RISORSA DI LETTURA
Testo integrale
Consulta il testo completo in una pagina interna, con fonte e licenza indicate in apertura e in chiusura.
Apri il testo integraleFonte: Wikisource · CC BY-SA 4.0
RISORSA DI LETTURA
Indice della pagina
Un sonetto spiegato: Chi è questa che ven
Il sonetto: testo e parafrasi
È il sonetto più noto di Cavalcanti sulla donna che passa. La lode diventa quasi impossibile: la donna supera la capacità della mente.
Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira, sonetto, vv. 1-14
Parafrasi
Versi 1-4. Chi è questa donna che arriva e che tutti guardano? Fa vibrare l’aria di luce e porta con sé l’amore, così che nessuno riesce a parlare, ma ognuno sospira.
Versi 5-6. O Dio, che cosa sembra quando volge gli occhi, lo dica Amore, perché io non saprei raccontarlo.
Versi 7-8. Mi appare una donna così piena di umiltà e di benevolenza che ogni altra, al suo confronto, la chiamerei sdegno.
Versi 9-11. Non si potrebbe descrivere la sua bellezza: davanti a lei si inchina ogni virtù nobile, e la Bellezza stessa la mostra come sua dea.
Versi 12-14. La nostra mente non è mai stata così alta, e non abbiamo ricevuto tanta grazia, da poterla davvero conoscere.
Da ricordare sul sonetto
- Si apre con una domanda, che resta senza risposta.
- La donna fa tremare l’aria di luce e lascia tutti senza parole.
- La chiusa è negativa: la nostra mente non arriva a conoscerla.
Le Rime di Guido Cavalcanti sono il piccolo canzoniere, una cinquantina di testi, del poeta fiorentino che Dante chiamò il “primo de li miei amici”. Sonetti, ballate e canzoni raccontano l’amore come un’esperienza drammatica e dolorosa, che sconvolge l’anima e la porta vicino alla morte. È una delle voci più originali del Dolce stil novo e di tutta la lirica medievale. La scheda presenta i testi principali, la visione dell’amore, i personaggi-simbolo degli “spiriti” e il rapporto con Dante.
Dati essenziali
- Autore: Guido Cavalcanti (Firenze, 1255-1258 circa - 1300).
- Consistenza: circa cinquanta componimenti; le cifre variano leggermente fra le edizioni per i testi di attribuzione dubbia.
- Forme: soprattutto sonetti e ballate, due canzoni, alcune stanze isolate.
- Datazione: dagli anni Settanta-Ottanta del Duecento fino all’esilio del 1300.
- Tradizione: i testi ci sono giunti in canzonieri e raccolte manoscritte, non in un libro ordinato dall’autore.
Riassunto delle Rime
Le rime di Cavalcanti sono una cinquantina: sonetti, ballate e due canzoni. Non formano un libro ordinato, ma hanno una voce riconoscibile subito. La donna è luminosa e lontana, l’amore entra dagli occhi come una ferita, e il poeta resta sbigottito, svuotato, quasi morto. Per descrivere questi effetti Cavalcanti usa gli «spiriti» e gli «spiritelli», piccole personificazioni delle facoltà dell’anima che fuggono, tremano, parlano.
I testi più letti seguono questa linea. Chi è questa che vèn loda una donna così alta che la mente non la può conoscere. Voi che per li occhi mi passaste ’l core racconta l’amore come distruzione. Donna me prega spiega in termini filosofici perché l’amore oscura la ragione. Poi c’è la ballata Perch’i’ no spero di tornar giammai, legata per tradizione all’esilio di Sarzana del 1300: il poeta manda la ballata dalla sua donna, perché lui non potrà più farlo.
Accanto a queste ci sono testi più leggeri, come la pastorella In un boschetto trova’ pasturella, e i sonetti di corrispondenza con Dante e con altri poeti.
La visione dell’amore
Per Guinizelli l’amore nobilitava il cuore gentile; per Dante diventerà una via verso Dio. Per Cavalcanti, invece, è una forza che distrugge. La vista della donna colpisce l’amante come un dardo, gli spiriti vitali fuggono, il cuore resta “morto”, e il poeta si riduce a una figura senza vita che parla solo di dolore. Questa concezione ha una base filosofica, esposta nella canzone dottrinale Donna me prega: l’amore è una passione della parte sensitiva dell’anima, che toglie il dominio della ragione.
