,
Che danno a’ Toschi il vento di Rovaio,
Qui scesi, dove da diversi fonti
Con eterno romor confondon l’acque
La Turrita col Serchio fra duo ponti,
Per custodir, come al Signor mio piacque,
Il gregge Grafagnin, che a lui ricorso
Ebbe, tosto ch’a Roma il Leon giacque:
Che spaventato, e messo in fuga, e morso
L’aveva dianzi, e l’avria mal condotto,
Se non venía dal Ciel giusto soccorso.
E questo in tanto tempo è il primo motto,
Ch’io fo a le Dee, che guardano la pianta,
De le cui fronde io fui già così ghiotto.
La novità del loco è stata tanta,
C’ho fatto, come augel, che muta gabbia,
Che molti giorni resta, che non canta.
Sigismondo cugin, che taciuto abbia
Non ti meravigliar, ma meraviglia
Abbi, che morto non sia ormai di rabbia,
Vedendomi lontan cento e più miglia,
E m’abbian monti, e fiumi, e selve escluso
Da chi tien del mio cor sola la briglia.
Con altre cause e più degne mi scuso
Con gli altri amici (a dirti il ver); ma teco
Liberamente il mio peccato accuso.
Altri, a chi lo dicessi, un occhio bieco
Mi volgerebbe addosso, e un muso stretto:
Guata poco cervel, poi diría seco.
Degno uom, da chi esser debba un popol retto,
Uom, che poco lontan da cinquant’anni
Vaneggi ne i pensier di giovinetto.
E direbbe il Vangel di San Giovanni;
Che se ben erro, pur non son sì losco,
Che ’l mio error non conosca, e ch’io no ’l danni.
Ma che giova, s’io il danno, e s’io ’l conosco?
Se non ci posso riparar? ne trovi
Rimedio alcun, che spenga questo tosco?
Tu forte, e saggio, che a tua posta muovi
Questi affetti da te, che in uom nascscendo,
Natura affigge con sì saldi chiovi!
Fisse in me questo, e forse non sì orrendo,
Come in alcun, c’ha di me tanta cura,
Che non può tollerar, ch’io non mi emendo;
E fa, come io so alcun, che dice e giura,
Che quello e questo è becco, e quanto lungo
Sia il cimier del suo capo non misura.
Io non uccido, io non percuoto, o pungo,
Io non do noia altrui; se ben mi dolgo,
Che da chi meco è sempre, io mi dilungo:
Per ciò non dico, nè a difender tolgo,
Che non sia fallo il mio; ma non sì grave,
Che di via più non ne perdoni il volgo.
Con minor acqua il volgo, non che lave
Maggior macchia di questa, ma sovente
Al vizio titol di virtù dato have.
Ermilian sì del denaio ardente,
Come d’Alessi il Gianfa, e che lo brama
Ogn’ora in ogni loco, da ogni gente:
Nè amico, nè fratel, nè se stesso ama;
Uomo d’industria, uomo di grande ingegno,
Di gran saper, di gran valor si chiama.
Gonfia Rinieri, ed ha il suo grado a sdegno;
Esser gli par quel, che non è; più innanzi
(Che in tre salti ir non può ) si mette il segno.
Non vuol, che in ben vestir altri l’avanzi;
Spenditor, Scalco, Falconiero, e Cuoco,
Vuol chi lo scalzi, e chi li tagli innanzi.
Oggi uno, e diman vende un altro loco,
Quel, che in molt’anni acquistàr gli avi, e i patri,
Getta a man piene, e non a poco a poco.
Costui non è chi morda, o che gli latri;
Ma liberal, magnanimo si noma
Fra i volgari giudicj oscuri ed atri.
Solonio di faccende sì gran soma
Tolle a portar, che ne saria già morto
Il più forte somier, che vada a Roma.
Tu ’l vedi in Banchi, a la Dogana, al Porto,
In Camera Apostolica, in Castello,
Da un ponte a l’altro a un volger d’occhi sorto.
Si stilla notte e dì sempre il cervello,
Come al Papa ogn’or dia freschi guadagni,
Con dazj nuovi, e multe, e con balzello.
Gode fargli saper, che se ne lagni,
E dica ogn’un, che a l’util del padrone
Non riguardi parenti, nè compagni.
Il popol l’odia, ed ha d’odiar ragione;
Se d’ogni mal, che la città flagella,
Gli è ver, ch’egli sia il capo, e la cagione.
E pur grande, e magnifico s’appella,
Nè, senza prima discoprirsi il capo,
Il nobile, o ’l plebeo mai gli favella.
Laurin si fa de la sua patria capo,
Ed in privato il pubblico converte;
Tre ne confina, a sei ne taglia il capo;
Comincia volpe, ed indi a forze aperte
Esce leon, poi c’ha il popol sedutto
Con licenze, con doni, e con offerte:
Gl’iniqui alzando, e deprimendo in lutto
I buoni, acquista titolo di saggio,
Di furti, stupri, e d’omicidj brutto.
Così dà onore a chi dovrebbe oltraggio,
Nè sa da colpa a colpa scerner l’orbo
Giudicio, a cui non mostra il Sol mai raggio;
Estima il corbo cigno, e il cigno corbo:
Se sentisse, ch’io amassi, faria un viso,
Come mordesse allora allora un sorbo.
Dica ognun, come vuole, e siagli avviso
Quel che gli pare: in somma ti confesso,
Chi qui perduto ho il canto, il giuoco, e il riso.
Questa è la prima, ma molt’altre appresso,
E molt’altre ragion posso allegarte,
Che da le Dee m’han tolto di Permesso.
Già mi fur dolci inviti a empir le carte
I luoghi ameni, di che il nostro Reggio,
Il natío nido mio n’ha la sua parte.
Il tuo Maurizían sempre vagheggio,
La bella stanza, e ’l Rodano vicino
Da le Naiade amato ombroso seggio.
Il lucido vivaio, onde il giardino
Si cinge intorno, ’l fresco rio che corre,
Rigando l’erbe, ove poi fa il molino.
