Il Principe è il trattato in cui Niccolò Machiavelli spiega come si conquista e come si conserva uno Stato. È breve, si legge in un pomeriggio, e ha cambiato il modo di pensare la politica: per la prima volta qualcuno descrive il potere com’è, non come dovrebbe essere.
Per orientarvi collegate questa scheda alla biografia di Machiavelli, alla Mandragola e ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.
Scheda dell’opera
| Autore | Niccolò Machiavelli |
|---|---|
| Composizione | Seconda metà del 1513, con ritocchi fino al 1514 circa |
| Prima edizione | 1532, a Roma (Blado) e a Firenze (Giunti), cinque anni dopo la morte dell’autore |
| Titolo originale | De principatibus |
| Genere | Trattato politico |
| Struttura | Dedica a Lorenzo de’ Medici e 26 capitoli brevi, con titoli in latino |
| Lingua | Volgare fiorentino, prosa |
Contenuto
I capitoli sono brevi e seguono un metodo riconoscibile: Machiavelli divide il problema in casi, spesso con una serie di alternative («o… o…»), e per ognuno porta esempi antichi e moderni. Il libro si può dividere in quattro blocchi.
- Capitoli 1-11: i tipi di principato. Ereditari, misti, nuovi; conquistati con armi proprie o altrui, con la virtù o con la fortuna, con il delitto; civili; ecclesiastici. Nel capitolo 7 c’è il ritratto di Cesare Borgia, il Valentino, modello di principe nuovo che fallisce solo per un colpo di fortuna avversa.
- Capitoli 12-14: le armi. Le truppe mercenarie e ausiliarie sono inutili e pericolose: uno Stato deve avere armi proprie.
- Capitoli 15-23: il comportamento del principe. Generosità e parsimonia, crudeltà e clemenza, lealtà e inganno, rapporto con il popolo, con i nobili, con i ministri e con gli adulatori.
- Capitoli 24-26: l’Italia e la fortuna. Perché i principi italiani hanno perso i loro Stati, quanto conta la fortuna nelle cose umane, e infine l’esortazione ai Medici a liberare l’Italia dai «barbari», chiusa con i versi della canzone Italia mia di Petrarca.
Temi
La «verità effettuale»
Nel capitolo 15 Machiavelli dice di voler andare «dietro alla verità effettuale della cosa» e non all’immaginazione. Molti hanno descritto repubbliche e principati mai esistiti; lui guarda a come si vive davvero, perché chi si comporta sempre da buono in mezzo a tanti che non lo sono va in rovina. È la rottura con gli specchi dei principi medievali e umanisti, che descrivevano il sovrano ideale.
Virtù e fortuna
La virtù, per Machiavelli, non è la bontà: è la capacità di capire il momento e di agire. La fortuna è tutto ciò che non dipende da noi. Nel capitolo 25 la paragona a un fiume in piena: quando straripa nessuno lo ferma, ma nei tempi tranquilli si possono costruire argini. La fortuna governa forse metà delle nostre azioni; l’altra metà la lascia a noi.
Il fine e i mezzi
La frase «il fine giustifica i mezzi» nel Principe non c’è. C’è però l’idea, nel capitolo 18, che degli uomini si giudica dal risultato: se il principe conserva lo Stato, i mezzi saranno giudicati onorevoli. Il principe deve saper essere volpe, per riconoscere le trappole, e leone, per spaventare i lupi. Nel capitolo 17 si chiede se sia meglio essere amati o temuti: meglio entrambe le cose, ma se bisogna scegliere è più sicuro essere temuti. Mai, però, odiati.
Le armi proprie
Machiavelli aveva visto con i suoi occhi i mercenari tradire Firenze. Per questo insiste: senza un esercito di cittadini nessuno Stato è sicuro. Lui stesso, da segretario, aveva organizzato una milizia fiorentina.
Stile e lingua
La prosa è asciutta, veloce, piena di esempi concreti. Machiavelli ama le frasi brevi e taglienti, le alternative secche, i paragoni presi dalla vita di tutti i giorni (il medico, l’arciere, il fiume). I titoli dei capitoli sono in latino, il testo in un fiorentino vivo, a volte quasi parlato. Nella dedica dice di non aver voluto ornare l’opera con «clausule ample» o «parole ampullose»: vuole che piaccia per la sostanza.
Contesto
Nel 1512 la repubblica fiorentina cade e tornano i Medici. Machiavelli, che per quattordici anni era stato segretario della Seconda Cancelleria e aveva svolto missioni presso Cesare Borgia, il re di Francia e l’imperatore, perde l’incarico. Nel 1513 viene arrestato e torturato per un sospetto di congiura, poi liberato. Si ritira all’Albergaccio, a Sant’Andrea in Percussina, vicino a San Casciano. Nella lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 racconta le sue giornate: di giorno all’osteria a giocare, la sera nello studio, con gli abiti buoni, a parlare con gli antichi. Da quei colloqui, scrive, è nato un opuscolo De principatibus.
