Tra la metà del Quattrocento e la metà del Cinquecento l’Italia vive un paradosso che gli studenti trovano sempre un po’ strano. Politicamente è divisa e debole, al punto che dal 1494 diventa il campo di battaglia delle grandi potenze europee. Culturalmente è il centro del mondo: gli artisti, gli scrittori, i filologi e gli stampatori italiani dettano il gusto a tutta l’Europa. Questa pagina mette in ordine il quadro, prima di entrare nelle correnti e negli autori.
Gli anni dell’Umanesimo e del Rinascimento
Le due parole indicano fasi diverse di uno stesso movimento. L’Umanesimo prende il nome dagli studia humanitatis, cioè grammatica, retorica, poesia, storia e filosofia morale, le discipline che rendono l’uomo davvero umano. Comincia già con Petrarca e trova il suo primo centro nella Firenze di fine Trecento, dove il cancelliere Coluccio Salutati e poi Leonardo Bruni mettono gli studi classici al servizio della repubblica. Nel 1397 arriva in città il bizantino Manuele Crisolora a insegnare il greco; nel 1416 Poggio Bracciolini trova nell’abbazia di San Gallo un Quintiliano completo, e l’anno dopo il poema di Lucrezio. Sono scoperte che emozionano come oggi una missione spaziale.
Il Rinascimento è la stagione successiva, più o meno dagli ultimi decenni del Quattrocento al 1530 circa, quando questa cultura si diffonde nelle corti, si mescola al volgare e produce i suoi capolavori: Ariosto, Machiavelli, Castiglione, Leonardo, Raffaello, Michelangelo. La parola stessa ha una storia: Giorgio Vasari, nelle Vite del 1550, parla di una «rinascita» delle arti dopo i secoli bui; lo storico svizzero Jacob Burckhardt, nel 1860, ne fa la categoria di un’intera civiltà. Oggi gli storici sono più prudenti e ricordano che il Medioevo non era affatto buio. Ma resta vero che gli uomini del tempo avevano la coscienza di vivere un’età nuova, e la dicevano con orgoglio. Pico della Mirandola, nell’Orazione sulla dignità dell’uomo del 1486, immagina Dio che dice ad Adamo di averlo creato libero di plasmarsi da solo, come «artefice di se stesso». Trovate la sintesi dei due movimenti nelle pagine sull’Umanesimo e sul Rinascimento.
Signorie, principati e guerre d’Italia
Nel Quattrocento la penisola è un mosaico di Stati. Cinque sono i maggiori: il ducato di Milano, la repubblica di Venezia, Firenze, ormai guidata di fatto dai Medici, lo Stato della Chiesa e il regno di Napoli. Intorno a loro ruotano le piccole corti, spesso le più vivaci: Ferrara degli Este, Mantova dei Gonzaga, Urbino dei Montefeltro, Rimini dei Malatesta. Le signorie del Trecento sono diventate principati, con una dinastia, una corte, un sistema di prestigio in cui artisti e letterati hanno un ruolo preciso.
Con la pace di Lodi, nel 1454, i grandi Stati trovano un equilibrio che durerà quarant’anni, e Lorenzo de’ Medici ne diventa il garante: Guicciardini lo chiamerà l’ago della bilancia d’Italia. Ma l’equilibrio è fragile. Lorenzo muore nel 1492, e due anni dopo il re di Francia Carlo VIII scende in Italia per conquistare Napoli, attraversando la penisola quasi senza combattere. È l’inizio delle guerre d’Italia, che dureranno fino alla pace di Cateau-Cambrésis del 1559. Francia e Spagna, con l’impero e gli svizzeri, si contendono il territorio; gli Stati italiani cambiano alleanze di continuo. Le date da fissare sono poche: Agnadello nel 1509, la sconfitta di Venezia; Marignano nel 1515; Pavia nel 1525, dove il re di Francia Francesco I viene fatto prigioniero; il sacco di Roma del 1527, quando i lanzichenecchi dell’imperatore Carlo V devastano la città del papa.