Non mi si pon de la memoria torre
Le vigne, e i solchi del fecondo Iaco,
Le valle, e ’l colle, e la ben posta torre.
Cercando or questo, ed or quel loco opaco,
Quivi in più d’una lingua, e in più d’un stile,
Rivi traea fin dal Gorgoneo laco.
Erano allora gli anni miei fra Aprile
E Maggio belli, ch’or l’Ottobre dietro
Si lasciano, e non pur Luglio, e Sestile.
Ma nè d’Ascra potrian, nè di Libetro
Le amene valli, senza il cor sereno,
Far da me uscir gioconda rima, o metro.
Dove altro albergo era di questo meno
Conveniente a i sacri studj, voto
D’ogni giocondità, d’ogni orror pieno?
La nuda Pania tra l’Aurora e ’l Noto,
De l’altre parti il giogo mi circonda,
Che fa d’un Pellegrin la gloria noto.
Questo è una falda, ove abito, profonda,
D’onde non muovo piè senza salire
Del selvoso Appennin la fiera sponda.
O starmi in rocca, o voglia a l’aria uscire,
Accuse, e liti sempre, e gridi ascolto,
Furti, omicidj, odj, vendette, ed ire.
Sì, che or con chiaro, or con turbato volto
Convien, ch’alcuno prieghi, alcun minacci,
Altri condanni, ed altri mandi assolto;
Ch’ogni dì scriva, ed empia fogli, e spacci
Al Duca or per consiglio, or per aiuto,
Sì che i ladron, c’ho d’ogn’intorno, scacci.
Dei saper la licenza, in ch’è venuto
Questo paese, poi che la Pantera,
Indi il Leon l’ha fra gli artigli avuto.
Qui vanno gli assassini in sì gran schiera,
Che un’altra, che per prenderli ci è posta,
Non osa trar del sacco la bandiera.
Saggio chi dal castel poco si scosta:
Ben scrivo a chi più tocca, ma non torna,
Secondo ch’io vorrei, mai la risposta.
Ogni terra in se stessa alza le corna;
Che sono ottantatrè tutte partite
Da la sedizíon, che ci soggiorna.
Vedi or, se Apollo, quando io ce lo invite,
Vorrà venir, lasciando Delfo, e Cinto,
In queste grotte a sentir sempre lite.
Dimandar mi potresti, chi m’ha spinto
Da i dolci studj, e compagnia sì cara
In questo rincrescevol laberinto?
Tu dei saper, che la mia voglia avara
Unqua non fu; ch’io solea star contento
De lo stipendio, che traea in Ferrara.
Ma non sai forse, come uscì poi lento
Succedendo la guerra; e come volse
Il Duca, che restasse in tutto spento?
Fin che quella durò, non me ne dolse;
Mi dolse di veder, che poi la mano
Chiusa restò, ch’ogni timor si sciolse.
Tanto più che l’ufficio di Melano,
Poi che le leggi mi tacean fra l’armi,
Bramar gli affitti suoi mi facea in vano.
Ricorsi al Duca: o voi, Signor, levarmi
Dovete di bisogno, o non v’incresca,
Ch’io vada altra pastura a procacciarmi.
Grafagnini in quel tempo, essendo fresca
La lor revoluzion, che spinto fuori
Avea Marzocco a procacciar d’altr’esca,
Con lettere frequenti, e ambasciatori
Replicavano al Duca, e facean fretta
D’aver lor capi, e loro usati onori.
Fu di me fatta una improvvisa eletta,
O fosse, perchè il termine era breve
Di consigliar chi pel miglior si metta:
O pur fu appresso il mio Signor più leve
Il bisogno de’ sudditi, che ’l mio;
Di ch’obligo gli ho, quanto se gli deve.
Obligo gli ho del buon voler, più ch’io
Mi contenti del dono, il quale è grande,
Ma non molto conforme al mio desio.
Or se di me a quest’uomini dimande;
Potrian dir, che bisogno era di asprezza,
Non di clemenza a l’opre lor nefande.
Come nè in me, così nè contentezza
È forse in lor; io per me son quel Gallo,
Che la gemma ha trovato, e non l’apprezza.
Son come il Veneziano, a cui il cavallo
Di Mauritania in eccellenza buono
Donato fu dal Re di Portogallo;
Il qual, per aggradire il real dono,
Non discernendo, che mestier diversi
Volger timoni, e regger briglie sono;
Sopra vi salse, e cominciò a tenersi
Con mani al legno, e co’ sproni a la pancia:
Non vo’ (seco dicea) che tu mi versi.
Sente il cavallo pungersi, e si lancia;
E ’l buon nocchier più allora preme, e stringe
Lo sprone al fianco, aguzzo più che lancia,
E di sangue la bocca, e ’l fren li tinge:
Non sa il cavallo a chi ubbidire, o a questo
Che ’l torna indietro, o a quel che l’urta e spinge.
Pur se ne sbriga in pochi salti presto:
Rimane in terra il Cavalier col fianco,
Con la spalla, e col capo rotto e pesto.
Tutto di polve, e di paura bianco
Si levò al fin, del Re mal satisfatto,
E lungamente poi se ne dolse anco.
Meglio avrebbe egli, ed io meglio avrei fatto;
Egli il ben del cavallo, io del paese;
A dir: o Re, o Signor, non ci son atto;
Sii pur a un altro di tal don cortese.
Satira V
M. ANNIBALE
MALAGUZZO
SATIRA QUINTA
Dimostra esser buona cosa il maritarsi; indi piacevolmente ci
fa vedere, quanto malagevol fia poter conservare la moglie pudica.
a tutti gli altri amici, Annibal, odo,
Fuor che da te, che sei per pigliar moglie;
Mi duol, che ’l celi a me, che ’l facci lodo:
Forse me ’l celi, perchè a le tue voglie
Pensi, che oppormi debbia, come io danni,
Non l’avendo tolta io, s’altri la toglie.
Se pensi di me questo, tu t’inganni;
Benchè senza io ne sia, non però accuso
Se Pietro l’ha, Martin, Polo, e Giovanni.
