Storia globale in età contemporanea: appunti per l’esame

Appunti di Storia globale in età contemporanea: metodo, Grande divergenza, imperi, migrazioni, guerre, decolonizzazione e globalizzazione.

Antonio Garofano Antonio Garofano

La storia che hai studiato a scuola è quasi sempre una storia nazionale o europea: il Risorgimento, la Rivoluzione francese, le due guerre mondiali viste da Roma, Parigi o Berlino. La storia globale cambia prospettiva. Si chiede come le diverse parti del mondo siano state collegate, come merci, persone, idee, malattie e capitali abbiano attraversato oceani e confini, e come gli eventi europei appaiano visti da Delhi, da Il Cairo, da Shanghai o da Lagos.

L’esame di Storia globale in età contemporanea si trova nei corsi di Storia, Lettere, Scienze politiche e Relazioni internazionali, e vale in genere tra 6 e 12 crediti. Il programma copre di solito il periodo dalla fine del Settecento a oggi, con una parte di metodo (che cos’è la storia globale, come si fa) e una parte di contenuti organizzati per temi più che per date: imperi, economia mondiale, migrazioni, guerre, decolonizzazione, globalizzazione. All’orale ti chiedono di collegare fenomeni lontani e di spiegare concetti.

Esame Storia globale in età contemporanea
Corsi di laurea Storia, Lettere, Scienze politiche, Relazioni internazionali
Crediti di solito 6-12 CFU
SSD HIST-03/A (ex M-STO/04)
Prova orale, a volte con una prova scritta intermedia

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Ho organizzato il materiale in due parti. La prima è metodologica e spiega da dove viene la storia globale, quali sono i suoi concetti e i suoi dibattiti. La seconda è cronologica e tematica insieme: per ogni periodo trovi i grandi processi che hanno collegato il mondo, con le date e i nomi essenziali.

Il consiglio principale è questo: tieni sempre a portata di mano un atlante storico, o almeno una carta del mondo. La storia globale è prima di tutto una storia di spazi e di connessioni, e senza vedere dove si trovano Calcutta, Zanzibar, il Canale di Suez o lo Stretto di Malacca è difficile capirla. E quando studi un evento, chiediti sempre: che cosa succedeva nello stesso momento in un’altra parte del mondo, e c’era un legame?

Che cos’è la storia globale

Una definizione

La storia globale (global history) è un approccio che studia il passato superando il quadro dello Stato nazionale e mettendo al centro le connessioni, gli scambi e i confronti tra società diverse. Non vuol dire studiare “tutta la storia del mondo”: si può fare storia globale anche di un oggetto, di una città o di una persona, se la si inserisce nelle reti che la collegano ad altri luoghi. Lo storico tedesco Sebastian Conrad, nel manuale Storia globale. Un’introduzione (2016), la definisce come una forma di analisi storica in cui fenomeni, eventi e processi vengono collocati in contesti globali.

Parole vicine

Ci sono diversi termini che si sovrappongono, e all’orale conviene distinguerli:

  • Storia mondiale (world history): termine più antico, usato soprattutto negli Stati Uniti per i corsi che coprono la storia di tutte le civiltà, spesso in forma di sintesi.
  • Storia transnazionale: studia fenomeni che attraversano i confini degli Stati (movimenti, organizzazioni, migrazioni), soprattutto per l’età contemporanea.
  • Storia connessa (connected histories): formula dello storico indiano Sanjay Subrahmanyam, che insiste sui legami concreti tra società lontane, contro l’idea di civiltà chiuse.
  • Storia comparata: mette a confronto società diverse per capire somiglianze e differenze; è più antica e può essere usata anche senza studiare connessioni.
  • Histoire croisée: proposta da Michael Werner e Bénédicte Zimmermann, insiste sugli incroci e sulle influenze reciproche, anche tra le prospettive degli storici.

Da dove nasce

L’interesse per una storia universale è antico: da Erodoto alle storie universali dell’Illuminismo, da Hegel a Toynbee. Ma la storia globale come campo di studi nasce negli anni Novanta e Duemila, in parallelo con la globalizzazione economica e culturale dopo la fine della Guerra fredda. Ha precedenti importanti: Fernand Braudel e la scuola delle Annales, con l’idea di “economia-mondo” e di lunga durata; Immanuel Wallerstein, con la teoria del sistema-mondo (dagli anni Settanta), che divide il mondo moderno in centro, semiperiferia e periferia, legati da rapporti di scambio diseguale; e gli studi sugli imperi e sul colonialismo.

La critica all’eurocentrismo

Uno degli obiettivi dichiarati della storia globale è superare l’eurocentrismo, cioè l’abitudine a considerare la storia europea come il modello universale, rispetto al quale le altre società sarebbero “in ritardo” o “arretrate”. Un libro molto citato è Provincializzare l’Europa (2000) di Dipesh Chakrabarty, storico indiano legato ai Subaltern Studies: Chakrabarty non propone di eliminare le categorie europee (Stato, cittadinanza, modernità), ma di mostrare che sono nate in un contesto particolare e non sono neutre.

