Indice dei canti del Purgatorio
Riassunto del canto XXIII del Purgatorio
Dante fissa le fronde dell’albero finché Virgilio lo richiama. Si sente cantare piangendo Labia mea, Domine, e arriva una schiera di anime magrissime, con gli occhi infossati e la pelle attaccata alle ossa. Sono i golosi, consumati dalla fame e dalla sete che l’odore dei frutti e dell’acqua accende in loro. Una di queste anime riconosce Dante e grida di gioia. Lui non la riconosce dal viso, solo dalla voce: è l’amico Forese Donati. Forese spiega la pena e chiama sollazzo quel tormento, perché è lo stesso desiderio che portò Cristo sulla croce. Dante si stupisce di trovarlo già così in alto, a meno di cinque anni dalla morte. Il merito, dice Forese, è delle preghiere della moglie Nella, unica donna onesta in una Firenze dove le donne vanno in giro scollacciate. Poi profetizza punizioni per loro. Dante gli racconta il suo viaggio e presenta Virgilio e Stazio.
Da ricordare
- Nella sesta cornice i golosi soffrono fame e sete davanti ad alberi da cui non possono mangiare.
- Nei visi scavati si leggerebbe la parola «omo»: gli occhi sono le due o, naso e sopracciglia la m.
- Forese Donati era amico di Dante, con cui in gioventù scambiò sonetti di insulti scherzosi.
- La moglie Nella è lodata come esempio di fedeltà e di preghiera efficace.
- Il canto contiene una dura invettiva contro i costumi delle donne fiorentine.
Parafrasi del canto XXIII del Purgatorio
Versi 1-15
Mentre fissavo gli occhi tra le fronde verdi, come fa chi perde la vita a inseguire gli uccellini, colui che era più che un padre mi diceva: «Figliolo, vieni ormai, perché il tempo che ci è concesso va diviso in modo più utile.» Voltai il viso, e non meno in fretta il passo, dietro ai saggi, che parlavano in modo tale da rendermi il cammino senza fatica. Ed ecco si sentì piangere e cantare Labia mea, Domine, in un modo che faceva nascere insieme piacere e dolore. «Dolce padre, che cos’è quello che sento?» cominciai. E lui: «Ombre che forse vanno sciogliendo il nodo del loro debito.»
Versi 16-48
Come fanno i pellegrini assorti nei pensieri, che quando raggiungono per strada gente sconosciuta si voltano verso di loro senza fermarsi, così dietro di noi una folla di anime silenziosa e devota, che si muoveva più veloce, ci guardava con meraviglia mentre arrivava e ci superava. Ciascuna aveva gli occhi scuri e infossati, il viso pallido, ed era così magra che la pelle prendeva la forma delle ossa. Non credo che Erisittone si fosse ridotto così pelle e ossa per il digiuno, quando ne ebbe più paura. Pensando dicevo fra me: «Ecco la gente che perse Gerusalemme, quando Maria divorò il proprio figlio!» Le orbite sembravano anelli senza gemme: chi nel viso degli uomini legge «omo» lì avrebbe riconosciuto bene la m. Chi crederebbe che il profumo di un frutto e quello di un’acqua potessero ridurre così, facendo nascere il desiderio, senza sapere come? Mi stavo già chiedendo che cosa li affamasse tanto, perché non era ancora chiara la causa della loro magrezza e della loro pelle squamosa, quand’ecco un’ombra girò verso di me gli occhi dal fondo della testa e mi guardò fisso, poi gridò forte: «Che grazia è mai questa?» Non l’avrei mai riconosciuto dal viso, ma nella voce mi fu chiaro quello che l’aspetto aveva distrutto. Questa scintilla riaccese in me tutto il ricordo di quel volto cambiato, e riconobbi la faccia di Forese Donati.
Versi 49-75
«Ah, non badare alla scabbia secca che mi scolora la pelle», pregava, «né alla carne che mi manca, ma dimmi la verità su di te, e chi sono quelle due anime che ti fanno da scorta. Non restare senza parlarmi!» «Il tuo viso, che già piansi da morto, ora mi dà un dolore non minore e mi fa piangere», gli risposi, «vedendolo così sfigurato. Perciò dimmi, per Dio, che cosa vi consuma così. Non farmi parlare mentre sono pieno di meraviglia, perché parla male chi è preso da un altro desiderio.» E lui a me: «Dal disegno eterno di Dio scende una virtù nell’acqua e nella pianta che è rimasta dietro, per cui mi assottiglio così. Tutta questa gente che canta piangendo, per aver assecondato la gola oltre misura, qui torna santa nella fame e nella sete. Ci accende il desiderio di bere e di mangiare il profumo che esce dal frutto e dallo spruzzo che si sparge sulle sue foglie. E non una volta sola, girando questo ripiano, si rinnova la nostra pena. Dico pena, e dovrei dire sollievo, perché ci porta agli alberi lo stesso desiderio che portò Cristo felice a dire “Elì”, quando ci liberò con il suo sangue.»