Mi duol di non l’aver, e me ne scuso
Sopra varj accidenti, che l’effetto
Sempre dal buon voler tennero escluso.
Ma fui di parer sempre, e così detto
L’ho più volte, che senza moglie a lato
Non puote uomo in bontade esser perfetto.
Nè senza si può star senza peccato;
Che chi non ha del suo, fuori accattarne
Mendicando, o rubandolo è sforzato.
E chi s’usa a beccar de l’altrui carne,
Diventa ghiotto, ed oggi tordo o quaglia,
Diman fagiani, un altro dì vuol starne:
Non sa quel che sia amor, non sa che vaglia
La caritade; e quindi avvien che i preti
Sono sì ingorda e sì crudel canaglia.
Che lupi sieno, e ch’asini indiscreti,
Me ’l dovreste saper dir voi da Reggio,
Se già il timor non vi tenesse cheti.
Ma senza che ’l diciate, io me n’avveggio:
De l’ostinata Modena non parlo,
Che tutto, che stia mal, merta star peggio.
Pigliala, se la vuoi; fa, se dei farlo,
E non voler, come il Dottor Bonleo,
A l’estrema vecchiezza prolungarlo.
Quella età più al servizio di Lieo
Che di Vener conviensi: si dipinge
Giovane e fresco, e non vecchio Imeneo.
Il vecchio, allora che ’l desio lo spinge,
Di sè presume, e spera far gran cose;
Si sganna poi, che al paragon si stringe.
Non voglion rimaner però le spose
Nel danno; sempre ci è mano adiutrice,
Che sovviene a le pover bisognose:
E, se non fusse ancor, pur ognun dice,
Ch’egli è così: non pon fuggir la fama,
Più che del ver, del falso relatrice;
La qual patisce mal chi l’onor ama:
Ma questa passíon debole e nulla
Verso un’altra maggior ser Jorio chiama.
Peggio è, dice, vedersi un ne la culla,
E per casa giuocando ir duo bambini,
E poco prima nata una fanciulla;
Ed esser di sua età giunto a’ confini,
E non aver, chi dopo sè lor mostri
La via del bene, e non le fraudi e uncini.
Pigliala, e non far come alcuni nostri
Gentiluomini fanno, e molti fero,
Ch’or giaccion per le chiese e per li chiostri.
Di mai non la pigliar fu il lor pensiero,
Per non aver figliuoli, che far pezzi
Debbian di quel che a pena basta intero.
Quel che acerbi non fer, maturi e mezzi
Fan poi con biasmo: trovan ne le ville
E spesso in le cucine a chi far vezzi.
Nascono figli, e crescon le faville,
Ed al fin pusillanimi e bugiardi
S’inducono a sposar villane e ancille,
Perchè i figli non restino bastardi:
Quindi è falsificato di Ferrara
In gran parte il buon sangue, se ben guardi.
Quindi la gioventù vedi sì rara,
Che le virtudi, e gli bei studi, e molta,
Che degli avi materni i stili impara.
Cugin, fai ben a tor moglier, ma ascolta:
Pensaci prima, non varrà poi dire
Di no, se avrai di sì detto una volta.
In questo il mio consiglio proferire
Ti vo’, e mostrar, sebben non lo richiedi,
Quel che tu dei cercar, quel che fuggire.
Tu ti ridi di me, forse, e non vedi
Com’io ti possa consigliar; ch’avuto
Non ho in tal nodo mai collo, nè piedi.
Non hai, quando due giuocano, veduto
Che quel, che sta a veder, ha meglio spesso
Ciò che s’ha a far, che ’l giuocator, saputo?
Se tu vedi, che tocchi o vada appresso
Al segno il mio parer, dagli il consenso;
Se no, reputal sciocco, e me con esso.
Ma prima ch’io ti mostri altro compenso,
Ti avrei da dir, che s’amorosa face
Ti fa pigliar moglier, che segui il senso:
Ogni virtude è in lei, s’ella ti piace:
So ben, che nè orator Latin, nè Greco
Saria a dissuadertelo efficace.
Io non son per mostrar la strada a un cieco:
Ma se tu il bianco, e ’l rosso, e ’l ner comprendi,
Esamina il consiglio ch’io ti arreco.
Tu, che vuoi donna, con gran studio intendi
Qual sia stata, e qual sia la madre, e quali
Sien le sorelle, se all’onore attendi.
Se in cavalli, se ’n buoi, se ’n bestie tali
Guardiam le razze; che faremo in questi,
Che son fallaci più ch’altri animali?
Di vacca nascer cerva non vedesti,
Nè mai colomba d’aquila, nè figlia
Di madre infame, di costumi onesti.
Oltra che il ramo al ceppo s’assomiglia;
Il domestico esempio, che le aggira
Pel capo sempre, ogni bontà scompiglia.
Se la madre ha due amanti, ella ne mira
A quattro, a cinque, e spesso a più di sei,
Ed a quanti più può la rete tira;
E questo per mostrar, che men di lei
Non è leggiadra, e non le fur del dono
Della beltà men liberali i Dei.
Saper la balia e le compagne è buono:
S’appresso il padre sia nodrita, o in corte,
Al fuso, a l’ago, oppur in canto e in suono.
Non cercar chi più dote, o più ti porte
Titoli e fumi, e più nobil parenti,
Ch’al tuo aver si convenga o alla tua sorte.
Che difficil sarà, se non ha venti
Donne poi dietro, e staffieri, e un ragazzo
Che le sciorini il cul, tu la contenti.
Vorrà la nana, un buffoncello, un pazzo,
E compagni da tavola e da giuoco,
Che tutto il dì la tengano in sollazzo.
Nè tor di casa il piè, nè mutar loco
Vorrà senza carretta; bench’io stimi
Fra tante spese questa spesa poco.
Che se tu non la fai, che sei de’ primi
E di sangue e d’aver ne la tua terra;
Non la faran già quei, che son degl’imi:
E se mattina e sera ondeggiando erra
Con cavalli a vettura la Giannicca;
Che farà chi del suo li pasce e ferra?
Ma se l’altre n’han due, ne vuol la ricca
Quattro se le compiaci più che ’l Conte
Rinaldo mio, la t’invviluppa e ficca.
