Indice dei canti del Paradiso
Riassunto del canto XIII del Paradiso
Per far capire cosa vede, Dante chiede al lettore un esercizio di fantasia: prendere le stelle più luminose del cielo e immaginarle disposte in due corone che girano una dentro l’altra. Le due ghirlande cantano la Trinità e la doppia natura di Cristo. Poi Tommaso riprende la parola per sciogliere un altro dubbio. Aveva detto che Salomone non ebbe pari in sapienza, e Dante pensa ad Adamo e a Cristo, che dovrebbero averne avuta di più. Tommaso spiega che Adamo e Cristo furono creati direttamente da Dio, e quindi perfetti. Salomone invece chiese a Dio una sapienza precisa, quella da re, per governare bene il suo popolo, e in quella non ebbe uguali. La lezione finale riguarda il giudizio. Non bisogna dire sì o no troppo in fretta, come facevano tanti filosofi ed eretici, e nemmeno condannare qualcuno prima che la sua vita sia finita.
Da ricordare
- L’esordio sulle stelle immaginate è un invito diretto alla collaborazione del lettore.
- Il canto tratta la sapienza di Salomone come “regal prudenza”.
- Adamo e Cristo sono perfetti perché creati direttamente da Dio.
- Tommaso insegna a distinguere prima di giudicare, un metodo tipico della Scolastica.
- Il finale mette in guardia dai giudizi affrettati sulla salvezza degli altri.
Parafrasi del canto XIII del Paradiso
Versi 1-36
Chi desidera capire bene ciò che vidi allora immagini, e tenga l’immagine ferma come una roccia mentre parlo, le quindici stelle che in diverse zone del cielo lo ravvivano con una luce così chiara da vincere ogni foschia; immagini il Carro, a cui basta lo spazio del nostro cielo di notte e di giorno, così che girando il timone non sparisce; immagini la bocca di quel corno che comincia dalla punta dell’asse intorno a cui gira la prima ruota: che tutte queste stelle si siano disposte in due segni nel cielo, come quello che fece la figlia di Minosse, Arianna, quando sentì il gelo della morte, e che l’uno abbia i raggi dentro l’altro, e tutti e due girino in modo che uno vada avanti e l’altro dietro. Avrà quasi l’ombra della vera costellazione e della doppia danza che girava intorno al punto dov’ero, perché è tanto oltre le nostre abitudini quanto oltre il moto della Chiana si muove il cielo che corre più veloce di tutti. Lì non si cantò Bacco né Peana, ma tre persone nella natura divina, e in una persona la natura divina e quella umana. Il canto e la danza compirono la loro misura; e quelle luci sante si rivolsero a noi, felici di passare da una cura all’altra. Poi ruppe il silenzio fra i beati concordi la luce in cui mi era stata raccontata la vita meravigliosa del poverello di Dio, e disse: «Poiché una paglia è battuta, poiché il suo seme è già messo da parte, il dolce amore mi invita a battere l’altra.
Versi 37-87
Tu credi che nel petto di Adamo, da cui fu tratta la costola per formare la bella guancia il cui palato costa caro a tutto il mondo, e in quello di Cristo che, trafitto dalla lancia, soddisfece prima e dopo tanto che vince ogni colpa sulla bilancia, quanto di luce è concesso alla natura umana sia stato infuso tutto da quel valore che li creò entrambi; e perciò ti meravigli di ciò che dissi prima, quando raccontai che il bene racchiuso nella quinta luce non ebbe un secondo. Ora apri gli occhi a ciò che ti rispondo, e vedrai che il tuo pensiero e il mio dire si collocano nel vero come il centro nel cerchio. Ciò che non muore e ciò che può morire non è altro che splendore di quell’idea che il nostro Signore genera amando; perché quella luce viva che deriva dalla sua fonte luminosa senza separarsi da lei né dall’amore che con loro forma la Trinità, per sua bontà raccoglie i suoi raggi, come riflessi, in nove sostanze, restando eternamente una. Da lì scende alle ultime potenzialità, di grado in grado, diventando tale da produrre solo brevi contingenze; e per contingenze intendo le cose generate, che il cielo produce movendosi, con seme e senza seme. La loro cera e chi la modella non stanno sempre allo stesso modo; perciò sotto il segno dell’idea traspare poi più o meno luce. Per questo succede che un albero della stessa specie dia frutti migliori o peggiori, e che voi nasciate con ingegni diversi. Se la cera fosse perfettamente disposta e il cielo fosse nella sua virtù suprema, la luce del sigillo apparirebbe tutta; ma la natura la dà sempre difettosa, operando come l’artista che ha l’abitudine dell’arte ma la mano che trema. Se però il caldo amore dispone e imprime la chiara vista della prima virtù, lì si acquista tutta la perfezione. Così un tempo la terra fu resa degna di tutta la perfezione animale, così la Vergine fu resa gravida; perciò approvo la tua opinione, che la natura umana non fu mai né sarà come in quelle due persone.
