Paradiso canto 7: la redenzione

Perché Dio si fece uomo: la redenzione spiegata da Beatrice. Riassunto, parafrasi e analisi del canto 7 del Paradiso. Apri la parafrasi e studia meglio.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del canto VII del Paradiso

Giustiniano e gli altri spiriti si allontanano cantando e danzando. A Dante resta in testa una frase dell’imperatore: Tito vendicò la vendetta. Come può essere giusto punire chi ha crocifisso Cristo, se la crocifissione era già la giusta pena del peccato di Adamo? Beatrice scioglie il nodo. In Cristo c’erano due nature: come uomo, la sua morte pagò giustamente la colpa dell’umanità; come Dio, fu un’offesa enorme, e quindi gli Ebrei meritarono il castigo. Poi Beatrice va più in fondo e spiega perché Dio abbia scelto proprio l’incarnazione. L’uomo da solo non poteva rimediare, perché non avrebbe mai potuto umiliarsi tanto quanto aveva voluto innalzarsi. Dio poteva perdonare o pretendere giustizia, e fece tutte e due le cose donando sé stesso. Il canto chiude con un altro chiarimento: ciò che Dio crea direttamente è eterno, e da qui deriva anche la resurrezione dei corpi.

Da ricordare

  • È un canto quasi tutto dottrinale, costruito come una lezione di teologia.
  • Il nodo è la “giusta vendetta” della crocifissione e la sua punizione con la distruzione di Gerusalemme.
  • La doppia natura di Cristo, umana e divina, rende giuste due cose apparentemente opposte.
  • L’incarnazione unisce misericordia e giustizia, le due vie di Dio.
  • Le creature fatte direttamente da Dio sono incorruttibili: base della resurrezione della carne.

Parafrasi del canto VII del Paradiso

Versi 1-18

«Osanna, santo Dio degli eserciti, che illumini dall’alto con la tua luce i fuochi felici di questi regni!». Così, girando sul suo canto, vidi cantare quella sostanza, Giustiniano, su cui si raddoppiano due luci; e lei e le altre si mossero nella loro danza e, come scintille velocissime, mi si nascosero per l’improvvisa distanza. Io dubitavo, e dicevo fra me: «Diglielo, diglielo, alla mia donna che mi disseta con le dolci gocce». Ma quella riverenza che mi domina tutto, anche solo al sentire Be o ice, mi chinava come chi si addormenta. Beatrice mi lasciò così per poco, e cominciò, illuminandomi con un sorriso tale che renderebbe felice un uomo nel fuoco:

Versi 19-51

«Secondo il mio giudizio, che non può sbagliare, ti ha fatto pensare come una giusta vendetta sia stata giustamente vendicata; ma io ti scioglierò presto la mente, e tu ascolta, perché le mie parole ti faranno dono di una grande verità. Poiché non sopportò un freno utile alla sua volontà, l’uomo che non nacque, Adamo, condannando sé condannò tutta la sua discendenza; per questo la specie umana restò inferma per molti secoli in un grande errore, finché al Verbo di Dio piacque scendere, dove unì a sé in persona, con il solo atto del suo eterno amore, la natura che si era allontanata dal suo creatore. Ora rivolgi lo sguardo a ciò che dico. Questa natura, unita al suo creatore, quando fu creata era sincera e buona; ma da sola fu cacciata dal Paradiso, perché si era distolta dalla via della verità e dalla sua vita. Perciò la pena data dalla croce, se la si misura sulla natura assunta, nessuna fu mai così giusta; e allo stesso modo nessuna fu mai così ingiusta, guardando alla persona che la subì, nella quale quella natura era unita. Dunque da un solo atto uscirono cose diverse: a Dio e agli Ebrei piacque la stessa morte; per lei tremò la terra e si aprì il cielo. Non deve più sembrarti difficile, quindi, quando si dice che una giusta vendetta fu poi vendicata da un giusto tribunale.

