La vita solitaria è il più lungo dei piccoli idilli: quattro strofe di endecasillabi sciolti, scritte intorno al 1819. Il senso, in breve: lontano dalla città, il poeta descrive la pioggia del mattino, la quiete del lago a mezzogiorno, l’amore che si è spento nel suo cuore, e alla fine saluta la luna, amica dei solitari.
La vita solitaria è il più lungo dei piccoli idilli, quattro strofe di endecasillabi sciolti scritte intorno al 1819 e pubblicate nel 1826. Il poeta lontano dalla città, in campagna: la pioggia del mattino, un lago immobile a mezzogiorno, l’amore che si è spento, e alla fine un lungo saluto alla luna. È un testo meno noto dell’Infinito, ma dentro ci sono le stesse immagini, viste da più vicino.
Il testo di La vita solitaria
La mattutina pioggia, allor che, l’ale
battendo, esulta nella chiusa stanza
la gallinella, ed al balcon s’affaccia
l’abitator de’ campi, e il sol che nasce
i suoi tremuli rai fra le cadenti 5
stille saetta, alla capanna mia
dolcemente picchiando, mi risveglia;
e sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
degli augelli susurro, e l’aura fresca,
e le ridenti piagge benedico: 10
poiché voi, cittadine infauste mura,
vidi e conobbi assai, lá dove segue
odio al dolor compagno; e doloroso
io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
benché scarsa pietá pur mi dimostra 15
Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
verso me piú cortese! E tu pur volgi
dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
le sciagure e gli affanni, alla reina
felicitá servi, o Natura. In cielo, 20
in terra amico agl’infelici alcuno
e rifugio non resta altro che il ferro.Talor m’assido in solitaria parte,
sovra un rialto, al margine d’un lago
di taciturne piante incoronato. 25
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
la sua tranquilla imago il sol dipinge,
ed erba o foglia non si crolla al vento;
e non onda incresparsi, e non cicala
strider, né batter penna augello in ramo, 30
né farfalla ronzar, né voce o moto
da presso né da lunge odi né vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
ond’io quasi me stesso e il mondo obblio
sedendo immoto; e giá mi par che sciolte 35
giaccian le membra mie, né spirto o senso
piú le commova, e lor quiete antica
co’ silenzi del loco si confonda.Amore, Amore, assai lungi volasti
dal petto mio, che fu sí caldo un giorno, 40
anzi rovente. Con sua fredda mano
lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è vòlto
nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
che mi scendesti in seno. Era quel dolce
e irrevocabil tempo, allor che s’apre 45
al guardo giovanil questa infelice
scena del mondo, e gli sorride in vista
di paradiso. Al garzoncello il core
di vergine speranza e di desio
balza nel petto; e giá s’accinge all’opra 50
di questa vita, come a danza o gioco,
il misero mortal. Ma non sí tosto,
Amor, di te m’accorsi, e il viver mio
fortuna avea giá rotto, ed a questi occhi
non altro convenía che il pianger sempre. 55
Pur, se talvolta per le piagge apriche,
su la tacita aurora o quando al sole
brillano i tetti e i poggi e le campagne,
scontro di vaga donzelletta il viso;
o qualor nella placida quiete 60
d’estiva notte, il vagabondo passo
di rincontro alle ville soffermando,
l’erma terra contemplo, e di fanciulla,
che all’opre di sua man la notte aggiunge,
odo sonar nelle romite stanze 65
l’arguto canto; a palpitar si move
questo mio cor di sasso: ahi! ma ritorna
tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano
ogni moto soave al petto mio.O cara Luna, al cui tranquillo raggio 70
danzan le lepri nelle selve; e duolsi
alla mattina il cacciator, che trova
l’orme intricate e false, e dai covili
error vario lo svia; salve, o benigna
delle notti reina. Infesto scende 75
il raggio tuo, fra macchie e balze o dentro
a deserti edifici, in su l’acciaro
del pallido ladron ch’a teso orecchio
il fragor delle rote e de’ cavalli
da lungi osserva o il calpestio de’ piedi 80
sulla tacita via; poscia improvviso
col suon dell’armi e con la rauca voce
e col funereo ceffo il core agghiaccia
al passegger, cui semivivo e nudo
lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre 85
per le contrade cittadine il bianco
tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
va radendo le mura e la secreta
ombra seguendo, e resta, e si spaura
delle ardenti lucerne e degli aperti 90
balconi. Infesto alle malvage menti,
a me sempre benigno il tuo cospetto
sará per queste piagge, ove non altro
che lieti colli e spaziosi campi
m’apri alla vista. Ed ancor io soleva, 95
bench’innocente io fossi, il tuo vezzoso
raggio accusar negli abitati lochi,
quand’ei m’offriva al guardo umano, e quando
scopriva umani aspetti al guardo mio.
Or sempre loderollo, o ch’io ti miri 100
veleggiar tra le nubi, o che serena
dominatrice dell’etereo campo,
questa flebil riguardi umana sede.
