Indice dei canti del Purgatorio
Riassunto del canto XXIV del Purgatorio
Dante e Forese camminano parlando, veloci come una nave spinta dal vento. Forese racconta che la sorella Piccarda è già in Paradiso e indica alcuni golosi, tra cui papa Martino IV, che sconta le anguille di Bolsena cotte nella vernaccia. Uno di loro mormora un nome, Gentucca. È il poeta Bonagiunta da Lucca, che predice a Dante che una donna lucchese gli farà amare la sua città. Poi gli chiede se è lui l’autore di Donne ch’avete intelletto d’amore. Dante risponde che scrive quando Amore lo ispira, seguendo quello che gli detta dentro. Bonagiunta capisce allora cosa separa lui, Guittone e il Notaro dal dolce stil novo. Prima di allontanarsi, Forese profetizza la morte violenta del fratello Corso Donati, trascinato da un cavallo. Più avanti c’è un secondo albero, nato da quello di Eva, da cui una voce grida esempi di gola punita. Infine l’angelo della temperanza indica la scala e cancella la sesta P.
Da ricordare
- Bonagiunta Orbicciani è un poeta lucchese della generazione precedente agli stilnovisti.
- Qui nasce l’espressione «dolce stil novo», con cui ancora oggi chiamiamo quella poesia.
- Dante definisce la sua poetica come fedeltà a ciò che Amore detta dentro.
- Corso Donati, capo dei Neri, fu responsabile dell’esilio di Dante e morì nel 1308.
- Gli esempi di gola punita sono i Centauri ubriachi e gli Ebrei scartati da Gedeone.
Parafrasi del canto XXIV del Purgatorio
Versi 1-33
Né il parlare rallentava il camminare, né il camminare il parlare: discorrendo andavamo veloci, come una nave spinta da un buon vento. E le ombre, che sembravano due volte morte, si accorsero che ero vivo e dalle fosse degli occhi mi guardavano con meraviglia. E io, continuando il mio discorso, dissi: «Quell’anima sale forse più lentamente di quanto farebbe, per stare con un altro. Ma dimmi, se lo sai, dov’è Piccarda, e dimmi se vedo qualcuno degno di nota tra questa gente che mi guarda tanto.» «Mia sorella, che non so se fosse più bella o più buona, trionfa già felice della sua corona nell’alto cielo.» Così disse prima, e poi: «Qui non è vietato dire il nome di ciascuno, visto che il digiuno ha consumato tanto il nostro aspetto. Questo», e lo indicò con il dito, «è Bonagiunta, Bonagiunta da Lucca. E quella faccia più scavata delle altre, di là da lui, ebbe tra le braccia la Santa Chiesa: era papa Martino IV, di Tours, e con il digiuno sconta le anguille di Bolsena e la vernaccia.» Me ne nominò molti altri uno a uno, e tutti sembravano contenti di essere nominati, tanto che non vidi nemmeno un gesto di disappunto. Vidi muovere i denti a vuoto per la fame Ubaldino della Pila e Bonifacio, che con il pastorale nutrì molta gente. Vidi messer Marchese, che un tempo ebbe modo di bere a Forlì con la gola meno secca, e fu tale da non sentirsi mai sazio.
Versi 34-63
Ma come fa chi guarda e poi preferisce uno a un altro, così feci con quello di Lucca, che sembrava conoscermi più degli altri. Mormorava, e sentivo un non so che, «Gentucca», là dove sentiva la ferita della giustizia che lo consuma così. «O anima», dissi, «che sembri così desiderosa di parlare con me, fa’ in modo che ti capisca, e accontenta me e te con le tue parole.» «È nata una donna, e non porta ancora il velo delle sposate», cominciò, «che ti farà piacere la mia città, per quanto la si critichi. Te ne andrai con questa profezia, e se nel mio mormorio hai capito male, te lo chiariranno i fatti. Ma dimmi se vedo qui colui che diede vita alle nuove rime, cominciando “Donne ch’avete intelletto d’amore”.» E io a lui: «Io sono uno che, quando Amore mi ispira, prende nota, e scrivo nel modo in cui lui detta dentro di me.» «O fratello, ora vedo», disse, «il nodo che trattenne il Notaro (Giacomo da Lentini), Guittone e me al di qua del dolce stil novo che sento! Vedo bene come le vostre penne vanno strette dietro a chi detta, cosa che certo non avvenne per le nostre. E chi si mette a cercare oltre non vede altra differenza tra l’uno e l’altro stile.» E, quasi soddisfatto, tacque.