Versi 52-120

Ma ora vedo la tua mente stretta di pensiero in pensiero dentro un nodo, da cui con grande desiderio aspetti di essere liberato. Tu dici: “Capisco bene ciò che sento; ma mi è oscuro perché Dio abbia voluto proprio questo modo per la nostra redenzione”. Questo decreto, fratello, resta sepolto agli occhi di chiunque il cui ingegno non sia maturato nella fiamma dell’amore. Però, poiché a questo bersaglio si mira molto e si capisce poco, ti dirò perché quel modo fu il più degno. La bontà divina, che respinge da sé ogni invidia, ardendo in sé sfavilla in modo da dispiegare le bellezze eterne. Ciò che deriva da lei senza intermediari non ha poi fine, perché la sua impronta non si muove quando lei sigilla. Ciò che piove da lei direttamente è del tutto libero, perché non è soggetto all’influsso delle cose nuove. Quanto più le è conforme, tanto più le piace; perché l’ardore santo che irraggia ogni cosa è più vivo in ciò che le somiglia di più. Di tutti questi privilegi si avvantaggia la creatura umana, e se ne manca uno, deve cadere dalla sua nobiltà. Solo il peccato la priva della libertà e la rende dissimile dal sommo bene, così che si illumina poco della sua luce; e non torna mai alla sua dignità se non riempie il vuoto lasciato dalla colpa con giuste pene contro il cattivo piacere. La vostra natura, quando peccò tutta nel suo seme, fu allontanata da queste dignità come dal Paradiso; e non si potevano riconquistare, se guardi bene, per nessuna strada se non passando per uno di questi due guadi: o che Dio da solo, per sua cortesia, perdonasse, o che l’uomo da sé avesse soddisfatto la sua follia. Ora fissa l’occhio dentro l’abisso del consiglio eterno, il più attento che puoi al mio parlare. L’uomo nei suoi limiti non poteva mai soddisfare, perché non poteva scendere con l’umiltà, obbedendo poi, tanto quanto disobbedendo aveva voluto salire; e questa è la ragione per cui l’uomo fu escluso dal poter soddisfare da sé. Perciò conveniva che Dio con le sue vie riportasse l’uomo alla sua vita intera, dico con una o con tutte e due. Ma poiché l’opera è tanto più gradita a chi la compie quanto più rappresenta la bontà del cuore da cui esce, la divina bontà che imprime il mondo fu contenta di procedere per tutte le sue vie per risollevarvi. Fra l’ultima notte e il primo giorno non ci fu né ci sarà un’azione così alta e magnifica, per l’una o per l’altra via; perché Dio fu più generoso dando sé stesso per rendere l’uomo capace di rialzarsi, che se avesse perdonato soltanto; e tutti gli altri modi erano insufficienti alla giustizia, se il Figlio di Dio non si fosse umiliato a incarnarsi.

Versi 121-148

Ora, per soddisfare bene ogni tuo desiderio, torno indietro a chiarirti un punto, perché tu lo veda come lo vedo io. Tu dici: “Vedo l’acqua, vedo il fuoco, l’aria e la terra e tutti i loro composti venire a corruzione e durare poco; eppure anche queste cose furono create; quindi, se ciò che ho sentito è vero, dovrebbero essere al sicuro dalla corruzione”. Gli angeli, fratello, e il paese puro in cui sei, si può dire che furono creati così come sono, nel loro essere intero; ma gli elementi che hai nominato e le cose fatte di loro sono informati da una virtù creata. Fu creata la materia che hanno, fu creata la virtù informante in queste stelle che girano intorno a loro. Il raggio e il movimento delle luci sante traggono da una materia predisposta l’anima di ogni animale e delle piante; ma la vostra vita la infonde direttamente la somma bontà, e la innamora di sé, così che poi la desidera sempre. E da qui puoi ancora dedurre la vostra resurrezione, se ripensi a come fu fatta la carne umana allora, quando furono creati i due primi genitori».

Testo del canto VII del Paradiso

1«Osanna, sanctus Deus sabaòth,
2superillustrans claritate tua
3felices ignes horum malacòth!».

4Così, volgendosi a la nota sua,
5fu viso a me cantare essa sustanza,
6sopra la qual doppio lume s’addua;

7ed essa e l’altre mossero a sua danza,
8e quasi velocissime faville
9mi si velar di sùbita distanza.