I rischi

La storia globale ha anche dei critici. Alcuni temono che, insistendo sulle connessioni, si perda di vista il conflitto e la diseguaglianza; altri che si trascurino le fonti locali e le lingue, perché nessuno storico può leggere documenti in decine di lingue; altri ancora che la storia globale finisca per raccontare la globalizzazione come destino inevitabile. Conrad stesso discute questi limiti. All’esame è utile mostrare di conoscerli.

I concetti chiave

Connessioni e integrazione

Conrad distingue tra connessioni (che esistono da sempre: la Via della seta, l’Oceano Indiano) e integrazione globale, cioè la formazione di strutture stabili che legano il mondo in modo sistematico. Secondo molti studiosi questa integrazione si intensifica in modo decisivo nel XIX secolo, con le ferrovie, i piroscafi, il telegrafo, gli imperi coloniali e il mercato mondiale.

Scala

Uno strumento fondamentale è il gioco di scale: passare dal locale al globale e viceversa. La storia globale non sostituisce la storia locale, ma la mette in rapporto con processi più ampi. Una fabbrica tessile di Manchester, una piantagione di cotone del Mississippi, un mercato di Bombay e un villaggio egiziano fanno parte della stessa storia, quella del cotone.

Microstoria globale

Proprio per questo si parla oggi anche di microstoria globale: lo studio di vite individuali che attraversano mondi diversi. Un esempio molto noto è il libro di Natalie Zemon Davis su al-Hasan al-Wazzan, il diplomatico marocchino catturato dai pirati e divenuto a Roma Leone l’Africano (La doppia vita di Leone l’Africano, 2006). È un periodo precedente all’età contemporanea, ma il metodo si applica anche all’Ottocento e al Novecento. La microstoria è un filone in cui la storiografia italiana, con Carlo Ginzburg e Giovanni Levi, ha avuto un ruolo di primo piano.

Merci globali

Un modo molto efficace di fare storia globale è seguire una merce: lo zucchero, il cotone, il tè, la gomma, il petrolio. Sidney Mintz, con Storia dello zucchero (1985), ha mostrato come lo zucchero colleghi piantagioni schiaviste dei Caraibi, dieta operaia inglese e capitalismo industriale. Sven Beckert, con L’impero del cotone (2014), ha ricostruito la storia globale del cotone, al centro della prima rivoluzione industriale.

La Grande divergenza

Il problema

Una delle domande centrali della storia globale è: perché, a partire dalla fine del Settecento, l’Europa nord-occidentale (e poi gli Stati Uniti) ha conosciuto una crescita economica senza precedenti, mentre altre regioni del mondo, come la Cina e l’India, che fino ad allora avevano economie paragonabili o più ricche, sono rimaste indietro?

Pomeranz

Il libro che ha aperto il dibattito è Kenneth Pomeranz, La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna (2000). Pomeranz confronta le regioni più sviluppate della Cina (in particolare il delta dello Yangzi) con l’Inghilterra, e sostiene che fino al 1750 circa i livelli di vita, i mercati e le tecnologie fossero simili. La divergenza sarebbe dovuta soprattutto a due fattori “fortunati” per l’Inghilterra: la disponibilità di carbone vicino ai centri manifatturieri, che permise di superare i limiti energetici dell’economia organica, e le risorse delle colonie americane (terre, cotone, zucchero, legname), che liberarono l’Europa dai vincoli ecologici.

Il dibattito

La tesi di Pomeranz è stata molto discussa. Altri storici, come Joel Mokyr, sottolineano il ruolo della cultura scientifica e dell’innovazione tecnologica europea; altri, come Robert Allen, insistono sugli alti salari e sul basso costo dell’energia in Inghilterra, che rendevano conveniente sostituire il lavoro con le macchine; altri ancora, come Prasannan Parthasarathi, mettono in luce la concorrenza dei tessuti indiani come stimolo all’industria britannica. Studi quantitativi successivi hanno spostato in parte la data della divergenza più indietro. Per l’esame ti basta conoscere i termini del dibattito e saper spiegare perché è importante: mette in discussione l’idea di una superiorità europea “naturale” o di lungo periodo.

L’età delle rivoluzioni (1760-1840)

Rivoluzioni atlantiche

Gli storici parlano di rivoluzioni atlantiche per indicare l’insieme di rivoluzioni che, tra il 1770 e il 1830, attraversano l’Atlantico: la Rivoluzione americana (1776), la Rivoluzione francese (1789), la rivoluzione di Haiti (1791-1804) e le indipendenze dell’America latina (anni Dieci e Venti dell’Ottocento). Sono collegate da idee comuni (diritti, sovranità popolare), da circolazione di persone e da crisi fiscali degli imperi.

Haiti

La rivoluzione haitiana merita un’attenzione particolare, perché è a lungo rimasta ai margini dei manuali. Nella colonia francese di Saint-Domingue, la più ricca del mondo grazie allo zucchero prodotto da centinaia di migliaia di schiavi africani, una rivolta di schiavi iniziata nel 1791, con figure come Toussaint Louverture, portò nel 1804 alla nascita della prima repubblica nera indipendente e alla prima abolizione della schiavitù ottenuta da una rivolta. La rivoluzione haitiana mostra i limiti dell’universalismo della Rivoluzione francese, e ha avuto effetti globali, dalla vendita della Louisiana agli Stati Uniti (1803) alla paura delle rivolte nelle società schiaviste.

