Purgatorio canto 18: amore, libertà e accidiosi

Che cos’è l’amore, la libertà e la corsa degli accidiosi. Riassunto, parafrasi e analisi del canto 18 del Purgatorio. Preparati alla verifica senza ansia.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del canto XVIII del Purgatorio

Dante vorrebbe fare altre domande ma ha paura di disturbare, e Virgilio lo incoraggia a parlare. Gli chiede allora cosa sia l’amore. Virgilio spiega che l’animo è fatto per amare e si piega verso ciò che gli piace, come il fuoco sale verso l’alto. Non ogni amore però è buono, così come non ogni sigillo è bello solo perché la cera è buona. A Dante resta un dubbio: se l’amore ci viene da fuori, che merito abbiamo? Virgilio risponde che nell’uomo c’è una facoltà innata che consiglia e decide, il libero arbitrio. Per il resto bisognerà chiedere a Beatrice. È quasi mezzanotte e sorge la luna. All’improvviso arriva di corsa una folla di anime: sono gli accidiosi, che ora non possono fermarsi. In testa due gridano esempi di sollecitudine. Un abate di San Zeno a Verona si presenta senza smettere di correre. In coda altri due gridano esempi di accidia punita, e Dante, perso nei pensieri, si addormenta.

Da ricordare

  • Virgilio completa la teoria dell’amore: è naturale, ma va guidato dalla ragione.
  • Il libero arbitrio è la «nobile virtù» che rende l’uomo responsabile delle sue scelte.
  • Gli accidiosi corrono senza sosta, in contrappasso con la pigrizia che ebbero in vita.
  • Gli esempi di sollecitudine sono Maria che va da Elisabetta e Cesare che corre in Spagna.
  • Gli esempi di accidia punita sono gli Ebrei morti nel deserto e i Troiani rimasti in Sicilia.

Parafrasi del canto XVIII del Purgatorio

Versi 1-39

L’alto maestro aveva finito il suo ragionamento e guardava attento il mio viso per vedere se sembravo soddisfatto. E io, che una nuova sete ancora tormentava, fuori tacevo e dentro dicevo: «Forse gli pesano tutte le domande che faccio.» Ma quel padre sincero, che si accorse del mio timido desiderio che non si mostrava, parlando mi diede il coraggio di parlare. Allora dissi: «Maestro, la mia vista si ravviva tanto nella tua luce che vedo chiaramente tutto quello che il tuo ragionamento distingue o descrive. Perciò ti prego, dolce padre caro, di spiegarmi l’amore, a cui riconduci ogni buona azione e il suo contrario.» «Rivolgi verso di me gli occhi acuti dell’intelletto», disse, «e ti sarà chiaro l’errore dei ciechi che si fanno guide. L’animo, creato pronto ad amare, si muove verso ogni cosa che piace, appena il piacere lo risveglia all’azione. La vostra facoltà di percepire trae un’immagine da un oggetto reale e la dispiega dentro di voi, così da far volgere l’animo verso di essa. E se l’animo, voltato, si piega verso di lei, quel piegarsi è amore, è natura che si lega di nuovo a voi attraverso il piacere. Poi, come il fuoco si muove verso l’alto per la sua forma, nata a salire là dove dura di più nella sua materia, così l’animo preso entra nel desiderio, che è un moto spirituale, e non si ferma finché la cosa amata non lo fa gioire. Ora puoi vedere quanto è nascosta la verità a chi sostiene che ogni amore sia in sé una cosa lodevole. Forse la sua materia sembra sempre buona, ma non ogni impronta è buona, anche se è buona la cera.»