Versi 88-111
Ora, se non andassi oltre, cominceresti a dire: “Allora come fu Salomone senza pari?”. Ma perché appaia bene ciò che non appare, pensa a chi era e a che cosa lo spinse a chiedere, quando gli fu detto “Chiedi”. Non ho parlato in modo da non farti vedere chiaramente che fu re, e chiese sapienza perché fosse un re all’altezza; non per sapere il numero dei motori celesti, o se da una premessa necessaria e da una contingente si arrivi mai a una conclusione necessaria, o se si debba ammettere un primo moto, o se nel semicerchio si possa fare un triangolo che non abbia un angolo retto. Perciò, se noti ciò che dissi e questo, la prudenza regale è quella visione senza pari a cui mira la freccia della mia intenzione; e se guardi con occhi chiari a “sorse”, vedrai che si riferisce solo ai re, che sono molti e i buoni sono rari. Prendi la mia frase con questa distinzione; e così può stare con ciò che credi del primo padre e del nostro amore, Cristo.
Versi 112-142
E questo ti sia sempre piombo ai piedi, per farti muovere lento come un uomo stanco sia verso il sì sia verso il no che non vedi; perché è molto in basso fra gli sciocchi chi afferma o nega senza distinguere, in un caso come nell’altro; perché accade spesso che l’opinione affrettata si pieghi dalla parte falsa, e poi l’affetto lega l’intelletto. Si allontana dalla riva molto più che invano, perché non torna come è partito, chi pesca la verità senza avere l’arte. E di questo sono prove evidenti al mondo Parmenide, Melisso, Brisso e molti altri, che andavano senza sapere dove; così fecero Sabellio, Ario e quegli stolti che furono per le Scritture come spade, rendendo storti i volti diritti. Non siano poi le persone troppo sicure nel giudicare, come chi stima il grano nel campo prima che sia maturo; perché ho visto il rovo mostrarsi prima rigido e feroce per tutto l’inverno, e poi portare la rosa sulla cima; e ho visto una nave correre dritta e veloce per il mare per tutto il viaggio, e affondare alla fine all’entrata del porto. Donna Berta e ser Martino non credano, vedendo uno rubare e un altro fare offerte, di vederli dentro il giudizio divino; perché quello può risollevarsi e questo può cadere».
Testo del canto XIII del Paradiso
1Imagini, chi bene intender cupe
2quel ch’i’ or vidi – e ritegna l’image,
3mentre ch’io dico, come ferma rupe -,
4quindici stelle che ’n diverse plage
5lo ciel avvivan di tanto sereno
6che soperchia de l’aere ogne compage;
7imagini quel carro a cu’ il seno
8basta del nostro cielo e notte e giorno,
9sì ch’al volger del temo non vien meno;
10imagini la bocca di quel corno
11che si comincia in punta de lo stelo
12a cui la prima rota va dintorno,
13aver fatto di sé due segni in cielo,
14qual fece la figliuola di Minoi
15allora che sentì di morte il gelo;
16e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,
17e amendue girarsi per maniera
18che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;
19e avrà quasi l’ombra de la vera
20costellazione e de la doppia danza
21che circulava il punto dov’ io era:
22poi ch’è tanto di là da nostra usanza,
23quanto di là dal mover de la Chiana
24si move il ciel che tutti li altri avanza.
25Lì si cantò non Bacco, non Peana,
26ma tre persone in divina natura,
27e in una persona essa e l’umana.
28Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;
29e attesersi a noi quei santi lumi,
30felicitando sé di cura in cura.
31Ruppe il silenzio ne’ concordi numi
32poscia la luce in che mirabil vita
33del poverel di Dio narrata fumi,
34e disse: «Quando l’una paglia è trita,
35quando la sua semenza è già riposta,
36a batter l’altra dolce amor m’invita.
37Tu credi che nel petto onde la costa
38si trasse per formar la bella guancia
39il cui palato a tutto ’l mondo costa,
40e in quel che, forato da la lancia,
41e prima e poscia tanto sodisfece,
42che d’ogne colpa vince la bilancia,
43quantunque a la natura umana lece
44aver di lume, tutto fosse infuso
45da quel valor che l’uno e l’altro fece;
46e però miri a ciò ch’io dissi suso,
47quando narrai che non ebbe ’l secondo
48lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
49Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,
50e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
51nel vero farsi come centro in tondo.
52Ciò che non more e ciò che può morire
53non è se non splendor di quella idea
54che partorisce, amando, il nostro Sire;
55ché quella viva luce che sì mea
56dal suo lucente, che non si disuna
57da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
58per sua bontate il suo raggiare aduna,
59quasi specchiato, in nove sussistenze,
60etternalmente rimanendosi una.
61Quindi discende a l’ultime potenze
62giù d’atto in atto, tanto divenendo,
63che più non fa che brevi contingenze;
64e queste contingenze essere intendo
65le cose generate, che produce
66con seme e sanza seme il ciel movendo.
67La cera di costoro e chi la duce
68non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
69idëale poi più e men traluce.
70Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,
71secondo specie, meglio e peggio frutta;
72e voi nascete con diverso ingegno.
