Purgatorio canto 25: Stazio e la nascita dell’anima

Come nasce l’anima e il fuoco dei lussuriosi. Riassunto, parafrasi e analisi del canto 25 del Purgatorio. Apri la parafrasi e studia meglio.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del canto XXV del Purgatorio

Sono le due del pomeriggio e i tre poeti salgono in fila per una scala stretta. Dante è come un cicognino che vorrebbe volare ma non osa lasciare il nido: ha una domanda e non si decide a farla. Virgilio lo incoraggia. Come possono dimagrire anime che non hanno bisogno di nutrirsi? Virgilio accenna a Meleagro e al riflesso nello specchio, poi lascia la parola a Stazio. Stazio spiega come nasce l’uomo: dal sangue perfetto si forma l’embrione, che prima ha un’anima vegetativa, poi sensitiva. Quando il cervello è completo, Dio vi soffia l’anima razionale, che assorbe le altre in un’unica anima. Dopo la morte l’anima porta con sé tutte le sue facoltà e, arrivata nell’aldilà, irradia intorno a sé un corpo d’aria, l’ombra, che riflette sentimenti e sofferenze. Intanto arrivano alla settima cornice, dove la parete getta fiamme. Dentro il fuoco i lussuriosi cantano un inno e gridano esempi di castità.

Da ricordare

  • Il canto contiene una lezione di embriologia medievale, fondata su Aristotele e Tommaso d’Aquino.
  • L’anima razionale viene infusa direttamente da Dio quando il feto ha il cervello formato.
  • Il corpo aereo delle anime spiega come possano soffrire, parlare, piangere e dimagrire.
  • Nella settima cornice i lussuriosi si purificano camminando dentro le fiamme.
  • Gli esempi di castità sono Maria, la dea Diana e gli sposi fedeli.

Parafrasi del canto XXV del Purgatorio

Versi 1-30

Era l’ora in cui la salita non ammetteva ritardi, perché il sole aveva lasciato il cerchio del mezzogiorno al Toro e la notte allo Scorpione. Perciò, come fa chi non si ferma ma va per la sua strada, qualunque cosa gli appaia, se lo punge lo stimolo del bisogno, così entrammo nel passaggio uno dietro l’altro, prendendo la scala che per la sua strettezza costringe chi sale ad andare in fila. E come il piccolo della cicogna alza le ali per la voglia di volare, ma non osa lasciare il nido e le riabbassa, così ero io, con la voglia di chiedere che si accendeva e si spegneva, arrivando fino al gesto di chi si prepara a parlare. Il mio dolce padre, benché camminassimo in fretta, non lasciò perdere e disse: «Scocca l’arco della parola, che hai teso fino alla punta della freccia.» Allora aprii la bocca con sicurezza e cominciai: «Come si può dimagrire là dove non c’è bisogno di nutrirsi?» «Se ti ricordassi come Meleagro si consumò mentre si consumava un tizzone», disse, «la cosa non ti sembrerebbe così difficile. E se pensassi come, a ogni vostro movimento, si muove la vostra immagine nello specchio, ciò che ti sembra duro ti sembrerebbe facile. Ma perché tu trovi pace nel tuo desiderio, ecco qui Stazio, e io lo chiamo e lo prego di guarire ora le tue ferite.»

Versi 31-60

«Se gli spiego le cose che si vedono nell’eternità in tua presenza», rispose Stazio, «mi scusi il fatto che non posso dirti di no.» Poi cominciò: «Se la tua mente, figlio, osserva e accoglie le mie parole, ti faranno luce sul come che chiedi. Il sangue perfetto, che non viene assorbito dalle vene assetate e rimane come un cibo che si toglie dalla tavola, prende nel cuore la virtù di formare tutte le membra umane, come il sangue che scorre nelle vene per diventare quelle membra. Digerito ancora, scende nel luogo che è più bello tacere che nominare, e da lì poi stilla sopra il sangue di un altro, nel vaso naturale. Lì l’uno e l’altro si uniscono: uno disposto a ricevere, l’altro ad agire, per il luogo perfetto da cui viene. Una volta unito, comincia a operare, prima coagulando e poi dando vita a ciò che ha reso compatto come sua materia. La virtù attiva, diventata anima come quella di una pianta, ma con questa differenza, che una è ancora in cammino e l’altra è già arrivata, opera tanto che il feto già si muove e sente, come una spugna marina. E poi comincia a formare gli organi delle facoltà di cui è il seme. Ora, figliolo, si dispiega e si distende la virtù che viene dal cuore del padre, dove la natura provvede a tutte le membra.

