Paradiso canto 26: la carità e Adamo

L’esame sulla carità e l’incontro con Adamo. Riassunto, parafrasi e analisi del canto 26 del Paradiso. Studialo in modo semplice.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del canto XXVI del Paradiso

Dante è accecato, e san Giovanni lo rassicura: la vista tornerà, perché lo sguardo di Beatrice ha lo stesso potere della mano di Anania, che guarì san Paolo. Intanto può sostenere l’esame sulla carità. Dante spiega che ama Dio perché è il bene più grande, e lo sa sia dalla filosofia sia dalla Bibbia. Le creature, poi, le ama nella misura del bene che Dio ha dato loro. I beati cantano “Santo, santo, santo” e lo sguardo di Beatrice gli restituisce la vista. Accanto ai tre apostoli c’è ora una quarta luce: è Adamo, il primo uomo. Senza bisogno di domande, risponde ai quattro dubbi di Dante. La colpa non fu mangiare il frutto, ma superare il limite. Adamo restò nel limbo 4302 anni e visse sulla terra 930. La sua lingua si spense prima di Babele, perché le lingue cambiano come le foglie. Nel paradiso terrestre rimase solo sei ore.

Da ricordare

  • L’esaminatore della carità è san Giovanni evangelista.
  • Dante ama Dio come sommo bene e le creature in proporzione al bene che hanno.
  • Adamo spiega che il peccato originale fu un atto di superbia, il “trapassar del segno”.
  • Il linguaggio umano è naturale, ma le singole lingue cambiano nel tempo.
  • Dante corregge qui un’idea del De vulgari eloquentia sulla lingua di Adamo.

Parafrasi del canto XXVI del Paradiso

Versi 1-18

Mentre ero preoccupato per la vista spenta, dalla fiamma luminosa che l’aveva spenta uscì una voce che mi fece stare attento, dicendo: «Finché non ti riprendi dalla vista che hai consumato in me, è bene che la compensi parlando. Comincia dunque: di’ a che cosa mira la tua anima, e considera che la vista in te è smarrita, non morta; perché la donna che ti conduce per questa regione divina ha nello sguardo il potere che ebbe la mano di Anania». Io dissi: «Presto o tardi, come lei vorrà, venga il rimedio agli occhi, che furono le porte da cui entrò con il fuoco di cui ardo sempre. Il bene che rende contenta questa corte è l’alfa e l’omega di tutto ciò che Amore mi insegna, piano o forte».

Versi 19-45

La stessa voce che mi aveva tolto la paura dell’abbagliamento improvviso mi spinse a parlare ancora, e disse: «Certo devi chiarirti passando per un setaccio più stretto: devi dire chi ha puntato il tuo arco verso un tale bersaglio». E io: «Questo amore deve imprimersi in me per mezzo di argomenti filosofici e dell’autorità che scende da qui; perché il bene, in quanto bene, appena lo si conosce accende l’amore, e tanto più grande quanto più bontà contiene. Dunque verso l’essenza che ha un tale vantaggio che ogni bene fuori di lei non è altro che un riflesso del suo raggio, più che verso qualunque altra cosa deve muoversi, amando, la mente di chi capisce la verità su cui si fonda questa prova. Questa verità la spiana al mio intelletto Aristotele, che mi dimostra il primo amore di tutte le sostanze eterne. La spiana la voce del vero autore, che dice a Mosè, parlando di sé: “Ti farò vedere ogni bene”. E me la spiani anche tu, all’inizio del tuo alto annuncio che grida quaggiù il mistero di qui più di ogni altro messaggio».