Se le contrasti, pon la pace a monte,
E come Ulisse al canto, tu l’orecchia
Chiudi a pianti, a lamenti, a gridi ed onte.
Ma non le dire oltraggio, o t’apparecchia
Cento udirne per uno, e che ti punga
Più che punger non suol vespa nè pecchia.
Una, che ti sia ugual, teco si giunga:
Che por non voglia in casa nuove usanze,
Nè più del grado aver la coda lunga.
Non la vo’ tal, che di bellezze avanze
L’altre, e sia in ogn’invito, e sempre vada
Capo di schiera per tutte le danze.
Fra bruttezza e beltà trovi una strada,
Dov’è gran turba, nè bella nè brutta;
Che non t’ha da spiacer, se non t’aggrada.
Chi quindi esce a man dritta trova tutta
La gente bella, e dal contrario canto
Quanto bruttezza ha il mondo esser ridutta:
Quinci più sozze, e poi più sozze, quanto
Tu vai più innanzi, e quindi trovi i visi
Più di bellezza, e più tener il vanto.
Se ove dei tor la tua vuoi che t’avvisi,
Dirò in la strada, o a man ritta ne’ campi;
Ma che di là non sien troppo divisi.
Non ti scostar, non ir dove tu inciampi
In troppo bella moglie, sì ch’ognuno
Per lei d’amore, e di desire avvampi.
Molti la tenteranno, e quando ad uno
Repugni, a due, a tre, non stare in speme
Che non ne debba aver vittoria alcuno.
Non la tor brutta, che torresti insieme
Perpetua noia: medíocre forma
Sempre lodai, sempre dannai l’estreme
Sia di buon’aria, sia gentil, non dorma
Con gli occhi aperti; che più l’esser sciocca
D’ogn’altra ria deformità deforma.
Se questa in qualche scandalo trabocca,
Lo fa palese in modo, che dà sopra
I fatti suoi faccenda ad ogni bocca.
L’altra più saggia si conduce a l’opra
Secretamente, e studia, come il gatto,
Che l’immondizia sua la terra copra.
Sia piacevol, cortese, sia d’ogni atto
Di superbia nimica; sia gioconda,
Non mesta mai, non mai col ciglio attratto.
Sia vergognosa, ascolti, e non risponda
Per te, dove tu sia, nè cessi mai,
Nè mai stia in ozio; sia polita e monda.
Di dieci anni o di dodici, se fai
Per mio consiglio, sia di te minore;
Di pari o di più età non la tor mai:
Perchè passando, come fa, il migliore
Tempo, e i begli anni in lor prima che in noi,
Ti parría vecchia, essendo anco tu in fiore.
Però vorrei lo sposo avesse i suoi
Trent’anni; quell’età che ’l furor cessa
Presto al voler, presto al pentirsi poi.
Tema Dio, ma che udir più d’una messa
Voglia il dì, non mi piace, e vo’ che basti
S’una o due volte l’anno si confessa.
Non voglio che con gli asini, che basti
Non portano, abbia pratica, nè faccia
Ogni dì torte al confessore e pasti.
Voglio che si contenti de la faccia,
Che Dio le diede, e lasci il rosso e ’l bianco
A la Signora del Signor Ghinaccia.
Fuor che lisciarsi, un ornamento manco
D’altra ugual gentildonna ella non abbia:
Lisci non vo’, nè tu, credo, il vogli anco.
Se sapesse Ercolan dove le labbia
Pon, quando bacia Lidia, avría più a schivo,
Che se baciasse un cul marcio di scabbia.
Non sa che ’l liscio è fatto col salivo
De le Giudee, che ’l vendon, nè con tempre
Di muschio ancor perde l’odor cattivo?
Non sa che con lo sterco si distempre
De’ circoncisi lor bambini il grasso
D’orride serpi, che in pastura han sempre?
Oh! quante altre sporcizie a dietro lasso,
Di che s’ungono il viso quando al sonno
Si dà lo steso fianco e il ciglio basso.
Sì che quei, che le baciano, ben ponno
Con men schivezza e stomachi più saldi
Baciar lor anco a nuova Luna il conno.
Il solimato e gli altri unti ribaldi,
Di che ad uso del viso empion gli armari,
Fan che sì tosto il viso lor s’affaldi:
O che i bei denti, che già fur sì cari,
Lascin la bocca fetida e corrotta,
O neri e pochi restino e mal pari.
Segua le poche e non la volgar frotta;
Nè sappia far la tua bianco nè rosso,
Ma sia del filo e de la tela dotta.
Se tal la trovi consigliar ti posso,
Che tu la prenda; se poi cangia stile,
E che si tiri alcun galante a dosso;
O faccia altra opra enorme, e che simíle
Il frutto in tempo del ricor non esca
Ai molti fior ch’avea mostrato Aprile;
De la tua sorte, e non di te t’incresca;
Che per indiligenza e poca cura
Gusti diverso a l’appetito l’esca.
Ma chi va cieco a prenderla a ventura;
O chi fa peggio assai, che la conosce,
E pur la vuol, sia quanto voglia impura;
Se poi pentito si batte le cosce;
Altri che sè non de’ imputar del fallo,
Nè cercar compassion de le sue angosce.
Poi ch’io t’ho posto assai ben a cavallo,
Ti voglio anco mostrar come lo guidi,
Come spinger lo dei, come fermallo.
Tolto che tu avrai moglie, lascia i nidi
De gli altri, e sta’ su ’l tuo, che qualche augello,
Trovandol senza te, non vi si annidi.
Falle carezze, ed amala con quello
Amor, che vuoi ch’ella ami te; aggradisci,
E ciò che fa per te paiati bello.
Se pur tal volta errasse, l’ammonisci
Senza ira con amor; e sia assai pena,
Che la facci arrossir senza por lisci.
Meglio con la man dolce si raffrena,
Che con forza il cavallo; e meglio i cani
Le lusinghe fan tuoi, che la catena.
Questi animai, che son molto più umani,
Corregger non si den sempre con sdegno,
Nè al mio parer mai con menar le mani.