Abolizionismo

Tra fine Settecento e Ottocento si sviluppa un movimento internazionale contro la tratta e la schiavitù. La Gran Bretagna abolisce la tratta nel 1807 e la schiavitù nelle colonie nel 1833; la Francia abolisce definitivamente la schiavitù nel 1848; gli Stati Uniti nel 1865, dopo la Guerra civile; il Brasile, ultimo paese delle Americhe, nel 1888. L’abolizione non significa la fine del lavoro forzato: in molte colonie la schiavitù viene sostituita dal lavoro a contratto (indentured labour) di milioni di lavoratori indiani e cinesi, spostati verso le piantagioni dei Caraibi, delle isole dell’Oceano Indiano, del Sud-est asiatico.

Il lungo Ottocento e la trasformazione del mondo

Osterhammel

Il libro di riferimento per il XIX secolo è Jürgen Osterhammel, Die Verwandlung der Welt (2009), in italiano La trasformazione del mondo. Una storia globale del XIX secolo. Osterhammel non racconta una storia evento per evento, ma per grandi temi: memoria, tempo, spazio, mobilità, livelli di vita, città, frontiere, imperi, rivoluzioni, Stato, energia, lavoro, reti, gerarchie, sapere, religione. Il XIX secolo appare come il secolo in cui il mondo diventa interconnesso, e in cui l’Europa raggiunge un’egemonia senza precedenti, che però durerà poco.

Un altro testo importante è Christopher A. Bayly, La nascita del mondo moderno, 1780-1914 (2004), che sottolinea come la modernità sia stata un processo globale, con molti centri, e non una semplice diffusione dall’Europa al resto del mondo.

Trasporti e comunicazioni

L’integrazione globale dell’Ottocento si basa su innovazioni tecniche: la ferrovia (la linea Liverpool-Manchester, in Inghilterra, nel 1830, la prima transcontinentale negli Stati Uniti nel 1869), il piroscafo, il telegrafo (il primo cavo transatlantico funzionante stabilmente nel 1866), il Canale di Suez (1869), che accorcia enormemente la rotta tra Europa e Asia. Alla fine del secolo una notizia poteva arrivare da Londra a Bombay in poche ore, mentre all’inizio del secolo ci volevano mesi.

Il tempo mondiale

Un esempio meno noto ma molto efficace di integrazione è l’unificazione del tempo. Nel 1884 una conferenza internazionale a Washington sceglie il meridiano di Greenwich come meridiano di riferimento: è la base del sistema dei fusi orari. Prima di allora ogni città aveva la sua ora locale, e le ferrovie dovevano gestire decine di orari diversi.

Migrazioni di massa

Tra il 1840 e il 1940 si muovono nel mondo decine di milioni di persone. Gli storici distinguono tre grandi sistemi migratori: quello atlantico, dall’Europa verso le Americhe (tra cui milioni di italiani, soprattutto verso Stati Uniti, Argentina e Brasile); quello dall’India e dalla Cina meridionale verso il Sud-est asiatico e le isole dell’Oceano Indiano e del Pacifico; quello dalla Cina settentrionale e dalla Russia verso la Manciuria, la Siberia e l’Asia centrale. Lo storico Adam McKeown ha mostrato che le migrazioni asiatiche sono state di dimensioni paragonabili a quelle atlantiche, anche se molto meno studiate.

Imperi e imperialismo

Il nuovo imperialismo

Nell’ultimo quarto dell’Ottocento le potenze europee si spartiscono gran parte dell’Africa e dell’Asia. La Conferenza di Berlino (1884-1885) fissa le regole della spartizione dell’Africa: nel giro di trent’anni quasi tutto il continente, salvo l’Etiopia e la Liberia, è sotto il controllo europeo. L’Italia partecipa con l’Eritrea, la Somalia e, dal 1911-1912, la Libia, ma viene sconfitta dall’Etiopia ad Adua nel 1896.

Le spiegazioni

Le spiegazioni dell’imperialismo sono molte. Lo storico inglese J. A. Hobson (1902) e Lenin (1916) insistono sulle cause economiche: la ricerca di mercati e di sbocchi per i capitali. Altri sottolineano le cause politiche e strategiche, la competizione tra potenze, il nazionalismo, l’ideologia della “missione civilizzatrice” e il razzismo scientifico. Gli storici Ronald Robinson e John Gallagher hanno proposto il concetto di imperialismo del libero scambio (1953): il dominio informale, attraverso l’economia e la diplomazia, era preferito, e la conquista diretta avveniva quando il controllo informale falliva.

L’impero visto dai colonizzati

La storia globale invita a guardare gli imperi anche dal punto di vista dei colonizzati: le resistenze armate, ma anche le forme di collaborazione, adattamento, negoziazione. Le società colonizzate non erano passive. La rivolta indiana del 1857, che portò alla fine della Compagnia delle Indie e al governo diretto della Corona britannica, la rivolta dei Boxer in Cina (1899-1901), la resistenza di Samori Touré in Africa occidentale sono esempi da conoscere.