Versi 40-75

«Le tue parole e il mio ingegno che le seguiva», gli risposi, «mi hanno svelato l’amore, ma questo mi ha riempito ancora di più di dubbi. Perché, se l’amore ci viene offerto da fuori e l’anima non cammina con un altro piede, che vada dritta o storta non è merito suo.» E lui a me: «Posso dirti quanto vede la ragione su questo. Per quello che va oltre aspetta Beatrice, perché è materia di fede. Ogni forma sostanziale, distinta dalla materia e unita a lei, ha in sé una virtù specifica, che non si avverte se non opera e non si mostra se non attraverso gli effetti, come la vita di una pianta attraverso le foglie verdi. Perciò l’uomo non sa da dove venga la conoscenza delle prime nozioni né l’inclinazione verso i primi oggetti del desiderio, che sono in voi come nell’ape l’istinto di fare il miele. E questa prima volontà non merita né lode né biasimo. Ora, perché a questa si accordi ogni altra volontà, è innata in voi la facoltà che consiglia e che deve custodire la soglia del consenso. Questo è il principio da cui dipende in voi il merito, a seconda che accolga o scarti amori buoni e cattivi. Quelli che ragionando andarono fino in fondo si accorsero di questa libertà innata, e perciò lasciarono al mondo la morale. Quindi, anche ammesso che ogni amore che si accende in voi nasca per necessità, avete il potere di trattenerlo. Questa nobile virtù Beatrice la chiama libero arbitrio, perciò bada di ricordartelo, se lei te ne parlerà.»

Versi 76-96

La luna, sorta tardi, quasi a mezzanotte, faceva sembrare più rade le stelle, simile a un secchio di rame tutto acceso. E correva contro il moto del cielo per quel tratto che il sole infiamma quando chi sta a Roma lo vede tramontare tra la Sardegna e la Corsica. E quell’ombra nobile per cui Pietole è più famosa di Mantova si era tolta il peso che le avevo caricato. Perciò io, che avevo raccolto una risposta chiara e semplice alle mie domande, ero come uno che vaneggia per il sonno. Ma questa sonnolenza mi fu tolta all’improvviso da gente che, dietro le nostre spalle, già veniva verso di noi. E come l’Ismeno e l’Asopo videro un tempo, di notte, lungo le loro rive la furia e la calca dei Tebani quando avevano bisogno di Bacco, così, per quello che vidi, affrettavano il passo lungo quella cornice coloro che sono spinti dalla buona volontà e dal giusto amore.

Versi 97-129

Ci furono addosso in un attimo, perché tutta quella grande folla si muoveva di corsa, e due in testa gridavano piangendo: «Maria corse in fretta verso la montagna. E Cesare, per sottomettere Lerida, colpì Marsiglia e poi corse in Spagna.» «Presto, presto, che non si perda tempo per poco amore», gridavano gli altri dietro, «perché l’impegno nel fare il bene fa rinverdire la grazia.» «O anime in cui ora un fervore intenso compensa forse la negligenza e il ritardo che per tiepidezza avete messo nel fare il bene, costui è vivo, e certo non vi mento, e vuole salire appena il sole tornerà a splendere. Perciò diteci dov’è il passaggio più vicino.» Queste furono le parole della mia guida. E uno di quegli spiriti disse: «Vieni dietro a noi e troverai l’apertura. Siamo così pieni di voglia di muoverci che non possiamo fermarci, perciò perdona se ti sembra scortesia la nostra pena. Fui abate di San Zeno a Verona sotto l’impero del buon Barbarossa, di cui Milano parla ancora con dolore. E c’è uno, Alberto della Scala, che ha già un piede nella fossa e presto piangerà per quel monastero, e si pentirà di averci avuto potere, perché ci ha messo come pastore, al posto di quello vero, suo figlio, storpio nel corpo, peggio nella mente, e nato male.» Non so se disse altro o se tacque, tanto era già corso lontano da noi, ma questo lo capii, e mi piacque ricordarlo.

Versi 130-145

E colui che mi soccorreva in ogni bisogno disse: «Voltati da questa parte: guardane due che vengono mordendo l’accidia.» Dietro a tutti dicevano: «Il popolo per cui il mare si aprì, gli Ebrei usciti dall’Egitto, morì prima che il Giordano vedesse i suoi eredi. E quelli che non sopportarono la fatica fino alla fine insieme al figlio di Anchise, Enea, si condannarono da soli a una vita senza gloria.» Poi, quando quelle ombre furono così lontane da noi da non vedersi più, mi entrò in mente un pensiero nuovo, da cui ne nacquero molti altri e diversi. E vagai tanto dall’uno all’altro che, in quel fantasticare, chiusi gli occhi, e i pensieri si trasformarono in sogno.