Per gli intellettuali italiani lo shock è enorme. Machiavelli e Guicciardini nascono come scrittori politici proprio da questa crisi, e cercano di capire perché Stati così ricchi e colti siano crollati davanti a eserciti stranieri. La risposta del Principe è dura: perché i principi italiani si affidavano a soldati mercenari e pensavano più alla bella figura che alla forza. Il rapporto tra corti, guerra e letteratura è sviluppato nella pagina su corti, politica e poema cavalleresco.
Il ritorno ai classici, la filologia, la stampa
Che cosa vuol dire «tornare ai classici»? Non solo leggerli, cosa che si faceva anche nel Medioevo, ma leggerli com’erano davvero, nella loro lingua e nel loro tempo. Gli umanisti cercano i manoscritti, li confrontano, correggono gli errori dei copisti: nasce la filologia moderna. L’esempio più clamoroso è quello di Lorenzo Valla, che nel 1440 dimostra con argomenti linguistici che la cosiddetta Donazione di Costantino, il documento su cui il papato fondava il suo potere temporale, era un falso: il latino in cui era scritta non poteva essere quello del IV secolo. La filologia, insomma, è anche un’arma critica.
Si riscopre anche il greco. Dopo il concilio di Firenze del 1439 e la caduta di Costantinopoli nel 1453 arrivano in Italia studiosi bizantini con i loro codici. Marsilio Ficino traduce in latino tutto Platone, e intorno a lui, a Careggi, si raccoglie il circolo neoplatonico frequentato da Lorenzo e da Poliziano. Poliziano stesso, nei Miscellanea, applica ai testi antichi un metodo di confronto tra i codici che ancora oggi sembra moderno.
Poi arriva la stampa. Dopo la Bibbia di Gutenberg, intorno al 1455, i primi tipografi tedeschi si stabiliscono in Italia, a Subiaco nel 1465, poi a Roma e a Venezia, che diventa in pochi decenni la capitale europea del libro. Qui lavora Aldo Manuzio, che stampa i classici greci e latini in edizioni corrette, inventa il carattere corsivo e lancia libri di piccolo formato, da portare in tasca: nel 1501 escono un Virgilio e, curato da Pietro Bembo, il Petrarca volgare. Il libro diventa più economico, i testi si fissano, le opinioni circolano più in fretta. Senza la stampa non si capirebbero né la questione della lingua né, più tardi, la necessità di un Indice dei libri proibiti. Approfondite nella pagina su classici, filologia e centralità dell’uomo.
Latino o volgare? La questione della lingua
Per buona parte del Quattrocento gli umanisti scrivono soprattutto in latino, e guardano al volgare con una certa sufficienza. Leon Battista Alberti è tra i primi a difenderlo, e verso la fine del secolo Lorenzo de’ Medici e Poliziano gli restituiscono dignità letteraria. Ma resta un problema aperto: se si scrive in volgare, in quale volgare? Ogni regione ha il suo, e la stampa rende urgente una norma comune.
Nei primi decenni del Cinquecento si confrontano tre risposte. La prima è quella di Pietro Bembo, che nelle Prose della volgar lingua, uscite nel 1525, propone di imitare il fiorentino letterario del Trecento: Petrarca per la poesia, Boccaccio per la prosa. Dante è ammirato ma considerato troppo vario. La seconda è quella delle corti, sostenuta tra gli altri da Baldassarre Castiglione: una lingua «cortigiana» fatta del meglio dei vari usi italiani, come si parlava nelle corti di Roma o di Urbino. La terza è quella dei fiorentini, che difendono il fiorentino vivo, quello parlato in città; a Machiavelli è attribuito un Discorso intorno alla nostra lingua che va in questa direzione. Gian Giorgio Trissino, nel frattempo, riscopre e traduce il De vulgari eloquentia di Dante, usandolo per sostenere una lingua «italiana» comune.
Vince Bembo. Ariosto rivede la lingua del Furioso secondo le sue regole per l’edizione del 1532, e alla fine del secolo l’Accademia della Crusca, con il Vocabolario del 1612, fisserà il canone. Per secoli l’italiano scritto sarà una lingua letteraria, ammirata e poco parlata: un problema che arriverà intatto fino a Manzoni. Su Bembo trovate la biografia e la pagina sulla trattatistica rinascimentale.
