Indice dei canti del Purgatorio
Riassunto del canto XVI del Purgatorio
Il fumo degli iracondi è più nero di qualsiasi notte e punge gli occhi, così Dante si aggrappa alla spalla di Virgilio come un cieco. Intorno si sentono voci che cantano l’Agnus Dei tutte insieme, in perfetto accordo. Una di loro si accorge che Dante è vivo e gli parla: è Marco Lombardo, un uomo di corte esperto del mondo. Dante gli chiede perché il mondo sia così corrotto, se per colpa delle stelle o degli uomini. Marco risponde con uno dei discorsi più importanti del poema. Il cielo dà solo i primi impulsi, ma l’uomo ha il libero arbitrio, quindi la colpa è sua. L’anima nasce semplice e corre dietro ai piccoli piaceri, per questo servono leggi e un imperatore che le faccia rispettare. Il guaio è che il papa ha preso anche il potere politico, e la spada si è unita al pastorale. Marco ricorda tre vecchi onesti di Lombardia, poi torna indietro perché vede la luce dell’angelo.
Da ricordare
- Gli iracondi si purificano in un fumo acre, che acceca come l’ira ha accecato la loro ragione.
- Marco Lombardo difende il libero arbitrio: le stelle influenzano l’uomo ma non lo determinano.
- Roma aveva «due soli», il papa e l’imperatore, che guidavano uno alla vita spirituale e l’altro a quella terrena.
- Per Dante la corruzione del mondo nasce dalla confusione tra potere spirituale e potere politico.
- Con i canti XVII e XVIII forma il cuore dottrinale del poema, dove si discutono libertà e amore.
Parafrasi del canto XVI del Purgatorio
Versi 1-24
Né il buio dell’Inferno né una notte senza alcun pianeta, sotto un cielo povero di stelle, oscurata dalle nuvole quanto più è possibile, mi misero sugli occhi un velo così spesso come quel fumo che ci avvolse lì, né così ruvido al tatto, tanto che l’occhio non riusciva a restare aperto. Perciò la mia scorta, saggia e fidata, mi si avvicinò e mi offrì la spalla. Come un cieco va dietro alla sua guida per non perdersi e per non sbattere contro qualcosa che gli faccia male o magari lo uccida, così andavo io in quell’aria amara e sporca, ascoltando la mia guida che continuava a dire: «Bada di non staccarti da me.» Sentivo voci, e ciascuna sembrava pregare per la pace e per la misericordia l’Agnello di Dio che toglie i peccati. Cominciavano sempre con Agnus Dei: tutte dicevano le stesse parole con la stessa melodia, così che tra loro sembrava esserci un accordo perfetto. «Sono spiriti quelli che sento, maestro?» dissi. E lui a me: «Hai capito bene, e stanno sciogliendo il nodo dell’ira.»
Versi 25-51
«E tu chi sei, che attraversi il nostro fumo e parli di noi come se misurassi ancora il tempo a mesi?» Così disse una voce, e il mio maestro disse: «Rispondi, e chiedi se da qui si sale.» E io: «O creatura che ti purifichi per tornare bella da colui che ti ha creata, se mi segui sentirai una cosa straordinaria.» «Ti seguirò quanto mi è permesso», rispose, «e se il fumo non ci lascia vedere, l’udito ci terrà uniti al posto della vista.» Allora cominciai: «Salgo con quella fascia del corpo che la morte scioglie, e sono arrivato qui passando per l’angoscia dell’Inferno. E se Dio mi ha accolto nella sua grazia fino a volere che io veda la sua corte in un modo del tutto fuori dall’uso moderno, non nascondermi chi fosti prima di morire, ma dimmelo, e dimmi se vado nella direzione giusta per il passaggio. Le tue parole saranno la nostra guida.» «Fui lombardo e mi chiamavano Marco. Conobbi il mondo e amai quel valore verso cui ormai nessuno tende più l’arco. Per salire vai nella direzione giusta.» Così rispose, e aggiunse: «Ti prego di pregare per me quando sarai lassù.»