Versi 76-114
E io a lui: «Forese, dal giorno in cui lasciasti il mondo per una vita migliore non sono passati cinque anni. Se la possibilità di peccare finì in te prima che arrivasse l’ora del buon dolore che ci riconcilia con Dio, come mai sei già arrivato quassù? Pensavo di trovarti giù in basso, dove il tempo si sconta con altrettanto tempo.» E lui a me: «Mi ha portato così presto a bere il dolce assenzio delle pene la mia Nella, con il suo pianto dirotto. Con le sue preghiere devote e con i sospiri mi ha tirato fuori dal pendio dove si aspetta, e mi ha liberato dagli altri giri. La mia vedova, che amai tanto, è tanto più cara e gradita a Dio quanto più è sola nel fare il bene, perché la Barbagia di Sardegna è molto più pudica nelle sue donne della Barbagia dove l’ho lasciata. Dolce fratello, che cosa vuoi che ti dica? Ho già davanti agli occhi un tempo futuro, rispetto al quale quest’ora non sarà molto lontana, in cui dal pulpito sarà vietato alle sfacciate donne fiorentine di andare in giro mostrando il petto con le mammelle. Quali donne barbare, quali saracene ebbero mai bisogno di pene spirituali o di altre leggi per andare coperte? Ma se le svergognate sapessero quello che il cielo veloce prepara per loro, avrebbero già la bocca aperta per urlare. Perché, se la previsione qui non mi inganna, saranno nel dolore prima che metta la barba chi ora si consola con la ninna nanna. Ah, fratello, ora non nasconderti più! Vedi che non solo io, ma tutta questa gente guarda il punto dove fai ombra al sole.»
Versi 115-133
Perciò gli dissi: «Se ti torna in mente com’eri con me e come io ero con te, il ricordo ti sarà ancora pesante. Da quella vita mi ha distolto costui che cammina davanti a me, l’altro ieri, quando vi si mostrò piena la sorella di quello», e indicai il sole: parlavo della luna. «Costui mi ha condotto attraverso la notte profonda dei veri morti con questa carne vera che lo segue. Da lì i suoi incoraggiamenti mi hanno portato su, salendo e girando intorno alla montagna che raddrizza voi che il mondo ha reso storti. Dice che mi farà compagnia finché non sarò là dove sarà Beatrice: lì dovrò restare senza di lui. Questo che mi parla così è Virgilio», e lo indicai, «e quest’altro è l’ombra per cui poco fa il vostro regno ha scosso ogni suo pendio, perché la lascia andare.»
Testo del canto XXIII del Purgatorio
1Mentre che li occhi per la fronda verde
2ficcava ïo sì come far suole
3chi dietro a li uccellin sua vita perde,
4lo più che padre mi dicea: “Figliuole,
5vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
6più utilmente compartir si vuole”.
7Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
8appresso i savi, che parlavan sìe,
9che l’andar mi facean di nullo costo.
10Ed ecco piangere e cantar s’udìe
11’Labïa mëa, Domine’ per modo
12tal, che diletto e doglia parturìe.
13“O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?”,
14comincia’ io; ed elli: “Ombre che vanno
15forse di lor dover solvendo il nodo”.
16Sì come i peregrin pensosi fanno,
17giugnendo per cammin gente non nota,
18che si volgono ad essa e non restanno,
19così di retro a noi, più tosto mota,
20venendo e trapassando ci ammirava
21d’anime turba tacita e devota.
22Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
23palida ne la faccia, e tanto scema
24che da l’ossa la pelle s’informava.
25Non credo che così a buccia strema
26Erisittone fosse fatto secco,
27per digiunar, quando più n’ebbe tema.
28Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
29la gente che perdé Ierusalemme,
30quando Maria nel figlio diè di becco!’.
31Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
32chi nel viso de li uomini legge ’omo’
33ben avria quivi conosciuta l’emme.
34Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
35sì governasse, generando brama,
36e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
37Già era in ammirar che sì li affama,
38per la cagione ancor non manifesta
39di lor magrezza e di lor trista squama,
40ed ecco del profondo de la testa
41volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
42poi gridò forte: “Qual grazia m’è questa?”.
43Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
44ma ne la voce sua mi fu palese
45ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
46Questa favilla tutta mi raccese
47mia conoscenza a la cangiata labbia,
48e ravvisai la faccia di Forese.
49“Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
50che mi scolora”, pregava, “la pelle,
51né a difetto di carne ch’io abbia;
52ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
53due anime che là ti fanno scorta;
54non rimaner che tu non mi favelle!”.
55“La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
56mi dà di pianger mo non minor doglia”,
57rispuos’io lui, “veggendola sì torta.
58Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
59non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
60ché mal può dir chi è pien d’altra voglia”.
61Ed elli a me: “De l’etterno consiglio
62cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
63rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio.
64Tutta esta gente che piangendo canta
65per seguitar la gola oltra misura,
66in fame e ‘n sete qui si rifà santa.
67Di bere e di mangiar n’accende cura
68l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
69che si distende su per sua verdura.