73Se fosse a punto la cera dedutta
74e fosse il cielo in sua virtù supprema,
75la luce del suggel parrebbe tutta;
76ma la natura la dà sempre scema,
77similemente operando a l’artista
78ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.
79Però se ’l caldo amor la chiara vista
80de la prima virtù dispone e segna,
81tutta la perfezion quivi s’acquista.
82Così fu fatta già la terra degna
83di tutta l’animal perfezïone;
84così fu fatta la Vergine pregna;
85sì ch’io commendo tua oppinïone,
86che l’umana natura mai non fue
87né fia qual fu in quelle due persone.
88Or s’i’ non procedesse avanti piùe,
89’Dunque, come costui fu sanza pare?’
90comincerebber le parole tue.
91Ma perché paia ben ciò che non pare,
92pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,
93quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.
94Non ho parlato sì, che tu non posse
95ben veder ch’el fu re, che chiese senno
96acciò che re sufficïente fosse;
97non per sapere il numero in che enno
98li motor di qua sù, o se necesse
99con contingente mai necesse fenno;
100non si est dare primum motum esse,
101o se del mezzo cerchio far si puote
102trïangol sì ch’un retto non avesse.
103Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,
104regal prudenza è quel vedere impari
105in che lo stral di mia intenzion percuote;
106e se al “surse” drizzi li occhi chiari,
107vedrai aver solamente respetto
108ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.
109Con questa distinzion prendi ’l mio detto;
110e così puote star con quel che credi
111del primo padre e del nostro Diletto.
112E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,
113per farti mover lento com’ uom lasso
114e al sì e al no che tu non vedi:
115ché quelli è tra li stolti bene a basso,
116che sanza distinzione afferma e nega
117ne l’un così come ne l’altro passo;
118perch’ elli ’ncontra che più volte piega
119l’oppinïon corrente in falsa parte,
120e poi l’affetto l’intelletto lega.
121Vie più che ’ndarno da riva si parte,
122perché non torna tal qual e’ si move,
123chi pesca per lo vero e non ha l’arte.
124E di ciò sono al mondo aperte prove
125Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
126li quali andaro e non sapëan dove;
127sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti
128che furon come spade a le Scritture
129in render torti li diritti volti.
130Non sien le genti, ancor, troppo sicure
131a giudicar, sì come quei che stima
132le biade in campo pria che sien mature;
133ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
134lo prun mostrarsi rigido e feroce,
135poscia portar la rosa in su la cima;
136e legno vidi già dritto e veloce
137correr lo mar per tutto suo cammino,
138perire al fine a l’intrar de la foce.
139Non creda donna Berta e ser Martino,
140per vedere un furare, altro offerere,
141vederli dentro al consiglio divino;
142ché quel può surgere, e quel può cadere».
Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).
Analisi del canto
Una danza di stelle
Il canto si apre con un gioco per il lettore: immaginare le stelle più luminose del cielo disposte in due corone che girano l’una dentro l’altra. Sarebbe solo un’ombra di ciò che Dante vede. I beati cantano non inni pagani, ma la Trinità e l’unione di natura divina e umana in Cristo.
La sapienza di Salomone
Tommaso riprende la parola per sciogliere un dubbio. Aveva detto che nessuno ebbe una sapienza pari a quella di Salomone. Ma Adamo e Cristo non furono creati direttamente da Dio, quindi più perfetti? Tommaso spiega con un lungo ragionamento che tutte le cose create riflettono l’idea divina in modo più o meno perfetto, secondo la materia. Adamo e Cristo, fatti senza intermediari, furono perfetti. Salomone invece fu il primo per sapienza tra i re, perché chiese a Dio non di conoscere i segreti della natura o della logica, ma il senno necessario a governare.
Non giudicare in fretta
Dalla precisazione nasce un insegnamento più generale, rivolto a Dante e a tutti: non bisogna dare giudizi frettolosi. Chi distingue male è come chi va a pescare senza saperlo fare, e torna peggio di come era partito. Tommaso cita filosofi antichi che si sbagliarono e ricorda che non si deve condannare un uomo prima del tempo. Si è visto un rovo spinoso fiorire dopo l’inverno e una nave affondare all’ingresso del porto. Il giudizio spetta solo a Dio.
Domande frequenti
In che senso Salomone è il più sapiente di tutti?
Dante si chiede come possa essere vero, se Adamo e Cristo ebbero una sapienza perfetta. Tommaso precisa: Salomone chiese a Dio la sapienza necessaria per governare, e come re non ebbe eguali. Il suo primato è di «regal prudenza».
Quale lezione dà Tommaso sui giudizi affrettati?
Di non giudicare troppo in fretta: «E questo ti sia sempre piombo a’ piedi». Un rovo che d’inverno sembra secco porta poi la rosa, e una nave che ha corso veloce può affondare all’entrata del porto; nessuno, come «donna Berta e ser Martino», pretenda di sapere chi si salverà.
Con quale immagine si apre il canto?
Dante chiede al lettore di immaginare le stelle più luminose del cielo disposte in due corone che girano una dentro l’altra. Anche così, dice, avrà solo un’ombra di ciò che vide.