Dalle gare di poesia del Quattrocento al rap di oggi
Il 22 ottobre 1441 nel Duomo di Firenze si svolge una gara poetica pubblica, il Certame coronario. L’aveva voluta Leon Battista Alberti, con l’appoggio di Piero de’ Medici, per dimostrare che anche il volgare poteva trattare argomenti alti: il tema era l’amicizia, il premio una corona d’alloro d’argento. Recitarono le loro poesie diversi concorrenti, davanti a un pubblico numeroso. Ma i giudici, segretari della curia papale e umanisti fedeli al latino, non assegnarono il premio, e la corona fu lasciata alla cattedrale. Alberti protestò per iscritto. La gara, in un certo senso, era fallita; in un altro aveva vinto, perché aveva portato la poesia volgare in piazza.
La sfida in versi è antica quanto la poesia. Nel Medioevo c’erano le tenzoni, scambi di sonetti in cui i poeti si rispondevano per le rime, a volte con insulti feroci, come quelli tra Dante e Forese Donati. Nel Quattrocento e nel Cinquecento le corti amavano gli improvvisatori, capaci di comporre versi al momento, accompagnandosi con la lira; nelle campagne toscane e laziali i «poeti a braccio» si sfidano ancora oggi improvvisando ottave, nei cosiddetti contrasti, su un tema scelto dal pubblico.
Il rap freestyle, con le sue battle, appartiene alla stessa famiglia. Due rapper si affrontano davanti a un pubblico, improvvisano rime su una base musicale, rispondono all’avversario, cercano la battuta che faccia esplodere la sala; spesso è il pubblico a decidere chi ha vinto. Ritornano gli stessi ingredienti: la rima come gioco di abilità, la memoria di formule e schemi, la prontezza, l’attacco personale, la dimensione di spettacolo. Non è un paragone forzato. Ci ricorda che la poesia, prima di essere un testo da studiare, è stata a lungo una voce davanti a un pubblico, e che una parte della sua forza viene ancora da lì.
Un film da vedere, Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi
Se volete vedere le guerre d’Italia invece di studiarle soltanto, guardate Il mestiere delle armi, il film che Ermanno Olmi girò nel 2001. Racconta gli ultimi giorni di Giovanni de’ Medici, detto Giovanni dalle Bande Nere, il più famoso capitano di ventura del suo tempo, nell’inverno del 1526. Le truppe imperiali dei lanzichenecchi guidati da Georg von Frundsberg scendono verso Roma, quella stessa marcia che porterà al sacco del 1527, e Giovanni cerca di fermarle nelle nebbie della pianura mantovana. Viene colpito a una gamba da un colpo di falconetto, un piccolo cannone, e muore a Mantova pochi giorni dopo, il 30 novembre, nonostante l’amputazione.
Il film è lento, freddo, girato quasi senza musica e con dialoghi ridotti all’essenziale, spesso ricavati da lettere e cronache dell’epoca. Non c’è nulla del film d’avventura. Olmi mostra un mondo che sta finendo: il cavaliere che combatte con la spada e con il coraggio personale viene ucciso da un’arma da fuoco, anonima, che chiunque può usare. Per questo il film è un ottimo compagno del Furioso, dove Orlando getta in mare l’archibugio di Cimosco maledicendo l’«abominoso ordigno», e del Principe, dove Machiavelli spiega perché le milizie mercenarie sono inutili e pericolose. Tra i personaggi compare anche Pietro Aretino, amico di Giovanni, che ne racconterà la morte in una lettera famosa. Guardatelo con una domanda in testa: che cosa resta dell’onore cavalleresco quando la guerra diventa tecnica?
Per lo studio
Quando presentate il periodo, tenete insieme le due facce: crisi politica e splendore culturale. Spiegate che cosa significano Umanesimo e Rinascimento, fissate le date delle guerre d’Italia, mostrate come la filologia e la stampa cambiano il rapporto con i testi e perché la questione della lingua diventa urgente. La seconda metà del secolo è nella pagina su Controriforma e Manierismo; tutti gli argomenti sono nell’indice del Quattrocento e del Cinquecento.
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