70E non pur una volta, questo spazzo
71girando, si rinfresca nostra pena:
72io dico pena, e dovria dir sollazzo,
73ché quella voglia a li alberi ci mena
74che menò Cristo lieto a dire ’Elì’,
75quando ne liberò con la sua vena”.
76E io a lui: “Forese, da quel dì
77nel qual mutasti mondo a miglior vita,
78cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
79Se prima fu la possa in te finita
80di peccar più, che sovvenisse l’ora
81del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
82come se’ tu qua sù venuto ancora?
83Io ti credea trovar là giù di sotto,
84dove tempo per tempo si ristora”.
85Ond’elli a me: “Sì tosto m’ ha condotto
86a ber lo dolce assenzo d’i martìri
87la Nella mia con suo pianger dirotto.
88Con suoi prieghi devoti e con sospiri
89tratto m’ ha de la costa ove s’aspetta,
90e liberato m’ ha de li altri giri.
91Tanto è a Dio più cara e più diletta
92la vedovella mia, che molto amai,
93quanto in bene operare è più soletta;
94ché la Barbagia di Sardigna assai
95ne le femmine sue più è pudica
96che la Barbagia dov’io la lasciai.
97O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
98Tempo futuro m’è già nel cospetto,
99cui non sarà quest’ora molto antica,
100nel qual sarà in pergamo interdetto
101a le sfacciate donne fiorentine
102l’andar mostrando con le poppe il petto.
103Quai barbare fuor mai, quai saracine,
104cui bisognasse, per farle ir coperte,
105o spiritali o altre discipline?
106Ma se le svergognate fosser certe
107di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
108già per urlare avrian le bocche aperte;
109ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
110prima fien triste che le guance impeli
111colui che mo si consola con nanna.
112Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
113vedi che non pur io, ma questa gente
114tutta rimira là dove ’l sol veli”.
115Per ch’io a lui: “Se tu riduci a mente
116qual fosti meco, e qual io teco fui,
117ancor fia grave il memorar presente.
118Di quella vita mi volse costui
119che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
120vi si mostrò la suora di colui”,
121e ’l sol mostrai; “costui per la profonda
122notte menato m’ ha d’i veri morti
123con questa vera carne che ’l seconda.
124Indi m’ han tratto sù li suoi conforti,
125salendo e rigirando la montagna
126che drizza voi che ’l mondo fece torti.
127Tanto dice di farmi sua compagna
128che io sarò là dove fia Beatrice;
129quivi convien che sanza lui rimagna.
130Virgilio è questi che così mi dice”,
131e addita’ lo; “e quest’altro è quell’ombra
132per cuï scosse dianzi ogne pendice
133lo vostro regno, che da sé lo sgombra”.
Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).
Analisi del canto
I golosi scheletrici
Mentre Dante fissa le fronde dell’albero, arriva una schiera di anime che cantano «Labïa mëa, Domine» (v. 11). Sono così magre che le orbite sembrano anelli senza gemme, e nel volto si potrebbe leggere la parola OMO. È un’immagine medievale: gli occhi e il naso disegnano la scritta che indica l’uomo. Il contrappasso è la fame e la sete, rese insopportabili dal profumo dei frutti e dell’acqua.
Forese Donati
Un’anima riconosce Dante. Lui no, finché non sente la voce: è Forese Donati, amico di gioventù con cui aveva scambiato una serie di sonetti pieni di insulti, la cosiddetta tenzone. Dante si stupisce di trovarlo già così in alto, a meno di cinque anni dalla morte. Forese spiega che è merito delle preghiere della moglie Nella, una vedova devota e fedele, «la Nella mia» (v. 87), con un tono di tenerezza che corregge le ingiurie della tenzone.
Contro le fiorentine
Dall’elogio di Nella nasce un attacco alle donne di Firenze, che vanno in giro scollate «mostrando con le poppe il petto» (v. 102). Forese prevede che presto i pulpiti le condanneranno. Poi chiede a Dante come mai sia vivo, e il poeta racconta il suo viaggio. È un canto di amicizia e di riconciliazione: il registro comico della giovinezza diventa memoria affettuosa e penitenza.
Domande frequenti
Perché i golosi sono così magri?
Il profumo dell’albero e dell’acqua mette loro una fame e una sete che non possono soddisfare. Hanno gli occhi scavati e le ossa in evidenza; Dante dice che chi nei volti umani legge «omo» lì avrebbe riconosciuto bene la emme.
Chi è Forese Donati e perché è già così in alto?
Amico di gioventù di Dante, con cui aveva scambiato sonetti offensivi. È morto da meno di cinque anni ed è già nella sesta cornice grazie alle preghiere della moglie, «la Nella mia», una delle poche donne virtuose rimaste a Firenze.
Che cosa rimprovera Forese alle fiorentine?
Le definisce «sfacciate donne fiorentine» che vanno in giro «mostrando con le poppe il petto», e prevede che presto dal pulpito si proibirà loro di farlo. Un’invettiva morale messa in bocca a un amico.