La dedica a Lorenzo de’ Medici, nipote del Magnifico e futuro duca di Urbino, ha anche uno scopo pratico: Machiavelli spera di tornare al servizio dello Stato. Non ci riuscirà, almeno non come sperava. Nel 1559 il libro finisce nell’Indice dei libri proibiti.
I capitoli da conoscere
Il Principe ha ventisei capitoli brevi, con titoli in latino. A scuola se ne leggono soprattutto cinque o sei.
La lettera a Francesco Vettori (10 dicembre 1513). Non fa parte del trattato, ma va letta prima. Machiavelli, cacciato dalla politica dopo il ritorno dei Medici, racconta le sue giornate all’Albergaccio, vicino a San Casciano: la mattina nel bosco, il pomeriggio all’osteria a giocare a carte, la sera nello studio, dove si toglie la veste da lavoro, si mette «panni reali e curiali» e conversa con gli antichi. Da quei colloqui, dice, è nato un opuscolo intitolato De principatibus.
Capitolo VII. Il ritratto di Cesare Borgia, il Valentino, che con fortuna e virtù conquista la Romagna e la pacifica, anche con la crudeltà. Machiavelli lo propone come modello, ma racconta anche la sua caduta, quando la fortuna gli volta le spalle.
Capitolo XV. È il capitolo del metodo. Machiavelli dice di voler andare dietro alla «verità effettuale della cosa» e non all’immaginazione: molti hanno descritto repubbliche e principati che non sono mai esistiti, mentre a lui interessa come gli uomini vivono davvero.
Capitolo XVIII. Il principe deve saper usare sia la legge sia la forza, essere insieme volpe e leone: volpe per riconoscere le trappole, leone per spaventare i lupi. E non è tenuto a mantenere la parola quando gli si rivolta contro.
Capitolo XXV. Quanto conta la fortuna nelle cose umane? Per Machiavelli metà, forse; l’altra metà dipende da noi. La paragona a un fiume in piena, contro cui si possono costruire argini quando il tempo è calmo.
Capitolo XXVI. L’esortazione finale ai Medici perché liberino l’Italia dai «barbari». Il tono cambia, diventa appassionato, e il libro si chiude con quattro versi della canzone Italia mia di Petrarca.
Per l’interrogazione
La frase «il fine giustifica i mezzi» non si trova nel Principe. È una sintesi posteriore, e conviene dirlo se la si usa. Più utile spiegare che Machiavelli separa la politica dalla morale tradizionale: le azioni del principe vanno giudicate in base ai risultati per lo Stato. Il trattato fu scritto nel 1513, dedicato a Lorenzo de’ Medici e pubblicato solo nel 1532, dopo la morte dell’autore.
Collegamenti
Il Principe va letto insieme ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, l’altra grande opera politica di Machiavelli, dove le preferenze dell’autore vanno alla repubblica. Un buon confronto è anche con Guicciardini, che nei Ricordi diffida delle regole generali e invita a valutare ogni caso con «discrezione». Per l’età moderna basta ricordare che il termine «machiavellico» nasce proprio dalla cattiva fama del trattato, messo all’Indice dei libri proibiti nel 1559.
Errori da evitare
Non dite che Machiavelli è «immorale»: separa la politica dalla morale, che è cosa diversa. E non confondete il Lorenzo dedicatario, duca d’Urbino, con Lorenzo il Magnifico, suo nonno.
Ripasso veloce. Scritto nel 1513 all’Albergaccio, dedicato a Lorenzo de’ Medici, pubblicato nel 1532. Ventisei capitoli: tipi di principato, milizie, qualità del principe, fortuna, esortazione finale. Parole chiave: verità effettuale, virtù, fortuna, volpe e leone. Modello concreto: Cesare Borgia. Se avete poco tempo, ripassate i capitoli XV, XVIII e XXV: sono quelli che i professori chiedono di più.
Perché leggerla
Perché è scritto da uno che il potere l’ha visto da vicino e ne parla senza ipocrisia. Molte pagine sembrano commenti al telegiornale di stasera: il leader che promette e non mantiene, l’alleato più forte che alla fine ti mangia, la folla che giudica dalle apparenze. E perché, alla fine, sotto la freddezza del tecnico c’è un uomo che soffre per l’Italia: basta leggere l’ultimo capitolo.
Domande frequenti
Quando è stato scritto il Principe?
Nel 1513, durante l’esilio all’Albergaccio. Fu stampato solo nel 1532.
A chi è dedicato?
A Lorenzo di Piero de’ Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico. In un primo momento Machiavelli pensava a Giuliano de’ Medici, morto nel 1516.
Machiavelli ha scritto «il fine giustifica i mezzi»?
No, la frase non compare nel testo. È una sintesi posteriore, e anche un po’ forzata, del capitolo 18.
Chi è il modello del principe nuovo?
Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI, descritto nel capitolo 7. Machiavelli lo aveva conosciuto di persona durante una missione nel 1502.
Vedi anche: Istorie fiorentine · Ricordi di Guicciardini · tutte le opere italiane
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