Ch’ella ti sia compagna abbi disegno;
E non, come comprata per tua serva,
Reputa aver in lei dominio e regno.
Cerca di soddisfarle, ove proterva
Non sia la sua dimanda; e compiacendo,
Quanto più amica puoi te la conserva.
Che tu la lasci far non ti commendo
Senza saputa tua ciò ch’ella vuole:
Che mostri non fidarti anco riprendo.
Ire a conviti, e a pubbliche carole
Non le vietar a i tempi suoi, nè a chiese,
Dove ridur la nobiltà si suole.
Gli adulteri, nè in piazza, nè in palese,
Ma in casa di vicini, e di comadri,
Balie, e tal genti han le lor reti tese.
Abbile sempre a i chiari tempi e a gli adri
Dietro il pensier, nè la lasciar di vista;
Che ’l bel rubar suol far gli uomini ladri.
Studia che compagnía non abbia trista:
A chi ti vien per casa abbi avvertenza,
Che fuor non temi, e dentro il mal consista.
Ma studia farlo cautamente senza
Saputa sua, che si dorría a ragione,
Se in te sentisse questa diffidenza:
Levale quanto poi l’occasíone
D’esser puttana: e pur, s’avvien che sia,
Almen ch’ella non sia per tua cagione.
Io non so la miglior di questa via,
Che già t’ho detto, per schivar che in preda
Ad altri la tua Donna non si dia.
Ma, s’ella n’avrà voglia, alcun non creda
Di ripararci; ella saprà ben come
Far, ch’al suo inganno il tuo consiglio ceda.
Fu già un Pittor (non mi ricordo il nome)
Che dipinger il Diavolo solea
Con bel viso, begli occhi e belle chiome:
Nè piè d’augel, nè corna gli facea,
Nè facea sì leggiadro nè sì adorno
L’angel da Dio mandato in Galilea.
Il Diavol reputandosi a gran scorno,
S’ei fosse in cortesía da costui vinto,
Gli apparve in sogno un poco innanzi ’l giorno:
E gli disse in parlar breve e succinto,
Chi egli era, e che venía per render merto
Dell’averlo sì bel sempre dipinto.
Però lo richiedesse e fosse certo
Di subito ottener le sue dimande;
E d’aver più che non se gli era offerto.
Il meschin, ch’avea moglie d’ammirande
Bellezze, e ne vivea geloso, e n’era
Sempre in sospetto ed in angustia grande,
Pregò che gli mostrasse la maniera
Che s’avesse a tener, perchè il marito
Potesse star sicur de la mogliera.
Par, che ’l Diavolo allor gli spinga in dito
Un anello, e ponendolo gli dica:
Fin che cel tenghi esser non puoi tradito.
Lieto, ch’omai la sua senza fatica
Potrà guardar, si sveglia il mastro, e trova
Che ’l dito a la mogliera ha ne la fica.
Questo anel tenga in dito, e non lo mova
Mai, chi non vuol ricevere vergogna
Da la sua Donna, e a pena anco gli giova;
Pur ch’ella voglia, e farlo si dispogna.
Satira VI
M. PIETRO
BEMBO
SATIRA SESTA
Dimostra le doti, che si ricercano in coloro, che debbono
esser posti alla cura d’istruire i giovani nelle buone
lettere.
embo, io vorrei, com’è il comun desio
De’ solleciti padri, veder l’arti,
Che esaltan l’uom, tutte in Virginio mio.
E, perchè d’esse in te le miglior parti
Veggio e le più, di questo alcuna cura
Per l’amicizia nostra vorrei darti.
Non creder però ch’esca di misura
La mia dimanda, ch’io voglia tu facci
L’ufficio di Demetrio, o di Musura.
Non si danno a’ par tuoi simili impacci;
Ma sol che pensi, e che discorri teco,
E saper da gli amici anco procacci,
S’in Padova, o in Vinegia è alcun buon Greco,
Buono in scíenza e più in costumi, il quale
Voglia insegnargli e in casa tener seco.
Dottrina abbia, e bontà; ma principale
Sia la bontà; che, non v’essendo questa,
Nè molto quella a la mia stima vale.
So ben che la dottrina fia più presta
A lasciarsi trovar che la bontade;
Sì mal l’una ne l’altra oggi s’innesta.
O nostra male avventurosa etade!
Che le virtuti, che non abbian misti
Vizj nefandi, si ritrovin rade.
Senza quel vizio son pochi umanisti,
Che diè a Dio forza, non che persuase
Di far Gomorra, e suoi vicini tristi.
Mandò fuoco dal ciel, che uomini e case
Tutte distrusse, ed ebbe tempo appena
Lot a fuggir, ma la moglier rimase.
Ride il volgo, se sente un ch’abbia vena
Di poesia; poi dice, è gran periglio
A dormir seco, e volgergli la schiena.
Ed oltra a questa nota il peccadiglio
Di Spagna gli danno anco, che non creda
In unità del Spirto il Padre e ’l Figlio;
Non che contempli come l’un proceda
Da l’altro o nasca; e come il debol senso
Ch’uno e tre possan essere conceda.
Ma gli par che, non dando il suo consenso
A quel che approvan gli altri, mostri ingegno
Da penetrar più su che ’l cielo immenso.
Se Niccoletto, o fra Martin fan segno
D’infedele o d’eretico, n’accuso
Il sottil studio, e men con lor mi sdegno:
Perchè salendo l’intelletto in suso
Per veder Dio, non de’ parerci strano,
Se talor cade giù cieco e confuso.
Ma tu, del qual lo studio è tutto umano,
E son li tuoi soggetti i boschi, i colli,
Il mormorar d’un rio che righi il piano;
Cantare antichi gesti, e render molli
Con prieghi animi duri, e far sovente
Di false lodi i Principi satolli;
Dimmi, che trovi tu, che sì la mente
Ti debba avviluppar, sì torre il senno,
Che tu non creda come l’altra gente?