Versi 61-108

Ma come da animale diventi un essere che parla, ancora non lo vedi. Questo è un punto che ha già fatto sbagliare uno più saggio di te, Averroè, tanto che nella sua dottrina separò dall’anima l’intelletto possibile, perché non vedeva un organo che lo contenesse. Apri il cuore alla verità che sta per arrivare, e sappi che appena nel feto la formazione del cervello è completa, il primo motore si rivolge a lui felice di tanta arte della natura, e vi soffia uno spirito nuovo, pieno di virtù, che attira nella sua sostanza ciò che trova lì di attivo, e diventa un’anima sola, che vive, sente e riflette su se stessa. E perché tu ti meravigli meno delle mie parole, guarda il calore del sole che diventa vino unendosi al succo che cola dalla vite. Quando Lachesi non ha più filo, l’anima si separa dalla carne e porta con sé in potenza sia l’umano sia il divino. Le altre facoltà restano tutte inattive, ma memoria, intelligenza e volontà sono in atto molto più acute di prima. Senza fermarsi, cade da sola in modo meraviglioso su una delle due rive, e lì conosce per la prima volta la sua strada. Appena il luogo la circonda, la virtù formativa irradia intorno, nello stesso modo e nella stessa misura che nelle membra vive. E come l’aria, quando è piena di pioggia, si adorna di vari colori per i raggi del sole che vi si riflettono, così l’aria vicina prende la forma che le imprime l’anima che si è fermata lì. E poi, come la fiammella segue il fuoco dovunque si sposti, così la nuova forma segue lo spirito. Siccome da questo ha il suo aspetto, viene chiamata ombra, e con questo forma poi gli organi di ogni senso, fino alla vista. Con questo parliamo e con questo ridiamo, con questo facciamo le lacrime e i sospiri che puoi aver sentito per il monte. L’ombra prende forma secondo i desideri e gli altri sentimenti che ci affliggono, e questa è la causa di ciò che ti meraviglia.»

Versi 109-139

Eravamo ormai arrivati all’ultima cornice, giravamo verso destra, e la nostra attenzione era presa da altro. Lì la parete scaglia fiamme verso l’esterno, e dal bordo sale un vento che le respinge indietro e le tiene lontane. Perciò dovevamo camminare uno a uno dal lato aperto, e io da una parte temevo il fuoco, dall’altra temevo di cadere giù. La mia guida diceva: «In questo punto bisogna tenere stretto il freno agli occhi, perché si potrebbe sbagliare per poco.» Allora sentii cantare Summae Deus clementiae in mezzo al grande fuoco, e questo mi fece venire voglia di voltarmi non meno del pericolo. E vidi spiriti che camminavano dentro la fiamma, perciò guardavo loro e i miei passi, dividendo la vista ora da una parte ora dall’altra. Alla fine dell’inno gridavano forte Virum non cognosco, poi ricominciavano l’inno a voce bassa. Finito anche questo, gridavano ancora: «Diana rimase nel bosco e ne cacciò Elice, che aveva sentito il veleno di Venere.» Poi tornavano a cantare, poi gridavano esempi di mogli e mariti che furono casti come impongono la virtù e il matrimonio. E credo che questo modo duri per tutto il tempo in cui il fuoco li brucia: con questa cura e con questo nutrimento bisogna che alla fine si richiuda la ferita.