Me spesso rivedrai solingo e muto
errar pe’ boschi e per le verdi rive, 105
o seder sovra l’erbe, assai contento
se core e lena a sospirar m’avanza.
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.
Parafrasi di La vita solitaria
Apri una sequenza alla volta e tieni il testo accanto: i numeri nel titolo sono quelli dei versi.
Versi 1-10: il risveglio in campagna
La pioggia del mattino, quando la gallina, battendo le ali, saltella felice nella stanza chiusa, il contadino si affaccia alla finestra e il sole che sorge lancia i suoi raggi tremolanti tra le gocce che cadono, picchiando dolcemente sulla mia casetta mi sveglia; e mi alzo, e benedico le nuvolette leggere, il primo cinguettio degli uccelli, l’aria fresca e i pendii sorridenti.
Parole e passaggi difficili. La frase principale è «La mattutina pioggia… alla capanna mia dolcemente picchiando, mi risveglia»: tutto il resto indica l’ora. «Esulta» = salta, si agita (latino exultare). «Rai» = raggi. «Saetta» = scaglia come frecce. Il sole che brilla mentre piove è un’immagine presa dal vero. «Capanna» = la casa di campagna. «Piagge» = pendii, campi in collina.
Versi 11-22: la città e la natura indifferente
Perché voi, mura sventurate della città, vi ho viste e conosciute abbastanza: là dove al dolore si accompagna l’odio; e io vivo nel dolore, e così morirò, magari presto! In questi luoghi la Natura mi mostra almeno un po’ di pietà, anche se scarsa; un tempo, quanto era più gentile con me! Anche tu, Natura, distogli lo sguardo dagli infelici; anche tu, disprezzando le sventure e gli affanni, servi la regina felicità. In cielo e in terra non resta agli infelici nessun amico e nessun rifugio, tranne il ferro.
Parole e passaggi difficili. «Infauste» = sventurate, che portano male. «Segue odio al dolor compagno» = al dolore si unisce l’odio della gente. «Deh tosto!» = magari presto (sottinteso: morissi). «Un giorno oh quanto verso me piú cortese» = un tempo la natura mi dava illusioni dolci. «Alla reina felicitá servi» = sei serva dei felici, aiuti solo chi è già fortunato. «Il ferro» è il pugnale: l’unico rifugio sarebbe il suicidio.
Versi 23-38: il lago a mezzogiorno
A volte mi siedo in un luogo solitario, su un’altura, sulla riva di un lago circondato da alberi silenziosi. Lì, quando il sole è alto nel cielo a mezzogiorno, vi dipinge la sua immagine tranquilla, e non un filo d’erba né una foglia si muove al vento; non vedi incresparsi un’onda, non senti stridere una cicala, né un uccello battere le ali su un ramo, né una farfalla ronzare, né senti o vedi una voce o un movimento, né vicino né lontano. Quelle rive sono avvolte da una quiete profondissima; e io, seduto immobile, quasi dimentico me stesso e il mondo; e mi sembra già che le mie membra giacciano sciolte, che nessuno spirito o sensazione le muova più, e che la loro quiete antica si confonda con il silenzio del luogo.
Parole e passaggi difficili. «Rialto» = piccola altura. «Taciturne piante» = alberi immobili, silenziosi. «Il meriggio in ciel si volve» = il sole è a mezzogiorno. «Non si crolla» = non si muove. «Tien» = occupa, domina. «Sciolte» = abbandonate, senza vita. «Quiete antica» = la quiete di chi è morto da tempo: il poeta si sente quasi già morto, ma in modo dolce, come alla fine dell’Infinito.
Versi 39-55: l’amore perduto
Amore, Amore, sei volato via molto lontano dal mio petto, che un tempo era così caldo, anzi rovente. La sventura lo ha stretto con la sua mano fredda, e nel fiore degli anni si è trasformato in ghiaccio. Mi ricordo del tempo in cui mi scendesti nel cuore. Era quel tempo dolce, che non torna più, quando la triste scena del mondo si apre allo sguardo del giovane e gli sorride con l’aspetto del paradiso. Al ragazzo il cuore balza nel petto per una speranza e un desiderio ancora intatti; e già il povero mortale si prepara al lavoro di questa vita come a una danza o a un gioco. Ma, Amore, non mi ero ancora accorto di te, che la sorte aveva già spezzato la mia vita, e a questi occhi non restava altro che piangere sempre.
Parole e passaggi difficili. «Sciaura» = sciagura, sventura. «Vòlto» = mutato. «Irrevocabil» = che non si può richiamare indietro. «In vista di paradiso» = con l’aspetto di un paradiso. «Vergine speranza» = speranza ancora pura, che non ha conosciuto delusioni. Il contrasto tra «opra» (il lavoro, la fatica della vita) e «danza o gioco» dice l’illusione del giovane. Il ricordo è quello dell’amore per Geltrude Cassi, raccontato nel Primo amore.