Testo del canto XVIII del Purgatorio

1Posto avea fine al suo ragionamento
2l’alto dottore, e attento guardava
3ne la mia vista s’io parea contento;

4e io, cui nova sete ancor frugava,
5di fuor tacea, e dentro dicea: ’Forse
6lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.

7Ma quel padre verace, che s’accorse
8del timido voler che non s’apriva,
9parlando, di parlare ardir mi porse.

10Ond’io: “Maestro, il mio veder s’avviva
11sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
12quanto la tua ragion parta o descriva.

13Però ti prego, dolce padre caro,
14che mi dimostri amore, a cui reduci
15ogne buono operare e ’l suo contraro”.

16“Drizza”, disse, “ver’ me l’agute luci
17de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
18l’error de’ ciechi che si fanno duci.

19L’animo, ch’è creato ad amar presto,
20ad ogne cosa è mobile che piace,
21tosto che dal piacere in atto è desto.

22Vostra apprensiva da esser verace
23tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
24sì che l’animo ad essa volger face;

25e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
26quel piegare è amor, quell’è natura
27che per piacer di novo in voi si lega.

28Poi, come ’l foco movesi in altura
29per la sua forma ch’è nata a salire
30là dove più in sua matera dura,

31così l’animo preso entra in disire,
32ch’è moto spiritale, e mai non posa
33fin che la cosa amata il fa gioire.

34Or ti puote apparer quant’è nascosa
35la veritate a la gente ch’avvera
36ciascun amore in sé laudabil cosa;

37però che forse appar la sua matera
38sempre esser buona, ma non ciascun segno
39è buono, ancor che buona sia la cera”.

40“Le tue parole e ’l mio seguace ingegno”,
41rispuos’io lui, “m’ hanno amor discoverto,
42ma ciò m’ ha fatto di dubbiar più pregno;

43ché, s’amore è di fuori a noi offerto
44e l’anima non va con altro piede,
45se dritta o torta va, non è suo merto”.

46Ed elli a me: “Quanto ragion qui vede,
47dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta
48pur a Beatrice, ch’è opra di fede.

49Ogne forma sustanzïal, che setta
50è da matera ed è con lei unita,
51specifica vertute ha in sé colletta,

52la qual sanza operar non è sentita,
53né si dimostra mai che per effetto,
54come per verdi fronde in pianta vita.

55Però, là onde vegna lo ’ntelletto
56de le prime notizie, omo non sape,
57e de’ primi appetibili l’affetto,

58che sono in voi sì come studio in ape
59di far lo mele; e questa prima voglia
60merto di lode o di biasmo non cape.

61Or perché a questa ogn’altra si raccoglia,
62innata v’è la virtù che consiglia,
63e de l’assenso de’ tener la soglia.

64Quest’è ’l principio là onde si piglia
65ragion di meritare in voi, secondo
66che buoni e rei amori accoglie e viglia.

67Color che ragionando andaro al fondo,
68s’accorser d’esta innata libertate;
69però moralità lasciaro al mondo.

70Onde, poniam che di necessitate
71surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
72di ritenerlo è in voi la podestate.

73La nobile virtù Beatrice intende
74per lo libero arbitrio, e però guarda
75che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende”.

76La luna, quasi a mezza notte tarda,
77facea le stelle a noi parer più rade,
78fatta com’un secchion che tuttor arda;

79e correa contra ’l ciel per quelle strade
80che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
81tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.

82E quell’ombra gentil per cui si noma
83Pietola più che villa mantoana,
84del mio carcar diposta avea la soma;

85per ch’io, che la ragione aperta e piana
86sovra le mie quistioni avea ricolta,
87stava com’om che sonnolento vana.

88Ma questa sonnolenza mi fu tolta
89subitamente da gente che dopo
90le nostre spalle a noi era già volta.

91E quale Ismeno già vide e Asopo
92lungo di sé di notte furia e calca,
93pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

94cotal per quel giron suo passo falca,
95per quel ch’io vidi di color, venendo,
96cui buon volere e giusto amor cavalca.

97Tosto fur sovr’a noi, perché correndo
98si movea tutta quella turba magna;
99e due dinanzi gridavan piangendo:

100“Maria corse con fretta a la montagna;
101e Cesare, per soggiogare Ilerda,
102punse Marsilia e poi corse in Ispagna”.