I testi principali
- Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira: sonetto di lode, in cui l’apparizione della donna fa tremare l’aria di luce e lascia gli uomini senza parole.
- Voi che per li occhi mi passaste ’l core: sonetto che descrive l’innamoramento come una ferita mortale.
- Donna me prega: la canzone filosofica sulla natura dell’amore.
- Perch’i’ no spero di tornar giammai: la ballata tradizionalmente legata all’esilio, in cui il poeta, sentendosi vicino alla morte, affida alla sua “ballatetta” il compito di portare alla donna l’anima che trema.
- In un boschetto trova’ pasturella: una ballata di tono leggero e sensuale, sul modello della pastorella provenzale, che mostra un Cavalcanti meno cupo.
- I sonetti di corrispondenza: scambi con Dante, Guido Orlandi e altri poeti, fra amicizia, polemica e riflessione.
Gli “spiriti”: una psicologia in scena
Uno dei tratti più riconoscibili di Cavalcanti è la drammatizzazione delle facoltà dell’anima. Gli “spiriti” (vitali, sensitivi, visivi) sono presentati come piccoli personaggi che si muovono, fuggono, tremano, muoiono. Nel sonetto Voi che per li occhi leggiamo che «deboletti spiriti van via» e che resta solo una figura con un po’ di voce «che parla dolore». Questa tecnica, derivata dalla medicina e dalla filosofia del tempo, trasforma il processo interiore dell’innamoramento in una scena teatrale.
Temi
- L’amore come angoscia: paura, tremore, sbigottimento.
- La morte: esito ricorrente della passione.
- L’ineffabilità della donna: la sua bellezza supera le capacità dell’intelletto umano.
- La solitudine dell’io: il poeta è spesso solo con il proprio dolore.
- L’élite dei gentili: la poesia è rivolta a pochi spiriti eletti.
Stile
Cavalcanti usa un lessico ristretto e ripetitivo, fatto di parole chiave: sospiri, paura, dolore, spiriti, morte, deboletto, sbigottito. La sintassi è piana, la musicalità dolcissima, specialmente nelle ballate. La ripetizione crea un’atmosfera sospesa e intensa. Accanto a questa poesia “tragica” c’è un Cavalcanti ironico e mordace, nei sonetti polemici e di corrispondenza.
Cavalcanti e Dante
Dante dedicò la Vita nuova all’amico Guido e gli indirizzò il celebre sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io. Nel 1300, quando Dante era priore, il governo fiorentino esiliò Cavalcanti a Sarzana insieme ad altri capi di parte; ammalatosi, Guido poté rientrare a Firenze, dove morì nell’agosto dello stesso anno. Nell’Inferno (canto X) il padre di Guido, Cavalcante, chiede a Dante perché il figlio non sia con lui. Il rapporto fra i due poeti fu intenso e complesso: amicizia, dialogo poetico e, forse, divergenza sulla concezione dell’amore.
Contesto
Il Dolce stil novo nasce a Bologna con Guinizelli e fiorisce a Firenze negli ultimi decenni del Duecento, con Cavalcanti, Dante, Cino da Pistoia, Lapo Gianni. Cavalcanti ne è la personalità più filosofica e aristocratica. Per il quadro generale: Il dolce stil novo spiegato.
La ballata del congedo
La ballata dell’esilio è uno dei testi più commoventi della lirica medievale. Nell’edizione storica disponibile su Wikisource si apre così: «Perch’io non spero di tornar già mai, / ballatetta, in Toscana, / va tu leggera e piana / dritt’a la donna mia». Il poeta, lontano e malato, parla alla propria poesia come a una messaggera: le chiede di non farsi vedere da persone ostili, di portare alla donna notizie “di sospiri”, e infine di accompagnare da lei la sua anima quando uscirà dal cuore. La poesia diventa così l’ultimo legame fra l’io che muore e la donna amata. Il nesso con l’esilio di Sarzana è tradizionale ma non documentato con certezza, e va presentato con prudenza.
Poetica e pensiero di Guido Cavalcanti
Cavalcanti è il più filosofo degli stilnovisti, e anche il più cupo. Per lui l’amore non è la via che porta a Dio, come sarà per Dante con Beatrice. È una forza che entra attraverso gli occhi, ferisce, sconvolge le facoltà dell’anima e lascia l’uomo smarrito, quasi morto. Chi legge le sue rime trova spesso un io che trema, che sospira, che non riesce a parlare.