Versi 46-66

E sentii: «Per mezzo dell’intelletto umano e delle autorità che concordano con lui, il più alto dei tuoi amori è rivolto a Dio. Ma di’ ancora se senti altre corde tirarti verso di lui, così che tu dica con quanti denti ti morde questo amore». Non mi rimase nascosta la santa intenzione dell’aquila di Cristo, anzi capii dove voleva condurre la mia professione di fede. Perciò ricominciai: «Tutti i morsi che possono far volgere il cuore a Dio hanno contribuito alla mia carità: l’esistenza del mondo e la mia, la morte che Cristo sostenne perché io viva, e ciò che spera ogni fedele come me, insieme alla conoscenza viva di cui ho parlato, mi hanno tirato fuori dal mare dell’amore storto e mi hanno messo sulla riva di quello giusto. Le foglie di cui si riveste tutto l’orto del giardiniere eterno, le amo tanto quanto è il bene che lui ha dato loro».

Versi 67-96

Appena tacqui, un canto dolcissimo risuonò per il cielo, e la mia donna diceva con gli altri: «Santo, santo, santo!». E come ci si sveglia per una luce acuta, perché lo spirito visivo corre incontro allo splendore che passa di membrana in membrana, e chi si è svegliato rifiuta ciò che vede, tanto è confuso il risveglio improvviso finché non soccorre la facoltà di giudicare, così Beatrice tolse dai miei occhi ogni impurità con il raggio dei suoi, che splendeva per più di mille miglia; e poi vidi meglio di prima, e quasi stupito chiesi di una quarta luce che vidi fra noi. E la mia donna: «Dentro quei raggi contempla con amore il suo creatore la prima anima che la prima virtù abbia mai creato», cioè Adamo. Come la fronda che piega la cima al passare del vento e poi si rialza per la forza propria che la solleva, così feci io mentre lei parlava, stupito; e poi mi rese di nuovo sicuro il desiderio di parlare di cui ardevo. E cominciai: «O frutto che solo fosti creato già maturo, o padre antico di cui ogni sposa è figlia e nuora, ti supplico con tutta la devozione che posso di parlarmi: tu vedi il mio desiderio, e per sentirti prima non lo dico».

Versi 97-114

A volte un animale coperto da un panno si agita, così che il suo desiderio si vede per forza dai movimenti che la copertura segue; allo stesso modo l’anima prima mi faceva trasparire attraverso il suo velo di luce quanto venisse lieta ad accontentarmi. Poi disse: «Senza che tu me lo dica, vedo il tuo desiderio meglio di quanto tu veda qualunque cosa ti sia più certa; perché lo vedo nello specchio verace che riflette in sé tutte le altre cose, mentre nessuna cosa riflette lui. Tu vuoi sapere quanto tempo fa Dio mi mise nell’eccelso giardino dove costei ti preparò a una scala così lunga, e quanto tempo fu una gioia per i miei occhi, e la vera causa della grande ira di Dio, e la lingua che usai e che creai.

Versi 115-142

Ora, figlio mio, non fu l’assaggio del frutto in sé la causa di un esilio così lungo, ma soltanto l’oltrepassare il limite. Nel luogo da cui la tua donna fece partire Virgilio, il limbo, desiderai questa assemblea per quattromilatrecentodue giri di sole; e lo vidi tornare a tutte le costellazioni della sua strada novecentotrenta volte, mentre fui in terra. La lingua che parlai si era spenta del tutto prima che la gente di Nembrot si dedicasse all’opera che non si poteva compiere; perché nessun prodotto della ragione è mai durato per sempre, a causa del gusto umano che si rinnova seguendo l’influsso del cielo. Che l’uomo parli è opera della natura; ma in un modo o nell’altro, la natura lascia poi fare a voi come vi piace. Prima che io scendessi all’angoscia infernale, in terra si chiamava I il sommo bene da cui viene la gioia che mi avvolge; e poi si chiamò El, ed è giusto, perché l’uso dei mortali è come la foglia sul ramo, che se ne va e ne viene un’altra. Sul monte che si alza più alto dal mare restai, con una vita pura e poi colpevole, dalla prima ora fino a quella che segue la sesta, quando il sole cambia quadrante».

