Paradiso canto 21: Pier Damiani

Il cielo di Saturno, la scala d’oro e Pier Damiani. Riassunto, parafrasi e analisi del canto 21 del Paradiso. Inizia ora a studiarlo.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del canto XXI del Paradiso

Siamo nel cielo di Saturno, il settimo, quello degli spiriti contemplativi. Beatrice non sorride più: la sua bellezza ora è così forte che Dante ne resterebbe incenerito, come Semele davanti a Giove. Anche qui tace la musica che risuonava negli altri cieli. Dante vede una scala d’oro che sale così in alto da perdersi alla vista, e lungo i gradini scendono tante luci, che si muovono come le cornacchie al mattino. Una si ferma vicino a lui. Dante le chiede perché sia stata proprio lei a venirgli incontro. La risposta è netta: nemmeno il serafino più vicino a Dio saprebbe spiegarlo, perché la predestinazione è un abisso, e gli uomini farebbero bene a non pretendere di capirla. Lo spirito è Pier Damiani, monaco di Fonte Avellana sotto il monte Catria e poi cardinale. Con parole dure attacca i prelati, grassi e lussuosi, così pesanti da dover essere sorretti. Le altre luci rispondono con un grido che stordisce Dante.

Da ricordare

  • Il cielo di Saturno accoglie gli spiriti contemplativi, ed è avvolto nel silenzio.
  • La scala d’oro è il simbolo della contemplazione che sale verso Dio.
  • Beatrice non sorride per proteggere Dante dalla sua bellezza crescente.
  • La predestinazione resta un mistero anche per i beati più alti.
  • Pier Damiani confronta gli apostoli, magri e scalzi, con i cardinali ricchi del suo tempo.

Parafrasi del canto XXI del Paradiso

Versi 1-18

I miei occhi si erano già fissati di nuovo sul volto della mia donna, e con loro l’animo, che si era staccato da ogni altro pensiero. Lei non sorrideva, ma cominciò: «Se sorridessi, diventeresti come Semele quando si ridusse in cenere. La mia bellezza, che come hai visto si accende di più a ogni gradino dell’eterno palazzo, se non si moderasse, splenderebbe tanto che la tua forza mortale sarebbe, davanti al suo fulgore, come una fronda spezzata dal fulmine. Siamo saliti al settimo splendore, il cielo di Saturno, che ora, sotto il petto del Leone ardente, irraggia giù il suo influsso mescolato a quello della costellazione. Fissa la mente dietro agli occhi e fa’ di loro lo specchio della figura che ti apparirà in questo specchio».

Versi 19-42

Chi sapesse di che cosa si nutriva il mio sguardo nel volto beato quando mi rivolsi a un altro oggetto, capirebbe quanto mi era gradito obbedire alla mia guida celeste, mettendo sulla bilancia un piacere contro l’altro. Dentro il pianeta che, girando intorno al mondo, porta il nome del suo caro re, sotto il quale giacque morta ogni malizia, vidi una scala del colore dell’oro attraversato dal sole, alzata verso l’alto tanto che la mia vista non riusciva a seguirla. Vidi anche scendere per i gradini così tanti splendori che pensai che ogni luce che appare in cielo si fosse riversata lì. E come per abitudine naturale le cornacchie, all’alba, si muovono insieme per scaldarsi le piume fredde, e poi alcune se ne vanno senza tornare, altre tornano da dove sono partite, altre si fermano girando, così mi sembrò che facesse quello sfavillio arrivato tutto insieme, appena giunse a un certo gradino.