10Io dubitava e dicea ’Dille, dille!’
11fra me, ’dille’ dicea, ’a la mia donna
12che mi diseta con le dolci stille’.

13Ma quella reverenza che s’indonna
14di tutto me, pur per Be e per ice,
15mi richinava come l’uom ch’assonna.

16Poco sofferse me cotal Beatrice
17e cominciò, raggiandomi d’un riso
18tal, che nel foco faria l’uom felice:

19«Secondo mio infallibile avviso,
20come giusta vendetta giustamente
21punita fosse, t’ha in pensier miso;

22ma io ti solverò tosto la mente;
23e tu ascolta, ché le mie parole
24di gran sentenza ti faran presente.

25Per non soffrire a la virtù che vole
26freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,
27dannando sé, dannò tutta sua prole;

28onde l’umana specie inferma giacque
29giù per secoli molti in grande errore,
30fin ch’al Verbo di Dio discender piacque

31u’ la natura, che dal suo fattore
32s’era allungata, unì a sé in persona
33con l’atto sol del suo etterno amore.

34Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:
35questa natura al suo fattore unita,
36qual fu creata, fu sincera e buona;

37ma per sé stessa pur fu ella sbandita
38di paradiso, però che si torse
39da via di verità e da sua vita.

40La pena dunque che la croce porse
41s’a la natura assunta si misura,
42nulla già mai sì giustamente morse;

43e così nulla fu di tanta ingiura,
44guardando a la persona che sofferse,
45in che era contratta tal natura.

46Però d’un atto uscir cose diverse:
47ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;
48per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.

49Non ti dee oramai parer più forte,
50quando si dice che giusta vendetta
51poscia vengiata fu da giusta corte.

52Ma io veggi’ or la tua mente ristretta
53di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
54del qual con gran disio solver s’aspetta.

55Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;
56ma perché Dio volesse, m’è occulto,
57a nostra redenzion pur questo modo”.

58Questo decreto, frate, sta sepulto
59a li occhi di ciascuno il cui ingegno
60ne la fiamma d’amor non è adulto.

61Veramente, però ch’a questo segno
62molto si mira e poco si discerne,
63dirò perché tal modo fu più degno.

64La divina bontà, che da sé sperne
65ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
66sì che dispiega le bellezze etterne.

67Ciò che da lei sanza mezzo distilla
68non ha poi fine, perché non si move
69la sua imprenta quand’ ella sigilla.

70Ciò che da essa sanza mezzo piove
71libero è tutto, perché non soggiace
72a la virtute de le cose nove.

73Più l’è conforme, e però più le piace;
74ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
75ne la più somigliante è più vivace.

76Di tutte queste dote s’avvantaggia
77l’umana creatura, e s’una manca,
78di sua nobilità convien che caggia.

79Solo il peccato è quel che la disfranca
80e falla dissimìle al sommo bene,
81per che del lume suo poco s’imbianca;

82e in sua dignità mai non rivene,
83se non rïempie, dove colpa vòta,
84contra mal dilettar con giuste pene.

85Vostra natura, quando peccò tota
86nel seme suo, da queste dignitadi,
87come di paradiso, fu remota;

88né ricovrar potiensi, se tu badi
89ben sottilmente, per alcuna via,
90sanza passar per un di questi guadi:

91o che Dio solo per sua cortesia
92dimesso avesse, o che l’uom per sé isso
93avesse sodisfatto a sua follia.

94Ficca mo l’occhio per entro l’abisso
95de l’etterno consiglio, quanto puoi
96al mio parlar distrettamente fisso.

97Non potea l’uomo ne’ termini suoi
98mai sodisfar, per non potere ir giuso
99con umiltate obedïendo poi,

100quanto disobediendo intese ir suso;
101e questa è la cagion per che l’uom fue
102da poter sodisfar per sé dischiuso.

103Dunque a Dio convenia con le vie sue
104riparar l’omo a sua intera vita,
105dico con l’una, o ver con amendue.