Il Giappone

Il Giappone è un caso particolare. Costretto ad aprirsi al commercio dalle navi americane del commodoro Perry nel 1853-1854, con la restaurazione Meiji (1868) avvia una modernizzazione rapidissima, sul modello occidentale, e diventa a sua volta una potenza imperiale: vince la guerra contro la Cina (1894-1895), conquista Taiwan, sconfigge la Russia nel 1904-1905 e annette la Corea nel 1910. La vittoria sulla Russia fu percepita in tutta l’Asia come la prima vittoria di un popolo non europeo su una grande potenza europea.

La Cina e le guerre dell’oppio

La Cina dei Qing, all’inizio dell’Ottocento, è uno degli Stati più grandi e popolosi del mondo, e commercia con gli europei in modo controllato, solo attraverso il porto di Canton. La Gran Bretagna compra grandi quantità di tè, ma ha poco da vendere ai cinesi; la Compagnia delle Indie risolve il problema esportando in Cina l’oppio coltivato in India. Quando il governo cinese cerca di fermare il traffico, distruggendo le scorte di oppio a Canton nel 1839, la Gran Bretagna risponde con la guerra. La prima guerra dell’oppio (1839-1842) si chiude con il trattato di Nanchino: la Cina cede Hong Kong e apre alcuni porti al commercio straniero. Una seconda guerra (1856-1860) allarga i privilegi delle potenze occidentali. I cinesi chiameranno questo periodo il “secolo dell’umiliazione”.

Negli stessi anni la Cina è sconvolta dalla rivolta dei Taiping (1850-1864), capeggiata da un uomo che si dichiarava fratello minore di Gesù: è una delle guerre civili più sanguinose della storia, con decine di milioni di morti. Il caso cinese mostra bene l’intreccio di commercio globale, imperialismo e crisi interna, ed è un esempio perfetto da portare all’orale.

Il Medio Oriente e la fine dell’Impero ottomano

L’Impero ottomano, nell’Ottocento, cerca di riformarsi con le Tanzimat (1839-1876), un insieme di riforme amministrative, giuridiche e militari ispirate in parte ai modelli europei. Nonostante le riforme, perde progressivamente territori nei Balcani e in Nord Africa, e si indebita con le banche europee. La Prima guerra mondiale ne segna la fine: con gli accordi Sykes-Picot (1916) Gran Bretagna e Francia si dividono segretamente le province arabe, e la Dichiarazione Balfour (1917) promette il sostegno britannico a un “focolare nazionale” ebraico in Palestina. Nel 1923 nasce la Repubblica di Turchia, presieduta da Mustafa Kemal. Molti conflitti del Medio Oriente contemporaneo hanno radici in questa fase.

Cosa ti chiedono all’orale (metodo e Ottocento)

Che differenza c’è tra storia globale e storia mondiale? La storia mondiale tende a essere una sintesi della storia di tutte le civiltà; la storia globale è un approccio che studia connessioni, scambi e confronti, e può applicarsi anche a oggetti piccoli, collocandoli in contesti globali.

Che cosa sostiene Pomeranz nella Grande divergenza? Che fino al 1750 circa le regioni più avanzate della Cina e l’Inghilterra erano simili, e che la divergenza si deve soprattutto al carbone disponibile e alle risorse delle colonie americane.

Perché la rivoluzione haitiana è importante in una prospettiva globale? Perché è la prima rivolta di schiavi che porta all’indipendenza e all’abolizione della schiavitù, mostra i limiti dell’universalismo rivoluzionario francese e ha conseguenze in tutto il mondo atlantico.

Che cosa intende Osterhammel per trasformazione del mondo? Il processo con cui, nel XIX secolo, il mondo diventa interconnesso attraverso trasporti, comunicazioni, mercati, imperi e migrazioni, sotto un’egemonia europea che però sarà temporanea.

Che cos’è l’imperialismo del libero scambio? Il concetto di Robinson e Gallagher secondo cui la Gran Bretagna preferiva il dominio informale, economico e diplomatico, e ricorreva alla conquista solo quando questo falliva.

Le guerre mondiali come guerre globali

La Prima guerra mondiale

La Prima guerra mondiale (1914-1918) non è solo una guerra europea. Gli imperi coloniali mobilitano milioni di soldati e lavoratori: l’India britannica invia oltre un milione di uomini, la Francia recluta truppe in Africa occidentale e nel Maghreb, migliaia di lavoratori cinesi vengono portati sul fronte occidentale. Si combatte in Africa orientale, in Medio Oriente, nel Pacifico. Il conflitto porta alla fine di quattro imperi (russo, tedesco, austro-ungarico, ottomano).

Il momento wilsoniano

Nel 1918 il presidente americano Woodrow Wilson proclama il principio di autodeterminazione dei popoli. Lo storico Erez Manela, in The Wilsonian Moment (2007), ha mostrato come questo principio sia stato accolto con entusiasmo da movimenti anticoloniali in Egitto, India, Cina e Corea, e come la delusione per la sua applicazione limitata all’Europa, alla Conferenza di pace di Parigi del 1919, abbia contribuito alle rivolte di quell’anno (la rivoluzione egiziana, il movimento del Primo marzo in Corea, il Movimento del Quattro maggio in Cina) e alla radicalizzazione dei nazionalismi anticoloniali.