Il nome, che d’Apostolo ti denno,
O d’alcun minor Santo i padri, quando
Cristiano d’acqua e non d’altro ti fenno,
In Cosmico, in Pomponio vai mutando;
Altri Pietro in Pierio; altri Giovanni
In Jano, e in Jovian va racconciando;
Quasi che ’l nome i buon giudici inganni;
E che quel meglio t’abbia a far poeta,
Che non farà lo studio di molt’anni.
Esser tali dovean quelli, che vieta
Che sian ne la Repubblica Platone,
Da lui con sì santi ordini discreta.
Ma non fu tal già Febo, nè Anfione;
Nè gli altri che trovaro i primi versi;
Che col bel stile, e più con l’opre buone
Persuasero agli uomini a doversi
Ridurre insieme, e abbandonar le ghiande,
Che per le selve li traean dispersi.
È ver che i più robusti, la cui grande
Forza era usata a gli minori torre
Or moglie, or gregge, or le miglior vivande,
Si lasciaro a le leggi sottoporre,
E cominciàr, versando aratri e glebe,
Del sudor lor più giusti frutti a corre.
I scrittor fero indi a l’indotta plebe
Creder che al suon de le soavi cetre
L’un Troja, e l’altro edificasse Tebe;
E ch’avean fatto scendere le pietre
Da gli alti monti, ed Orfeo tratto al canto
Tigri e leon da le spelonche tetre.
Non è, s’io mi corruccio, e grido alquanto
Più con la nostra, che con l’altre scole,
Ch’io non vegga ne l’altre anche altrettanto.
D’altra correzion, che di parole
Degno, nè del fallir de’ suoi scolari,
Non pur Quintiliano è che si duole,
Ma se degli altri io vo’ scoprir gli altari,
Tu dirai che rubato e del Pistoja
E di Pietro Aretino abbia gli armari,
Degli altrui studj onor, e biasmo: noja
Mi dà, e piacer, ma non come s’io sento
Che viva il pregio de’ poeti, e muoja.
Altrimenti mi dolgo e mi lamento
Di sentir riputar senza cervello
Il biondo Aonio, e più leggier che ’l vento;
Che se del Dottoraccio suo fratello
Odo il medesmo, al quale un altro pazzo
Donò l’onor del manto, e del cappello.
Più mi duol, ch’in vecchiezza voglia il guazzo
Placidían, che giovin dar soleva,
E che di cavalier torni ragazzo;
Che di sentir, che simil fango aggreva
Il mio vicino Andronico, e vi giace
Già settant’anni, e ancor non se ne leva.
Se m’è detto che Pandaro è rapace,
Curio goloso, Pontico idolatro,
Flavio bestemmiator, via più mi spiace,
Che se per poco prezzo odo Cusatro
Dar le sentenze false, o che col tosco
Mastro Battista mescoli il veratro:
O che quel mastro in teologia, ch’al Tosco
Mesce il parlar facchin, si tien la scroffa,
E già n’ha duo bastardi, ch’io conosco;
Nè per saziar la gola sua gaglioffa
Perdona a spesa; e lascia che di fame
Langue la madre, e va mendica e goffa.
Poi lo sento gridar, che par ch’ei chiame
Le guardie, ch’io digiuni, e ch’io sia casto,
E, che quanto me stesso, il prossimo ami.
Ma gli error di quest’altri così il basto
De’ miei pensier non gravano, che molto
Lasci il dormire, o perder voglia un pasto.
Ma, per tornar là d’onde io mi son tolto,
Vorrei, che a mio figliuolo un precettore
Trovassi meno in questi vizj involto;
Che ne la propria lingua de l’autore
Gli insegnasse d’intender ciò ch’Ulisse
Sofferse a Troia, e poi nel lungo errore.
Ciò che Apollonio, e Euripide già scrisse,
Sofocle, e quel, che da le morse fronde
Par che poeta in Ascra divenisse:
E quel che Galatea chiamò da l’onde,
Pindaro, e gli altri, a cui le Muse Argive
Donar sì dolci lingue e sì faconde.
Già per me sa ciò che Virgilio scrive,
Terenzio, Ovidio, Orazio; e le Plautine
Scene ha vedute guaste, e a pena vive.
Omai può senza me per le Latine
Vestigie andar a Delfo, e de la strada,
Che monta in Elicon, vedere il fine.
Ma, perchè meglio e più sicuro ei vada,
Desidero ch’egli abbia buone scorte,
Che sien de la medesima contrada.
Non vuol la mia pigrizia, o la mia sorte,
Che del tempio d’Apollo io gli apra in Delo,
Come gli fei nel Palatin, le porte.
Ahi! lasso, quando ebbi al Pegàseo melo
L’età disposta, e che le fresche guancie
Non si vedeano ancor fiorir d’un pelo,
Mio padre mi cacciò con spiedi e lancie
(Non che con sproni) a volger testi e chiose;
E m’occupò cinque anni in quelle ciancie.
Ma poi che vide poco fruttuose
L’opre, ed il tempo in van gittarsi, dopo
Molto contrasto, in libertà mi pose.
Passar vent’anni io mi trovava, ed uopo
Aver di pedagogo; che a fatica
Inteso avrei quel che tradusse Esopo.
Fortuna molto mi fu allora amica,
Che m’offerse Gregorio da Spoleti,
Che ragion vuol ch’io sempre benedica.
Tenea d’ambe le lingue i bei secreti;
E potea giudicar se miglior tuba
Ebbe il figliuol di Venere, o di Teti:
Ma allora non curai saper di Ecuba
La rabbiosa ira, e, come Ulisse a Reso
La vita a un tempo ed i cavalli ruba;
Ch’io volea intender prima, in che avea offeso
Enea Giunon, che ’l bel regno da lei
Gli dovesse d’Esperia esser conteso.
Che ’l saper ne la lingua de gli Achei
Non mi reputo onor, s’io non intendo
Prima il parlare de’ Latini miei.
Mentre l’uno acquistando, e differendo
Vo l’altro, l’occasion fugge sdegnata,
Poi che mi porge il crin, ed io no ’l prendo.
Mi fu Gregorio da la sfortunata
Duchessa tolto, e dato a quel figliuolo,
A chi avea ’l zio la signoría levata.