Testo del canto XXV del Purgatorio

1Ora era onde ’l salir non volea storpio;
2ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
3lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

4per che, come fa l’uom che non s’affigge
5ma vassi a la via sua, che che li appaia,
6se di bisogno stimolo il trafigge,

7così intrammo noi per la callaia,
8uno innanzi altro prendendo la scala
9che per artezza i salitor dispaia.

10E quale il cicognin che leva l’ala
11per voglia di volare, e non s’attenta
12d’abbandonar lo nido, e giù la cala;

13tal era io con voglia accesa e spenta
14di dimandar, venendo infino a l’atto
15che fa colui ch’a dicer s’argomenta.

16Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
17lo dolce padre mio, ma disse: “Scocca
18l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto”.

19Allor sicuramente apri’ la bocca
20e cominciai: “Come si può far magro
21là dove l’uopo di nodrir non tocca?”.

22“Se t’ammentassi come Meleagro
23si consumò al consumar d’un stizzo,
24non fora”, disse, “a te questo sì agro;

25e se pensassi come, al vostro guizzo,
26guizza dentro a lo specchio vostra image,
27ciò che par duro ti parrebbe vizzo.

28Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
29ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
30che sia or sanator de le tue piage”.

31“Se la veduta etterna li dislego”,
32rispuose Stazio, “là dove tu sie,
33discolpi me non potert’io far nego”.

34Poi cominciò: “Se le parole mie,
35figlio, la mente tua guarda e riceve,
36lume ti fiero al come che tu die.

37Sangue perfetto, che poi non si beve
38da l’assetate vene, e si rimane
39quasi alimento che di mensa leve,

40prende nel core a tutte membra umane
41virtute informativa, come quello
42ch’a farsi quelle per le vene vane.

43Ancor digesto, scende ov’è più bello
44tacer che dire; e quindi poscia geme
45sovr’altrui sangue in natural vasello.

46Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
47l’un disposto a patire, e l’altro a fare
48per lo perfetto loco onde si preme;

49e, giunto lui, comincia ad operare
50coagulando prima, e poi avviva
51ciò che per sua matera fé constare.

52Anima fatta la virtute attiva
53qual d’una pianta, in tanto differente,
54che questa è in via e quella è già a riva,

55tanto ovra poi, che già si move e sente,
56come spungo marino; e indi imprende
57ad organar le posse ond’è semente.

58Or si spiega, figliuolo, or si distende
59la virtù ch’è dal cor del generante,
60dove natura a tutte membra intende.

61Ma come d’animal divegna fante,
62non vedi tu ancor: quest’è tal punto,
63che più savio di te fé già errante,

64sì che per sua dottrina fé disgiunto
65da l’anima il possibile intelletto,
66perché da lui non vide organo assunto.

67Apri a la verità che viene il petto;
68e sappi che, sì tosto come al feto
69l’articular del cerebro è perfetto,

70lo motor primo a lui si volge lieto
71sovra tant’arte di natura, e spira
72spirito novo, di vertù repleto,

73che ciò che trova attivo quivi, tira
74in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
75che vive e sente e sé in sé rigira.

76E perché meno ammiri la parola,
77guarda il calor del sol che si fa vino,
78giunto a l’omor che de la vite cola.

79Quando Làchesis non ha più del lino,
80solvesi da la carne, e in virtute
81ne porta seco e l’umano e ’l divino:

82l’altre potenze tutte quante mute;
83memoria, intelligenza e volontade
84in atto molto più che prima agute.

85Sanza restarsi, per sé stessa cade
86mirabilmente a l’una de le rive;
87quivi conosce prima le sue strade.

88Tosto che loco lì la circunscrive,
89la virtù formativa raggia intorno
90così e quanto ne le membra vive.

91E come l’aere, quand’è ben pïorno,
92per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
93di diversi color diventa addorno;

94così l’aere vicin quivi si mette
95e in quella forma ch’è in lui suggella
96virtüalmente l’alma che ristette;

97e simigliante poi a la fiammella
98che segue il foco là ’vunque si muta,
99segue lo spirto sua forma novella.

100Però che quindi ha poscia sua paruta,
101è chiamata ombra; e quindi organa poi
102ciascun sentire infino a la veduta.

103Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
104quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
105che per lo monte aver sentiti puoi.

106Secondo che ci affliggono i disiri
107e li altri affetti, l’ombra si figura;
108e quest’è la cagion di che tu miri”.

109E già venuto a l’ultima tortura
110s’era per noi, e vòlto a la man destra,
111ed eravamo attenti ad altra cura.

112Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
113e la cornice spira fiato in suso
114che la reflette e via da lei sequestra;

115ond’ir ne convenia dal lato schiuso
116ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
117quinci, e quindi temeva cader giuso.

118Lo duca mio dicea: “Per questo loco
119si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
120però ch’errar potrebbesi per poco”.

121’Summae Deus clementïae’ nel seno
122al grande ardore allora udi’ cantando,
123che di volger mi fé caler non meno;

124e vidi spirti per la fiamma andando;
125per ch’io guardava a loro e a’ miei passi,
126compartendo la vista a quando a quando.

127Appresso il fine ch’a quell’inno fassi,
128gridavano alto: ’Virum non cognosco’;
129indi ricominciavan l’inno bassi.

130Finitolo, anco gridavano: “Al bosco
131si tenne Diana, ed Elice caccionne
132che di Venere avea sentito il tòsco”.

133Indi al cantar tornavano; indi donne
134gridavano e mariti che fuor casti
135come virtute e matrimonio imponne.

136E questo modo credo che lor basti
137per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
138con tal cura conviene e con tai pasti

139che la piaga da sezzo si ricuscia.

Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).

Analisi del canto

Come si dimagrisce senza corpo?

Mentre salgono verso la settima cornice, Dante chiede come possano dimagrire le anime, che non hanno bisogno di cibo. Virgilio fa due esempi: Meleagro, la cui vita era legata a un tizzone, e l’immagine riflessa in uno specchio. Poi passa la parola a Stazio, che sa dare una spiegazione cristiana.

La nascita dell’anima

Il discorso di Stazio è una lezione di embriologia medievale, presa da Aristotele e da Tommaso d’Aquino. Il sangue perfetto si trasforma in seme, che dà vita all’anima vegetativa e poi sensitiva del feto. Quando il cervello è formato, Dio soffia un’anima razionale che assorbe le altre e diventa una sola. Dopo la morte l’anima conserva le sue facoltà e, nell’aldilà, si forma intorno un corpo d’aria, che può mostrare sentimenti e sofferenze. Per questo le anime dei golosi possono essere magre. È uno dei passi più difficili del poema, ma è importante perché spiega come Dante possa vedere le anime.

Le fiamme dei lussuriosi

Nella settima cornice la parete getta fiamme e il vento le respinge verso l’esterno, lasciando un sentiero stretto sul bordo. I tre poeti camminano in fila. Dentro il fuoco i lussuriosi cantano l’inno «Summae Deus clementiae» e gridano esempi di castità: Maria che dice di non conoscere uomo, Diana che caccia la ninfa Elice. È l’ultimo dei sette peccati e il più vicino al Paradiso terrestre.

Domande frequenti

Come possono dimagrire anime senza corpo?

È la domanda di Dante. Virgilio accenna a Meleagro e all’immagine che si muove nello specchio, poi lascia parlare Stazio, che spiega come l’anima, dopo la morte, si crei un corpo d’aria che ne riproduce gli affetti.

Come nasce l’anima umana, secondo Stazio?

Il seme paterno forma l’embrione, che diventa prima anima vegetativa e poi sensitiva. Quando il cervello è compiuto, Dio stesso vi spira l’anima razionale, che unisce a sé le altre in un’anima sola. Stazio corregge così l’errore di Averroè sull’intelletto separato.

Come sono puniti i lussuriosi?

Camminano dentro una parete di fuoco cantando l’inno «Summae Deus clementiae». Tra un canto e l’altro gridano esempi di castità, come Maria all’Annunciazione, «Virum non cognosco», e Diana che scacciò dal bosco la ninfa Elice.

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