La Società delle Nazioni e i mandati

La Società delle Nazioni, fondata nel 1920, è la prima organizzazione internazionale con vocazione universale. Le ex colonie tedesche e le province arabe dell’Impero ottomano vengono affidate a Gran Bretagna e Francia come mandati. Lo storico Susan Pedersen, in The Guardians (2015), ha mostrato come il sistema dei mandati, pur restando coloniale, abbia creato uno spazio internazionale in cui il dominio imperiale doveva essere giustificato pubblicamente.

La crisi del 1929

La Grande depressione, iniziata con il crollo della Borsa di New York nel 1929, è una crisi globale: il crollo dei prezzi delle materie prime colpisce duramente le economie dell’America latina, dell’Africa e dell’Asia legate all’esportazione di prodotti agricoli e minerari. Molti paesi rispondono con il protezionismo, il commercio mondiale si contrae, e la crisi contribuisce all’ascesa dei regimi autoritari e alla guerra.

La Seconda guerra mondiale

La Seconda guerra mondiale ha due grandi teatri, l’Europa e l’Asia-Pacifico, e per molti storici comincia in Asia, con l’invasione giapponese della Cina nel 1937 (o della Manciuria nel 1931). È la guerra più distruttiva della storia: decine di milioni di morti, in gran parte civili, il genocidio degli ebrei d’Europa, i bombardamenti sulle città, le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. La guerra indebolisce definitivamente gli imperi coloniali europei e apre la strada alla decolonizzazione.

La Guerra fredda globale

Due superpotenze

Dopo il 1945 il mondo si divide tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel 1945 nasce l’Organizzazione delle Nazioni Unite; nel 1948 l’Assemblea generale approva la Dichiarazione universale dei diritti umani. Gli accordi di Bretton Woods (1944) creano il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale e fondano un sistema di cambi legato al dollaro.

Una guerra calda nel Terzo mondo

Lo storico norvegese Odd Arne Westad, in La guerra fredda globale (2005), ha mostrato che la Guerra fredda, “fredda” in Europa, è stata invece calda e sanguinosa nel cosiddetto Terzo mondo: Corea, Vietnam, Angola, Mozambico, Afghanistan, America centrale. Le superpotenze intervengono in nome di modelli opposti di modernizzazione, e le élite locali usano la competizione per ottenere aiuti e armi. La Guerra fredda va quindi letta anche come uno scontro sulla forma da dare al mondo postcoloniale.

La decolonizzazione

Le tappe

Tra il 1945 e il 1975 la gran parte delle colonie diventa indipendente. Le tappe fondamentali da ricordare sono: l’indipendenza e la partizione di India e Pakistan (1947), con violenze e spostamenti di milioni di persone; l’indipendenza dell’Indonesia (proclamata nel 1945, riconosciuta dai Paesi Bassi nel 1949); la sconfitta francese a Dien Bien Phu in Indocina (1954); la guerra d’Algeria (1954-1962); l’indipendenza del Ghana (1957), prima colonia dell’Africa subsahariana; il 1960, chiamato “anno dell’Africa”, con l’indipendenza di diciassette paesi; la fine dell’impero portoghese dopo la Rivoluzione dei garofani (1974-1975).

Bandung e il Terzo mondo

Nel 1955 a Bandung, in Indonesia, si riunisce la prima conferenza dei paesi afroasiatici, con leader come Sukarno, Nehru, Nasser e Zhou Enlai. La conferenza afferma la solidarietà tra i popoli ex coloniali e il rifiuto di schierarsi in uno dei due blocchi: da qui nascerà nel 1961 il Movimento dei non allineati. L’espressione Terzo mondo era stata coniata nel 1952 dal demografo francese Alfred Sauvy, sul modello del Terzo stato della Rivoluzione francese.

Interpretazioni

Gli storici discutono se la decolonizzazione sia stata soprattutto il risultato delle lotte dei movimenti nazionalisti, della debolezza degli imperi dopo la guerra, della pressione delle superpotenze o del calcolo economico delle metropoli. Oggi si tende a considerare insieme tutti questi fattori, e a sottolineare che la decolonizzazione non è stata un percorso lineare: dopo l’indipendenza restano forme di dipendenza economica, che alcuni chiamano neocolonialismo. Autori come Frantz Fanon, con I dannati della terra (1961), sono fondamentali per capire il pensiero anticoloniale.

Cosa ti chiedono all’orale (Novecento)

Perché la Prima guerra mondiale è una guerra globale? Perché coinvolge gli imperi coloniali, che mobilitano milioni di soldati e lavoratori da Asia e Africa, si combatte anche fuori dall’Europa e porta al crollo di quattro imperi.

Che cosa fu il momento wilsoniano? Il periodo, nel 1918-1919, in cui il principio wilsoniano di autodeterminazione suscitò grandi speranze nei movimenti anticoloniali; la delusione alla Conferenza di Parigi alimentò le rivolte del 1919 in Egitto, Corea, Cina e India.