Versi 52-84
E io a lui: «Ti prometto sulla mia fede di fare quello che mi chiedi, ma scoppio dentro per un dubbio, se non me ne libero. Prima era semplice, e ora è diventato doppio con le tue parole, che mi confermano qui, e quello che ho sentito altrove, la cosa a cui lo collego. Il mondo è proprio deserto di ogni virtù, come mi dici, e pieno e coperto di malizia. Ma ti prego di indicarmi la causa, così che io la veda e la mostri agli altri, perché c’è chi la mette nel cielo e chi quaggiù.» Prima emise un profondo sospiro, che il dolore strinse in un «ahi!», e poi cominciò: «Fratello, il mondo è cieco, e tu vieni proprio da lì. Voi vivi attribuite ogni causa soltanto al cielo, come se muovesse tutto con sé per necessità. Se fosse così, in voi sarebbe distrutto il libero arbitrio, e non sarebbe giusto avere gioia per il bene e dolore per il male. Il cielo dà inizio ai vostri impulsi; non dico a tutti, ma anche ammesso che lo dicessi, vi è data una luce per distinguere il bene dal male, e la libera volontà. E questa, se fatica nelle prime battaglie con l’influsso del cielo, poi vince tutto, se è nutrita bene. Siete liberi e sottoposti a una forza più grande e a una natura migliore, e questa crea in voi la mente, che il cielo non ha sotto il suo controllo. Perciò, se il mondo di oggi va fuori strada, la causa è in voi, in voi va cercata, e io ora te lo mostrerò fedelmente.
Versi 85-114
Dalla mano di colui che la ama prima ancora che esista esce, come una bambina che piange e ride per gioco, l’anima semplice che non sa niente, se non che, mossa da un creatore felice, torna volentieri a ciò che la diverte. All’inizio sente il gusto di un bene piccolo, lì si inganna e gli corre dietro, se una guida o un freno non ne svia l’amore. Per questo fu necessario mettere la legge come freno, fu necessario avere un re che vedesse almeno la torre della vera città. Le leggi ci sono, ma chi le fa rispettare? Nessuno, perché il pastore che guida, il papa, può ruminare ma non ha l’unghia divisa (cioè conosce la dottrina ma non distingue il potere spirituale da quello temporale). Così la gente, che vede la sua guida cercare solo quel bene di cui è avida anche lei, si nutre di quello e non chiede altro. Puoi ben vedere che è il cattivo governo la causa che ha reso malvagio il mondo, e non la natura corrotta in voi. Roma, che fece buono il mondo, aveva due soli, che mostravano l’una e l’altra strada, quella del mondo e quella di Dio. Uno ha spento l’altro, la spada si è unita al pastorale, e le due cose insieme per forza vanno male, perché, unite, nessuna teme l’altra. Se non mi credi, guarda la spiga, perché ogni pianta si riconosce dal seme.
Versi 115-145
Nella terra bagnata dall’Adige e dal Po si trovavano valore e cortesia, prima che Federico entrasse in contrasto con la Chiesa. Ora può passarci tranquillo chiunque eviti, per vergogna, di parlare con i buoni o di avvicinarli. Ci sono ancora tre vecchi in cui l’età antica rimprovera la nuova, e gli sembra lungo il tempo prima che Dio li porti a una vita migliore: Corrado da Palazzo, il buon Gherardo e Guido da Castello, che è meglio chiamare, alla francese, il semplice lombardo. Di’ ormai che la Chiesa di Roma, per aver unito in sé due poteri, cade nel fango e sporca se stessa e il suo carico.» «Marco mio», dissi, «ragioni bene, e ora capisco perché i figli di Levi furono esclusi dall’eredità. Ma chi è quel Gherardo che dici rimasto, come esempio, della gente scomparsa, a rimprovero di questo secolo selvaggio?» «O le tue parole mi ingannano o mi mettono alla prova», mi rispose, «perché, parlandomi in toscano, sembra che tu non sappia niente del buon Gherardo. Non lo conosco con un altro soprannome, a meno di prenderlo da sua figlia Gaia. Dio sia con voi, perché non vengo oltre con voi. Vedi il chiarore che splende attraverso il fumo diventare già bianco, e devo andarmene, perché lì c’è l’angelo, prima che lui mi veda.» Così tornò indietro, e non volle più ascoltarmi.