Versi 43-60

E quella luce che si fermò più vicino a noi diventò così chiara che io pensavo fra me: “Vedo bene l’amore che mi segnali. Ma colei da cui aspetto il come e il quando del parlare e del tacere sta ferma; per questo, contro il mio desiderio, faccio bene a non domandare”. Lei, che vedeva il mio silenzio guardando in colui che vede tutto, mi disse: «Sfoga il tuo desiderio ardente». E io cominciai: «Il mio merito non mi rende degno della tua risposta; ma per amore di colei che mi permette di chiedere, vita beata nascosta dentro la tua gioia, fammi conoscere il motivo che ti ha portata così vicina a me; e dimmi perché in questo cielo tace la dolce sinfonia del Paradiso, che negli altri cieli più in basso risuona così devota».

Versi 61-72

«Hai l’udito mortale come la vista», mi rispose, «e per questo qui non si canta, per la stessa ragione per cui Beatrice non ha sorriso. Sono scesa tanto giù per i gradini della scala santa solo per farti festa con le parole e con la luce che mi avvolge; e non è stato un amore più grande a rendermi più pronta, perché lassù arde un amore pari o maggiore, come ti mostra il loro fiammeggiare. Ma l’alta carità, che ci rende serve pronte alla volontà che governa il mondo, assegna qui i compiti come tu vedi».

Versi 73-102

«Vedo bene, lampada santa», dissi, «come in questa corte un amore libero basti a seguire la provvidenza eterna; ma questo mi sembra difficile da capire: perché tu sola, fra le tue compagne, sei stata predestinata a questo compito». Non ero ancora arrivato all’ultima parola che la luce fece del suo centro un perno e girò su sé stessa come una macina veloce; poi l’amore che c’era dentro rispose: «Una luce divina si punta su di me, penetrando attraverso questa in cui sono avvolta; la sua forza, unita alla mia vista, mi solleva tanto sopra me stessa che vedo l’essenza suprema da cui deriva. Da qui viene la gioia con cui fiammeggio, perché la chiarezza della mia fiamma è pari alla chiarezza della mia visione. Ma l’anima più luminosa del cielo, il serafino che tiene l’occhio più fisso in Dio, non risponderebbe alla tua domanda, perché ciò che chiedi si spinge così dentro l’abisso del decreto eterno da essere separato da ogni vista creata. E quando torni nel mondo dei mortali, riferiscilo, perché non si presuma più di muovere i piedi verso un traguardo così alto. La mente, che qui è luce, in terra è fumo; pensa dunque come potrebbe laggiù ciò che non può nemmeno qui, dove il cielo la accoglie».

Versi 103-126

Le sue parole mi fissarono un limite tale che lasciai la domanda e mi limitai a chiederle umilmente chi fosse. «Fra le due coste d’Italia si alzano rocce, non molto lontane dalla tua patria, così alte che i tuoni risuonano molto più in basso, e formano una gobba che si chiama Catria; sotto c’è un eremo consacrato, che di solito è dedicato soltanto al culto di Dio». Così cominciò il suo terzo discorso, e poi continuò: «Lì divenni così saldo al servizio di Dio che, con cibi conditi soltanto con olio d’oliva, passavo tranquillo il caldo e il gelo, contento nei pensieri contemplativi. Quel monastero dava a questi cieli un raccolto abbondante; ora è diventato sterile, e presto bisognerà che lo si sveli. In quel luogo fui Pietro Damiano, e Pietro Peccatore fui nella casa di Nostra Donna sulla riva dell’Adriatico. Mi restava poca vita quando fui chiamato e tirato a quel cappello cardinalizio che passa sempre da un cattivo a uno peggiore.

Versi 127-142

Vennero Pietro e il grande vaso dello Spirito Santo, Paolo, magri e scalzi, prendendo il cibo da qualunque casa li ospitasse. Ora i pastori moderni vogliono qualcuno che li sostenga da una parte e dall’altra, qualcuno che li guidi, tanto sono pesanti, e qualcuno che regga loro lo strascico. Coprono con i loro mantelli i palafreni, così che due bestie vanno sotto una sola pelle: o pazienza di Dio, che sopporti tanto!». A queste parole vidi altre fiammelle scendere di gradino in gradino girando, e ogni giro le rendeva più belle. Vennero intorno a questa e si fermarono, e lanciarono un grido così forte che quaggiù non si potrebbe paragonare a niente; e io non lo capii, tanto mi stordì il tuono.