Alla base c’è una cultura filosofica precisa. La canzone Donna me prega è un piccolo trattato in versi sulla natura d’amore, così difficile che già nel Trecento ebbe bisogno di un commento, quello del medico Dino del Garbo. Molti studiosi vi leggono l’influenza dell’averroismo, la corrente aristotelica che separava l’intelletto universale dall’anima del singolo uomo. Da qui la fama di Guido come pensatore poco ortodosso, che i contemporanei sospettavano di epicureismo, cioè di non credere nell’anima immortale.
Questa fama entra persino nella Commedia. Nel canto X dell’Inferno il padre di Guido, Cavalcante, chiede a Dante perché il figlio non sia con lui, e Dante risponde con un verso rimasto enigmatico: «forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». E Boccaccio ne fa il protagonista di una novella del Decameron (VI 9), dove Guido, circondato dalla brigata di messer Betto tra i sepolcri vicino a San Giovanni, risponde con un motto e salta oltre un’arca, «sì come colui che leggerissimo era».
Analisi stilistica dei testi
Lo stile di Cavalcanti è fatto di parole semplici e di pochi oggetti: gli occhi, il cuore, la mente, i sospiri. Ma questa semplicità serve a dire esperienze interiori molto complesse. Il tratto più riconoscibile è la drammatizzazione della psiche: le facoltà dell’anima diventano piccoli personaggi, gli «spiriti» o «spiritelli», che fuggono, piangono, parlano. Il sonetto Voi che per li occhi mi passaste ‘l core ne è un esempio, con l’amore che entra dagli occhi e distrugge la vita interiore.
Nel sonetto Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira la lode della donna si scontra con l’impossibilità di descriverla: la mente umana non basta. È lo stesso limite che Dante sperimenterà nel Paradiso, ma qui diventa angoscia più che slancio.
Tra le forme metriche usate da Cavalcanti spiccano, accanto a sonetti e canzoni, le ballate. La più famosa è Perch’i’ no spero di tornar giammai, scritta secondo la tradizione in esilio a Sarzana: il poeta affida alla sua «ballatetta» il compito di raggiungere la donna in Toscana. La musicalità leggera del metro contrasta con il pensiero della morte vicina, e da questo contrasto nasce l’effetto.
La critica letteraria su Cavalcanti
Il testo critico delle rime su cui ancora oggi si studia passa per le edizioni del Novecento, e in particolare per i Poeti del Duecento curati da Gianfranco Contini (1960), che resta il punto di riferimento per tutto lo Stilnovo.
Fuori dall’ambito filologico, la lettura più famosa è quella di Italo Calvino, che nella lezione sulla «Leggerezza» delle Lezioni americane sceglie proprio il salto di Guido nella novella di Boccaccio come simbolo augurale per il nuovo millennio. Calvino osserva che il presunto epicureismo di Cavalcanti era in realtà averroismo, e che il poeta filosofo si solleva sulla pesantezza del mondo. È un buon punto di partenza per l’orale, purché si sappia distinguere la suggestione di uno scrittore dall’analisi filologica.
Fonti per la verifica: Wikisource (Rime di Cavalcanti; Divina Commedia, Inferno X; Decameron VI 9); Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi 1960; Calvino, Lezioni americane, «Leggerezza».
Domande frequenti
Quanti sono i testi delle Rime di Cavalcanti?
Circa cinquanta, fra sonetti, ballate, canzoni e stanze.
Che visione dell’amore ha Cavalcanti?
Drammatica: l’amore è una passione che sconvolge, toglie lucidità e porta verso la morte.
Che cosa sono gli “spiriti” nella sua poesia?
Le facoltà vitali dell’anima, rappresentate come piccoli personaggi che reagiscono all’amore fuggendo o morendo.
Per lo studio
Fonti e approfondimenti
- Gianfranco Contini (a cura di), Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano-Napoli 1960.
- «CAVALCANTI, Guido», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
- «Cavalcanti, Guido», voce dell’Enciclopedia Treccani online.
- Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi Scuola, Milano 1991 (4 voll.).
- Storia della letteratura italiana, diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Garzanti, Milano 1965-1969.
Join the discussion
Fai una domanda, lascia un commento o suggerisci un argomento per le prossime pagine.