Testo del canto XVI del Purgatorio
1Buio d’inferno e di notte privata
2d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
3quant’esser può di nuvol tenebrata,
4non fece al viso mio sì grosso velo
5come quel fummo ch’ivi ci coperse,
6né a sentir di così aspro pelo,
7che l’occhio stare aperto non sofferse;
8onde la scorta mia saputa e fida
9mi s’accostò e l’omero m’offerse.
10Sì come cieco va dietro a sua guida
11per non smarrirsi e per non dar di cozzo
12in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
13m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
14ascoltando il mio duca che diceva
15pur: “Guarda che da me tu non sia mozzo”.
16Io sentia voci, e ciascuna pareva
17pregar per pace e per misericordia
18l’Agnel di Dio che le peccata leva.
19Pur ’Agnus Dei’ eran le loro essordia;
20una parola in tutte era e un modo,
21sì che parea tra esse ogne concordia.
22“Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?”,
23diss’io. Ed elli a me: “Tu vero apprendi,
24e d’iracundia van solvendo il nodo”.
25“Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
26e di noi parli pur come se tue
27partissi ancor lo tempo per calendi?”.
28Così per una voce detto fue;
29onde ’l maestro mio disse: “Rispondi,
30e domanda se quinci si va sùe”.
31E io: “O creatura che ti mondi
32per tornar bella a colui che ti fece,
33maraviglia udirai, se mi secondi”.
34“Io ti seguiterò quanto mi lece”,
35rispuose; “e se veder fummo non lascia,
36l’udir ci terrà giunti in quella vece”.
37Allora incominciai: “Con quella fascia
38che la morte dissolve men vo suso,
39e venni qui per l’infernale ambascia.
40E se Dio m’ ha in sua grazia rinchiuso,
41tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
42per modo tutto fuor del moderno uso,
43non mi celar chi fosti anzi la morte,
44ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
45e tue parole fier le nostre scorte”.
46“Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
47del mondo seppi, e quel valore amai
48al quale ha or ciascun disteso l’arco.
49Per montar sù dirittamente vai”.
50Così rispuose, e soggiunse: “I’ ti prego
51che per me prieghi quando sù sarai”.
52E io a lui: “Per fede mi ti lego
53di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
54dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.54
55Prima era scempio, e ora è fatto doppio
56ne la sentenza tua, che mi fa certo
57qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.
58Lo mondo è ben così tutto diserto
59d’ogne virtute, come tu mi sone,
60e di malizia gravido e coverto;
61ma priego che m’addite la cagione,
62sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
63ché nel cielo uno, e un qua giù la pone”.
64Alto sospir, che duolo strinse in “uhi!”,
65mise fuor prima; e poi cominciò: “Frate,
66lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
67Voi che vivete ogne cagion recate
68pur suso al cielo, pur come se tutto
69movesse seco di necessitate.
70Se così fosse, in voi fora distrutto
71libero arbitrio, e non fora giustizia
72per ben letizia, e per male aver lutto.
73Lo cielo i vostri movimenti inizia;
74non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
75lume v’è dato a bene e a malizia,
76e libero voler; che, se fatica
77ne le prime battaglie col ciel dura,
78poi vince tutto, se ben si notrica.
79A maggior forza e a miglior natura
80liberi soggiacete; e quella cria
81la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
82Però, se ’l mondo presente disvia,
83in voi è la cagione, in voi si cheggia;
84e io te ne sarò or vera spia.
85Esce di mano a lui che la vagheggia
86prima che sia, a guisa di fanciulla
87che piangendo e ridendo pargoleggia,
88l’anima semplicetta che sa nulla,
89salvo che, mossa da lieto fattore,
90volontier torna a ciò che la trastulla.
91Di picciol bene in pria sente sapore;
92quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
93se guida o fren non torce suo amore.
94Onde convenne legge per fren porre;
95convenne rege aver, che discernesse
96de la vera cittade almen la torre.
97Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
98Nullo, però che ‘l pastor che procede,
99rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
100per che la gente, che sua guida vede
101pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta,
102di quel si pasce, e più oltre non chiede.
103Ben puoi veder che la mala condotta
104è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
105e non natura che ’n voi sia corrotta.
106Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
107due soli aver, che l’una e l’altra strada
108facean vedere, e del mondo e di Deo.
109L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
110col pasturale, e l’un con l’altro insieme
111per viva forza mal convien che vada;
112però che, giunti, l’un l’altro non teme:
113se non mi credi, pon mente a la spiga,
114ch’ogn’erba si conosce per lo seme.
115In sul paese ch’Adice e Po riga,
116solea valore e cortesia trovarsi,
117prima che Federigo avesse briga;
118or può sicuramente indi passarsi
119per qualunque lasciasse, per vergogna,
120di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
121Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
122l’antica età la nova, e par lor tardo
123che Dio a miglior vita li ripogna:
124Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
125e Guido da Castel, che mei si noma,
126francescamente, il semplice Lombardo.
127Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
128per confondere in sé due reggimenti,
129cade nel fango, e sé brutta e la soma”.
130“O Marco mio”, diss’io, “bene argomenti;
131e or discerno perché dal retaggio
132li figli di Levì furono essenti.
133Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
134di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
135in rimprovèro del secol selvaggio?”.
136“O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta”,
137rispuose a me; “ché, parlandomi tosco,
138par che del buon Gherardo nulla senta.
139Per altro sopranome io nol conosco,
140s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
141Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
142Vedi l’albor che per lo fummo raia
143già biancheggiare, e me convien partirmi
144(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia”.
145Così tornò, e più non volle udirmi.
Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).
Analisi del canto
Il fumo degli iracondi
«Buio d’inferno e di notte privata» (v. 1): il fumo è più fitto di qualunque notte. Dante si appoggia a Virgilio come un cieco alla sua guida. Si sentono voci che pregano insieme l’«Agnus Dei», l’invocazione all’agnello mite che toglie i peccati del mondo. Gli iracondi, accecati dall’ira in vita, ora sono avvolti in un fumo che non permette di vedere.
Marco Lombardo e il libero arbitrio
Un’anima, Marco Lombardo, uomo di corte, parla con Dante. Il poeta gli chiede perché il mondo sia così corrotto: colpa delle stelle o degli uomini? Marco risponde con uno dei discorsi centrali della Commedia. I cieli danno le prime inclinazioni, ma l’uomo ha il libero arbitrio e una mente libera. Se il mondo va male, la colpa è degli uomini: «in voi è la cagione, in voi si cheggia» (v. 83).
I due soli
Marco spiega che l’anima nasce semplice e attratta da qualunque cosa le dia piacere. Per questo servono le leggi e chi le faccia rispettare. Il guaio è che il papa ha unito nelle sue mani il potere spirituale e quello temporale, la spada e il pastorale. Roma un tempo aveva «due soli» (v. 107), il papa e l’imperatore, che illuminavano due strade diverse. Ora l’uno ha spento l’altro. È una delle formulazioni più chiare del pensiero politico di Dante, lo stesso esposto nel trattato Monarchia.
Domande frequenti
Perché gli iracondi camminano nel fumo?
L’ira acceca, e qui l’accecamento diventa un fumo denso, più fitto di un «buio d’inferno». Dante si regge a Virgilio come un cieco; le anime cantano all’unisono l’«Agnus Dei», preghiera di pace e di mansuetudine.
Le stelle decidono le nostre azioni, secondo Marco Lombardo?
No. Marco spiega che non si può dare la colpa al cielo per tutto: gli astri influenzano gli inizi, ma «lume v’è dato a bene e a malizia, / e libero voler». Se il mondo va male, la causa è negli uomini.
Perché, secondo Marco, il mondo è corrotto?
Per il cattivo governo. Un tempo Roma aveva «due soli», papa e imperatore, che indicavano due strade distinte; ora il papato ha unito la spada al pastorale, e senza controllo reciproco i due poteri decadono insieme.