103“Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
104per poco amor”, gridavan li altri appresso,
105“che studio di ben far grazia rinverda”.

106“O gente in cui fervore aguto adesso
107ricompie forse negligenza e indugio
108da voi per tepidezza in ben far messo,

109questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
110vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
111però ne dite ond’è presso il pertugio”.

112Parole furon queste del mio duca;
113e un di quelli spirti disse: “Vieni
114di retro a noi, e troverai la buca.

115Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
116che restar non potem; però perdona,
117se villania nostra giustizia tieni.

118Io fui abate in San Zeno a Verona
119sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
120di cui dolente ancor Milan ragiona.

121E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
122che tosto piangerà quel monastero,
123e tristo fia d’avere avuta possa;

124perché suo figlio, mal del corpo intero,
125e de la mente peggio, e che mal nacque,
126ha posto in loco di suo pastor vero”.

127Io non so se più disse o s’ei si tacque,
128tant’era già di là da noi trascorso;
129ma questo intesi, e ritener mi piacque.

130E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
131disse: “Volgiti qua: vedine due
132venir dando a l’accidïa di morso”.

133Di retro a tutti dicean: “Prima fue
134morta la gente a cui il mar s’aperse,
135che vedesse Iordan le rede sue.

136E quella che l’affanno non sofferse
137fino a la fine col figlio d’Anchise,
138sé stessa a vita sanza gloria offerse”.

139Poi quando fuor da noi tanto divise
140quell’ombre, che veder più non potiersi,
141novo pensiero dentro a me si mise,

142del qual più altri nacquero e diversi;
143e tanto d’uno in altro vaneggiai,
144che li occhi per vaghezza ricopersi,

145e ’l pensamento in sogno trasmutai.

Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).

Analisi del canto

Che cos’è l’amore

Dante chiede a Virgilio di spiegare meglio che cosa sia l’amore. L’anima, risponde la guida, è creata pronta ad amare e si muove verso ciò che le piace appena lo percepisce. L’amore è dunque naturale, ma non per questo sempre buono: come la cera è buona, ma non ogni sigillo impresso è buono. Il ragionamento è una correzione della concezione cortese che Francesca esprimeva nel canto V dell’Inferno.

Libertà e responsabilità

Ma allora, chiede Dante, se l’amore viene da fuori, che merito o colpa abbiamo? Virgilio risponde che nell’uomo c’è una virtù che consiglia e deve custodire la soglia del consenso. È la libertà, ciò che rende l’uomo responsabile. Per la parte più profonda di questa verità, però, Virgilio rimanda a Beatrice: c’è un punto oltre il quale la ragione non arriva e serve la fede.

La corsa degli accidiosi

A mezzanotte arriva di corsa una folla di anime. Sono gli accidiosi, che in vita sono stati lenti nel bene e ora non possono fermarsi. Due in testa gridano esempi di sollecitudine: Maria che corre in fretta dalla cugina Elisabetta e Cesare che corre in Spagna. Un abate di San Zeno a Verona, mentre corre, condanna un signore che ha fatto abate il figlio illegittimo e deforme. In coda, due ricordano esempi di accidia punita. Poi Dante, stanco, si addormenta.

Domande frequenti

Se l’amore è naturale, perché ne siamo responsabili?

Virgilio spiega che l’anima è creata pronta ad amare, ma tra l’attrazione e l’azione c’è la ragione, «la virtù che consiglia», che deve custodire la soglia dell’assenso. La libertà sta nel dire sì o no a ciò che ci attrae.

Come si purificano gli accidiosi?

Corrono senza fermarsi, al contrario della lentezza che li frenò in vita, e gridano esempi di sollecitudine: Maria che va in fretta a trovare Elisabetta, «Maria corse con fretta a la montagna», e Cesare che corre in Spagna.

Chi è l’abate di San Zeno?

Un abate di Verona, «sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa». Correndo, accusa Alberto della Scala di aver messo a capo del monastero un figlio illegittimo, deforme nel corpo e peggiore nell’anima. Poi l’onda delle anime lo porta via.

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