Testo del canto XXI del Paradiso

1Già eran li occhi miei rifissi al volto
2de la mia donna, e l’animo con essi,
3e da ogne altro intento s’era tolto.

4E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
5mi cominciò, «tu ti faresti quale
6fu Semelè quando di cener fessi:

7ché la bellezza mia, che per le scale
8de l’etterno palazzo più s’accende,
9com’ hai veduto, quanto più si sale,

10se non si temperasse, tanto splende,
11che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
12sarebbe fronda che trono scoscende.

13Noi sem levati al settimo splendore,
14che sotto ’l petto del Leone ardente
15raggia mo misto giù del suo valore.

16Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
17e fa di quelli specchi a la figura
18che ’n questo specchio ti sarà parvente».

19Qual savesse qual era la pastura
20del viso mio ne l’aspetto beato
21quand’ io mi trasmutai ad altra cura,

22conoscerebbe quanto m’era a grato
23ubidire a la mia celeste scorta,
24contrapesando l’un con l’altro lato.

25Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
26cerchiando il mondo, del suo caro duce
27sotto cui giacque ogne malizia morta,

28di color d’oro in che raggio traluce
29vid’ io uno scaleo eretto in suso
30tanto, che nol seguiva la mia luce.

31Vidi anche per li gradi scender giuso
32tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
33che par nel ciel, quindi fosse diffuso.

34E come, per lo natural costume,
35le pole insieme, al cominciar del giorno,
36si movono a scaldar le fredde piume;

37poi altre vanno via sanza ritorno,
38altre rivolgon sé onde son mosse,
39e altre roteando fan soggiorno;

40tal modo parve me che quivi fosse
41in quello sfavillar che ’nsieme venne,
42sì come in certo grado si percosse.

43E quel che presso più ci si ritenne,
44si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
45’Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.

46Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando
47del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
48contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.

49Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
50nel veder di colui che tutto vede,
51mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».

52E io incominciai: «La mia mercede
53non mi fa degno de la tua risposta;
54ma per colei che ’l chieder mi concede,

55vita beata che ti stai nascosta
56dentro a la tua letizia, fammi nota
57la cagion che sì presso mi t’ha posta;

58e dì perché si tace in questa rota
59la dolce sinfonia di paradiso,
60che giù per l’altre suona sì divota».

61«Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
62rispuose a me; «onde qui non si canta
63per quel che Bëatrice non ha riso.

64Giù per li gradi de la scala santa
65discesi tanto sol per farti festa
66col dire e con la luce che mi ammanta;

67né più amor mi fece esser più presta,
68ché più e tanto amor quinci sù ferve,
69sì come il fiammeggiar ti manifesta.

70Ma l’alta carità, che ci fa serve
71pronte al consiglio che ’l mondo governa,
72sorteggia qui sì come tu osserve».

73«Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,
74come libero amore in questa corte
75basta a seguir la provedenza etterna;

76ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
77perché predestinata fosti sola
78a questo officio tra le tue consorte».

79Né venni prima a l’ultima parola,
80che del suo mezzo fece il lume centro,
81girando sé come veloce mola;

82poi rispuose l’amor che v’era dentro:
83«Luce divina sopra me s’appunta,
84penetrando per questa in ch’io m’inventro,

85la cui virtù, col mio veder congiunta,
86mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
87la somma essenza de la quale è munta.

88Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
89per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
90la chiarità de la fiamma pareggio.

91Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,
92quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
93a la dimanda tua non satisfara,

94però che sì s’innoltra ne lo abisso
95de l’etterno statuto quel che chiedi,
96che da ogne creata vista è scisso.

97E al mondo mortal, quando tu riedi,
98questo rapporta, sì che non presumma
99a tanto segno più mover li piedi.