Che cosa sostiene Westad sulla Guerra fredda? Che fu una guerra combattuta soprattutto nel Terzo mondo, dove le superpotenze si scontrarono intorno a modelli opposti di modernizzazione.

Che cosa fu la conferenza di Bandung? L’incontro del 1955 tra paesi asiatici e africani appena indipendenti, che affermò la solidarietà anticoloniale e la volontà di non schierarsi tra i due blocchi; preparò il Movimento dei non allineati (1961).

Che cosa si intende per neocolonialismo? La persistenza, dopo l’indipendenza politica, di forme di dipendenza economica e culturale dalle ex potenze coloniali o da nuove potenze.

Dalla crisi degli anni Settanta alla globalizzazione

La svolta degli anni Settanta

Molti storici vedono negli anni Settanta una svolta. Nel 1971 gli Stati Uniti sospendono la convertibilità del dollaro in oro, ponendo fine al sistema di Bretton Woods. Nel 1973 la crisi petrolifera, legata alla guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur, fa salire bruscamente il prezzo del petrolio. Finisce il lungo boom del dopoguerra, iniziano stagflazione e ristrutturazioni industriali. Un volume collettivo curato da Niall Ferguson e altri, The Shock of the Global (2010), sostiene che proprio negli anni Settanta si collochino le origini della globalizzazione contemporanea.

Neoliberismo e mercati

Negli anni Ottanta i governi di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli Stati Uniti promuovono politiche di liberalizzazione, privatizzazione e riduzione del ruolo dello Stato, che si diffondono poi a livello internazionale (il cosiddetto Washington Consensus). Nel 1978 la Cina, con Deng Xiaoping, avvia le riforme di apertura al mercato che la trasformeranno in pochi decenni in una delle prime economie del mondo.

Il 1989 globale

Il 1989 è un anno globale: la caduta del Muro di Berlino in novembre, le rivoluzioni nell’Europa orientale, ma anche la repressione di piazza Tienanmen a Pechino in giugno. Nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolve. Finisce la Guerra fredda e si apre una fase in cui la globalizzazione economica, sostenuta dalle nuove tecnologie dell’informazione, sembra non avere più ostacoli. Nel 1995 nasce l’Organizzazione mondiale del commercio.

Globalizzazione e i suoi critici

Negli anni Novanta e Duemila la parola globalizzazione entra nel linguaggio comune. Accanto ai suoi sostenitori nascono movimenti critici, come quello che si manifesta nelle proteste di Seattle nel 1999 e di Genova nel 2001, durante il vertice del G8. Gli storici discutono se la globalizzazione attuale sia davvero nuova: alcuni economisti hanno mostrato che, in rapporto alla produzione, il commercio e i flussi di capitali erano già molto alti prima del 1914, e che la prima metà del Novecento è stata una fase di de-globalizzazione.

Il XXI secolo

Gli ultimi decenni sono segnati da eventi che solo una prospettiva globale permette di capire: gli attentati dell’11 settembre 2001 e le guerre in Afghanistan e Iraq, la crisi finanziaria del 2007-2008, nata negli Stati Uniti e diffusa in tutto il mondo, la crescita della Cina e dell’India, le migrazioni dal Sud del mondo, il cambiamento climatico, la pandemia di Covid-19 del 2020. Sono temi che i programmi trattano in modo diverso, spesso come conclusione aperta.

Regioni del mondo: due approfondimenti

L’America latina

L’America latina è un osservatorio privilegiato per la storia globale. Dopo le indipendenze dei primi decenni dell’Ottocento, i nuovi Stati si inseriscono nel mercato mondiale come esportatori di materie prime: caffè dal Brasile e dalla Colombia, carne e cereali dall’Argentina, nitrati e rame dal Cile, guano dal Perù. È il modello che gli economisti chiamano di crescita “verso l’esterno”, molto vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi internazionali. La crisi del 1929 lo mette in crisi, e molti paesi adottano allora politiche di industrializzazione per sostituzione delle importazioni, sostenute negli anni Cinquanta dalla Commissione economica per l’America latina delle Nazioni Unite e dall’economista argentino Raúl Prebisch.

Negli anni Sessanta e Settanta gli studiosi latinoamericani elaborano la teoria della dipendenza, secondo cui il sottosviluppo non è un ritardo, ma il risultato della posizione subordinata della regione nell’economia mondiale. È una teoria vicina a quella del sistema-mondo di Wallerstein. Nello stesso periodo la rivoluzione cubana (1959) e le dittature militari sostenute dagli Stati Uniti, come quella cilena dopo il colpo di Stato del 1973, mostrano quanto la regione fosse coinvolta nella Guerra fredda globale.

L’Africa dopo le indipendenze

Anche l’Africa postcoloniale si capisce solo in una prospettiva globale. I nuovi Stati ereditano confini tracciati dalle potenze coloniali, economie orientate all’esportazione di poche materie prime e apparati statali fragili. Nel 1963 nasce l’Organizzazione dell’unità africana, che sceglie di mantenere i confini coloniali per evitare guerre infinite. La crisi del Congo (1960-1965), con l’assassinio di Patrice Lumumba nel 1961, mostra l’intreccio tra decolonizzazione, interessi economici e Guerra fredda.