Di che vendetta, ma con suo gran duolo,
Vide ella tosto, oimè! Perchè del fallo
Quel, che peccò, non fu punito solo?
Col zio il nipote (e fu poco intervallo)
Del regno, e de l’aver spogliati in tutto
Prigioni andàr sotto il dominio Gallo.
Gregorio a’ prieghi d’Isabella indutto
Fu a seguir il discepolo, là dove
Lasciò morendo i cari amici in lutto.
Questa jattura, e l’altre cose nuove,
Che in quei tempi successero, mi fero
Scordar Talia, Euterpe, e tutte nove.
Mi more il padre, e da Maria il pensiero
Dietro a Marta bisogna ch’io rivolga;
Ch’io muti in squarci, ed in vacchette Omero.
Trovi marito, e modo che si tolga
Di casa una sorella, e un’altra appresso;
E che l’eredità non se ne dolga:
Coi piccoli fratelli, ai quai successo
Era in luogo di padre, far l’uffizio
Che debito e pietà m’avea commesso:
A chi studio, a chi corte, a chi esercizio
Altro proporre; e procurar non pieghi
Da le virtudi il molle animo al vizio.
Ne questo è sol, ch’a li miei studj nieghi
Di più avanzarsi, e basti che la barca,
Perchè non torni a dietro, al lito leghi.
Ma si trovò di tanti affanni carca
Allor la mente mia, ch’ebbi desire
Che la cocca al mio fil fesse la Parca.
Quel, la cui dolce compagnía nutrire
Solea i miei studj, e stimolando innanzi
Con dolce emulazion solea far ire;
Il mio parente, amico, fratello, anzi
L’anima mia, non mezza no ma intera,
Senza che alcuna parte me ne avanzi,
Morì Pandolfo poco dopo: ah! fera
Scossa, che avesti allor, stirpe Aríosta,
Di ch’egli un ramo e forse il più bello era.
In tanto onor vivendo t’avría posta,
Ch’altro a quel, nè in Ferrara, nè in Bologna,
Ond’hai l’antiqua origine, s’accosta.
Se la virtù dà onor come vergogna
Il vizio, si potea sperar da lui
Tutto l’onor, che buon animo agogna.
A la morte del padre, e de li dui
Sì cari amici aggiungi che dal giogo
Del Cardinal da Este oppresso fui:
Che da la creazione infino al rogo
Di Giulio, e poi sette anni anco di Leo,
Non mi lasciò fermar molto in un luogo;
E di poeta cavallar mi feo:
Vedi se per le balze e per le fosse
Io poteva imparar Greco o Caldeo.
Mi maraviglio, che di me non fosse,
Come di quel Filosofo, a chi il sasso,
Ciò che innanzi sapea, dal capo scosse.
Bembo, io ti prego in somma, pria che ’l passo
Chiuso gli sia, ch’al mio Virginio porga
La tua prudenza guida, che in Parnasso,
Ove per tempo ir non seppi io, lo scorga.
Satira VII
M. BONAVENTURA
PISTOFILO
SEGRETARIO DEL DUCA
SATIRA SETTIMA
Dimostra gli uomini con l’accrescimento della fortuna mutar costumi ed essere ingrati verso quelli, dai quali hanno
avuto alcun servizio; e come l’animo suo era di viversi
ne’ suoi studj mediocre e di tranquilla vita.
istofilo, tu scrivi che, se appresso
Papa Clemente ambasciator del Duca
Per un anno o per due voglio esser messo,
Ch’io te ne avvisi, acciò che tu conduca
La pratica; e proporre anco non resti
Qualche viva cagion che mi v’induca;
Che lungamente io sia stato di questi
Medici amico, e conversar con loro
Con gran dimestichezza mi vedesti,
Quando eran fuorusciti, e quando foro
Rimessi in casa, e quando in su le rosse
Scarpe Leone ebbe la croce d’oro:
Che oltre, che a proposito assai fosse
Del Duca estimi, che tirare a mio
Utile e onor potrei gran poste e grosse;
Che più da un fiume grande che da un rio
Posso sperar di prendere, s’io pesco:
Or odi, quanto a ciò ti rispond❜io,
Io ti ringrazio prima, che più fresco
Sia sempre il tuo desire in esaltarmi,
E far di Bue mi vogli un Barbaresco.
Poi dico che pel fuoco e che per l’armi
A servigio del Duca in Francia e ’n Spagna,
E in India, non che a Roma, puoi mandarmi:
Ma per dirmi, che onor vi si guadagna,
E facoltà, ritrova altro zimbello,
Se vuoi che l’augel caschi ne la ragna.
Perchè, quanto a l’onor, n’ho tutto quello
Ch’io voglio; basta che in Ferrara veggio
A più di sei levarmisi il cappello;
Perchè san, che talor col Duca seggio
A mensa, e ne riporto qualche grazia,
Se per me, o per gli amici glie la chieggio.
E se, come d’onor mi truovo sazia
La mente, avessi facultà a bastanza,
Il mio desir si fermería, ch’or spazia.
Sol tanta ne vorrei che viver sanza
Chiederne altrui mi fosse in libertade:
Il che ottener mai più non ho speranza.
Poi che tanti mie’ amici potestade
Hanno avuto di farlo; pur rimaso
Son sempre in servitude, e in povertade.
Non vo’ più che colei, che fu del vaso
De l’incauto Epimeteo a fuggir lenta,
Mi tiri come un bufalo pel naso.
Quella ruota dipinta mi sgomenta,
Ch’ogni mastro di carte a un modo finge;
Tanta concordia non credo io che menta.
Quel, che le siede in cima, si dipinge
Un asinello: ognun lo enigma intende,
Senza che chiami a interpretarlo Sfinge.
Vi si vede anco, che ciascun, che ascende,
Comincia a inasinir le prime membre,
E resta umano quel che a dietro pende;
Fin che de la speranza mi rimembre,
Che co i fior venne e con le prime foglie,
E poi fuggì senza aspettar Settembre.