106Ma perché l’ovra tanto è più gradita
107da l’operante, quanto più appresenta
108de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,

109la divina bontà che ’l mondo imprenta,
110di proceder per tutte le sue vie,
111a rilevarvi suso, fu contenta.

112Né tra l’ultima notte e ’l primo die
113sì alto o sì magnifico processo,
114o per l’una o per l’altra, fu o fie:

115ché più largo fu Dio a dar sé stesso
116per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
117che s’elli avesse sol da sé dimesso;

118e tutti li altri modi erano scarsi
119a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio
120non fosse umilïato ad incarnarsi.

121Or per empierti bene ogne disio,
122ritorno a dichiararti in alcun loco,
123perché tu veggi lì così com’ io.

124Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,
125l’aere e la terra e tutte lor misture
126venire a corruzione, e durar poco;

127e queste cose pur furon creature;
128per che, se ciò ch’è detto è stato vero,
129esser dovrien da corruzion sicure”.

130Li angeli, frate, e ’l paese sincero
131nel qual tu se’, dir si posson creati,
132sì come sono, in loro essere intero;

133ma li alimenti che tu hai nomati
134e quelle cose che di lor si fanno
135da creata virtù sono informati.

136Creata fu la materia ch’elli hanno;
137creata fu la virtù informante
138in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.

139L’anima d’ogne bruto e de le piante
140di complession potenzïata tira
141lo raggio e ’l moto de le luci sante;

142ma vostra vita sanza mezzo spira
143la somma beninanza, e la innamora
144di sé sì che poi sempre la disira.

145E quinci puoi argomentare ancora
146vostra resurrezion, se tu ripensi
147come l’umana carne fessi allora

148che li primi parenti intrambo fensi».

Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).

Analisi del canto

Un inno e un congedo

Giustiniano e le altre anime si allontanano cantando un inno in latino misto di ebraico, e spariscono come scintille veloci. Dante resta con un dubbio che non osa dire, e Beatrice lo intuisce con un sorriso che renderebbe felice anche un uomo nel fuoco.

Perché la morte di Cristo fu giusta

Giustiniano aveva detto che la crocifissione vendicò il peccato originale e che poi Tito vendicò giustamente quella vendetta distruggendo Gerusalemme. Come può una punizione giusta essere a sua volta punita? Beatrice distingue: considerata rispetto alla natura umana assunta da Cristo, la pena fu giusta; considerata rispetto alla persona divina che la subì, fu un’ingiustizia enorme. Lo stesso evento piacque a Dio e ai Giudei per ragioni opposte.

Il senso dell’Incarnazione

Poi Beatrice affronta la domanda più profonda: perché Dio scelse proprio questo modo per salvare l’uomo? Con il peccato l’umanità aveva perso la sua dignità e non poteva ripararla da sola, perché nessuna umiliazione bastava a compensare la superbia di voler essere come Dio. Restavano due vie, il perdono o la soddisfazione. Dio le seguì entrambe facendosi uomo. Il canto termina spiegando che le cose create direttamente da Dio, come gli angeli e l’anima umana, sono immortali, e da qui si ricava anche la resurrezione dei corpi. È un ragionamento serrato, che mostra quanto Dante tenesse alla teologia scolastica.

Domande frequenti

Quale dubbio nasce dal discorso di Giustiniano?

Giustiniano ha detto che la crocifissione fu una giusta vendetta del peccato di Adamo, e la distruzione di Gerusalemme una giusta vendetta della crocifissione. Dante non capisce come una «giusta vendetta» possa essere giustamente punita.

Perché Dio si è fatto uomo per salvare l’umanità?

Beatrice spiega che l’uomo da solo non poteva riparare la superbia di Adamo, perché non poteva abbassarsi quanto si era voluto innalzare. Dio poteva solo perdonare o lasciare che l’uomo soddisfacesse: con l’Incarnazione fece entrambe le cose, unendo misericordia e giustizia.

Perché il corpo umano risorgerà?

Ciò che Dio crea direttamente è incorruttibile, mentre gli elementi e le piante nascono da cause seconde e si corrompono. La carne umana fu creata direttamente da Dio in Adamo ed Eva: per questo risorgerà.

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