Negli anni Ottanta la crisi del debito spinge molti paesi africani ad accettare i programmi di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale, con tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni. Il Sudafrica, dove il regime di apartheid era stato istituito nel 1948, diventa invece il centro di una grande mobilitazione internazionale, che contribuisce alla liberazione di Nelson Mandela nel 1990 e alle prime elezioni a suffragio universale nel 1994. Negli ultimi decenni la crescita della presenza economica cinese in Africa è uno dei temi più discussi della globalizzazione contemporanea.

Temi trasversali

Ambiente e Antropocene

Una parte crescente della storia globale si occupa di ambiente. Il termine Antropocene, proposto nel 2000 dal chimico Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer, indica una nuova epoca in cui l’umanità è diventata una forza geologica. Gli storici discutono quando sia iniziata: con la rivoluzione industriale e l’uso del carbone, o con la “grande accelerazione” dopo il 1945. Lo storico John McNeill, in Qualcosa di nuovo sotto il sole (2000), ha scritto una storia ambientale del Novecento. Chakrabarty, nel saggio Il clima della storia (2009), ha discusso le conseguenze del cambiamento climatico per il modo di pensare la storia.

Malattie e pandemie

Anche le epidemie hanno una storia globale: il colera si diffonde dall’India al mondo intero nell’Ottocento, seguendo le rotte commerciali e militari; la pandemia di influenza del 1918-1919, detta “spagnola”, uccide decine di milioni di persone in tutti i continenti. Le conferenze sanitarie internazionali, a partire da quella di Parigi del 1851, sono tra i primi esempi di cooperazione internazionale.

Internazionalismo

Accanto agli Stati e agli imperi, la storia globale studia l’internazionalismo: organizzazioni come la Croce Rossa (1863), le Internazionali socialiste e comuniste, i movimenti pacifisti, femministi e anticoloniali, le organizzazioni non governative del secondo Novecento. Sono reti transnazionali che hanno contribuito a creare norme e linguaggi comuni, come quello dei diritti umani.

L’Italia in prospettiva globale

Un paese di emigranti

Studiare la storia globale non significa dimenticare l’Italia, ma guardarla in un altro modo. Tra l’Unità e la Prima guerra mondiale partono dall’Italia milioni di emigranti, verso le Americhe, ma anche verso la Francia, la Svizzera, la Germania. È una delle più grandi emigrazioni della storia europea. Le rimesse degli emigranti, cioè il denaro mandato alle famiglie, sono una voce importante dell’economia italiana, e le comunità italiane all’estero, da Buenos Aires a New York, creano reti commerciali, giornali, associazioni, partiti. Lo storico Donna Gabaccia ha parlato di una “diaspora” italiana, e ha mostrato come l’identità italiana si sia formata anche fuori dai confini nazionali.

Il colonialismo italiano

Anche il colonialismo italiano va letto in una prospettiva globale. L’Italia arriva tardi alla spartizione dell’Africa, con l’Eritrea (dal 1882-1890) e la Somalia, poi la Libia (1911-1912) e l’Etiopia (1935-1936), conquistata con l’uso di gas tossici e proclamata parte dell’impero nel 1936. Per molto tempo la memoria pubblica italiana ha rimosso questa storia, diffondendo il mito degli “italiani brava gente”. Storici come Angelo Del Boca hanno ricostruito le violenze del colonialismo italiano, e oggi gli studi postcoloniali italiani riflettono anche sulle sue eredità, per esempio nel razzismo e nella memoria urbana.

L’Italia nella globalizzazione

Nel secondo Novecento l’Italia diventa da paese di emigrazione paese di immigrazione: dagli anni Settanta e Ottanta arrivano lavoratori dal Nord Africa, dall’Europa orientale, dall’Asia e dall’America latina. È uno dei modi in cui la storia globale entra nella vita quotidiana. Anche il “miracolo economico” degli anni Cinquanta e Sessanta si capisce meglio in un quadro globale: l’integrazione europea, il Piano Marshall, il petrolio a basso prezzo, l’espansione del commercio internazionale.

Le fonti della storia globale

Archivi e lingue

Una delle difficoltà pratiche della storia globale è l’accesso alle fonti. Gli archivi coloniali (a Londra, Parigi, Lisbona, L’Aia, Roma) sono ricchissimi, ma presentano il punto di vista dei colonizzatori. Per ascoltare altre voci gli storici usano archivi locali, giornali in lingue non europee, fonti orali, autobiografie, lettere di migranti, fotografie. Il lavoro di squadra tra storici che conoscono lingue diverse è sempre più comune.

Fonti quantitative

Molti dibattiti della storia globale, come quello sulla Grande divergenza, si basano su dati quantitativi: salari, prezzi, produzione, popolazione, statistiche commerciali. L’economista Angus Maddison ha costruito serie storiche del prodotto interno lordo di quasi tutti i paesi del mondo, oggi aggiornate dal Maddison Project. Questi dati sono utilissimi, ma vanno usati con cautela, perché per molti paesi e periodi sono stime.