Versi 64-99
Come gli uccelli che passano l’inverno lungo il Nilo a volte fanno stormo nell’aria, poi volano più in fretta e vanno in fila, così tutta la gente che era lì, voltando il viso, affrettò il passo, leggera per la magrezza e per la volontà. E come l’uomo stanco di correre lascia andare avanti i compagni e cammina finché non si calma l’affanno del petto, così Forese lasciò passare il santo gregge e veniva dietro con me, dicendo: «Quando ti rivedrò?» «Non so quanto vivrò», gli risposi, «ma il mio ritorno non sarà così presto che col desiderio non sia già arrivato prima su questa riva, perché il luogo dove sono stato messo a vivere si spoglia ogni giorno di più del bene e sembra destinato a una triste rovina.» «Va’ pure», disse, «perché vedo il più colpevole, mio fratello Corso Donati, trascinato alla coda di una bestia verso la valle dove non c’è mai perdono. La bestia corre a ogni passo più veloce, sempre di più, finché lo colpisce e lascia il corpo orribilmente sfigurato. Quelle sfere non devono girare a lungo», e alzò gli occhi al cielo, «prima che ti sia chiaro ciò che le mie parole non possono spiegare di più. Ora resta indietro, perché in questo regno il tempo è prezioso, e perdo troppo camminando così al tuo fianco.» Come a volte un cavaliere esce al galoppo dalla schiera che cavalca e va a guadagnarsi l’onore del primo scontro, così si allontanò da noi a passi più lunghi, e io rimasi sulla strada con i due che furono nel mondo così grandi maestri.
Versi 100-129
Quando si fu allontanato tanto davanti a noi che i miei occhi lo seguivano come la mente aveva seguito le sue parole, mi apparvero i rami carichi e rigogliosi di un altro albero da frutto, non molto lontani, perché solo allora avevo girato da quella parte. Vidi sotto di esso gente alzare le mani e gridare non so cosa verso le fronde, come bambini capricciosi e vani che pregano, e chi è pregato non risponde, ma per rendere più acuta la voglia tiene in alto la cosa desiderata e non la nasconde. Poi se ne andarono come disillusi, e noi arrivammo subito al grande albero che rifiuta tante preghiere e lacrime. «Passate oltre senza avvicinarvi: più in alto c’è l’albero morso da Eva, e questa pianta è nata da lui.» Così diceva qualcuno tra le fronde. Perciò Virgilio, Stazio e io, stretti l’uno all’altro, andavamo avanti dal lato della parete. «Ricordatevi», diceva, «dei maledetti nati dalle nuvole, che sazi di vino combatterono contro Teseo con il loro doppio petto. E degli Ebrei che si mostrarono deboli nel bere, per cui Gedeone non li volle come compagni quando scese dalle colline verso Madian.» Così, stretti a uno dei due bordi, passammo ascoltando le colpe della gola, seguite da tristi guadagni.
Versi 130-154
Poi, allargandoci sulla strada deserta, ci portammo avanti di mille passi e più, ciascuno assorto senza parlare. «Che cosa andate pensando così, voi tre soli?» disse una voce improvvisa, e io sobbalzai come fanno le bestie spaventate e pigre. Alzai la testa per vedere chi fosse, e mai in una fornace si videro vetri o metalli così lucenti e rossi come vidi uno che diceva: «Se volete salire, qui bisogna girare. Di qui va chi vuole andare verso la pace.» Il suo aspetto mi aveva tolto la vista, perciò mi voltai dietro ai miei maestri, come chi si guida con l’udito. E come l’aria di maggio, annunciando l’alba, si muove e profuma, tutta impregnata d’erba e di fiori, così sentii un vento colpirmi in mezzo alla fronte, e sentii bene muoversi la penna, che fece sentire un profumo d’ambrosia. E sentii dire: «Beati quelli che la grazia illumina tanto che il piacere del gusto non accende nel loro petto un desiderio eccessivo, e hanno sempre fame nella giusta misura!»