Versi 56-69: il cuore di sasso si muove ancora
Eppure, se a volte per i pendii assolati, all’alba silenziosa o quando al sole brillano i tetti, le colline e i campi, incontro il viso di una bella ragazza; o quando, nella calma tranquilla di una notte d’estate, fermando il mio passo errante davanti alle case di campagna, contemplo la terra deserta e sento risuonare nelle stanze appartate il canto vivace di una ragazza che prolunga il suo lavoro nella notte, questo mio cuore di sasso comincia a battere; ma presto, ahimè, torna al suo torpore di ferro, perché ogni sentimento dolce è diventato estraneo al mio petto.
Parole e passaggi difficili. «Apriche» = esposte al sole. «Vaga» = graziosa. «Vagabondo passo» = il passo di chi cammina senza meta. «Di rincontro alle ville» = davanti ai casolari. «Erma» = solitaria. «Che all’opre di sua man la notte aggiunge» = che continua a lavorare anche di notte (la fanciulla che tesse, come Silvia). «Arguto» = squillante, vivace. «Ferreo sopor» = un sonno pesante, duro come il ferro.
Versi 70-91: la luna, nemica dei malvagi
O cara Luna, alla cui luce tranquilla le lepri danzano nei boschi, e al mattino il cacciatore si lamenta perché trova le orme intrecciate e ingannevoli, e mille deviazioni lo allontanano dalle tane: salve, benevola regina delle notti. Il tuo raggio scende nemico, tra cespugli e dirupi o dentro edifici abbandonati, sulla lama del ladro pallido, che con l’orecchio teso spia da lontano il rumore delle ruote e dei cavalli o il calpestio dei passi sulla strada silenziosa; poi, all’improvviso, con il rumore delle armi, la voce rauca e la faccia minacciosa di morte, gela il cuore al viandante, e in breve lo lascia mezzo morto e spogliato tra i sassi. Nemica, per le vie della città, la tua luce bianca colpisce l’amante vile che rasenta i muri delle case cercando l’ombra nascosta, e si ferma e si spaventa davanti alle lucerne accese e alle finestre aperte.
Parole e passaggi difficili. Che le lepri giochino al chiaro di luna lo racconta anche l’Elogio degli uccelli di Leopardi, sulla scorta di Senofonte. «Error vario lo svia» = le tracce confuse lo portano fuori strada. «Infesto» = ostile, dannoso. «Acciaro» = la lama del pugnale. «Osserva» = spia, aspetta al varco (latino observare). «Funereo ceffo» = faccia che annuncia la morte. «Nudo» = spogliato di tutto. «Drudo vil» = l’amante clandestino, l’adultero. «Alberghi» = case.
Versi 91-107: la luna, amica del poeta
Ostile alle menti malvagie, il tuo aspetto sarà sempre benevolo con me in questi campi, dove non mi apri alla vista altro che colline liete e campi spaziosi. Anch’io un tempo, pur essendo innocente, accusavo la tua luce graziosa nei luoghi abitati, quando mi mostrava agli sguardi della gente e quando scopriva ai miei occhi i volti degli altri. Ora la loderò sempre, sia che ti veda navigare tra le nuvole, sia che tu, serena signora degli spazi del cielo, guardi questa triste dimora degli uomini. Spesso mi rivedrai solo e in silenzio vagare per i boschi e per le rive verdi, o sedere sull’erba, ben contento se mi restano il cuore e la forza per sospirare.
Parole e passaggi difficili. «Cospetto» = aspetto, presenza. «Accusar» = rimproverare: in città la luna lo esponeva agli sguardi degli altri, che lui evitava. «Veleggiar» = navigare, come una vela tra le nubi. «Etereo campo» = il cielo. «Flebil» = triste, degna di pianto. «Umana sede» = la terra. «Lena» = forza. «M’avanza» = mi resta.
Da ricordare
- Composta nel 1819 secondo i commentatori dell’epoca; pubblicata la prima volta nel «Nuovo Ricoglitore» di Milano nel 1826, tra gli idilli.
- Endecasillabi sciolti divisi in quattro strofe: il mattino, il meriggio sul lago, il ricordo dell’amore, la notte con la luna.
- La campagna è contrapposta alla città, dove al dolore si aggiunge l’odio della gente.
- La strofa del lago (vv. 23-38) è vicina all’Infinito: il silenzio assoluto fa quasi dimenticare se stessi.
- L’apostrofe alla luna occupa tutta l’ultima strofa: nemica dei malvagi, amica di chi vive solo.
- Compare già l’idea di una natura che «serve» i felici e volta le spalle agli infelici.
Collegamenti utili
- La vita solitaria nell’indice dei Canti
- L’infinito: parafrasi
- Alla luna: parafrasi
- Il primo amore: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, La vita solitaria, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- Giacomo Leopardi, Poesie, scelte e commentate a uso delle scuole da Raffaello Fornaciari, G. Barbèra, Firenze 1889: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
Join the discussion
Fai una domanda, lascia un commento o suggerisci un argomento per le prossime pagine.