Venne il dì, che la Chiesa fu per moglie
Data a Leone, e che a le nozze vidi
A tanti amici miei rosse le spoglie.
Venne a Calende, e fuggì innanzi a gl’Idi,
Fin che me ne rimembre esser non puote
Che di promessa altrui mai più mi fidi,
La sciocca speme a le contrade ignote
Salì dal ciel quel dì, che ’l Pastor Santo
La man mi strinse, e mi baciò le gote.
Ma fatte in pochi giorni poi di quanto
Potea ottener l’esperienze prime,
Quanto andò in alto, in giù tornò altrettanto.
Fu già una Zucca, che montò sublime
In pochi giorni tanto, che coperse
A un Pero suo vicin l’ultime cime.
Il Pero una mattina gli occhi aperse,
Ch’avea dormito un lungo sonno, e visti
I nuovi frutti sul capo sederse,
Le disse, chi sei tu? come salisti
Qua su? dove eri dianzi? quando lasso
Al sonno abbandonai questi occhi tristi?
Ella gli disse il nome; e dove al basso
Fu piantata, mostrogli; e che in tre mesi
Quivi era giunta, accelerando il passo.
Ed io (l’arbor soggiunse) a pena ascesi
A questa altezza, poi che al caldo e al gelo
Con tutti i venti trenta anni contesi.
Ma tu, che a un volger d’occhi arrivi in cielo,
Renditi certa, che non meno in fretta
Che sia cresciuto, mancherà il tuo stelo.
Così a la mia speranza, che a staffetta
Mi trasse a Roma, potea dir chi avuto
Per Medici su ❜l capo avea l’accetta:
Chi gli avea ne l’esilio sovvenuto;
O chi a riporlo in casa, o chi a crearlo
Leon d’umil agnel gli diede ajuto.
Chi avesse avuto lo spirto di Carlo
Sosena allora, avría a Lorenzo forse
Detto, quando sentì Duca chiamarlo;
Ed avría detto al Duca di Nemorse,
Al Cardinal de’ Rossi, e al Bibíena,
A cui meglio era esser rimaso a Torse:
E detto a Contessina, e a Maddalena,
A la nuora, a la suocera, ed a tutta
Quella famiglia d’allegrezza piena:
Questa similitudine sia indutta
Più propria a voi, che, come vostra gioja
Tosto montò, tosto sarà distrutta.
Tutti morrete, ed è fatal che muoja
Leone appresso, prima che otto volte
Torni in quel segno il fondator di Troja.
Ma per non far, se non bisognan, molte
Parole, dico che fur sempre poi
L’avare spemi mie tutte sepolte.
Se Leon non mi diè, che alcun de’ suoi
Mi dia non spero: cerca pur questo amo
Coprir d’altra esca, se pigliar mi vuoi.
Se pur ti par ch’io vi debba ire, andiamo:
Ma non già per onor, nè per ricchezza;
Questa non spero, e quel di più non bramo.
Più tosto di’ ch’io lascerò l’asprezza
Di questi sassi, e questa gente inculta
Simile al luogo, ov’ella è nata e avvezza.
E non avrò, qual da punir con multa,
Qual con minaccie; e da dolermi ogn’ora,
Che qui la forza a la ragion insulta.
Dimmi ch’io potrò aver ozio talora
Di riveder le Muse; e con lor sotto
Le sacre frondi ir poetando ancora.
Dimmi che al Bembo, al Sadoleto, al dotto
Giovio, al Cavallo, al Blosio, al Molza, al Vida
Potrò ogni giorno, e al Tibaldeo far motto.
Tor d’essi or uno, e quando un altro guida
Pei sette colli, che col libro in mano
Roma in ogni sua parte mi divida.
Qui dica il Circo, qui il foro Romano,
Qui fu Suburra; è questo il Sacro Clivo;
Qui Vesta il tempio, e qui ’l solea aver Giano.
Dimmi, ch’avrò di ciò ch’io leggo o scrivo
Sempre consiglio, o da Latin quel torre
Voglia, o da Tosco, o da barbato Argivo.
Di libri antiqui anco mi puoi proporre
Il numer grande, che per pubblico uso
Sisto da tutt’il mondo fè raccorre.
Proponendo tu questo, s’io ricuso
L’andata, ben dirai che tristo umore
Abbia il discorso razional confuso.
Ed in risposta, come Emilio, fuore
Porgerò il piè, e dirò: tu non sai dove
Questo calzar mi prema, e dia dolore.
Da me stesso mi tol chi mi rimove
Da la mia terra; e fuor non ne potrei
Viver contento, ancor che in grembo a Giove.
E, s’io non fossi d’ogni cinque o sei
Mesi stato uno a passeggiar fra il Domo
E le due statue de’ Marchesi miei;
Da sì nojosa lontananza domo
Già sarei morto, o più di quelli macro,
Che stan bramando in Purgatorio il pomo.
Se pur ho da star fuor, mi fia nel sacro
Campo di Marte senza dubbio meno,
Che in questa fossa, abitar duro ed acro.
Ma se’l Signor vuol farmi grazia a pieno,
A sè mi chiami; e mai più non mi mandi
Più là d’Argenta, o più qua dal Bondeno.
Se, perchè amo sì il nido mi dimandi,
Io non te lo dirò più volentieri,
Ch’io soglia al frate i falli miei nefandi.
Che so ben che diresti: ecco pensieri
D’uom, che quarantanove anni a le spalle
Grossi e maturi si lasciò l’altr❜jeri.
Buon per me, ch’io m’ascondo in questa valle;
Nè l’occhio tuo può correr cento miglia
A scorger, se le guance ho rosse o gialle,
Che vedermi la faccia più vermiglia,
Ben ch’io scriva da lunge, ti parrebbe,
Che non ha Madonna Ambra nè la figlia.
O che ’l padre Canonico non ebbe,
Quando il fiasco del vin gli cadde in piazza,
Che rubò al frate oltre li dui che bebbe.
S’io ti fossi vicin, forse la mazza
Per bastonarmi piglieresti tosto,
Che m’udissi allegar, che ragion pazza
Non mi lasci da voi viver discosto.
Fine delle Satire.