100La mente, che qui luce, in terra fumma;
101onde riguarda come può là giùe
102quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».

103Sì mi prescrisser le parole sue,
104ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
105a dimandarla umilmente chi fue.

106«Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
107e non molto distanti a la tua patria,
108tanto che ’ troni assai suonan più bassi,

109e fanno un gibbo che si chiama Catria,
110di sotto al quale è consecrato un ermo,
111che suole esser disposto a sola latria».

112Così ricominciommi il terzo sermo;
113e poi, continüando, disse: «Quivi
114al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,

115che pur con cibi di liquor d’ulivi
116lievemente passava caldi e geli,
117contento ne’ pensier contemplativi.

118Render solea quel chiostro a questi cieli
119fertilemente; e ora è fatto vano,
120sì che tosto convien che si riveli.

121In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
122e Pietro Peccator fu’ ne la casa
123di Nostra Donna in sul lito adriano.

124Poca vita mortal m’era rimasa,
125quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
126che pur di male in peggio si travasa.

127Venne Cefàs e venne il gran vasello
128de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
129prendendo il cibo da qualunque ostello.

130Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
131li moderni pastori e chi li meni,
132tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.

133Cuopron d’i manti loro i palafreni,
134sì che due bestie van sott’ una pelle:
135oh pazïenza che tanto sostieni!».

136A questa voce vid’ io più fiammelle
137di grado in grado scendere e girarsi,
138e ogne giro le facea più belle.

139Dintorno a questa vennero e fermarsi,
140e fero un grido di sì alto suono,
141che non potrebbe qui assomigliarsi;

142né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.

Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).

Analisi del canto

Il sorriso trattenuto

Nel cielo di Saturno Beatrice non sorride. Spiega che, se lo facesse, Dante finirebbe incenerito come Semele quando vide Giove nel suo splendore. Anche la musica tace, e per la stessa ragione. È un cielo silenzioso, adatto agli spiriti contemplativi che stanno qui.

La scala d’oro

Dante vede una scala dorata così alta che l’occhio non ne vede la fine. Lungo i gradini scendono tante luci da sembrare tutte le stelle del cielo, e si muovono come le cornacchie che all’alba si scaldano le penne. Un’anima si avvicina: è san Pier Damiani, monaco ed eremita del secolo XI. Dante chiede perché sia venuta proprio lei e perché qui non si canti. Pier Damiani risponde sul silenzio, ma sulla scelta divina dice che nemmeno il serafino più vicino a Dio saprebbe rispondere: è un abisso che la mente umana non deve neppure presumere di sondare.

Contro i prelati di lusso

Pier Damiani racconta la sua vita di contemplazione nel monastero di Fonte Avellana, poi il cappello cardinalizio che gli fu imposto. Da qui la satira: gli apostoli andavano magri e scalzi, i prelati di oggi sono così grassi che hanno bisogno di qualcuno che li sostenga, e i loro mantelli coprono anche i cavalli, «sì che due bestie van sott’ una pelle» (v. 134). Le anime rispondono con un grido così forte che Dante, stordito, non capisce le parole.

Domande frequenti

Perché nel cielo di Saturno Beatrice non sorride?

Se sorridesse, la sua bellezza ormai sarebbe così intensa da incenerire Dante, come Semele quando volle vedere Giove nella sua gloria. Anche il canto degli spiriti, per lo stesso motivo, tace.

Che cos’è la scala d’oro?

Una scala luminosa così alta che Dante non ne vede la fine, lungo la quale salgono e scendono gli spiriti contemplativi. Ricorda la scala di Giacobbe: è il simbolo della contemplazione che porta verso Dio.

Contro chi si scaglia san Pier Damiani?

Ricorda la vita povera degli apostoli e attacca i pastori moderni, così grassi da avere bisogno di chi li regga ai lati e da dietro, coperti di mantelli che coprono anche il cavallo: «sì che due bestie van sott’ una pelle!».

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