Testo del canto XXIV del Purgatorio
1Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
2facea, ma ragionando andavam forte,
3sì come nave pinta da buon vento;
4e l’ombre, che parean cose rimorte,
5per le fosse de li occhi ammirazione
6traean di me, di mio vivere accorte.
7E io, continüando al mio sermone,
8dissi: “Ella sen va sù forse più tarda
9che non farebbe, per altrui cagione.
10Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda;
11dimmi s’io veggio da notar persona
12tra questa gente che sì mi riguarda”.
13“La mia sorella, che tra bella e buona
14non so qual fosse più, trïunfa lieta
15ne l’alto Olimpo già di sua corona”.
16Sì disse prima; e poi: “Qui non si vieta
17di nominar ciascun, da ch’è sì munta
18nostra sembianza via per la dïeta.
19Questi”, e mostrò col dito, “è Bonagiunta,
20Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
21di là da lui più che l’altre trapunta
22ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
23dal Torso fu, e purga per digiuno
24l’anguille di Bolsena e la vernaccia”.
25Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
26e del nomar parean tutti contenti,
27sì ch’io però non vidi un atto bruno.
28Vidi per fame a vòto usar li denti
29Ubaldin da la Pila e Bonifazio
30che pasturò col rocco molte genti.
31Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
32già di bere a Forlì con men secchezza,
33e sì fu tal, che non si sentì sazio.
34Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
35più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
36che più parea di me aver contezza.
37El mormorava; e non so che “Gentucca”
38sentiv’io là, ov’el sentia la piaga
39de la giustizia che sì li pilucca.
40“O anima”, diss’io, “che par sì vaga
41di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
42e te e me col tuo parlare appaga”.
43“Femmina è nata, e non porta ancor benda”,
44cominciò el, “che ti farà piacere
45la mia città, come ch’om la riprenda.
46Tu te n’andrai con questo antivedere:
47se nel mio mormorar prendesti errore,
48dichiareranti ancor le cose vere.
49Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
50trasse le nove rime, cominciando
51’Donne ch’avete intelletto d’amore’ “.
52E io a lui: “I’ mi son un che, quando
53Amor mi spira, noto, e a quel modo
54ch’e’ ditta dentro vo significando”.
55“O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo
56che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
57di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
58Io veggio ben come le vostre penne
59di retro al dittator sen vanno strette,
60che de le nostre certo non avvenne;
61e qual più a gradire oltre si mette,
62non vede più da l’uno a l’altro stilo”;
63e, quasi contentato, si tacette.
64Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
65alcuna volta in aere fanno schiera,
66poi volan più a fretta e vanno in filo,
67così tutta la gente che lì era,
68volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
69e per magrezza e per voler leggera.
70E come l’uom che di trottare è lasso,
71lascia andar li compagni, e sì passeggia
72fin che si sfoghi l’affollar del casso,
73sì lasciò trapassar la santa greggia
74Forese, e dietro meco sen veniva,
75dicendo: “Quando fia ch’io ti riveggia?”.
76“Non so”, rispuos’io lui, “quant’io mi viva;
77ma già non fïa il tornar mio tantosto,
78ch’io non sia col voler prima a la riva;
79però che ’l loco u’ fui a viver posto,
80di giorno in giorno più di ben si spolpa,
81e a trista ruina par disposto”.
82“Or va”, diss’el; “che quei che più n’ ha colpa,
83vegg’ïo a coda d’una bestia tratto
84inver’ la valle ove mai non si scolpa.
85La bestia ad ogne passo va più ratto,
86crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
87e lascia il corpo vilmente disfatto.
88Non hanno molto a volger quelle ruote”,
89e drizzò li occhi al ciel, “che ti fia chiaro
90ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
91Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
92in questo regno, sì ch’io perdo troppo
93venendo teco sì a paro a paro”.
94Qual esce alcuna volta di gualoppo
95lo cavalier di schiera che cavalchi,
96e va per farsi onor del primo intoppo,
97tal si partì da noi con maggior valchi;
98e io rimasi in via con esso i due
99che fuor del mondo sì gran marescalchi.
100E quando innanzi a noi intrato fue,
101che li occhi miei si fero a lui seguaci,
102come la mente a le parole sue,
103parvermi i rami gravidi e vivaci
104d’un altro pomo, e non molto lontani
105per esser pur allora vòlto in laci.