Testo del canto XXVI del Paradiso

1Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
2de la fulgida fiamma che lo spense
3uscì un spiro che mi fece attento,

4dicendo: «Intanto che tu ti risense
5de la vista che haï in me consunta,
6ben è che ragionando la compense.

7Comincia dunque; e dì ove s’appunta
8l’anima tua, e fa ragion che sia
9la vista in te smarrita e non defunta:

10perché la donna che per questa dia
11regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
12la virtù ch’ebbe la man d’Anania».

13Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
14vegna remedio a li occhi, che fuor porte
15quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.

16Lo ben che fa contenta questa corte,
17Alfa e O è di quanta scrittura
18mi legge Amore o lievemente o forte».

19Quella medesma voce che paura
20tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
21di ragionare ancor mi mise in cura;

22e disse: «Certo a più angusto vaglio
23ti conviene schiarar: dicer convienti
24chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».

25E io: «Per filosofici argomenti
26e per autorità che quinci scende
27cotale amor convien che in me si ’mprenti:

28ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,
29così accende amore, e tanto maggio
30quanto più di bontate in sé comprende.

31Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,
32che ciascun ben che fuor di lei si trova
33altro non è ch’un lume di suo raggio,

34più che in altra convien che si mova
35la mente, amando, di ciascun che cerne
36il vero in che si fonda questa prova.

37Tal vero a l’intelletto mïo sterne
38colui che mi dimostra il primo amore
39di tutte le sustanze sempiterne.

40Sternel la voce del verace autore,
41che dice a Moïsè, di sé parlando:
42’Io ti farò vedere ogne valore’.

43Sternilmi tu ancora, incominciando
44l’alto preconio che grida l’arcano
45di qui là giù sovra ogne altro bando».

46E io udi’: «Per intelletto umano
47e per autoritadi a lui concorde
48d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

49Ma dì ancor se tu senti altre corde
50tirarti verso lui, sì che tu suone
51con quanti denti questo amor ti morde».

52Non fu latente la santa intenzione
53de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
54dove volea menar mia professione.

55Però ricominciai: «Tutti quei morsi
56che posson far lo cor volgere a Dio,
57a la mia caritate son concorsi:

58ché l’essere del mondo e l’esser mio,
59la morte ch’el sostenne perch’ io viva,
60e quel che spera ogne fedel com’ io,

61con la predetta conoscenza viva,
62tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
63e del diritto m’han posto a la riva.

64Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
65de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
66quanto da lui a lor di bene è porto».

67Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto
68risonò per lo cielo, e la mia donna
69dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».

70E come a lume acuto si disonna
71per lo spirto visivo che ricorre
72a lo splendor che va di gonna in gonna,

73e lo svegliato ciò che vede aborre,
74sì nescïa è la sùbita vigilia
75fin che la stimativa non soccorre;

76così de li occhi miei ogne quisquilia
77fugò Beatrice col raggio d’i suoi,
78che rifulgea da più di mille milia:

79onde mei che dinanzi vidi poi;
80e quasi stupefatto domandai
81d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.

82E la mia donna: «Dentro da quei rai
83vagheggia il suo fattor l’anima prima
84che la prima virtù creasse mai».

85Come la fronda che flette la cima
86nel transito del vento, e poi si leva
87per la propria virtù che la soblima,

88fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,
89stupendo, e poi mi rifece sicuro
90un disio di parlare ond’ ïo ardeva.

91E cominciai: «O pomo che maturo
92solo prodotto fosti, o padre antico
93a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,

94divoto quanto posso a te supplìco
95perché mi parli: tu vedi mia voglia,
96e per udirti tosto non la dico».

97Talvolta un animal coverto broglia,
98sì che l’affetto convien che si paia
99per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;

100e similmente l’anima primaia
101mi facea trasparer per la coverta
102quant’ ella a compiacermi venìa gaia.

103Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta
104da te, la voglia tua discerno meglio
105che tu qualunque cosa t’è più certa;

106perch’ io la veggio nel verace speglio
107che fa di sé pareglio a l’altre cose,
108e nulla face lui di sé pareglio.

109Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose
110ne l’eccelso giardino, ove costei
111a così lunga scala ti dispuose,

112e quanto fu diletto a li occhi miei,
113e la propria cagion del gran disdegno,
114e l’idïoma ch’usai e che fei.

115Or, figliuol mio, non il gustar del legno
116fu per sé la cagion di tanto essilio,
117ma solamente il trapassar del segno.

118Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
119quattromilia trecento e due volumi
120di sol desiderai questo concilio;

121e vidi lui tornare a tutt’ i lumi
122de la sua strada novecento trenta
123fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.

124La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
125innanzi che a l’ovra inconsummabile
126fosse la gente di Nembròt attenta:

127ché nullo effetto mai razïonabile,
128per lo piacere uman che rinovella
129seguendo il cielo, sempre fu durabile.

130Opera naturale è ch’uom favella;
131ma così o così, natura lascia
132poi fare a voi secondo che v’abbella.

133Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,
134I s’appellava in terra il sommo bene
135onde vien la letizia che mi fascia;

136e El si chiamò poi: e ciò convene,
137ché l’uso d’i mortali è come fronda
138in ramo, che sen va e altra vene.

139Nel monte che si leva più da l’onda,
140fu’ io, con vita pura e disonesta,
141da la prim’ ora a quella che seconda,

142come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».

Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).

Analisi del canto

L’esame sulla carità

Dante è temporaneamente cieco, e Giovanni lo rassicura: Beatrice ha nello sguardo il potere di guarirlo. Intanto lo interroga sulla carità, cioè sull’amore. Dante risponde che Dio è il principio e la fine di ogni amore. Ad amarlo lo spingono sia la ragione filosofica sia la Scrittura: il bene, in quanto bene, accende l’amore, e Dio è il bene supremo. Lo hanno condotto a lui anche la creazione, la redenzione e la speranza della salvezza. I beati rispondono cantando «Santo, santo, santo!» (v. 69).

Adamo

Dante riacquista la vista, migliore di prima, e scopre accanto a sé una quarta luce: è Adamo, il primo uomo. Il poeta gli si rivolge con stupore e lui risponde a quattro domande non dette. Da quanto tempo Dio lo ha creato e quanto tempo è stato nel Limbo, quale fu la vera causa della cacciata dall’Eden, cioè l’aver superato il limite stabilito, e non il frutto in sé; quanto rimase nel Paradiso terrestre, poche ore appena.

La lingua che cambia

La quarta risposta riguarda la lingua. Adamo dice che la lingua che parlava si era già spenta prima della torre di Babele, perché nessun prodotto della ragione umana dura per sempre: le parole cambiano come le foglie sui rami. Persino il nome di Dio, prima chiamato I, poi divenne El. Qui Dante corregge quanto aveva scritto nel De vulgari eloquentia, dove credeva che la lingua di Adamo fosse rimasta immutata fino a Babele. È un’idea molto moderna della lingua come realtà storica.

Domande frequenti

Su che cosa san Giovanni interroga Dante?

Sulla carità, cioè l’amore. Dante risponde che il suo amore è rivolto a Dio, bene supremo, e lo hanno acceso sia la ragione filosofica sia la rivelazione. Ogni creatura e ogni dono ricevuto lo spingono verso di lui.

Come Dante riacquista la vista?

Quando l’esame è finito e i beati cantano «Santo, santo, santo», Beatrice lo guarda e il raggio dei suoi occhi gli toglie il velo che lo accecava. Ora vede meglio di prima.

Quale lingua parlava Adamo?

Una lingua che si era già spenta prima della torre di Babele: «La lingua ch’io parlai fu tutta spenta». Ogni lingua umana cambia nel tempo come le foglie degli alberi, perché è una scelta degli uomini. Aggiunge che il suo soggiorno nell’Eden durò poco più di sei ore.

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