Fonti digitali

Infine, la digitalizzazione di archivi, giornali e libri ha reso accessibili fonti prima difficili da raggiungere, e permette di analizzare grandi quantità di testi. È un campo in cui storia globale e storia digitale si incontrano, con progetti dedicati alle reti commerciali, alle migrazioni, alla tratta degli schiavi (come il grande database sulla tratta transatlantica, che raccoglie informazioni su decine di migliaia di viaggi negrieri).

Come preparare l’esame

Il programma tipo

Il programma comprende di solito un manuale di storia contemporanea in prospettiva globale, un testo di metodo (spesso Conrad) e uno o due saggi monografici su temi come imperi, migrazioni, Guerra fredda o globalizzazione. Alcuni corsi chiedono una relazione scritta su un caso di studio.

Un piano in sei settimane

1. Prima settimana: metodo. Definizioni, concetti, dibattiti, critiche. Leggi l’introduzione di Conrad. 2. Seconda settimana: Grande divergenza, rivoluzioni atlantiche, abolizionismo. 3. Terza settimana: il lungo Ottocento, trasporti, migrazioni, imperialismo, Giappone. 4. Quarta settimana: le guerre mondiali, il momento wilsoniano, la crisi del 1929. 5. Quinta settimana: Guerra fredda e decolonizzazione. 6. Sesta settimana: dagli anni Settanta a oggi, temi trasversali e ripasso con le domande.

Come rispondere a una domanda di collegamento

All’orale arriva quasi sempre una domanda che chiede di collegare fenomeni diversi: “che rapporto c’è tra la Guerra civile americana e l’Egitto?”, “come la crisi del 1929 ha colpito l’America latina?”, “perché il Canale di Suez è importante per l’India?”. Prendiamo la prima. Durante la Guerra civile (1861-1865) il blocco dei porti del Sud interrompe le esportazioni di cotone americano verso le fabbriche inglesi; i prezzi salgono e l’Egitto, insieme all’India, espande rapidamente la coltivazione del cotone per sostituirlo. Finita la guerra, il prezzo crolla, e l’Egitto, che si era indebitato anche per costruire il Canale di Suez, finisce in crisi finanziaria, fino al controllo franco-britannico delle sue finanze e all’occupazione britannica del 1882. In poche righe hai collegato America, Europa, Africa e Asia, e hai mostrato come funziona la storia globale.

Lo schema è sempre lo stesso: individua il legame concreto (una merce, un flusso di persone, un’idea, un’istituzione), segui la catena delle conseguenze, e chiudi con il significato più generale. È una competenza che si allena: prova a costruire da solo tre o quattro catene di questo tipo prima dell’esame.

Errori da evitare

Non trasformare la storia globale in una serie di storie nazionali una dopo l’altra: il punto è mostrare i collegamenti. Non confondere globalizzazione (un processo storico) e storia globale (un modo di studiare la storia). Non dare per scontato che il mondo si sia “modernizzato” seguendo il modello europeo. E costruisci una cronologia comparata, con colonne per Europa, Americhe, Asia e Africa: è lo strumento migliore per vedere le connessioni.

Glossario rapido

  • Economia-mondo: un’area economica integrata, non necessariamente estesa a tutto il pianeta (Braudel, Wallerstein).
  • Eurocentrismo: tendenza a interpretare la storia mondiale con categorie e cronologie europee.
  • Indentured labour: lavoro a contratto vincolato, usato dopo l’abolizione della schiavitù.
  • Mandato: territorio affidato dalla Società delle Nazioni a una potenza perché lo amministrasse.
  • Non allineamento: politica di neutralità rispetto ai due blocchi della Guerra fredda.
  • Sistema-mondo: modello di Wallerstein che divide il mondo in centro, semiperiferia e periferia.
  • Subalterni: gruppi esclusi dal potere e dalla rappresentazione storica (dal lessico di Gramsci, ripreso dai Subaltern Studies).

Fonti e approfondimenti

Metodo

  • Sebastian Conrad, Storia globale. Un’introduzione, Carocci.
  • Dipesh Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, Meltemi.
  • Laura Di Fiore e Marco Meriggi, World history. Le nuove rotte della storia, Laterza.

Sintesi

  • Jürgen Osterhammel, La trasformazione del mondo. Una storia globale del XIX secolo, Einaudi.
  • Christopher A. Bayly, La nascita del mondo moderno, 1780-1914, Einaudi.
  • Kenneth Pomeranz, La grande divergenza, il Mulino.
  • Odd Arne Westad, La guerra fredda globale, il Saggiatore.

Studi tematici

  • Sven Beckert, L’impero del cotone. Una storia globale, Einaudi.
  • Erez Manela, The Wilsonian Moment, Oxford University Press.
  • John R. McNeill, Qualcosa di nuovo sotto il sole. Storia dell’ambiente nel XX secolo, Einaudi.

Per il quadro di base trovi gli appunti di Storia contemporanea e di Storia moderna; per le istituzioni e gli Stati, quelli di Storia delle istituzioni in età contemporanea; per lo spazio, quelli di Geografia; per gli strumenti digitali, quelli di Metodologia della ricerca storica in età digitale.

← Torna all’indice degli esami

Updated on

Author

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

View all content →