106Vidi gente sott’esso alzar le mani
107e gridar non so che verso le fronde,
108quasi bramosi fantolini e vani
109che pregano, e ’l pregato non risponde,
110ma, per fare esser ben la voglia acuta,
111tien alto lor disio e nol nasconde.
112Poi si partì sì come ricreduta;
113e noi venimmo al grande arbore adesso,
114che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
115“Trapassate oltre sanza farvi presso:
116legno è più sù che fu morso da Eva,
117e questa pianta si levò da esso”.
118Sì tra le frasche non so chi diceva;
119per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
120oltre andavam dal lato che si leva.
121“Ricordivi”, dicea, “d’i maladetti
122nei nuvoli formati, che, satolli,
123Tesëo combatter co’ doppi petti;
124e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
125per che no i volle Gedeon compagni,
126quando inver’ Madïan discese i colli”.
127Sì accostati a l’un d’i due vivagni
128passammo, udendo colpe de la gola
129seguite già da miseri guadagni.
130Poi, rallargati per la strada sola,
131ben mille passi e più ci portar oltre,
132contemplando ciascun sanza parola.
133“Che andate pensando sì voi sol tre?”,
134sùbita voce disse; ond’io mi scossi
135come fan bestie spaventate e poltre.
136Drizzai la testa per veder chi fossi;
137e già mai non si videro in fornace
138vetri o metalli sì lucenti e rossi,
139com’io vidi un che dicea: “S’a voi piace
140montare in sù, qui si convien dar volta;
141quinci si va chi vuole andar per pace”.
142L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
143per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
144com’om che va secondo ch’elli ascolta.
145E quale, annunziatrice de li albori,
146l’aura di maggio movesi e olezza,
147tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
148tal mi senti’ un vento dar per mezza
149la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
150che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
151E senti’ dir: “Beati cui alluma
152tanto di grazia, che l’amor del gusto
153nel petto lor troppo disir non fuma,
154esurïendo sempre quanto è giusto!”.
Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).
Analisi del canto
Piccarda e Bonagiunta
Forese indica a Dante altri golosi e gli dà notizie della sorella Piccarda, che si trova in Paradiso. Poi gli presenta Bonagiunta Orbicciani da Lucca, poeta della generazione precedente, e papa Martino IV, che sconta le anguille di Bolsena cotte nel vino. Bonagiunta mormora un nome, Gentucca, e profetizza che una donna di Lucca renderà gradita a Dante quella città.
Il dolce stil novo
Bonagiunta chiede se ha davanti l’autore di «Donne ch’avete intelletto d’amore» (v. 51), la canzone della Vita nuova. Dante risponde con una definizione della sua poetica: «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (vv. 52-54). Scrivere significa trascrivere fedelmente ciò che l’amore detta dentro. Bonagiunta capisce allora cosa lo separava dai nuovi poeti e conia l’etichetta «dolce stil novo» (v. 57), che la critica ha usato poi per indicare Guinizzelli, Cavalcanti, Dante e gli altri.
La profezia su Corso Donati
Forese, prima di salutare, profetizza la morte del fratello Corso, capo dei Neri e nemico di Dante, trascinato da un cavallo verso l’Inferno. Poi i poeti trovano un secondo albero, nato dal legno dell’albero della conoscenza del bene e del male. Una voce ricorda esempi di gola punita: i centauri ubriachi alle nozze di Piritoo e gli Ebrei esclusi da Gedeone perché avevano bevuto avidamente. L’angelo della temperanza indica la scala.
Domande frequenti
Come definisce Dante la propria poesia davanti a Bonagiunta?
Bonagiunta Orbicciani, poeta lucchese, gli chiede se è lui l’autore di «Donne ch’avete intelletto d’amore». Dante risponde: «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando». Bonagiunta capisce allora la distanza dal «dolce stil novo».
Quale fine attende Corso Donati, secondo il fratello Forese?
Corso Donati, capo dei Neri e responsabile delle rovine di Firenze, verrà trascinato da un cavallo verso la valle dove i peccati non si perdonano. È una profezia della morte di Corso nel 1308, letta come una dannazione.
Come si chiude il passaggio tra i golosi?
Dopo un secondo albero, nato da quello del Paradiso terrestre, una voce ricorda esempi di gola punita: i centauri ubriachi e gli ebrei che Gedeone non volle con sé. Poi l’angelo della temperanza cancella un’altra P con un vento profumato.